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Libro Primo Capitolo I

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Libro I Libro I - Capitolo II

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CAPITOLO PRIMO.

Si determina il vero tempo e il luogo della nascita di Colombo. — Condizione della sua famiglia. — Sua infanzia, sua educazione. — Suoi primi servigi di mare. — Approda a caso nel Portogallo.

§ I.

Il luogo della culla di Cristoforo Colombo è tuttavia nelle tenebre. Una nuvolosa aureola circonda il segreto della sua origine. La sua autentica genealogia, la sua vera patria, la data esatta de’ suoi natali, oggetti d’interminabili quistioni, sono tuttavia messi in discussione a’ nostri giorni, senza che alcuno dei tanti scritti relativi a tale quistione l’abbia finalmente chiarita. L’autore del libro più popolare che sia apparso sopra Cristoforo Colombo, l’americano Washington Irving, esordisce così: «non si sa nulla di certo sui primi anni di Cristoforo Colombo. Il tempo, e il luogo della sua nascita giacciono avviluppati di un’eguale oscurità: nè meno conosciuti sono i suoi antenati: tal è stata la faticosa sterilità de’ commentatori, che ci è difficile di scoprire la verità in mezzo al dedalo delle congetture ond’è attorniata». [p. 64 modifica]

Dette le quai parole, anzichè sforzarsi di procurare a’ suoi lettori un filo storico per trarli fuora da questo labirinto di perplessità, Irving non fa anch’egli che accrescerne la loro incertezza.

Quanto a noi, l’oscurità che tante cagioni hanno misteriosamente gettata sui principii dell’Uomo che raddoppiò la conoscenza del nostro globo, non ci sembra punto impenetrabile: sciolti interamente dalle pretensioni rivali delle famiglie, delle città, delle provincie, che invocarono l’onore di avergli dati natali, siamo giunti a riconoscere con certezza l’origine di quell’Uomo, il cui destino non ebbe pari al mondo. Procuriamo, dunque, di esporre ed accertare il tempo e il luogo di questi natali, ch’ebbero risultati così grandi per l’Universo.

La data della morte di Colombo, adduce a determinare esattamente quella della sua nascita. È certo che morì a Valladolid, il 20 maggio 1506, nell’età di settant’anni: egli era dunque nato nel 1435.

Secondo la storia manoscritta del veridico cronista dei Re Cattolici, don Andrea Bernaldez, curato de los Palacios, il quale aveva ricevuto in sua casa l’Ammiraglio delle Indie, e veduto co’ suoi propri occhi le sue annotazioni e le sue carte, Cristoforo Colombo dovette nascere verso il 1435: questa data coincide perfettamente con quella che indicò, altresì, il dotto autore della Storia ecclesiastica di Piacenza, il canonico Pietro Maria Campi; ed è presso a poco quella che assegna a’ suoi natali anche l’ultimo discendente dei Colombo di Cuccaro, monsignor Luigi Colombo, nell’opera da lui testè pubblicata a Roma. La data del 1435, adottata anche da Navarrete, fu pure riconosciuta dal conte Galeani Napione: essa è la sola che sia certa; è inoltre in esatta relazione coi principali avvenimenti ricordati da’ suoi storici; nessun fatto la contraddice, nessun documento l’invalida, tutte le circostanze attestano la sua sincerità: siamo dunque autorizzati a porla come il punto fisso da cui muovono le nostre investigazioni.

Rispetto al luogo della nascita di Colombo, non comprendiamo come abbia potuto essere per sì lungo tempo e così vivamente contrastato e discusso. La forma dubitativa usata sino ad [p. 65 modifica]ora su questo argomento ha dritto di maravigliarci: è tempo oggimai di surrogare questa esitazione ed incertezza con una precisa e perentoria affermazione.

Cristoforo Colombo nacque a Genova.

Questa è la verità.

