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I III
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II.


Sebbene Mattia insistesse perchè Elias si recasse tosto con lui all’ovile, il reduce per qualche giorno restò a casa, ricevendo visite di amici e parenti, e riposandosi.

Zio Berte e Mattia ritornarono all’ovile, Pietro ai suoi lavori; ma or l’uno or l’altro rientravano in paese, di sera, per rivedere Elias e tenergli compagnia. Allora erano grandi chiacchiere e racconti, intorno al focolare, o nel cortiletto nelle sere limpide primaverili. Elias non subiva la sorveglianza speciale che di solito adesso segue e rincrudisce la pena; ma, almeno per i primi tempi, era tenuto d’occhio dalla questura; e spesso, di sera, due carabinieri percorrevano con passo pesante il viottolo, si fermavano, mettevano la testa entro il portone di zio Berte.

Se zio Berte era in casa e i suoi occhietti malati di volpe distinguevano i carabinieri, [p. 30 modifica]tosto si alzava tra il rispettoso e il beffardo, veniva sul portone e li invitava ad entrare.

— Ben venuto il Re, ben venuta la forza! — gridava. — Entrate dentro, qui, giovani, venite a bere un bicchiere di vino. Oh che non volete entrare? Oh che credete d’essere in una casa di assassini o di ladri? Galantuomini siamo noi, e voi non avete da porre il naso nelle nostre faccende.

Quelli, due giovanotti rossi e grossi, si degnavano di sorridere.

— Entrate o non entrate? — proseguiva zio Portolu. — Vi tiro? Volete che vi tiri? Ma badate che io resto col pezzo in mano. Se non volete entrare andate al diavolo. Vino buono ha, zio Portolu!

Quelli finivano per entrare: ed ecco tosto zia Annedda con la famosa caraffa.

— Viva il Re, viva la forza, viva il vino! Bevete, che la giustizia vi percuota....

— Oh, oh, — osservava Mattia, se c’era. — cosa dite, babbo mio! Allora si percuotono da sè stessi.

— Ah, ah, ah!

— Non c’è da ridere. Bevete, figliuoli miei. E bevi anche tu, Mattia, chè ti fa bene alla testa, e bevi anche tu, Elias, che hai in viso [p. 31 modifica]il color della cenere. Rossi bisogna essere per esser uomini. Li vedi tu questi giovanotti? Così rossi bisogna essere. Ebbene, voi diventate anche più rossi, che diavolo! Vi vergognate per le parole di zio Portolu, forse? Eh, egli ne ha fatto arrossire altro che voi! Ha fatto arrossire dei dragoni, zio Portolu. Voi non sapete chi è zio Portolu? Ebbene, ve lo dico io: sono io.

— Con piacere! — dicevano i due giovanotti, inchinandosi e ridendo. Si divertivano, e il vino di zio Portolu era davvero buono, frizzante e aromatico.

Zio Berte si pigliava la libertà di mettere le mani addosso ai carabinieri.

— Cosa vi credete, voi? La forza! Un corno di capra! Aspettate che vi tolgo questo coltello lungo, questa pistola, questi bottoni: che resta di voi? Un corno, ve l’ho detto. Proviamo a mettere queste cose a Elias, a Mattia, a Pietro mio: eccoli, sono migliori di voi. Tre fiori, tre colombi. I figli miei! Ai figli miei voi non avete da dir nulla. Essi non hanno bisogno di andar a rubare, perchè noi ne abbiamo della roba, anche da gettarne ai cani ed ai corvi.

— Bumh!... — diceva Elias, seduto [p. 32 modifica]silenzioso in un cantuccio. — Questo poi è troppo, babbo mio.

— Lascialo dire.... — mormorava Mattia, tutto contento per le spacconate del padre.

— Tu sta zitto, figlio mio, tu di queste cose non ne sai, tu sei nato ieri. Ma che state facendo, giovanotti? Bevete, bevete, che diavolo! L’uomo è nato per bere, e noi siamo uomini.

— Siamo tutti uomini, — concludeva filosoficamente, con accento persuasivo, — uomini voi e noi, e bisogna compatirci a vicenda. Oggi voi avete le spade e rappresentate il re, che il diavolo lo fugga, ma domani? Ebbene, domani può darsi che rappresentiate un corno, e può darsi che zio Portolu allora vi sia utile. Perchè io sono di buon cuore, ah, questo può dirvelo tutto il paese; come zio Berte ce ne son pochi. Ma anche i figli miei son di buon cuore; hanno il cuore come colombi. Ebbene, se voi passate nel nostro ovile, nella Serra, noi vi daremo latte, formaggio, ed anche miele. Eh, abbiamo anche miele, noi! Ma voi, giovanotti, chiudete un occhio, o magari tutti e due, non spiate al re tutte le cose che vedete, perchè infine tutti siamo uomini, tutti siamo soggetti all’errore....

