Storia segreta/Capo XVII

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Procopio di Cesarea - Storia Segreta (VI secolo)
Traduzione dal greco di Giuseppe Compagnoni (1828)
Capo XVII
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CAPO XVII.
Più specificatamente si espongono i vizii di Giustiniano. Sua pietà ipocrita e sanguinaria. Adulazione di Triboniano. Falsità di Giustiniano: sua leggerezza e versatilità. Sua avidità. Non fa conto che de’ soli scellerati. Si arroga tutti gli officii de’ ministri, de magistrati, del senato. Vende le leggi e i giudizii. Seduzioni di Leone cilice. Infame carattere di costui.

Quantunque però Giustiniano fosse de’ costumi che si sono detti, a tutti mostrossi accessibile e dolce, così che mai non accadde che alcuno fosse impedito dal parlargli, né mai si sdegnò se qualcheduno stando in presenza sua parlasse poco decentemente. Per tale maniera ancora non si commoveva per nulla della ruina che ad altri preparasse. Contro a chi gli era infesto non mostrava mai ira, né concitamento; ma con fronte placida, con basso sopracciglio e a mezza voce ordinava la morte d’infinita moltitudine d’uomini innocenti, la devastazione di città, la confiscazione de’beni. Dal quale suo contegno sarebbesi detto ch’egli fosse di una indole mansuetissima. Ma se alcuno cercava supplichevole d’ implorarne la clemenza, e pietosamente patrocinare presso di lui persone afflitte, cominciava a turbarsi, e a digrignare i denti, e a ribollire di collera contra la vita de’sudditi. Era però indulgente coi sacerdoti che i vicini confidentemente offendessero; e congratulavasi con essi ove occupassero i beni de’ loro confinanti, credendo egli questa essere pietà verso Dio. E se alcuna [p. 115 modifica]volta dovea giudicare cause di questa natura, pensava essere parte della religione il darle vinte a quelli, che in nome di cosa sacra occupata avessero l’altrui roba; e con ciò stabiliva un principio di diritto, che gli avversarii de’ sacerdoti dovessero soccombere. Ed egli medesimo i beni malamente acquistati dagli altri, o questi vivessero ancora, o fossero morti, applicava alle chiese, onde così e coprire colla pietà il delitto, e fare che le facoltà mai più non potessero ritornare ai vessati possessori. Anzi per questa sua mal intesa pietà egli s’insanguinò d’infinite stragi. Fece eziandio una specie di guerra per ridurre tutti ad una sola credenza intorno a Cristo; e con tale sembianza di religione levò la vita agli altri, credendo non essere omicidio quello che si commettesse sui popolari aventi opinione diversa. Ed era sempre intento a ruinare i popoli a modo, che colla moglie Teodora non cessava mai di cercarne le occasioni: poiché come nelle cupidità erano entrambi somigliantissimi, così lo erano ancora ne’ costumi e nella perversità, sebbene palesemente mostrassero d’essere discordi, onde precipitare i sudditi in ruina.

Era Giustiniano d’animo più leggiero dell’asciutta polvere, e facilissimo a tirarsi qua e là, eccetto che alla umanità, e lungi da turpe azione. Le orecchie largamente apriva agli adulatori, ai quali facilmente avrebbe creduto, se detto gli avessero ch’egli sarebbe una volta o l’altra salito per aria. E Triboniano sedendogli accanto dichiarava di temer fortemente di vederselo rapire in cielo per la singolare sua pietà: lode, o meschinità, che costantemente avea presente nell’animo. [p. 116 modifica]Ma se in qualche occasione approvata avesse la virtù di una persona, non dubitava poi di dirla ben presto improba; e così se alcun suddito avesse vituperato, tosto con esagerato discorso lo commendava, passando inconsideratamente in sentimenti contrarii, non corrispondendo del pari nell’animo suo quello che affermava, e quello che voleva che gli altri intendessero.