Che cosa importano le pretensioni di Cuccaro nel Monferrato, di Pradello nel Piacentino, di Oneglia, di Finale, di Boggiasco, di Quinto e Nervi nella Riviera di Genova? Indarno il picciol paese di Cogoleto si ostina a mostrare agli sguardi del viaggiatore l’iscrizione che gli conferisce il titolo di patria di Cristoforo Colombo; noi non dobbiamo preoccuparci di questi amor-propri municipali, e delle discussioni più o meno erudite con cui anche Savona ha invocato questa gloria. Nessuna di tali discussioni ha provato che Cristoforo Colombo nascesse fuor di Genova; e documenti, prodotti durante il loro corso, lasciano vedere ch’egli era genovese. Non è più permesso di dubitare di questo fatto, tanti sono i diversi ordini di testimonianze sulle quali posa.

Il curato de los Palacios, e il vescovo d’Hispaniola, amici di Cristoforo Colombo; Agostino Giustiniani, vescovo di Nebbio in Corsica, Bartolomeo Senarega, Antonio Gallo, Uberto Foglietta, e più tardi Casoni, tutti di Genova e storici della loro patria; Giovanni Battista Ramusio, Girolamo Benzoni, Giulio Salinero, Tiraboschi, Luigi Bossi, Spotorno, ecc.; gli storiografi di Spagna Herrera, la cui esattezza è conosciuta, Munoz, la cui erudizione è giudiziosa, e perfino lo storico portoghese Soam de Barros, che si può dire il nemico postumo di Colombo, tutti si accordano a dirlo nato a Genova. A tali attestazioni basterebbe aggiunger quella del vecchio Domenico Colombo, padre dell’Ammiraglio, che in quattro atti autentici, fatti a Savona, fra l’anno 1470 e l’anno 1491, si dice egli stesso di Genova: potremmo, altresì, riferire il contratto fatto a Savona dal notaro Ansaldo Basso, il 10 settembre 1484, nel quale Giacomo, il più giovane fratello di Cristoforo, era dichiarato cittadino di Genova, quantunque dimorasse a Savona sin dalla sua tenera infanzia, se non volessimo, per dissipare ogni esitanza in questa quistione, produrre un’ultima testimonianza, di cui nessuno contrasterà la decisiva autorità; vogliamo dire quella del medesimo Cristoforo Colombo. [p. 66 modifica]

Nell’atto d’istituzione del maggiorasco, steso il 22 febbraio 1498, a profitto della sua discendenza, il grande Ammiraglio dell’Oceano, vice-re delle Indie, dice in propri termini ch’è nato a Genova: «siendo yo nacido en Genova;» indi raccomanda a’ suoi eredi di favorire, senza nuocere alla Corona di Spagna, tutto ciò che sarà d’onore e vantaggio di Genova, città nobile e potente sul mare, «Ciudad noble y poderosa por la mar.» E spiega questa predilezione dicendo altresì — di là io sono uscito, e là io sono nato «della sali, y en ella naci».

Un’affermazione così chiara e così esplicita nel suo laconismo mette fine ad ogni esitazione, e non ammette alcun comentario. Noi dovremmo dunque passar oltre. Nondimeno, per convincere con luminose evidenti prove l’ostinazione de’ contraddittori, dopo udito Cristoforo Colombo e suo padre, sentiam anche suo figlio. Produciamo finalmente una testimonianza che allegrerà l’amor patrio de’ Genovesi, confermando loro invincibilmente il diritto unico di dirsi i concittadini di Cristoforo Colombo.

