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Come l'onda/IV

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IV. _ La bella bruttina

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III V

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LA BELLA BRUTTINA.

IV.

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Nessuno dei due pensava a far onore alla magnifica frutta che il cameriere aveva portato in tavola.

Tacevano tutti e due, e pareva che quel silenzio imbarazzasse maggiormente la ragazza.

Renato la guardava sorridendo, tra incredulo e maravigliato, intanto che ella, a occhi bassi, mordendosi lievemente le labbra, apriva e chiudeva il ventaglio, quasi mortificata.

Alla viva luce del sole, tra i riflessi verdi del prato, quella bruna carnagione prendeva toni dorati sulle guance e nella dolce attaccatura della gola, e i grandi occhi nerissimi, su quel viso scarso e strano davano un’espressione più provocante al nasino un po’ rivolto in su e alle labbra tumide e fresche.

Ella sentiva, senza vederli, quegli sguardi che la ricercavano tutta; e la personcina alta e snella si agitava impaziente, oppressa da tale insistenza. Finalmente alzò gli occhi, timida.

— Non mi crede?...

— Ma, sì!... Ma, sì!...

— Perchè dunque sorride così? Già il torto è mio.... Avrei dovuto avvertirla sùbito, prima di accettare l’invito. [p. 92 modifica]

E nella voce turbata le tremolava qualcosa che pareva pianto.

Allora Renato non sorrise più, impacciato alla sua volta. Le prese una mano; si mise carezzevolmente sotto il braccio quel braccino magro, serrato nella manica attillata del vestito nero, e, riprendendo a passeggiare, le andava parlando all’orecchio, tra uno sbuffo di fumo e l’altro della sua sigaretta:

— Oh, non insisto più!.... Torneremo, non occorre neppur dirlo, torneremo però qualche volta alla Cagnola.... a passare insieme una mezza giornata. No?

— A che scopo? Ecco, questo significa che lei non mi ha creduto. Perchè si ostina a non credermi?

— Al contrario! Certe cose non si discutono; si aspettano, si lasciano venire al momento opportuno, è vero? E se non arrivano.... Intanto, per oggi, mi sento compensato abbastanza da questa dolce passeggiata da innamorati. La gente (ahimè, a torto!) deve crederci proprio due innamorati. Infatti, vede? quell’uomo fermato sotto gli alberi sta a guardarci da un pezzo, masticando la sua invidia insieme col mozzicone di sigaro che non vuole accendersi.

E voltando il capo, ella rideva a scossettine portando la punta del ventaglio alle labbra, piegando un po’ il busto slanciato; rideva, ma quasi per tentar di distrarsi da riflessioni penose, che le esitavano ancora sul volto.

Quell’uomo fermatosi sotto gli alberi, dopo averli seguiti con lo sguardo lungo il sentiero del prato, era andato a sedersi dirimpetto a loro, divorandoseli con certi occhi sgranati, dal tavolino dove mangiava solo. Luigia e Renato, a metà di desinare, messisi di buon umore, gli ridevano quasi in faccia, facendolo [p. 93 modifica]arrossire coll’imboccarsi a vicenda pezzetti di frittura di arrosto, se colui si fermava a guardarli più balordamente incantato.

— Intanto non mangia proprio niente!

— Mangio poco. E non è il miglior modo per ingrassare.

— Ah!... Tu lo vuoi? — disse a un tratto Renato, che non ne poteva più di quell’imbecille.

E, alzatosi da sedere, diede un bel bacio a Luigia, che non ebbe tempo di schermirsi.

Per istrada, nell’oscurità della notte, mentre il tramway a vapore si allontanava gettando rapidi spruzzi di luce rossastra su le siepi e su i campi, essi ridevano ancora del viso sbalordito di quel povero imbecille allorchè avea visto quel bacio. Poi, nella intimità del ritorno a piedi, stringendo il braccio di Renato con abbandono, incoraggiata dal buio, ella era tornata a scusarsi:

— Non ci faccio una bella figura, lo capisco. Ma.... infine, non ho voluto mostrarmi più virtuosa che non sono. Però voi uomini non potete capirlo.

Renato la lasciava dire, accarezzandole una mano. L’accento leggermente veneziano dava un fascino deliziosissimo a quella facile parola, che risuonava nell’oscurità, fra il lieve stropiccio dei piedi sulle foglie secche del viale, e andava a perdersi nel gran silenzio della campagna così pieno di vaghi rumori.

Renato la lasciava dire, non ancora ben persuaso; anzi acceso e smanioso del possesso di quella magrolina assai più ora, che non quando l’aveva adocchiata al terrazzino del secondo piano della casa accanto, raccolta nella veste da camera di tela cruda, larga [p. 94 modifica]e ondeggiante, col braccio che usciva ignudo dalla manica rovesciata, poggiato col gomito su la ringhiera; braccio magro, coperto da peluria che dava un tono quasi bronzino alla pelle bruna.