[p. 33 modifica]I due giovanotti ridevano, bevevano, e se occorreva chiudevano davvero un occhio e magari tutti e due sulle debolezze dei Portolu e dei loro amici.

A proposito di amici, vennero a trovar Elias anche quelli dalla cui mala compagnia egli e la famiglia facevano dipendere la disgrazia: e nonostante i suoi propositi, di non riceverli, anzi di chiuder loro il portone sul muso se si azzardavano di venire, egli li accolse cristianamente, e zia Annedda diede loro da bere.

— Che cosa si vuol fare? — disse lei, quando se ne furono andati. — Bisogna esser cristiani, bisogna compatire. Che Dio li perdoni!

— Eppoi è meglio star in pace con tutti. Il Signore comanda la pace, — rispose Elias.

— Che tu sii benedetto, Elias, tu hai detto una grande verità.

Ah, come si sentiva contenta zia Annedda quando il figliuolo parlava di Dio! E quando lo vedeva tornar dalla messa; e quando egli leggeva in quel grosso libro nero, portato da quel luogo!

— Che Dio sia lodato! — pensava tutta commossa, — egli torna ad esser buono come lo era da bambino.

[p. 34 modifica]Intanto madre e figlio si preparavano a sciogliere il voto a san Francesco.

La chiesa di San Francesco sorge sulle montagne di Lula. La leggenda la dice edificata da un bandito che, stanco della sua vita errabonda, promise di sottomettersi alla giustizia e di far sorgere la chiesa se veniva assolto. Ad ogni modo, vera o no la leggenda, i priori, cioè quelli che dirigono la festa, vengono ogni anno sorteggiati fra i discendenti del fondatore o dei fondatori della chiesa. Tutti questi discendenti, che si dicono anche parenti di San Francesco, formano al tempo della festa e della novena, una specie di comunità, e godono certi privilegi. I Portolu erano nel numero. Pochi giorni prima della partenza, Pietro si recò a san Francesco col suo carro e i suoi buoi, e prestò gratis l’opera sua, assieme con altri contadini e muratori, alcuni dei quali lavoravano per voto. Accomodarono la chiesa e le stanzette costrutte intorno, e trasportarono le legna che dovevano ardere durante il tempo della novena. Zia Annedda, per parte sua, mandò una certa quantità di frumento dalla prioressa, e assieme con le altre donne della tribù dei discendenti dei fondatori della chiesa, aiutò a [p. 35 modifica]pulir la farina ed a fare il pane da portarsi alla novena. Una parte di questo pane fu, da un messo del priore, recato in dono agli ovili della campagna nuorese. Ad ogni ovile un pane. I pastori lo ricevevano con devozione, o in ricambio davano quanto più potevano dei loro prodotti: alcuni anche denaro e agnelli vivi: altri promettevano di donare intere vacche che andrebbero ad aumentare gli armenti del Santo, già ricco di terre, denari e greggie. Quando il messo arrivò nell’ovile dei Portolu, zio Berta si scoprì il capo, si segnò, bacio il pane.

— Ora non ti dò nulla, — disse al messo, — ma il giorno della festa io sarò là, presso la mia piccola moglie, e porterò al santo una pecora non tosata e tutta l’entrata (il prodotto) di un giorno delle mie greggie. Zio Portolu non è avaro e crede in san Francesco, e San Francesco lo ha sempre aiutato. Ora va con Dio.

Zia Annedda intanto continuava i suoi preparativi: fece del pane speciale, biscotti, dolci di mandorle e miele; comprò caffè, rosolio, altre provviste. Elias seguiva con occhio affettuoso l’affaccendarsi calmo di sua madre: talvolta l’aiutava. Egli non usciva quasi mai [p. 36 modifica]di casa; si sentiva sempre fiacco, debole, e spesso i suoi occhi azzurri-verdognoli, un po’ infossati, avevano una fissazione vitrea, e si smarrivano nel vuoto, nel nulla: parevano gli occhi d’un morto.

Finalmente giunse il giorno della partenza. Era una domenica, ai primi di maggio. Tutto era pronto entro le bisaccie di lana; e qua e là per le vie si vedeva qualche carro carico di attrezzi e provviste, coi buoi aggiogati per la partenza.