Il secondo figlio del grande Ammiraglio dell’Oceano, l’abate don Fernando Colombo, che Spotorno accusò di aver voluto traviar l’opinione e occultare il vero luogo della nascita di suo padre, ha, nel suo atto di ultima volontà, ricordato che suo padre era di Genova: ei quivi si qualifica «figlio di don Cristoforo Colombo genovese». E appunto perchè suo padre, suo avo, e la maggior parte de’ suoi parenti paterni erano di Genova il figlio di Cristoforo Colombo si considerava anch’egli come genovese di origine; amava la lingua italiana, la sola che abitualmente parlasse appena era fuori del territorio spagnuolo: rivendicava le memorie della culla paterna: diceva che Genova era sua patria; e se ne prevaleva per invocare, a questo titolo, il concorso d’ogni onesto genovese nell’acquisto e nella spedizione delle opere stampate o manoscritte che faceva ricercare ne’ paesi stranieri, affine di comporre la sua preziosa biblioteca, ch’esiste tuttavia a Siviglia. In contraccambio della gloria, che, nascendo nelle sue mura, suo padre aveva legato a Genova, don Fernando Colombo si teneva sicuro dell’affetto di tutti gli abitanti di questa città: considerava un genovese, in qualunque [p. 67 modifica]città d’Europa lo avesse condotto il commercio, come suo corrispondente naturale. Anche per adempiere le sue intenzioni pie a Roma, egli si giovava dell’intromessione officiosa di negozianti genovesi: la sua predilezione verso i compatrioti era così manifesta, che alla sua morte, il suo esecutore testamentario, Marcos Felipe, rispettando questa fedele memoria, credette di dover invitare a’ suoi funerali, che si celebrarono con una pompa principesca nella cattedrale di Siviglia tutti i notevoli negozianti genovesi, nella loro qualità di compatriotti del nobile Defunto.

Così, nello spazio di sessant’otto anni, nella propria famiglia di Colombo, tre generazioni di testimoni attestarono ch’egli nacque a Genova.

Contro l’autorità di una tale affermazione, risultante da atti autentici, emessi in forme solenni, che cosa venne opposto sino ad oggi? negazioni senza prove, pretensioni che non hanno base, considerazioni puerili tratte esse medesime da induzioni manifestamente estorte, nelle quali, se la logica dei fatti è miseramente violentata, in contraccambio le vanità municipali e le grette ambizioni di famiglia si danno piena soddisfazione. Nè i torti de’ contraddittori si ristringono a questo solo: la loro erudizione prolissa e spesso ampollosa, ammirata da lor soli, chiarisce una incredibile oltrecotanza. Questi autori non riconoscono altra autorità che la propria opinione: sospettano, negano ed osano appuntare di falsità i documenti più autorevoli: perciò non faremo ad alcuna di queste egoistiche opposizioni l’onore di mentovarla: non siamo qua venuti a discutere l’assurdo, a lottare contra ciò che non si può sostenere, ma semplicemente ad affermare quello che è.

Onde ripetiamo:

Cristoforo Colombo nacque a Genova.

Anche suo padre era genovese: si chiamava Domenico Colombo, ed era figliuolo di Giovanni Colombo, dimorante a Quinto, ove pare avesse vissuto in qualche agiatezza. La qualità di genovese non potrebb’essere contrastata al padre di Cristoforo Colombo: essa risulta dalle sue proprie dichiarazioni, in diversi atti autentici, i cui titoli originali esistono conservati negli archivi del notariato a Savona e Genova. [p. 68 modifica]

Domenico Colombo prese in moglie una borghese di Bisagno, Susanna, figlia di Giacomo Fontanarossa, il quale l’aveva provveduta di una piccola dote, parte in danaro e parte in terre. Egli pose la sua stanza in Genova, dapprima nella casa ch’era di sua proprietà, avente annessa una bottega con attiguo un giardino, posta fuor delle mura, dal lato di porta sant’Andrea, sulla strada di Bisagno, paese di sua moglie, che n’è molto vicino. Domenico Colombo possedeva, inoltre, un piccolo patrimonio nella Valle di Nura, e alcuni pezzi di terra ne’ dintorni di Quinto. Nondimeno, affine di supplire alla pochezza delle sue rendite, egli si occupava a scardassar lana, ed aveva un telaio per la fabbrica de’ panni, nel quale impiegava abitualmente un operaio e un fattorino.

In questa casa suburbana venne al mondo Cristoforo Colombo. Egli fu battezzato nell’antica chiesa di santo Stefano, allora isolata sopra un monticello, e ch’era ufficiata da Religiosi Benedettini. Questa è la chiesa volgarmente chiamata a Genova santo Stefano dell’Arco: la tradizione popolare, che l’asseriva, dopo tre secoli, siccome quella in cui fu battezzato Cristoforo Colombo, è stata a’ dì nostri pienamente giustificata.

Il nome di famiglia di Colombo in italiano è Colombo, in latino, Columbus, in francese Colomb, in ispagnuolo Colon.

