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Come l'onda/III

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III. — Sogno vivente

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II IV

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SOGNO VIVENTE.

III.

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Miss Flower faceva davvero onore al suo cognome. Alta, bionda, con occhi azzurri, limpidissimi, carnagione bianca, freschissima, voce di rara dolcezza, accento che dava particolare incanto all’italiano da lei parlato, non lasciava supporre che avesse già varcato la trentina, avviata verso quell’età in cui la donna sembra di arrestarsi per qualche tempo, quasi sgomenta di andar oltre.

Il giorno che Efisio Ronchi la vide entrare nel suo studio, accompagnata dalla signora Pinotti, moglie del commendatore paesano e vecchio amico di lui, ebbe la sensazione che la signora gli avesse condotto colà qualcosa di irreale, un sogno vivente, com’egli si espresse col suo immaginoso linguaggio di artista.

— Bisogna proprio venire a scovarvi qui! — disse la Pinotti. — Vi siete fatto prezioso.

Ronchi, con le mani intrise di creta, tentava di sbarazzare la seggiola e la poltrona vicine e ingombre di carte, di oggetti diversi, per offrir da sedere alle due insolite visitatrici.

— Lasciate stare. Permettetemi di presentarvi a questa mia gentile amica, vostra ammiratrice. [p. 78 modifica]

Egli era diventato rosso in viso, sotto l’arruffata folta capigliatura grigia e tra la incolta barba dello stesso colore, che gli scendeva su lo sparato del camicione di tela grezza e quasi si confondeva con esso.

— Miss Anna Flower — soggiunse la signora — che ha voluto sorprendere un artista nell’ardore del lavoro... e nel disordine del suo studio.

— Oh!... In quanto a disordine! — fece Ronchi sorridendo argutamente.

— Noi profani — disse miss Flower — non sappiamo immaginarci il posto... l’ambiente dove l’artista si abbandona alla creazione delle sue opere. Ci figuriamo che debba essere qualcosa di strano, di suggestivo, di fantastico, e invece, ho visitato parecchi studi di artisti in voga, a Parigi, a Berlino, a Monaco, e ne ho avuto la cattiva impressione di locali arredati con ben calcolata astuzia per far colpo sui visitatori. Il vero artista ha il suo... studio dentro di sè.... Non so se dico bene.

— Dice benissimo.... Per lo meno, dovrebbe essere così. Ma non tutti gli artisti pensano e sentono a un modo, nè tutti possono sodisfare i propri gusti; la vita è tiranna.

— Avrete tempo di chiacchierare dopo — intervenne la signora Pinotti. — Intanto sappiate, caro Ronchi, che la signorina non è venuta soltanto per curiosità. Ha una commissione da darvi. Ve lo spiegherà lei.

— Un capriccio: il mio ritratto, un terzo del vero, con la persona drappeggiata nel peplo alla greca o alla romana. L’abito moderno, mutando di foggia ad ogni stagione, mi sembra che debba dare un’impronta di caducità all’opera d’arte. Non le pare?

— Sì, sì! [p. 79 modifica]

Come se Ronchi rispondesse a un’interrogazione del suo pensiero, intanto che guardava così fissamente miss Flower da imbarazzarla un po’. Già la vedeva modellata, a un terzo del vero, sul cavalletto, avvolta nel peplo; e ripeteva: — Si, si! — per affermare che non avrebbe potuto ritrarla altrimenti. Quella figura gli si era rapidamente fissata nell’immaginazione, da dargli l’impressione che non fosse una statua da fare, ma il ricordo di un lavoro da parecchio tempo compiuto.

— Quando vorrà; sono ai suoi ordini — disse. — Dovrà adattarsi a posare in questo misero studio.

— Misero, no davvero. Ci son tanti tesori! Tra due o tre giorni, se non le fa disturbo. Purchè io sia libera a metà del mese entrante; voglio essere a Londra pel compleanno di mia madre.