Del rimanente come foss’egli mosso o da amore, o da odio, parmi averlo principalmente congetturato ed indicato coi fatti; perciocché gli odii esercitò con pertinacia ed implacabilmente; e verso gli amici non fu per nissun modo costante. Moltissimi, che furono a lui affezionati, certo é che fece ammazzare; ed é certo, che se una sola volta prese in odio alcuno, questi non ritornò più in grazia sua. Le persone ch’egli avea in somma intimità, per obbligarsi la moglie od altri, non molto dopo abbandonò al macello; e sapeva che sarebbero perite pel solo nome d’essere a lui benevole. In somma Giustiniano non fu stabile in nessuna cosa fuorché nella crudeltà, e nel cercar denaro: dalle quali due passioni nissuno lo poté mai rimuovere. Teodora, sua moglie, se alcuna volta non lo vedeva a’suoi desiderii arrendevole, facendogli sperare l’acquisto di grosse somme di denaro in alcuni affari, lo conduceva infine a suo malgrado ov’essa voleva. Per questo non temette, purché potesse guadagnare, di far leggi, e le fatte abolire; né per le costituzioni che promulgò, seguì egli le ragioni che dovevano ispirarle, ma la sola vista di trarre somme di denaro o più grandiose o più ampiamente promesse. Non riputò disonorevole cosa il rubare [p. 117 modifica]le sostanze de’ sudditi, anche quando di rapirle non avesse alcun motivo; voglio dire, o imputazione di delitto, o supposizioni di testamento.

Sotto il regno di Giustiniano non s’ebbe veruna ferma opinione o fede di Dio, verun diritto stabile, verun patto, od altra cosa costante. Que’ famigliari suoi, a’ quali avesse data alcuna commissione, se assassinati avessero e morti quanti fossero loro capitati sotto le mani, e spogliati di grosse somme, quelli per l’Imperadore erano gli uomini valenti, e sapevano ben adempiere quanto loro veniva commandato: all’opposto, se si fossero astenuti da simili furfanterie, ritornando gli cadevano in odio come se fossero stati nemici; e disgustato de’ loro costumi all’antica, e della loro balordaggine, non li mandava certamente in appresso al governo di provincie. E da ciò venne che alcuni affettarono presso di lui un carattere di perversità, dalla quale i loro costumi e la loro vita erano lontanissimi. Nulla più spesso accadde, quanto il vedere come delle promesse fatte, e con giuramento, o con iscritte confermate, finse tosto di dimenticarsi, quasi commendazione da ciò s’aspettasse; e questa fallacia usava, come accennammo di sopra, non solo co’suoi, ma eziandio co’ nemici. A lui mai non piacque affare, che nulla producesse di utile per sé.

Di cibo e di bevanda mai non usò a sazietà; ma tocca appena colla punta delle dita l’una, e l’altra pietanza, faceva levare la mensa, sia perché riputasse il resto superfluo, sia per certo suo naturale violento. Quindi é che sovente stette senza prender cibo un [p. 118 modifica]giorno e due, e così pur la notte; e spezialmente nelle vigilie della solennità, che diciamo Pasqua, usò due giorni vivere d’ acqua, e di qualche erba salvatica, e dormire un’ora sola, il rimanente tempo consumando in passeggiare. Che se lo avesse consumato in ben condurre gli affari, certo é che la repubblica sarebbe stata felicissima. Ma delle forze della natura servivasi in ruina de’ Romani, e del loro Stato: le sue veglie, le sue fatiche, i suoi intraprendimenti volgendo a rendere più atroce di giorno in giorno la calamità de’sudditi; massimamente che, come già dissi, a speculare iniquità era sagacissimo, e sveltissimo ad eseguirle: onde i talenti suoi furono pe’ sudditi una vera peste. E quando trattavasi di operare, mai non cercò la opportunità: meno in quello che faceva sarebbesi cercato vestigio di uso, o di sapienza antica.

Ma qui per non andare all’infinito, moltissime cose tralascerò, poche sole rammentando. Primieramente nulla mai ebbe o curò di quanto alla imperiale maestà convenisse: più presto si mise ad imitare i Barbari nel parlare, nello stare, e nel pensare. Se trattavasi di dare alcuna risposta in iscritto, non ne incaricava il questore, siccome portavane l’uso; ma per lo più prendeva a rispondere a voce, quantunque il parlar suo fosse barbaro. Da ciò venne che la gente affollavasi al tribunale, presentando i casi occorrentile; ma non avea designazione de’ giudici, presso cui le sue cause istradasse. Vi erano i segretarii, a cui per antichissima istituzione spettava l’officio di scrivere quanto di recondito il Principe deliberava: ma ad essi non fu accordato di così [p. 119 modifica]fare; ché scriveva egli tutto, e fin quello che dovessero decretare i magistrati de’municipii avendo a pronunciare le loro sentenze. A niuno in tutto il romano Imperio era permesso di liberamente far ragione: con imprudente fasto ogni cosa arrogossi; e di tale maniera giudicò, che uno tanto de’litiganti udito sentenziava, e voleva che la sua sentenza valesse. Ed era poi notissimo a tutti che non sentenziava già egli giusta l’equità e il diritto, ma per puro turpissimo amore di lucro: non avendo egli, Imperadore qual’era, vergogna di ricevere regali, dappoiché l’avarizia nell’anima sua estinto avea ogni seme di pudore.