Zia Annedda ed Elias, prima di partire, andarono ad ascoltar la messa nella chiesetta del Rosario: poco prima che la messa cominciasse venne un uomo, un paesano, andò davanti ad un altare e prese una piccola nicchia di legno e vetro; dentro c’era un piccolo san Francesco: mentre stava per uscire, alcune donne gli fecero cenno perchè si accostasse e porgesse da baciare la nicchia: anche Elias lo chiamò con un cenno del capo e baciò il vetro ai piedi del Santo.

Poco dopo tutti erano in viaggio. Il priore, un paesano ancor giovane, con la barba quasi bionda, montava un bel cavallo grigio, e portava lo stendardo e la nicchia: seguivano altri paesani, con donne in groppa ai cavalli; [p. 37 modifica]donne che cavalcavano da sole, donne a piedi, fanciulli, carri, cani. Ciascuno però viaggiava per conto suo, chi più in là, chi più in qua della strada.

Elias, con zia Annedda in groppa ad una mansueta cavalla balzana, era fra gli ultimi: un puledrino, figlio della cavalla, poco più grande d’un cane, li seguiva da vicino.

Era un mattino bellissimo. Le forti montagne verso cui si viaggiava sorgevano azzurre sul cielo ancora acceso delle fiamme violacee dell’aurora. La valle selvaggia dell’Isalle era coperta di erbe e di fiori; sul sentiero roccioso spiovevano, come grandi lampade accese, le ginestre d’oro giallo. Il fresco Orthobene, colorato del verde dei boschi, dell’oro delle ginestre, del rosso fiore del musco, si allontanava alle spalle dei viandanti, sullo sfondo perlato dell’orizzonte. D’un tratto la valle s’aprì: apparvero solitarie pianure coperte di messi ancor tenere, brillanti di rugiada, che sotto i raggi del sole non ancora alto, avevano un luminoso fluttuare di argento. I prati coperti di papaveri, di timo, di margherite, esalavano irritanti profumi.

Ma i viandanti dovevano salire le montagne e lasciarono di fianco le pianure conducenti [p. 38 modifica]al mare. Il sole cominciava a batter forte; e i rozzi cavalieri nuoresi cominciavano a bere, per “rinfrescare la gola„, fermando di tratto in tratto i cavalli e arrovesciando il viso sotto le zucche incise dove tenevano il vino. Una grande allegria era in tutti. Alcuni spronavano ogni tanto i cavalli, slanciandosi ad un agile galoppo, poi ad una corsa sfrenata, arrovesciandosi un po’ indietro, emettendo grida selvaggie di gioia.

Elias li seguiva con occhio fisso, e il suo viso s’illuminava; anche lui aveva voglia di gridare; sentiva un brivido per le reni, un istintivo ricordo di corse lontane, un bisogno di slanciarsi ancora all’agile galoppo, alla corsa inebbriante e libera; ma il braccino sottile di zia Annedda gli legava la vita, ed egli non solo frenava il suo istinto d’uomo primitivo, ma rimaneva assai indietro a tutti i cavalieri, perchè la polvere da essi sollevata non offendesse la vecchietta.

Finalmente cominciarono a salir la montagna. Fitte macchie di lentischi salivano e scendevano tra il fosco brillar dello schisto, costellata di rose canine in piena fioritura.

L’orizzonte stendevasi ampio e puro, il vento odoroso passava ondulando le verdissime [p. 39 modifica]brughiere: ineffabile sogno di pace, di solitudine selvaggia, di silenzio immenso appena rotto da qualche richiamo lontano di cuculo, e dalle voci sfumate dei viandanti. Ed ecco, d’un tratto, il sublime paesaggio profanato e desolato dalle bocche nere e dagli scarichi delle miniere: poi di nuovo pace, sogno, splendore di cielo, di pietre fosche, di lontananze marine; di nuovo il regno ininterrotto del lentischio, della rosa canina, del vento, della solitudine.

A un certo punto, in un’alta spianata, fra i lentischi, tutti si fermarono: alcune donne smontarono di sella, gli uomini bevettero. La tradizione dice che là volle fermarsi la statua del Santo mentre la trasportavano alla chiesuola, e che volle da bere! Si scorgeva la chiesa, coi suoi muri bianchi e i tetti rossi, adagiata a mezza china tra il verdeggiar delle brughiere.

Dopo una breve sosta si riprese il viaggio. Ed Elias Portolu e zia Annedda restarono gli ultimi. La mèta s’avvicinava; il sole s’avviava allo zenit, ma il vento gradevole, odoroso di rose canine, ne temperava l’ardore.