— Si stancherà....

— Non ho niente da fare. Sarà attraentissimo spettacolo vederla lavorare. Anzi, se non le dispiace....

Miss Flower si rivolse alla signora Pinotti, accennandole d’intervenire.

— Già — ella disse. — Miss Flower vorrebbe avere un ricordo.... Insomma si tratterebbe di prendere giorno per giorno delle fotografie.

— Voglio vedermi nascere, uscir fuori, di mano in mano, dal mucchio della creta sotto il magistero della sua stecca e delle sue dita.... Me lo permetterà?

— Diamine! È un’idea da fine artista.

— È poetessa la signorina. Peccato che scriva in inglese! Io non ne capisco niente.

E la signora Pinotti rise, stringendo affettuosamente la mano a miss Anna, che si era rizzata da sedere per meglio osservare il busto di vecchio a cui Efisio Ronchi stava lavorando al loro arrivo. [p. 80 modifica]

La sera dello stesso giorno egli era andato in casa Pinotti a ringraziare il commendatore e la moglie per la commissione procuratagli.

— Non ci entriamo — disse il commendatore. — Miss Anna ha ammirato nell’ultima Esposizione quella deliziosa figurina di «Sirena», che i nostri cari concittadini non hanno voluto per la fontana municipale. Cretini!... È quasi milionaria, miss Anna.

— Mi ha domandato — soggiunse la signora — se occorre anticipare qualche somma.

— Niente! Niente! — si affrettò a rispondere Ronchi.

— Perchè? Ti può far comodo — riprese il commendatore. — I quattrini non si rifiutano mai.

— Voglio fare un purissimo lavoro d’arte. Poi, se occorrerà.... Mi è parso di vederla entrare accompagnata da un sogno vivente, mia buona signora. Se riuscirò a fare quel che intendo di fare....

— Riuscirai senza dubbio, anche perchè veggo che il modello ti ha impressionato assai bene. Un sogno vivente! Forse esageri un po’; ma gli artisti veggono le cose in modo diverso dagli altri. Rammenti?

— Mio marito ne parla spesso — fece la signora. — È proprio vero?

— Una bruttezza fenomenale! Non hai osato di farla posare.

— Allora pensavo a tutt’altro!

— La chiamavano: «La strega di Ronchi». Al Caffè Greco, a ogni vostra apparizione, tutte le matite, tutte le penne si mettevano in moto: schizzi, caricature, macchiette con inchiostro di Cina; [p. 81 modifica]proprio una gara tra gli artisti. Lei figurava di non accorgersi.... Sembrava fiera di quella sua bruttezza. Gli occhi, sì, sì; e anche il sorriso, talvolta.... Non era giovanissima. Beati quei tempi!

Efisio Ronchi alzò le spalle. Per non ricordare quelli che il commendatore aveva chiamati bei tempi, egli più non andava al Caffè Greco.

Si sentiva stanco, invecchiato, quantunque avesse appena cinquantatrè anni; stanco, invecchiato più di animo che non di corpo, poichè lavorava accanitamente per vincere la disdetta che continuava a perseguitarlo; lavorava col cuore avvelenato, a busti, a ritratti di morti da cavar da fotografie che, fatte in diverse epoche, sembravano di persone diverse.

Ci voleva uno sforzo straordinario d’interpretazione, di pazienza per contentare i parenti del morto. Così gli mancava il tempo di lavorare liberamente a qualche soggetto ardito o elevato di suo gusto.

Quella «Sirena», di cui aveva parlato il commendatore Pinotti, era una mirabile figura, che pareva uscita dalle mani del più puro artefice greco. L’aveva modellata in poco tempo, febbrilmente, anche per la sodisfazione di vederla posta come ornamento di una pubblica fontana del suo paese nativo; ma i signori del Municipio non avevano creduto opportuno, come avevano detto, di deturpare la nuova piazza con una figura di donna nuda, procace, che avrebbe dovuto contorcere nella vasca la sua orribile coda di pesce!