Alcuni anni dopo, avendo già varii figliuoli, Domenico Colombo stimò suo interesse affittare la propria casa, probabilmente ad uno di que’ tavernieri che spesseggiano alla porta della Città, e si collocò accosto al quartiere abitato dai berrettai, tintori e scardassieri di lana: prese ad affitto, nella contrada di Mulcento una piccola casa avente al pian terreno, oltre la stanza d’entrata illuminata dalla porta, un’altra vicina, con una finestra guarnita da una inferriata, e che poteva servire di bottega. Sull’antico catasto della repubblica di Genova, questa casa porta il numero 166; apparteneva ai Benedettini: libri di riscossione di questa comunità, sfuggiti ai disastri delle rivoluzioni , ed esistenti tuttodì, ricordano i versamenti successivi fatti da Domenico Colombo: l’ultimo che vi si vede sotto il suo nome è dell’anno 1489. Da queir epoca suo genero Giacomo Bavarello lo surrogò nell’affitto colla convenzione fatta il 20 luglio 1489 nello studio del notaro Lorenzo Costa. [p. 69 modifica]

La Stretta e aspramente montuosa contrada di Mulcento era allora il quartier centrale de’ berrettai e fabbricatori di panni: presentemente silenziosa e solitaria, ella conserva, con alcuni vestigi della pietà de’ suoi antichi abitatori, che si vedono qui e qua incrostati nelle porte o sulle vecchie muraglie, un aspetto sereno ed austero, che ricorda la fede semplice e gagliarda del medio evo.

Domenico Colombo ebbe quattro figli, Cristoforo, Bartolomeo, Pellegrino e Giacomo: aveva altresì una figlia, la quale, non isperando meglio dalla fortuna, volle sposare un pizzicagnolo del vicinato, chiamato Giacomo Bavarello. Pellegrino Colombo morì maggiorenne; lavorava al mestier di suo padre.

Gli antenati di Colombo appartenevano alla nobiltà; questo è certo.

Nelle vene di questo scardassiere di lana scorreva un sangue purissimo, i suoi avi discendevano da uno stipite militare, uscito di Lombardia, i cui rami collaterali avevano preso radice in Piemonte e sul Piacentino, mentre altri, capitali in Liguria, si eran addati alla marineria ed alla mercatura. È certo che dimoravano nella prima metà del secolo decimoquinto in Genova diversi Colombo, uniti per antico parentado; ma sendo le loro condizioni diventate molto diverse, anche le loro relazioni patirono di questa differenza. Gli uni si trovavano posti in alto mercè dei loro servigi e delle loro ricchezze, mentre altri vivevano in una condizion modesta o ben anco ignorata nella marineria mercantile. Tali erano i parenti di Giovanni Antonio Colombo, che servì nelle Indie in qualità di capitano sotto gli ordini dell’Ammiraglio dell’Oceano. Altri ancora, abitatori de’ borghi della Liguria, viveanvi del loro modesto patrimonio. Questi vincoli di parentado e di vicinanza diedero motivo alle pretensioni che si vennero poscia suscitando intorno alla vera patria di Cristoforo Colombo.

I Colombo portavano in azzurro tre colombi d’argento con cimiero sormontato dall’emblema della giustizia, e, per impresa queste parole «fides, spes, charitas.» Da poche insignificanti variazioni in fuori, questo stemma era comune ai diversi rami dell’antica famiglia lombarda, e apparteneva così ai Colombo di Piacenza come a quelli del Monferrato e della Liguria. [p. 70 modifica]