Ecco il fondo d’una piccola valle, ecco di nuovo la salita: i bianchi muri, i rossi tetti si avvicinano. Coraggio, la salita si fa aspra [p. 40 modifica]ed arida, attaccatevi bene alla vita di Elias, zia Annedda! La cavalla è stanca, tutta lucente di sudore; il puledrino non ne può più. Coraggio. L’accampamento è vicino; ecco la bella chiesa, con le casette intorno, col cortile, col muro di cinta, col portone spalancato. Sembra un castello tutto bianco e rosso sull’azzurro intenso del cielo, sul verde selvaggio delle brughiere ondulate.

Dal basso Elias e zia Annedda vedevano i cavalli e i cavalieri spingersi, aggrupparsi, entrar compatti per il portone spalancato, tra un nugolo di polvere. Gli uomini perdevano le berrette, le donne i fazzoletti; alcune tenevano i capelli sparsi, scioltisi nel moto affannoso del cavalcare. Una campana stridula suonava dall’alto, e i suoi piccoli rintocchi di gioia si spezzavano, si smarrivano in quell’immensità di cielo azzurro e di paesaggio verde.

Elias e zia Annedda entrarono ultimi. Nel cortile invaso d’erbe selvaggie, pieno di sole cocente, era un affannarsi d’uomini o di donne, una confusione di bestie stanche e sudate. Qualche bimbo strillava, qualche cane abbaiava. Le rondini passavano stridendo sopra il cortile, quasi spaurite nel vedere quella [p. 41 modifica]grande solitudine di montagna così improvvisamente animata. E invero pareva che una tribù errante fosse venuta di lontano per dare l’assalto a quel piccolo villaggio disabitato. Le porticine s’aprivano, le tettoie risuonavano di grida e di risate.

Elias aiutò tranquillamente sua madre a smontare, poi smontò egli stesso, legò la cavalla e si caricò sulle spalle, una dopo l’altra, le colme bisaccie che contenevano provviste e coperte. E i Portolu, come tutti gli altri della tribù dei fondatori della chiesa, presero posto nella cumbissia maggiore. È questa cumbissia una lunghissima stanza, semibuia, rozzamente selciata, col sotto-tetto di canne. Di tratto in tratto, infisso al suolo, c’è un focolare di pietra, e sulle rozze pareti un grosso piuolo. Ognuno di questi piuoli indica il posto ereditario delle famiglie discendenti dai fondatori.

I Portolu presero possesso del loro chiodo e del loro focolare in fondo alla cumbissia, che in vero quell’anno non era molto animata. Solo sei famiglie l’abitavano, il resto dei novenanti era gente non appartenente alla tribù, e quindi abitava le altre numerose stanzette.

[p. 42 modifica]Il priore con la sua famiglia, il cui posto d’onore era distinto da un armadietto praticato sul muro e chiuso, prese però posto per due o tre famiglie. Era una famiglia numerosa quella del priore, con una prioressa magnifica, grassa e bianca come una vacca, con due belle figliuole e una nidiata di bimbi già vestiti in costume. Il più piccolo, ancora fasciato, aveva appena un anno; meno male che fra le masserizie appartenenti alla chiesa c’era anche una piccola culla di legno bianco, ove il bimbo fu subito deposto.

L’installamento dei Portolu fu in breve fatto. Zia Annedda depose in un buco del muro il suo canestro di dolci, il suo pane, il suo caffè: sul focolare mise la caffettiera e la pentola; lungo la parete distese il sacco, la coperta, il guanciale di stoffa rossa, e collocò il cestino di canna con le chicchere e i piatti. E fu tutto. Per prossimi vicini i Portolu avevano una piccola vedova curva, con due nipotini; fecero subito amorevole relazione, scambiandosi regali e complimenti. Subito dopo Elias tolse la sella alla cavalla, e questa col puledrino sfrenò al pascolo nella vicina brughiera.

Mentre nel cortile e nelle stanzette [p. 43 modifica]continuavano le grida, il via vai, la confusione, zia Annedda se n’andò a pregare in chiesa; una chiesetta fresca, pulita, col pavimento di marmo, e un gran Santo barbuto che in verità inspirava più paura che affetto. E poco dopo ecco in chiesa anche Elias; s’inginocchiò sui gradini dell’altare, con la berretta gettata sull’omero, e pregò.

Zia Annedda lo guardava intensamente, pregando con fervore: pareva fosse lui il Santo a cui le sue materne preghiere venivano dirette. Ah, quel profilo delicato e stanco, quei viso bianco e patito, quanta tenerezza le destavano! E vederlo lì, il diletto figliuolo, inginocchiato ai piedi del Santo, compiendo il voto fatto in terre lontane, in luoghi ingrati, ah, era una cosa che struggeva il cuore di zia Annedda.

