Storia segreta/Capo XXIII

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Procopio di Cesarea - Storia Segreta (VI secolo)
Traduzione dal greco di Giuseppe Compagnoni (1828)
Capo XXIII
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CAPO XXIII.


Teodoto succeduto come prefetto del pretorio a Giovanni cappadoce non é iniquo abbastanza secondo i desiderii di Giustiniano e di Teodora. Scelta e ministero di Pietro Barsame. Carattere di costui. Le sue operazioni suscitano tumulti. Giustiniano vuole cacciarlo: ma Teodora lo protegge, e perché. Toltagli infine la carica di prefetto del pretorio, Teodora lo fa nominare prefetto dell’erario in luogo di Giovanni palestino. Virtù di questo: infami operazioni del Barsame.

Posciaché Giustiniano e Teodora ebbero fatto perire Giovanni cappadoce, cercarono altri da sostituirgli nel posto, e d’accordo investigando l’indole di questo e di quello, si diedero cura di trovare un perversissimo uomo, che fosse atto ministro della loro tirannide, e della ruina de’sudditi. Misero intanto nel posto Teodoto, uomo di non lodevoli costumi, non però di tali che ad essi potessero andare a garbo. Finalmente fatte tutte le considerazioni, a caso si presentò loro un certo Pietro, siro di nazione, soprannominato Barsame nummulario, perché in addietro sedendo al banco di cambiatore turpissimi guadagni faceva sulla moneta plateale. Era costui ingegnosissimo nell’arte di rubare con meravigliosa sveltezza delle dita le monete che contava a chi seco lui altre cambiavane; e portò la furberia e la sfacciataggine al segno, che preso sul fatto e spergiurò, e audacemente la caduta di una moneta ch’era prova del suo delitto, attribuì ad un moto accidentale delle [p. 154 modifica]dita. Stato poi arruolato tra soldati pretoriani a tale improbità giunse, che a Teodora piacque quanto mai altri, e le si prestò facilissimo a trovar modo di eseguire ogni suo più iniquo attentato. Rimosso pertanto Teodoto, che si era sostituito al Cappadoce, questo Pietro eglino misero nel posto di lui, onde tutto andasse conforme volevano. Incominciò costui a privare delle paghe castrensi il soldato: e ciò senza alcuna vergogna, e senza timore. Poi mise in vendita più turpemente che prima si fosse fatto le dignità. Diminuì di molto lo stipendio a quelli che ne assumevano l’empio mercato: abbandonò le sostanze e le vite de’provinciali alla cupidigia di costoro; e a sé e al compratore del governo della provincia contata che fosse la convenuta somma diede amplissima facoltà di rubare, o di rapire. Dal Capo dello Stato procedeva quel mercato delle vite de’cittadini; e quegli appalti della ruina delle città trattavansi ne’ tribunali primarii, o nel pubblico Foro. E allora andò in provincia un ladrone legale, chiamato Collettore, per intascare il denaro già pagato per la carica compra; ed era verso innocenti uomini di una sevizie implacabile. Finalmente Pietro, tra i tanti subalterni del suo officio, molti de’quali erano pur onesti, prescelse e adoperò i cattivi. Né fu egli il solo che così facesse: lo stesso fecero e quelli che prima di lui, e quelli che dopo di lui ebbero quella dignità. E la stessa turpitudine commise il Maestro degli officii; la stessa commisero i Palatini delle largizioni, i così detti Privaziarii, e Patrimoniali: tutti infine i magistrati urbani e municipali: imperciocché fin da quando questo tiranno prese il [p. 155 modifica]governo della repubblica, la mercede de’ministri d’ogni dignità od egli o i prefetti scelleratamente usurparonsi; e gl’impiegati furono non pertanto costretti, come schiavi vilissimi, e sebbene pressati da povertà somma, a servire a quanti in tutto questo tempo comandarono.