Alcuni scrittori hanno affermato che a Genova il mestiere di scardassiere di lana non derogava alla nobiltà. Non ci assumiamo verificare quanto pesi una tale affermativa. Qualunque fosse il credito della corporazione degli scardassieri di lana nella Liguria, dubitiam forte che vi siano stati gentiluomini che s’invogliassero di aggregarlesi: è però certo che una tradizione di rettitudine, di lealtà, di onore viveva sotto il tetto di quell’artigiano: avess’egli o no conservati gli stemmi degli avi, Domenico Colombo mostrò sempre di ricordarsene nella sua condotta: artefice di professione, si diportò sempre da gentiluomo qual era: costituì la sua famiglia un modello di virtù domestiche e religiose e sociali: quel desso che maritava la figlia ad un pizzicagnolo, riseppe, avanti morire che il suo primogenita era diventato ampliatore dell’Orbe, grande ammiraglio, e vice-re. A Dio piacque benedire ne’ suoi figlioli questo vecchio laborioso, che, dopo di avere, come un altro Giacobbe, passati ne’ lunghi anni del suo pellegrinaggio giorni lieti e tristi (e questi furono in maggior numero), si vide, sul chiudersi de’ suoi dì, rivivere in un figlio circondato di tutto lo splendore della gloria.

Nel cominciare questa istoria ci piace render onore alla memoria rispettabile di quest’operaio, perchè servì umilmente Dio e il suo paese, perchè lavorò senza posa, perchè educò egregiamente i suoi figli, non allevandoli egoisticamente per sé, ma inducendosi con rara generosità a privarsi di loro nella sua vecchiaia.

Lo scardassiere di lana della contrada di Mulcento non conseguì dai biografi di suo figlio pur una parola che gli tornasse onorevole personalmente: si ristrinsero a dire: «i genitori di Colombo erano poveri e probi.» Questo attestato di moralità, rilasciato sul serio dalla scuola protestante, sarebbe offensivo se non fosse ridicolo. Mera probità avrebbe forse prodotto l’esempio di questi tre figliuoli, che, sempre rispettosi e riconoscenti, seppero dignitosamente alleviare la vecchiezza del loro padre; che fedelmente uniti fra loro, pieni di deferenza pel loro fratello primogenito, si trovarono acconci alle imprese più diffìcili; che sostennero così le prosperità come le traversie, e non fu mai, venissero meno a sè stessi in veruna occasione? Non [p. 71 modifica]prendiamo che vi ha qui qualche cosa superiore alla semplice probità? non v’intravediamo l’essenza della nobiltà, la virtù? Anche se la nobiltà di questo scardassiere di lana non fosse provata, com’è, gl’ influssi del suo esempio basterebbero a chiarire che una tradizione araldica si perpetuava nella sua famiglia, e che l’altezza del sentire unqua non vi si dava vinta agl’influssi della povertà. Egli è da mezzo a questa apparente bassezza che Dio trasse l’agente del più gran fatto, che, dalla venuta di Cristo in fuori, avvenisse fra gli uomini.

Quantunque ei vedesse i propri figli da natura sortiti al lavoro delle mani, pur l’onesto scardassiere fece ogni sforzo per dare loro quel migliore avviamento che la sua povertà consentivagli. Ammirato dell’intelligenza del suo primogenito, l’artigiano si sforzò di secondarla e di procacciare a quel fanciullo l’istruzione più vantata di quel tempo; lo mandò all’Università di Pavia, ove la sua estrema giovinezza era sicuramente protetta da un qualche membro della sua famiglia, come dicemmo originaria di Lombardia. Cristoforo avea allora dieci anni; età molto tenera pei gravi stadi, la filosofia naturale, la filosofia straordinaria e l’astrologia, il cui insegnamento rendeva celebre quella università.

Fu investigato sotto quali maestri questo fanciullo avesse attinto gli elementi delle scienze, dimenticando che la dottrina de’ maestri non poteva guari profittargli, dacchè non istudiò che dai nove ai dodici anni. Cristoforo Colombo aveva tocco il quattordicesimo anno, che già si era imbarcato, e sappiamo che fra la sua uscita dalla università di Pavia e il suo arrolamento marittimo, egli passò qualche tempo lavorando al mestiere di suo padre: non contrasteremo il merito de’ suoi professori; ma ci guarderem bene dall’investigare, come taluno ebbe l’ingenuità di fare, quale influenza essi esercitarono sopra di lui. Volgono molti anni, che, pregati dallo storico Luigi Bossi, i conservatori degli archivi dell’università di Pavia, hanno a tal effetto compilato l’elenco de’ professori, a’ cui corsi era probabilmente ascritto, come uditore, Colombo. Questo elenco comincia nel 1460 e termina nel 1480. Ahimè! Colombo contava già ventiquattro anni, e ne aveva spesi undici nella navigazione, lorchè i dotti [p. 72 modifica]Antonio Bernadigio e Antonio Terzago sedettero sulla cattedra d’astronomia, mentre li celebre matematico Francesco Pellacano e maestro Alberto de’ Crispis, avendosi a supplenti mastro Guido da Crema, e mastro Giovanni di Mariano, insegnarono la filosofia naturale. Ed anco meno opportunità il giovane Cristoforo aveva avuto di tener dietro alle lezioni di filosofia straordinaria di Enrico di Sicilia, di Francesco di Salò, di Olino Bosenasi e di Agostino Carugo i quali non asceser la cattedra che nel 1463.