— Ah, Santu Franziscu bellu, piccolo San Francesco mio, io non ho parole per ringraziarti. Pigliati la vita mia, se ti piace, tutto quello che vuoi, ma che i miei figli sieno felici, che vadano per le rette vie del Signore, che non siano troppo attaccati alle cose del mondo, Santu Franzischeddu mio!

A poco a poco il via vai, il chiasso, la confusione cessarono: ciascuno aveva preso il [p. 44 modifica]suo posto, anche l’illustrissimo signor cappellano, un prete alto appena un metro e trenta, molto rosso in viso, molto allegro, che fischiava ariette di moda e canterellava canzonette quasi quasi di caffè-concerto.

I cavalli furono portati al pascolo; s’accesero i focolari; e la magnifica prioressa e le donne della tribù cominciarono a cuocere certe spaventose caldaie di minestra condita col cacio fresco. Che vita gaia cominciò allora per quella specie di clan pacifico e patriarcale! Si sgozzavano pecore e agnelli, si cuocevano molti maccheroni, si beveva molto caffè, molto vino, molta acquavite. Il cappellano diceva messa e novena, e fischiava e canterellava.

Il divertimento maggiore era però nella grande cumbissia, di notte, attorno agli alti e crepitanti fuochi di lentischio. Fuori la notte era fresca, talvolta quasi fredda: la luna calava sul vasto occidente, dando alla brughiera un incanto selvaggio. O pallide notti delle solitudini sarde! Il richiamo vibrato dell’assiuolo, la selvatica fragranza del timo, l’aspro odore del lentischio, il lontano mormorio dei boschi solitari, si fondono in un’armonia monotona e melanconica, che dà all’anima un [p. 45 modifica]senso di tristezza solenne, una nostalgia di cose antiche e pure.

Raccolti attorno al fuoco, i paesani della cumbissia maggiore, narravano storie argute, bevevano e cantavano. L’eco delle loro voci sonore si perdeva al di fuori, in quella grande solitudine, in quel silenzio lunare, fra le macchie sotto cui dormivano i cavalli.

Elias Portolu prendeva parte al divertimento con piacere intenso, quasi infantile. Gli pareva d’essere in un mondo nuovo: raccontava le sue vicende, e ascoltava i racconti degli altri quasi commosso.

Inoltre aveva stretto relazione col signor cappellano, e questo nuovo amico gli parlava un linguaggio divertente, incitandolo a goder la vita, a dimenticare, a spassarsi.

— Servi Dio in letizia, — gli diceva. — Balliamo, cantiamo, fischiamo, godiamo. Dio ci ha dato la vita per godercela un poco. Non dico peccare, veh! ah, questo no! Eppoi il peccato lascia il rimorso, un tormento, caro mio.... basta, tu lo avrai provato. Ma divertirsi onestamente, sì, sì, sì! Io mi chiamo Jacu Maria Porcu, ovvero prete Porcheddu perchè son piccolo. Ebbene, Jacu Maria Porcu s’è divertito assai in vita sua. Ben fatto! Una [p. 46 modifica]notte torno a casa dopo la mezzanotte. Mia sorella dice che ero ubriaco; ma a me pare di no, caro mio. “Cosa mi dai da cena, Anna?„ “Nulla ti dò, nulla, Jacu Maria Porcu svergognato; mezzanotte è passata, nulla ti dò.„ “Dammi da cena, Annesa; ad un prete si deve dar da cena.„ “Ebbene, ti dò pane e formaggio, svergognato, Jacu Maria Porcu, svergognato, mezzanotte è passata.„ “Pane e formaggio ad un prete, a Jacu Maria Porcu?„ “Sì, pane e formaggio, eccolo se lo vuoi, se no lascialo.„ “Pane e formaggio a Jacu Maria Porcu? a prete Porcheddu? Tè, tè, ziriu, ziriu,1 prendete;„ e getta tutto ai cani, prete Porcheddu! Così si deve fare, giovinotto dalla faccia pallida! E che, perchè son prete, non mi devo divertire? Divertire sì, peccare no!

L’amore si fa per ridere,
L’amore si fa per ridere,
Solo per ridere.
Oggi te, domani un’altra!

— Costui è matto! — pensava Elias, ridendo, ma si divertiva, e le parole di prete Porcheddu lo colpivano, gli portavano un soffio [p. 47 modifica]di vita, un desiderio di cantare, di godere, di spassarsi.