La lasciava dire non ancora ben persuaso, ma nello stesso tempo, per raffinatezza, contento di quella resistenza così inattesa e così franca.

Era piccante! Ah, la bella bruttina, come aveva già cominciato a chiamarla, diventava qualcosa di ghiotto fra la trivialità dei soliti incontri!

E per ciò, quasi senza accorgersene, quando furono vicini a casa tornò a insistere, scherzando:

— Chiedo soltanto il favore di dar un’occhiatina al suo nido del secondo piano....

— È impossibile. Non vuol persuadersene?

— Soltanto un’occhiatina, per figurarmela nel suo vero ambiente quando la sento canticchiare con voce di falsetto.... Non vuol permettere neppur questo? Allora venga a bere un bicchierino di Kummel di Chartreuse a casa mia, qui, a due passi.... Non è un gran sacrifizio.

— Impossibile!

Ella lo supplicava con gli occhi improvvisamente gonfi di lacrime, stringendogli forte la mano, alla luce del lampione sotto cui s’erano fermati:

— Non mi offendo di quest’insistenza. È cosa naturalissima. Il torto è mio.

Renato la interruppe:

— Buona notte.

— È in collera?

— Niente affatto!

Il tono brusco della voce però lo smentiva. [p. 95 modifica]

Il fascino di quella svelta personcina, dai grandi occhi neri nel viso magro, era stato più forte della stizza. E così egli s’era lasciato riprendere, indolentemente. Promise, da gentiluomo, che non ne avrebbe più riparlato, ed ebbe l’onestà di confessarle che una relazione seria, com’ella desiderava, non era possibile.

— Ci vedremo frequentemente, da camerati, da giovinotti.... Eh?

Ella non rispose nè sì nè no, esitante:

— Ho paura di annoiarlo....

Invece Renato era molto contento quando la vedeva entrare improvvisamente in quella camera di scapolo ch’ella quasi trasformava con la sua voce, coi suoi sorrisi di ragazza irrequieta.

Intanto ch’egli preparava la solita tazza di caffè, Luigia andava da un tavolino all’altro rovistando libri, disegni, svolgendo grosse pagine di album.

Tutte queste belle donnine sono state sue amanti?

Renato non rispondeva, ostentando discrezione.

— Tanto a me può dirlo. Non ho nessuna ragione di essere gelosa. Come sono belle! Ah, l’esser bella dev’essere una grande sodisfazione! Se io fossi bella, come questa qui, per esempio, farei disperare parecchia gente, parecchia!

— È così cattiva?

— No: ma la bellezza è una forza.

Renato le assicurò ch’ella aveva qualcosa di meglio della bellezza, quel che di attraente, di simpatico che spesso la bellezza non ha.

— So benissimo che sono brutta, ma so pure che non sono antipatica.... Questo cappello alla Rubens, [p. 96 modifica]con questa gran piuma, mi dà un’aria bizzarra.... Sciocca! Lo dico da me!

E scoppiò a ridere voltando le spalle, con una smorfietta, allo specchio davanti a cui si era fermata per provarsi il cappello.

— Capelli pochi e corti. Che disperazione! E così ribelli! Non c’è pettine che riesca a domarli. Già, mi ci confondo poco. Ho ben altro da fare!... Che delizia questa camera così grande e così piena di luce! La mia è un bugigattolo da aggirarvisi appena. Mi è cara però; è piena di ricordi!

— Dolci?...

— Tristissimi. Quante lagrime, quante sofferenze, quando riarsa e stroncata dalla febbre dovevo lavorare tutto il giorno, per settimane, per mesi, rompendomi la schiena, sostentandomi di solo pane!... Non voglio neppur rammentarlo!...

— E ora?

— Ora? Vivacchio, lavorando sempre, orgogliosa di non essermi mai avvilita. Piuttosto un tonfo nel Naviglio. C’è mancato poco, un mese fa! Qualche volta ci ripenso sul serio. Infine!...

Quegli occhioni neri prendevano un’espressione indefinibile, allorchè ella parlava di morire. Ne ragionava tranquillamente, senza affettazione, come di cosa da dover accadere un giorno a l’altro, quando si è tanto disgraziati a questo mondo, quando non si ha neppure un cane che ci voglia bene o che si sia legato da un legame qualunque!

Sua madre era morta. Suo padre.... Un giorno (non poteva dimenticarlo, aveva appena sette anni) un’amica della mamma che la conduceva a spasso, le aveva additato un signore alto, bruno, bell’uomo, che entrava in un caffè. — Va’, digli: Babbo, dammi un bacio! — Ed era entrata in quel caffè e s’era [p. 97 modifica]accostata a quell’uomo veduto allora per la prima volta e gli aveva detto, tremando: — Babbo, dammi un bacio! — Quel signore, baciatala, accarezzatala e compratele delle chicche, le aveva detto: — Va’ va’ — E non lo aveva più riveduto. E non ne aveva più saputo notizia!...