Ciò che vi ha di certo si è, che Cristoforo prestossi attento alle lezioni di maestri oggidì ignorati, predecessori di quelli di cui gli archivisti di Pavia hanno fornito i nomi; e ch’ei ritrasse dalla sua precoce assiduità frutti che maturarono poscia splendidamente. Avendo abbandonata anzi tempo l’Università, sicuramente perchè gli sforzi paterni non potevano andare più avanti, tornò a Genova a ripigliare il mestiere di suo padre.

Molti, ripugnano a credere una tal cosa: nondimeno la storia è positiva in accertarla. Abbandonate le scuole, Cristoforo lavorò quale operaio insieme con suo padre e col suo secondo fratello Bartolommeo: l’istruzione che ricevette a Pavia fu poca cosa; egli lo confessa, Humboldt lo dimostra. Il suo compatriotto Antonio Gallo dice che Cristoforo e Bartolomeo avevano avuto una mera tinta d’istruzione intra pueriles annos parvis litterulis imbuti. Agostino Giustiniani, vescovo di Nebbio conferma questa opinione: hic puerilibus annis vix prima elementa edoctus. Alla qual breve educazione succedette il lavoro manovale nella casa del padre. Antonio Gallo afferma che questi fanciulli furono operai durante la loro gioventù; testor pater, carminatores filii aliquando fuerunt. È naturale pensare, che, fra l’Università e l’imbarco, Cristoforo si applicò a lavorare co’ suoi parenti.


§ II.


Uscendo dalle strette contrade di Genova, ove tu ascenda i bastioni, o salga le severe montagne che la signoreggiano e chiudono da tutte parti, non lasciandole sbocco che sul Mediterraneo, quasi per costringerla a tentare questa via, tu sei abbagliato dalla luce che innonda, e dalla trasparenza dell’aere [p. 73 modifica]tutto impregnato di profumi. Il vivace azzurro dei flutti che lambiscono sovra incantevoli rive, e l’ampiezza del golfo ligure sollevano l’anima, trasportano sotto altri cieli il pensiero. Tu senti, che, non ostante la sua magnificenza, il ricinto della città di marmo non può bastare all’imaginazione dei suoi figli: comprendi, infatti, che il mare è la vita, l’umore nutritivo, la forza di questa Città. Una gagliarda attrattiva predisponeva la gioventù genovese alle avventure di mare: Cristoforo Colombo, cui un amor precoce della natura recava alla contemplazione delle opere divine, e un segreto istinto sospingeva allo studio della geografia, preferì il mare ai lavori sedentari e monotoni; quasi tutti i suoi antenati avevano cercato fortuna sul mare: uomini del suo nome e del suo sangue si erano illustrati nella marineria militare: oltrechè l’unica via della fortuna e della gloria pei Genovesi era quella.