Quasi ogni giorno, lui, prete Porcheddu, il priore e qualche altro amico se n’andavano lontano, all’ombra delle alte macchie. Tutto taceva nella metallica quiete del pomeriggio; davanti a loro i monti pittoreschi di Lula si profilavano nitidi e turchini sul cielo puro, e in lontananza, tra il verde della brughiera, i cavalli correvano agilmente, inseguendosi in rapidi giri. Pareva un quadro. E gli amici, piacevolmente sdraiati sull’erba, si raccontavano l’un l’altro il loro passato più o meno avventuroso, le leggende della chiesa, storielle di donne, vicende epiche accadute ai Sardi antichi. Spesso la conversazione veniva interrotta da un gorgheggio, da una fischiatina di prete Porcheddu: qualche volta anzi il signor cappellano balzava improvvisamente in piedi e dava in isgambetti, oppure cantava accompagnando con mimica grottesca le sue libere canzonette.

Un giorno, l’antivigilia della festa, stavano appunto così, all’ombra d’un gruppo d’enormi lentischi, ed Elias finiva di raccontare come una volta un detenuto suo compagno aveva bastonato un aguzzino, perchè costui aveva [p. 48 modifica]sdegnosamente rifiutato l’invito di bere con certi reclusi, quando s’udì un fischio tremolante, acuto, che veniva come una freccia dalla parte della chiesa.

Elias balzo in piedi, gridò:

— Questo è il fischio di Pietro mio fratello.

Ebbè, — disse prete Porcheddu, — se è tuo fratello vi vedrete bene! Per ciò ti commuovi?

— Deve esser giunto anche mio padre, e forse c’è anche la fidanzata di Pietro. Andiamo, andiamo.... — disse Elias, ed era turbato davvero.

— Quando è così, andiamo, — disse il priore. — Bisogna far loro onore. Berte Portolu è un buon parente di San Francesco. Eppoi Maria Maddalena Scada è una bella ragazza.

— Una bella ragazza? — esclamò prete Porcheddu. — Quando è così andiamo.

Elias lo guardò con sdegno; ma prete Porcheddu affrontò quello sguardo, e poi rise, e poi canterellò la sua canzonetta favorita:

L’amore si fa per ridere,
L’amore si fa per ridere,
Solo per ridere....

Intanto s’avviavano verso la chiesa per un sentieruolo appena tracciato fra le macchie e [p. 49 modifica]i cespugli, tra il verde dell’erba fragrante. Il fischio si ripeteva, sempre più vicino e insistente. Elias non s’era ingannato. Davanti al pozzo, stavano Pietro e zio Portolu; e in mezzo a loro la luminosa figura di Maria Maddalena. Elias sentì un colpo al cuore. Prete Porcheddu schioccò la lingua sul palato, e stette zitto, non avendo termini per esprimere la sua ammirazione. E sì che lui diceva d’intendersene!

Maddalena non era molto alta, nè veramente bella, ma piacentissima, svelta, con una finissima carnagione bruno-rosea, gli occhi lucenti sotto le folte sopracciglia, e la bocca sensuale. Il corsetto rosso-scarlatto, aperto sulla candida camicia, e il fazzoletto fiorito d’orchidee e di rose, la rendevano abbagliante. Tra le rozze figure di Pietro e di zio Portolu ella sembrava la grazia tra la forza selvaggia. Da vicino i suoi occhi lucenti, dalle grandi palpebre, dalle lunghe ciglia, un po’ obliqui e socchiusi, un po’ voluttuosi, affascinavano nel vero significato della parola.

— Bene arrivati. — disse Elias avanzandosi e stringendole la mano. — Siete qui da molto? Non vi si aspettava fino a domani.

— Domani od oggi fa lo stesso, — rispose [p. 50 modifica]zio Portolu. — Salute a tutti, salute al priore, salute a quel piccolo prete rosso. Dio lo guardi, si vede che è un prete, sebbene sia in pantaloni.

— Prete Porcheddu, eh, che ne dite?

— Con pantaloni o senza, siamo tutti uomini, — egli rispose un po’ piccato. Poi si volse a Maddalena e le fece dei complimenti.

— Bada a te, — le disse Elias sorridendo, — prete Porcheddu è terribile con le donne.

— Non più di te, — rispose pronto il piccolo prete.

— Ah, ah! — rise soavemente Maddalena. — Io non temo nessuno.

E zio Portolu:

— Non temer nessuno tu, figlia mia, colomba mia, non aver paura di nessuno: c’è zio Portolu qui, e se non basta zio Portolu, c’è anche la sua leppa.