— Ma perchè le racconto queste malinconie? Addio, addio.... Scappo.

— Senza pagar nulla?

Renato se la fece sedere sui ginocchi, vincendone la riluttanza:

— Voglio il mio obolo, il mio solito bacio....

— Mi lasci andare!

E quando la Luigia non fu più lì, egli rimase pensoso, sotto un’impressione che non sapeva spiegarsi, affatto nuova per lui.

Era strano. Quel corpicino magro non lo turbava più. La viva sensazione di quei baci era già diventata qualcosa di puro, di spirituale. Gli pareva quasi impossibile. E come lo metteva di buon umore ogni visita della bella bruttina! Sotto quell’apparente allegria, però, chi sa quanti e quali dolori!

Infatti, in certi giorni, lo sforzo della poverina era troppo evidente. Quegli occhi avevano pianto; quel pallore, che il suo solito sorriso non riusciva a velare, raccontava miserie, ch’ella nascondeva pudicamente e alteramente in fondo al cuore.

Renato la prendeva tra le braccia, con aria di scherzo:

— Via, confessati all’amico, al camerata. Se ti occorresse, per caso, qualche sommetta. [p. 98 modifica]

— No, no, grazie; in verità, non mi occorre niente. Com’è buono!

Intenerita, gli stringeva tutte e due le mani, ripetendo: — No, no grazie! — con voce turbata. — Se mai, ecco, le prometto che ricorrerò a lei, piuttosto che ad altra persona. Ma spero che non avvenga. Ci mancherebbe solo questo! Pur troppo, io abuso della sua gentilezza, da vera sfacciata.... No, no, grazie! Grazie!

Renato non insistette per delicatezza. E da quel giorno in poi, la invitò a pranzo più frequentemente.

Luigia, però, aveva capito sùbito; e due o tre volte aveva rifiutato, col pretesto di un precedente invito di un’amica.

Ma egli, rimasto a spiarla, l’aveva vista rimanere in casa fino a sera tardi; e il lume s’era spento presto dietro i cristalli della cameretta al secondo piano. E quella sera Renato non aveva avuto voglia di desinare neppur lui, pensando alla poverina che forse era andata a letto senza aver messo niente dentro lo stomaco.

Si trovavano quasi tutte le sere, alle otto precise, all’angolo di via Larga, come due amanti. Ella gli andava incontro sorridente, infilandosi un guanto, frettolosa:

— L’ho fatto aspettar troppo?

E, a braccetto, passeggiavano per le vie fuori mano, lentamente, fermandosi davanti le vetrine. Ella gli raccontava le sue occupazioni della giornata; Renato la interrogava intorno al passato, in modo però da non sembrare indiscreto....

— Oh, non posso più avere segreti per lei! — ella rispondeva. [p. 99 modifica]

Quella sera erano andati a rannicchiarsi in un angolo del caffè Gnocchi, presso il teatro Dal Verme, caffè mezzo deserto. E Luigia aveva parlato, per ore, squisitamente, con abilità di narratrice che lo stupiva, facendogli sfilare sotto gli occhi i ricordi della lieta fanciullezza e della triste gioventù, passata fra i riflessi verdastri della Laguna, quando sua madre viveva ancora....

— Bella mia madre! Non le somiglio affatto.

E avea continuato, appoggiando l’espressiva testina bruna sul rosso della spalliera di velluto, accostandosi a Renato con più intimità, quando venne il momento di parlare di.... quell’altro.

— Fuggita con lui dalla casa della zia, andammo a Padova, poi a Milano.... Sin dai primi mesi, egli fu costretto a lasciarmi sola, per via degli affari. Prima mi scriveva spesso; poi, a lunghi intervalli; poi, non mi scriveva più. Arrivava e partiva all’improvviso, facendomi anche soffrire.... Mi bastava così poco, che anche di quel nulla sarei vissuta contenta. Una sera, in un ballo, apersi gli occhi! C’era un’altra di mezzo.... Il sangue mi diè un tuffo. Mi sentii impazzire, e le allungai uno schiaffo, in mezzo al ballo, all’improvviso. Fui eccessiva, sì. Ma, dopo, non mi umiliai? Non gli chiesi perdono? Gli volevo bene a quell’uomo.... Gli volevo bene davvero!

Eran tornati a casa silenziosi, affrettando il passo.

— Forse ho fatto male, raccontandole la mia brutta storia.

— Anzi, te ne sono gratissimo, proprio!

— Non lo dice per cortesia?