Era stato un gravissimo colpo per Efisio Ronchi. Aveva passato una settimana di torpore, incapace di lavorare; soltanto la coscienza di aver fatto una vera squisita opera d’arte gli aveva impedito di prendere un martello e di fare in pezzi il gesso posto sul cavalletto in un angolo dello studio. Poi l’aveva [p. 82 modifica]coperto con uno straccio, tentando di scordarsene, lavorando intorno a quel busto di vecchio caratteristicamente rugoso, che sembrava animarsi di un malizioso sorriso sotto le carezze del pollice modellatore delle labbra carnose.

Gli era parso di sentirsi rivivere, di quasi ringiovanire nell’attesa di miss Flower, che doveva venire per la prima posa. Aveva un lieve fremito per tutta la persona; un’agitazione di forze creative nell’immaginazione. Il sogno vivente doveva divenire in poche settimane realtà vivente.

Miss Anna era arrivata puntualissima, all’ora stabilita da Efisio, perchè lo studio fosse illuminato dalla luce opportuna. Vedendo che l’artista aveva messo un po’ d’ordine e fatta un po’ di pulizia, aveva esclamato:

— Oh! Era meglio l’altra volta! A me piace la sincerità. Va bene questa pettinatura?

— Perfetta!... Io non ho un gabinetto da signora.

— La toeletta da fare è semplicissima.

Cavò dalla scatola, portata dalla donna che l’accompagnava, una specie di camice e il peplo di finissima stoffa di lana bianca.

— Qui, dietro questa tenda — indicò lo scultore.

Poco dopo, miss Anna veniva fuori completamente trasfigurata: un’apparizione ideale ellenica di suprema bellezza. Ronchi dovè soltanto aggiustare alcune pieghe.

— Potete andar via — ella disse alla donna.

Quando lo scultore la vide sullo sgabello, ritta, nell’elegantissima posa da lei presa senza esitazione, quasi l’avesse lungamente studiata, provò un istante di sgomento: gli parve che stesse per tentare l’impossibile. Ma sùbito si gettò sul pastone di creta accumulato sopra il cavalletto, affondandovi le mani, [p. 83 modifica]dando rapidi sguardi al modello, togliendo manate di creta qua, aggiustandone là, assottigliando certe tracce di pieghe segnate con una ditata, salendo su su, fino alla testa, appiccicandovi pezzetti di creta che poi dovevano formare la pettinatura.

— Parli, parli pure.... Non si stanchi stando immobile.

Miss Flower sorrideva, rispondendo:

— E in quest’informe mucchio di creta già s’indovina la statua.... Lei la vede, è vero? Credo che deve soffrire lavorando, anzi lottando.... Si riposi. Riposiamoci.

Si era seduta sulla poltrona. Aveva nel limpidissimo azzurro degli occhi un’espressione di serenità straordinaria, forse non mai turbata, pensava Ronchi osservandola.

Sulle piccole rosee labbra le fioriva un sorriso così dolce, così comunicativo, che anche tra gli ispidi baffi e la barba arruffata, la bocca dell’artista parve costretta ad atteggiarsi a un sorriso di ammirazione commossa.

— È poetessa lei? — disse Ronchi. — La mia ignoranza m’impedisce di conoscerla sotto quest’intimo aspetto. Dev’essere una gran sodisfazione il veder fissata con la musicalità del ritmo, con la precisione della parola, i proprii sentimenti.