E sfoderato dalla guaina il grande coltello che portava infilato alla cintura, lo brandì in aria. Prete Porcheddu indietreggiò, parando innanzi le mani con un finto comico gesto di terrore.

— Questo è Maometto! Questa è una scimitarra! Allargaribus.

— Cosa vuole? — disse zio Portolu, [p. 51 modifica]rimettendo la leppa. — Questa ragazza, questa colomba mi è stata consegnata da sua madre, una colomba vedova. “Arrita Scada„, le dissi io, “sta’ tranquilla, la colomba non avrà danno alcuno in mani mie. Io la difenderò anche contro il figlio mio, Pietro d’oro, nonchè contro gli altri nibbi ed avvoltoi.„

Zio Portolu parlava sul serio; e ogni tanto volgeva sguardi di selvaggio affetto alla fanciulla.

— Quando è così stiamo attenti, — avvertì prete Porcheddu. — E adesso andiamo a bere.

— A bere, sì, bravo prete Porcheddu. Chi non beve non è uomo, e neppure sacerdote.

Intanto camminavano. Zia Annedda li attendeva con le sue caffettiere e le sue caraffe e i suoi panieri di dolci. Maddalena e il suo corteggio irruppero nella cumbissia ridendo e chiacchierando; in breve fu una confusione di voci, di grida, di risate: un tintinnio di bicchieri e chicchere. S’udiva zio Portolu raccontare che aveva fatto tutto il viaggio con la pecora già promessa a San Francesco, legata sulla groppa del cavallo.

— Era la mia più bella pecora! — diceva al priore. — Così di lana lunga. Eh, zio Portolu non è avaro.

[p. 52 modifica]— Va al diavolo! — gli rispondeva il priore. — Non vedi che è una pecora canuta, vecchia come te!

— Canuto sei tu, Antoni Carta! Se m’insulti ancora, t’infilo nella mia leppa.

E prete Porcheddu teneva alto il bicchiere, la testa un po’ reclinata sull’omero, gli occhi lusinghieri rivolti a Maddalena e alle graziose figlie del priore.

Sulla poppa del mio brik,
Buoni sigari fumando,
Col bicchier facendo trik,
Bevo rum di contrabbando.

— Ah! ah! ah! — ridevano le donne.

Elias solo taceva. Seduto su una delle molte selle sparse per la cumbissia, egli centellinava il suo vino, abbassando e sollevando di tanto in tanto la testa. E ogni volta che sollevava gli occhi incontrava gli occhi ridenti di Maddalena, sedutagli di fronte, a poca distanza, e quegli occhi obliqui ardenti, gli penetravano l’anima. Egli provava una specie d’ebbrezza, un rilassamento di tutti i suoi nervi, un piacere quasi fisico, ogni volta che la guardava.

Le voci, le chiacchiere, le risate, le canzonette di prete Porcheddu, le esclamazioni delle [p. 53 modifica]donne, gli giungevano come di lontano: gli sembrava che ascoltasse da un luogo remoto, senza prender parte al divertimento. Ma d’un tratto qualcuno gli rivolse il discorso, lo richiamò a sè; egli si svegliò come da un sogno, si rabbuiò in viso, s’alzò ed uscì rapidamente.

— Dove vai, Elias? — gridò Pietro raggiungendolo.

— Vado a guardare i cavalli: lasciami andare! — egli rispose quasi rudemente.

— I cavalli sono accomodati. Perchè sei di malumore, Elias? Ti dispiace che sia venuta Maddalena?

— Macchè! Perchè mi dici questo? — chiese Elias guardandolo.

— No, mi pareva che tu le tenessi il broncio: mi pare che essa non ti piaccia. Cosa ne dici, fratello mio?

— Tu sei matto! siete tanti matti! anche lei, con tutta la sua decantata saviezza, ride troppo.

Pietro non s’offese. D’altronde egli e tutti in casa sua trattavano Elias come un bimbo, anzi come un malato: temevano di recargli dispiacere, e lo contentavano in ogni cosa. Anche in quel momento, vedendo che egli [p. 54 modifica]desiderava esser lasciato tranquillo, Pietro ritornò presso la fidanzata.

— Son tanti matti, — pensava Elias, vagando di qua e di là. — Ma anch’io? Ah, essa è la sposa di mio fratello: perchè son così pazzo da guardarla?

Rimase fuori tutta la sera.

— Dov’è mai Elias? — chiedeva ogni tanto zia Annedda, guardando intorno inquieta. — Dove sarà andato quel benedetto giovine? Va a cercarlo, Pietro.