Spessissimo anche accadde, che quanto il senato, quanto l’Imperadore medesimo avevano decretato, fosse eseguito in senso contrario. Era il senato null’ altro che un simulacro vano, non avente potere alcuno di sentenziare, né di difendere ciò che fosse onesto. Tutta l’incombenza sua era di empiere gli scanni per una certa apparenza di ciò che l’antica legge comportava. Voleva questa che a nissuno fosse permesso il tacersi; ma l’Imperadore e Teodora prendevano sopra di sé le cose, delle quali occorreva far consulta; e quanto ne avessero essi deliberato valeva. Se poi alcuno non si credette sicuro della causa favorevolmente aggiudicatagli, ancorché reo, died’egli un premio all’Imperadore, il quale immantinente promulgò una legge a tutti gli antecedenti statuti manifestamente contraria. E se una legge vi fosse stata che alcuno sostenesse abrogata, l’ Imperadore non isdegnava di richiamarla in vigore. In questo modo nulla v’avea di certo e di fisso nella [p. 120 modifica]legislazione; ma un diritto volubile ed erroneo; e le bilance della giustizia declinavano alla parte, in cui maggior quantità d’oro fosse posta; e questo ben numerato dal palazzo recavasi nel foro, premio o del giudice o del legislatore, per la cura che prendevasi nel governo della città. I referendarii non contentavansi più di presentare all’Imperadore le suppliche, e secondo l’uso riferire ai magistrati solamente quanto rispetto alle suppliche egli avesse decretato; ma bensì scrivevano il loro parere. Ed anche avveniva ch’eglino pescate dappertutto ingiuste ragioni ingannassero l’Imperadore, di sua natura fatto per essere ingannato: poscia usciti ai litiganti, senza dare indizio di quanto con lui avessero fatto, traevano da quelli, niun giudice intervenuto, il denaro su cui aveano contato. I pretoriani stessi, stanzianti in Corte, assalivano i giudici; e violentemente strappavano da essi le sentenze. Così niun ordine era nelle cose; e tutto andava per torte vie secondo l’arbitrio: gli officii pubblici erano stravisati, né conservavano neppure intatti i loro nomi. La repubblica era fatta regina di lascivi ragazzi. Ma, come da principio mi proposi, lascio di parlare delle altre cose.

Ben dirò che quegli, il quale a rendere sì venali i giudizii spinse pel primo l’Imperadore, fu certo Leone, di nazione cilice, uomo d’ingorda avarizia, ed esempio singolare di svergognatissima adulazione, fatto apposta per impadronirsi dell’animo e della mente delle persone imperite, e massimamente delle prevenzioni di questo tiranno, della cui fatuità facevasi appoggio a ruina de’ sudditi. Costui, dissi, fu il primo ad insegnare a [p. 121 modifica]Giustiniano di vendere a peso d’oro i giudizii. Giustiniano poi, imparata ch’ebbe quest’arte di rapina, mai non l’abbandonò. Intanto crebbe, e si estese il male, che chiunque desiderava di vincere contro alcuna onesta persona una causa, andava a trovar Leone, e propostogli di dividere i beni controversi, e darne una parte all’Imperadore, immantinente contro ogni più sacro principio scendeva dalla reggia vittorioso. Con questo mezzo Leone si fece ricchissimo, e diventò posseditore di ampii latifondi, mentre lo Stato romano precipitava da ogni parte. Ché le convenzioni tra i cittadini non aveano più alcuna forza né dalla legge, né dalla data fede, né dalle scritte, né dalla stipulazione di pena, né da altri patti, e da altre solennità; ma tutto dipendeva soltanto dal denaro che destinavasi a Leone e all’Imperadore. Né contentossi colui di stare in questi termini: egli cercò di trar denaro anche dagli avversarii; e dopo che avea con belle parole smunto l’uno e l’altro de’litiganti in esso lui fidatisi, l’uno d’essi sfacciatamente tradiva, non avendo a vergogna d’ingannare con una ambiguità che a lui fruttava. Questa era nel proposito la condotta di Giustiniano.