— Una cosa triste, dovrebbe dire — ella rispose succhiudendo gli occhi. — La parola non arriva mai ad esprimere compiutamente il sentimento che ci agita, quando tentiamo di manifestarlo. Questo probabilmente, non avviene ai grandi e veri poeti.... Talvolta sì, oso di credere. Tanto è vero che leggendo i loro versi noi ci sentiamo andare più in là, più in là, quasi ogni parola, ogni modulazione di ritmo nascondano qualcosa che neppure un Genio [p. 84 modifica]è riuscito ad esprimere intero. E il loro incanto consiste soprattutto in ciò, in certa oscurità, in certe reticenze meravigliose. La scultura è chiara, precisa, non la godiamo soltanto col senso della vista, ma possiamo toccarla, palparla. A Siracusa ho provato una sensazione ineffabile tastando quella Venere, che ha entusiasmato Maupassant. Mi è parso di sentir sparire sotto la pressione delle dita la durezza del marmo. Ne ho preso parecchie fotografie. Chi si accorgeva in quel momento che la statua, disgraziatamente, era mutilata?... Basta per oggi, mi pare. Fissiamo l’informe....

Si alzò, mise a punto la macchinetta fotografica che aveva portato, e prese tre negative da tre punti diversi.

— Pubblicherò in uno dei nostri Magazines la gestazione di un capolavoro. Non protesti; sarà un capolavoro.

Ronchi, pochi giorni dopo, quando la figura sembrava proprio liberata in gran parte dell’involucro che l’avvolgeva, appena miss Anna fu andata via — e la posa era stata lunga e la conversazione, o meglio, i soliloqui di lei sempre più varii e interessanti, giacchè egli si attentava appena d’interromperla — si sentì preso da inesplicabile languore e si lasciò cadere abbandonatamente su la poltrona, che serbava ancora il tepore del corpo di miss Flower.

Che cosa accadeva dentro di lui?

Di mano in mano che faceva quella specie di introspezione, di esame di coscienza, un brivido di terrore lo invadeva. Da anni ed anni egli viveva, secondo la sua espressione, come un animale da soma, affaticato, oppresso dal continuo umile lavoro a cui pareva che la sua cattiva sorte volesse asservirlo; unicamente preoccupato di urgenza di danaro, umiliato [p. 85 modifica]del dover accettare compensi che gli sembravano elemosine mal dissimulate, o piuttosto ricatti alla sua miseria, facendo una vita di segregazione in quell’antro del suo studio, dove restava chiuso fino a che un barlume del tramonto penetrava dall’ampia vetrata; affrettandosi a prendere un frugalissimo pasto in un’osteriuccia nella quale nessuno lo conosceva, e andando sùbito a letto stanco anche moralmente, per riposarsi più che per dormire.

Ed ecco che egli si scopriva.... Stava per diventare pazzo, dunque?... E scopriva che ciò era avvenuto sin dal primo giorno, sin dal primo istante in cui il sogno vivente era apparso nel suo studio. E lei, se n’era dunque accorta anche lei?

— Sono indiscreta? — ella aveva detto poco prima. — Non le è mai successo d’innamorarsi della sua modella? Quella che ha posato per la «Sirena» doveva essere bellissima, per quanto lei abbia potuto idealizzarla....

— Ah! Per noi, la modella raramente è una donna.... Ed è bene che sia così.

Ma la risposta gli era uscita dalle labbra stentatamente, quasi sentisse di mentire in quel momento.

— Infatti — ella soggiunse — è più facile che l’artista s’innamori della sua creazione come nella favola greca.

Perchè miss Anna aveva parlato così? Il suo acutissimo sguardo gli aveva già letto nel cuore?

Come doveva ridere di lui vecchio, sciatto, miserabile! Ebbene, non gli importava niente. Quel ch’egli provava in quei giorni era un mirabile rifiorire di giovinezza, o qualcosa di simile agli ultimi guizzi di una lampada che sta per spegnersi.

Ma ormai il suo lavoro era finito, ed egli s'inorgogliva [p. 86 modifica]s'inorgogliva a ragione di quell’opera d’arte davanti a cui miss Anna si era fermata in ammirazione.

— Sono proprio io? Non mi avete trasfigurata? E domani.... Non posso pensarci!... Quest’opera immediata delle vostre mani andrà distrutta per cavarne il gesso! Che peccato!... E, dite, la riproduzione dovrà essere in marmo o in bronzo?