Ma Pietro badava a Maddalena — che a dire il vero non pareva molto innamorata di lui, o almeno nol dimostrava, forse per tenersi nella compostezza consigliatale da sua madre, — e rispondeva: — Vado vado — ma non si muoveva.

— Dove sarà mai Elias? — ripetè zia Annedda, giunta l’ora della cena. — Portolu, va un po’ a vedere dov’è tuo figlio.

Zio Berte, seduto per terra accanto al focolare, arrostiva un agnello intero infilato in un lungo spiedo di legno. Egli si vantava che nessuno al mondo arrostiva meglio di lui un agnello o un porchetto.

— Andrò, andrò, — rispose a sua moglie, — lasciami prima aggiustar i conti con quest’animaletto.

[p. 55 modifica]— L’agnello è arrostito, Berte; va in cerca di tuo figlio.

— L’agnello non è arrostito, mogliettina mia: cosa te ne intendi tu? Oh che hai da dar consigli anche su ciò a Berte Portolu? Lascia divertire i ragazzi, del resto; essi devono divertirsi.

Ma ella insisteva, e zio Berte stava per muoversi quando Elias rientrò. Aveva gli occhi brillanti, il volto acceso: era bellissimo. Tutti lo guardarono, e zia Annedda sospirò, e zio Berte si mise a ridere dal piacere, riconoscendo ch’Elias era un po’ ubriaco.

Ma Elias non vide che gli occhi obliqui e ardenti di Maddalena, e sentì voglia di piangere come un bambino.

— È matta! — pensò. — Perchè mi guarda così? Perchè non mi lascia in pace? Io lo dirò a Pietro, lo dirò a tutti. Ebbene, se non lo ama, perchè lo inganna? Essa è matta, è matta, ma anch’io sono pazzo, io non devo guardarla, io mi devo strappare il cuore. Ora vado laggiù, dove è Paska, la figlia del priore e le faccio la corte.... Paska, — disse infatti, avvicinandosi al focolare del priore, — tu sei la più bella parente di San Francesco.

- E tu il più bello, — rispose pronta la [p. 56 modifica]ragazza, che stava tutta affaccendata attorno ad una caldaia.

Elias si sedette accanto a lei, guardandola con intensità strana: ella rideva tutta contenta, ma dentro il cuore egli si sentiva morire.

In fondo alla cumbissia Maddalena guardava, e ogni tanto chinava le larghe palpebre, le lunghe ciglia, e sembrava allora una madonna melanconica e rassegnata. Quando la cena fu pronta, zio Berte chiamò Elias.

— Io resto qui, — gridò il giovine, — la più bella parente di San Francesco mi ha invitato al suo focolare.

— Tu vieni qui! — gridò zio Portolu. — Nessuno ti ha invitato, ma anche ti avessero invitato, io non ti permetterei.... Se non vieni con le buone, zio Portolu tuo padre ti fa venire con le cattive.

Elias s’alzò subito e obbedì: ma non volle mangiare nè bere, e rispondeva male se gli rivolgevano il discorso.

— Perchè sei di malumore? — gli chiese Maddalena con buona maniera, mentre finivano di cenare. — Perchè ti abbiamo tolto dal focolare del priore? Va, va e ritorna, stai allegro.

— Ebbene, e se ritorno? — egli rispose ruvidamente, — che cosa te ne importa?

[p. 57 modifica]— Ah, nulla! — ella disse, irrigidendosi. Poi si volse a Pietro, gli sorrise, badò a lui solo. Elias balzò in piedi, s’allontanò; ma invece di fermarsi di nuovo al focolare del priore uscì fuori e sedette nel cortile. Sentiva un’angoscia confusa, febbrile, un desiderio di mordersi i pugni, di gridare, di gettarsi per terra e piangere. Eppure, nell’ebbrezza del vino e della passione, serbava ancora coscienza di sè, e pensava:

— Io mi sono innamorato di lei; perchè me ne sono innamorato, San Francesco mio? Aiutatemi, aiutatemi voi! Io sono un pazzo, San Francesco mio, ma sono così infelice!

Dalle cumbissias venivan fuori, vibranti nel silenzio della notte tiepida e pura, confusi rumori di voci e di canti, di grida e di risate. Elias distingueva la voce di suo padre, il fischiettare di prete Porcheddu, il riso di Maddalena, e fra tanta festa si sentiva triste, disperato, come un bimbo lasciato solo nella selvaggia solitudine notturna della brughiera.

Note

  1. Voce per chiamare i cani.