A que’ giorni la navigazione era una dura scuola. La vita a bordo era dura, lo spazio er’angusto. La marineria mercantile doveva per forza esser anco guerriera; solo si limitava a stare sulle difese; esposta ai pirati d’ogni nazione ed agli attacchi più inaspettati, ella stava armata, e pronta a difendersi. Non ostante il suo piccolo bagaglio scientifico recato seco dall’Università di Pavia, il giovane scolaro dovette, secondo gli usi del tempo, cominciare quale mozzo la sua scuola di mare; la lunga pratica, l’osservazione, l’esperienza furono le sole che gli insegnassero la teorica della marineria. Formato a quest’aspra scuola, la conoscenza delle armi gli diventò così familiare come quella dei venti e delle manovre: certamente attinse in quest’abitudine del pericolo da parte dei flutti e degli uomini, e nella frequenza delle complicazioni più imprevedute e più terribili, quel sangue freddo, unito a prontezza di risoluzione, quella rapidità e quella ferma precision del comando che sono in mare salvezza delle navi.

Noi sappiamo ch’egli avea corso il Mediterraneo quanto è largo e lungo, e navigato nel Levante a que’ dì pieno zeppo di pirati dell’Arcipelago, di corsari maomettani e di ladroni barbareschi. In uno di quegli oscuri ed arrischiati combattimenti, che la storia dimenticò o ignorò, Cristoforo ricevette una ferita, la [p. 74 modifica]cui cicatrice, dimenticata per lungo tempo, si riaperse verso gli stremi di sua vita, e la mise anco in pericolo. Esposto alle avventure più arrischiate, egli spese in mare diversi anni, durante i quali niun ragguaglio ci è giunto intorno le sue vicende. La prima volta che un documento storico permette cogliere la traccia di lui, ei navigava sotto bandiera francese, già era uomo di mare, un degli ufficiali del rinomato Colombo, fratello di suo avo, che comandava la flotta del re Renato movente contra il regno di Napoli, nel 1459: questi è il Colombo che Sabellico chiama illustre Archipirata per distinguerlo da un altro Colombo, che gli era nipote, sopranominato il mozzo.

Cristoforo cresciuto alla scuola di questi due valenti ammiragli, ebbe dal re Renato il comando di una spedizione ch’esigeva un’audacia ed un’abilità poco comuni. Si trattava di andar a Tunisi, e portarne via la Fernandina, galera di prim’ordine. Quando giunse nelle acque di san Pietro in Sardegna, si rese noto che la Fernandina era scortata da due vascelli e da una caracca; disproporzione di forze che sturbò sì fattamente l’equipaggio, che, ribellatosi, rifiutò di andar oltre e volle tornare a Marsiglia. Non ostante la sua eloquenza, Cristoforo Colombo non potè rialzare i suoi da quello spavento; e siccome non aveva alcun mezzo materiale per farsi obbedire, usò d’uno stratagemma: venuta la sera, voltò l’ago, e fece spiegar le vele: l’equipaggio rassicurato credettesi avviato a Marsiglia, e la dimane sull’aggiornare la nave era all’altezza di Cartagena, senza che alcuno dei malcontenti dubitasse della via che correvano. Questo caso della sua gioventù, narrato per incidenza da lui, lorch’era grande ammiraglio dell’Oceano, dipinge egregiamente il suo carattere: vi si riconosce la sua intrepidezza, la sua risolutezza, il suo accorgimento, e come poco si lasciava arrestare dagli ostacoli che vengono dagli uomini; se non li poteva superare di fronte, li vinceva coll’astuzia, ed abilmente sapea carpire ciò che non gli si concedeva di buon grado.

Nessuno dubita, che, dopo ottenuto un comando, Cristoforo Colombo non abbia continuato a servire il re Renato ne’ quattro anni da lui spesi a tentare il conquisto di Napoli. Renato ottenne maggiori vantaggi e sostenne più lungamente la lotta [p. 75 modifica]sul mare. E qui non possiamo ristare dal fare un’osservazione retrospettiva su questa guerra che trapiantò la famiglia di chi scrive dagli Stati di Napoli a quelli di Provenza, e le valse così di essere francese. Avendo il conte Cesare Roselli parteggiato per Renato, e servito sulla terra la causa che Cristoforo Colombo difendeva per mare, fu costretto ad uscire dalla patria dopo la sciagura tocca al Re di Provenza: riparò a bordo della flotta che teneva ancora la baia di Napoli; ed amiamo credere che salisse la nave capitanata da Cristoforo Colombo; fu così dato all’ultimo de’ nostri avi vissuto in Italia, di conoscere il grande Uomo, di cui scriviamo la prima storia francese1.