— In marmo finissimo.

— Conservare il lavoro in creta, coprirlo con un panno umido ogni giorno, quasi praticando un culto.... No, non è possibile: sarebbe un continuo pericolo.

Miss Flower era partita improvvisamente.

— Mi aveva detto di voler lasciarmi qualche migliaio di lire per le spese; e nella fretta se n’è dimenticata.

— Meglio, cara signora — rispose Ronchi alla Pinotti venuta ad ammirare il bellissimo gesso.

Nella sua dignità di creatore era contento di non veder mescolato a quell’ideale d’arte qualcosa di mercenario.

— Com’era orgogliosa dell’opera vostra! Una sera, da noi, disse tante e tante cose strambe.... da poetessa! Mio marito la guardava a bocca aperta. Disse: — In quel mio ritratto c’è infusa tutta l’anima dell’artista, e così intimamente che, talvolta, ho l’illusione, paurosa, di sentirla anche in me! —

Trascorsero mesi e mesi senza che miss Flower desse notizie di sè. A lettere, a telegrammi, nessuna risposta.

L’ansia che, intanto, turbava lo scultore aveva messo nei suoi occhi una luce da febbricitante, quasi da folle. Ma il giorno che la signora Pinotti gli [p. 87 modifica]consigliò di rivolgersi alle autorità di Londra per avere notizie della Flower, Efisio Ronchi rispose:

— No! Se è viva, tornerà a scrivere; ho questa certezza. Se è morta....

E non finì la frase. Spalancò le braccia con gesto di rassegnato, e sorrise tristemente. Le labbra gli tremavano come il cuore; e negli occhi gli si accentuò quella luce da febbricitante, quasi da folle, ch’egli non si curava più di nascondere; tanto egli viveva ancora accanto al fantasma del suo divino Sogno vivente!

Ronchi spesso passava ore ed ore in beata contemplazione di quel gesso, che prendeva nella sua fantasia il roseo colorito di miss Anna, l’oro dei capelli, il limpido azzurro degli occhi, anche la voce e l’accento di lei, che più non si faceva viva.

Era morta, dunque? Sarebbe ricomparsa improvvisamente, com’egli sperava ancora? Ma, ormai, a lui bastava di averla immortalata in quella forma.

Viveva sotto il fascino d’un sentimento divenuto quasi morboso. Talvolta provava un senso di rilassatezza, di fiacchezza spirituale, una specie di evaporazione non sapeva di che cosa; di lì a poco però il fascino riprendeva vigore, nonostante ch’egli, più invecchiato, più avvilito, fosse costretto a darsi al suo solito lavoro, se non voleva ridursi a morir di fame.

Un famoso antiquario, visto il ritratto di miss Flower, era rimasto sbalordito.

— Ci sarebbe da fare un mucchio di quattrini! — esclamò — Col trucco di farlo scavare in qualche località della Terra di Lavoro, della Capitanata.... Il guaio è che è stato visto da qualcuno. Pure si potrebbe tentare...

— Non lo vedrà più nessuno!... Mai!

Ronchi si era atteggiato come chi voglia difendere una persona cara, anche a costo della vita. [p. 88 modifica]

Un fremito d’indignazione lo scoteva da capo a piedi, quasi quel vile speculatore avesse tentato di profanare l’immagine purissima del suo ideale.... Del suo amore! Non lo dicevano le parole, ma i palpiti del suo cuore, che in quel momento soffriva sotto l’impeto improvviso di una adorazione lungamente repressa.

L’antiquario gli vide buttar lestamente sulla statua il logoro panno, che prima l’avvolgeva.

— Non lo vedrà più nessuno! Mai! E poi, se ne ricordi in avvenire: io non sono un mistificatore, un ciarlatano!...

— Con questi scrupoli.... si capisce!

E l’antiquario andò via senza neppur salutarlo.