La massima parte del frumento, che a Costantinopoli in copia abbondantissima era stato già portato, avea patito tanto, che s’era imputridita. Pure quantunque non fosse più buono per cibo degli uomini, egli lo fece distribuire a rate alle città dell’Oriente, obbligandole a comprarlo a prezzo assai più alto che se fosse stato di qualità ottima. I popolani che aveano dovuto comprarlo a sì ingiusto prezzo, non ebbero che a gittarlo in mare, o nelle fogne. Quello poi che sano ed abbondantissimo si conservava in Costantinopoli, fece egli vendere alle città travagliate da carestia, ma a prezzo doppio di quello che si fosse valutato alle provincie, le quali abbondanti del genere lo somministravano a titolo di tributo. E poiché nell’anno appresso la raccolta fu scarsa, e le navi che recavano a Costantinopoli il frumento, ebbero un carico minore del bisogno, Pietro, in tali angustie poco capace di trovar rimedio, cercò di far portarne una grande quantità dalle campagne della Bitinia, della Frigia, e della Tracia, obbligando i coloni a condurlo con grande loro fatica, prima sino al mare, indi con non minore pericolo sino alla capitale stessa, e a riceverne vilissimo prezzo; e finalmente a risentir tanto danno, che preferirono pagarne il prezzo doppio venendo esentati dal somministrarlo ai pubblici granai. [p. 156 modifica]

Non essendo poi questo frumento bastato pel bisogno della città, parecchi ne fecero informato l’Imperadore; e quasi tutti gli ordini militari, trovandosi senza denaro, si misero in tumulto, e per la città levarono gran rumore. L’Imperadore, che poco era già contento di Pietro, molto più s’adirò contro di lui; e per questo, e perché avea udito aver egli, né vana era la fama, nascoste molte ricchezze messe insieme con peculato, stava per toglierlo di carica; ma nel ritenne Teodora, di Barsame innamorata, e come io credo, delle male arti di colui, e della insigne sua sevizie contro i sudditi. Imperciocché com’essa era d’animo grandemente inclinato alla crudeltà, e d’inumanità pienissima; cosi procurava di aver ministri d’indole e di costumi somigliantissimi a’ suoi. Ma v’é anche un’altra opinione. Vuolsi che Pietro con prestigii legasse a sé l’animo di Teodora, dapprima da lui alieno; e dicesi ciò sul fondamento che colui molto si desse ai veneficii, e agli incantesimi; e per questi studii assai stimasse i Manichei; e per ciò non dubitasse di mostrarsene protettore palese. Il che quantunque l’Augusta non ignorasse, pur niente per ciò gli avea tolto della sua benevolenza; ché anzi per questo appunto lo avesse più caro, e lo amasse, come quella che dai primi suoi anni avea avuta pratica con maghi e con venefici, e per simil arte era giunta allo stato in cui trovavasi: quindi in essa colui ebbe fede, e in molte occasioni di essa poté farsi appoggio. E per certo s’avea ella renduto Giustiniano mansueto e trattabile non tanto per forza di ogni genere di carezze e seduzioni, quanto, come dicesi, per virtù dei [p. 157 modifica]demonii. E come poi egli non sentì mai né inclinazione, né amore alla giustizia e alle buone opere, onde potere tenersi salvo da tali insidie; ed essendo anzi di animo tutto dato alle stragi e all’ avarizia, ed insieme alle adulazioni ed agl’inganni esposto, e negli affari gravissimi facile ad essere agitato come una leggerissima polve, sicché né parenti, né amici potevano in lui porre fiducia di nulla; e di più l’ingegno suo versatile sempre vagava incerto sopra ogni cosa; indubitatamente era opportuno agli assalti de’venefici, e alle trame di Teodora. L’Augusta adunque amò quanto mai dir si possa Pietro in queste arti istrutto; e sebbene l’Imperadore finalmente gli togliesse non mal volentieri la prefettura del pretorio, poco dopo per impegno di Teodora lo prepose all’erario, toltane quella carica a Giovanni, che da pochi mesi v’era stato nominato.

Era quel Giovanni palestino di nascita, uomo d’insigne mansuetudine e probità, il quale nemmeno nelle cose sue avea mai saputo mettere insieme roba, né mai avea offeso persona. E come per questo era dalla moltitudine stimato, così non era per niente nelle buone grazie di Giustiniano e di Teodora: i quali ove fuori di loro aspettazione trovarono alcuno de’loro ministri buono e probo, presto se ne nausearono, e prendendolo in avversione cercarono ogni mezzo di disfarsene. Pietro adunque fatto prefetto dell’erario, fu cagione di grandi calamità a tutti, massimamente per avere diminuita la più gran parte delle somme, che giusta il costume antico, e le istituzioni imperiali, doveansi ogni anno distribuire per sollievo di molte famiglie. Dall’erario costui, [p. 158 modifica]data al Principe la parte che gli veniva, iniquamente cavava per sé grosse ricchezze, intanto che giaceano in isquallore quelli ai quali le solite largizioni erano o tolte o diminuite. Fece ancora battere monete d’oro minori in valore di quello che le spacciasse. E questo fu l’aspetto che sotto questo Imperadore i magistrati presentarono.