Pare cosa certa che Cristoforo Colombo continuò in appresso a navigare, ora solo, ora con uno o l’altro de’ Colombi, suoi parenti. L’ultima giornata della sua vita militare fu notata da una circostanza drammatica, le cui conseguenze ci recano a credere, che un tale avvenimento non si adempiè che per volontà speciale della Provvidenza, in favore di colui che doveva essere il suo servo pacifico e fedele.

Se il vecchio ammiraglio genovese, godeva di Colombo archipirata a gran fama, Colombo il mozzo non era meno celebre nel Mediterraneo, poichè vi aveva comandato una squadra contro i Musulmani: questa particolarità indusse, senza dubbio, [p. 76 modifica]Cristoforo ad attenersi a lui; perocchè in mezzo alle traversie ed alla dura scuola della sua gioventù, egli aveva conservata viva la fede di cui gli esempi paterni svilupparono il germe nel suo cuore. D’altronde, questo ardore de’ Genovesi contro i Maomettani, era scritto perfino sui muri della loro città: non lungi dalla porta sant’Andrea e dalla contrada di Mulcento, ove dimorava lo scardessiere Domenico Colombo, si vede anche oggidì «la contrada degli uccisori dei Mori,» via de’ matamori.

Correndo, pertanto, la fortuna del suo parente, Cristoforo, abbandonati i mari del Levante, si trovava imbarcato sopra una nave in crociera presso le coste del Portogallo, per quivi attendere alcune navi venete aventi un carico assai ricco; e, data ad esse la caccia, le attaccò sul far del giorno fra Lisbona e il capo San Vincenzo. I Veneziani si difesero intrepidamente: il combattimento durò sino a sera, che il valore era eguale da ambe le parti. Verso l’annottare si appiccò fuoco ad una nave veneta, stata uncinata da quella su cui si trovava Colombo. L’incendio si appiccò prontamente dall’un bordo all’altro. Furono impiegate tutte le pompe di legno, ma inutilmente: e allora ad amici e nemici non restò altro partito che gettarsi in mare: ma il pericolo non aveva fatto che mutar forma, perchè la costa era lontana due leghe

Dopo un giorno intero di combattimento le forze vengono meno anche a’ più robusti; e quantunque Cristoforo fosse un valentissimo nuotatore, sarebbesi inevitabilmente annegato senza un soccorso evidentemente provvidenziale. Le onde gli cacciarono presso un di que’ larghi remi, ch’erano a quel tempo ancora usati per supplire le vele e manovrare durante la calma. Col mezzo di questo appoggio egli potè riposare alquanto le membra, mantenersi a galla e giungere alla riva. Dopo ringraziato l’Autore della sua salute, giunse, sussidiato dalla carità pubblica, a Lisbona, ove sapeva di dover trovare alcuni compatrioti, fra’ quali ebbe il contento di abbracciare il suo secondo fratello Bartolomeo Colombo.

  1. Un fatto particolare collegasi alla ricordanza di questa emigrazione. Il conte Cesare Roselli morì poco dopo il suo sbarco a Marsiglia: il re Renato se ne condolse con suo figlio Antonio, ma impoverito dalle sue precedenti liberalità, non lo investì d’alcun feudo a rifacimento de’ perduti, restringendosi a dimostrazioni di grato animo, ed a promesse; gli mutò lo stemma di famiglia, e gli diè titolo di notaio di Corte. Un matrimonio fissò Antonio Rosellì a Seillans, piccola città di Provenza; ivi acquistò terre, e conservò il titolo conferitogli di notaio regio, che si trasmise poi di padre in figlio, per via di primogenitura sino al 1805, anno in cui si spense nella persona dell’ultimo titolare, che lasciava un figlio minorenne: suo cugino il marchese di Pastoret, che fu dappoi cancelliere di Francia, ottenne da Napoleone I che, affine di non rompere una sì rara trasmissione ereditaria la vedova dell’ultimo Rosellì restasse depositaria degli Archivi sino alla maggiorità del figlio: ma questo era destinato ad altro arringo.