E per la prima volta, nel separarsi, gli tese le labbra col più strano dei sorrisi di quel suo stranissimo viso di bella bruttina. Quel viso pareva livido sotto il pallore. [p. 100 modifica]

Una mattina Renato le annunziò:

— Vado via, per qualche tempo.

Luigia era rimasta senza parola, interrogandolo con incredulo sguardo....

— Dice per chiasso?

— Oh, dispiace anche a me, tanto! Ma ti scriverò spesso. Puoi esser sicura che, vicino o lontano, sarò sempre amico affezionato e sincero.

— Quando? — ella domandò dopo un momento di silenzio.

— Fra una settimana.

— Ah!

I suoi occhioni neri s’erano dilatati dall’allegrezza:

— Avevo creduto che partisse sùbito. Fra una settimana? Passerà presto anch’essa, pur troppo!...

Renato, in quei pochi giorni, se la vide venire in casa più frequentemente, meno allegra, sì, ma con cordialità più aperta.

Restava a lungo sdraiata sul canapè o su una poltrona, con la faccia appoggiata a una mano, un piedino accavalciato sull’altro, e gli occhi ombrati dalle ciocche arruffate su la larga e bella fronte, fissi su lui.

E se Renato andava a sedersele accanto e le prendeva una mano e le passava il braccio attorno alla vita, ella tentava di svincolarsi, ma fiaccamente, e finiva col lasciarsi baciare senza resistenza. [p. 101 modifica]

Prendo anticipazioni per tutto il tempo che rimarrò lontano — egli diceva.

— Non dubiti: le manderò, ogni volta, mille baci per lettera.

— Ne preferisco dieci ora.

Nelle solite passeggiate serali, Luigia gli si attaccava al braccio con abbandono:

— Non so affatto persuadermi che domani l’altro non ci troveremo più insieme.... Si rammenterà di me?... Ho qualcosa qui, nel cuore, e non riesco a metterlo fuori; un peso, una specie di rimorso. Mentre lei è stato così buono, così affettuoso, così sinceramente amico, con me, io invece mi son mostrata quasi ingrata, cattiva. Almeno debbo esserle sembrata tale. È vero?

— Perchè dici così? Hai torto.

Allora, nei punti più deserti delle vie, ella si fermava, guardandosi attorno, e gli saltava al collo, stringendolo al seno forte forte:

— E dire, che, forse, non ci rivedremo più!... È il mio maggior tormento!

Appena Renato comprese che cosa significava quella trasformazione di Luigia, sentì una commozione mista di pietà, che lo fece impallidire.

Ah! La povera creatura voleva sdebitarsi a quel modo. No; lui, invece, lui le doveva gratitudine per tante sensazioni blande, per tanti sentimenti miti, per tante ore deliziose, che gli avevano fatto riposare il corpo e lo spirito con ristoro completo. No, povera creatura! Così era stato troppo delizioso, troppo bello! Perchè guastarlo? [p. 102 modifica]

E la guardava intenerito, mentre camminavano senza scambiare una parola, tornando da Gorla con quel plenilunio di Giugno, ridente su la vasta campagna addormentata.

Era l’ultima sera che Renato restava in Milano. Perciò ella aveva voluto accompagnarlo su, rassegnata al proprio sacrifizio.

Nel togliersi il cappellino tremava. Poi si era seduta sul canapè, passandosi nervosamente le mani su la faccia.

— Ci rivedremo un’altra volta?

— Perchè no? Fra quattro mesi.

— Oh, in quattro mesi chi sa quante cose accadranno! Potrò anche morire.

Si erano presi per mano, ma non si davano neppure un bacio, sorridendosi tristemente, con lunghi intervalli di silenzio.

— Che ore sono? — ella domandò.

— Le dodici e mezzo.

— Come si è fatto tardi!

Renato restava tuttavia seduto accanto a lei.

— Perchè non si leva il soprabito?

— Voglio accompagnarti fino al portone di casa.

Luigia stette un momento a fissarlo, sbarrando gli occhi, credendo di aver capito male, grosse lacrime le tremolavano irresolute su gli orli delle palpebre.

— È..... per vendicarsi di me?

— No, no, cara! — disse Renato. — Tutt’altro! — Tutt’altro!

Infatti era tutt’altro.

L’accompagnò fino al portone.

Soffriva, fisicamente, di quella rinuncia, ma nello stesso tempo era lieto del senso di squisita sensibilità e di elevatezza che gli faceva battere il cuore. Nel silenzio della via, Luigia intanto piangeva e sorrideva, [p. 103 modifica]mentre il petto le si allargava in un gran respiro di sollievo.

Egli le diè gli ultimi baci più caldi, più lunghi, più intensi che mai, per farle capire che le era gratissimo dell’offerta di sè così delicatamente fatta, e che gli sarebbe parso di commettere un’imperdonabile viltà, dopo tutto quel che sapeva di lei, se ne avesse approfittato per la sodisfazione di un basso capriccio.





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