latino

Publio Ovidio Nasone I secolo a.C. 1868 Giacomo Zanella Indice:Versi di Giacomo Zanella.djvu Elegie letteratura Saffo a Faone Intestazione 28 dicembre 2011 100% Elegie

Questo testo fa parte della raccolta Versi di Giacomo Zanella


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SAFFO A FAONE.

___


Eroide

di

PUBLIO OVIDIO NASONE.




 
     Ascoltami, Faon: quando su questi
Sudati fogli il tuo sguardo s’affisse,
3Tosto l’amica man riconoscesti?

     O se il nome di Saffo, che li scrisse
Non vi leggevi, ti taceva il core
6Questo tenue lavor donde venisse?

     E forse chiederai, perchè d’amore
L’inno sulla mia cetra oggi non suoni,
9Ma d’elegia mestissima il tenore.

     È flebil l’amor mio: flebili toni
Ha l’elegia: non fa col mio tormento
12La gioia delle liriche canzoni.

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     Ardo, come ne’ solchi arde il frumento
Che dell’arida state il raggio indora,
15Se le fervide vampe agiti il vento.

     Lungi dagli occhi miei Faon dimora
Dell’Etna appiè; nè dell’Etneo men fiero
18È l’incendio che dentro mi divora.

     Già più carmi non tempro al lusinghiero
Suon della lira: le pimplee Sorelle
21Aman sereno e libero il pensiero.

     Nè più le giovinette a me son belle
Di Metinna e di Pirra; io più non curo
24I vezzi, o Lesbo, delle tue donzelle.

     Care Cidna, Anattorie un dì mi furo
Che or mi son vili; d’Attide a’ miei rai
27Il roseo volto pur s’è fatto oscuro,

     E d’altre molte che una volta amai
D’immenso amore. O perfido Faone,
30Quel cor, ch’era di molte, or tu sol hai.

     In te viso giocondo, in te stagione
Tempestiva agli amori. O a me fatale
33Sembianza del bellissimo garzone!

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     Prendi in mano la cetera e lo strale
Febo sarai: coll’ellera alle chiome
36A Bacco diverrai tosto rivale.

     E Febo e Bacco all’amorose some
Piegaro il collo; nè cercâr perdono
39S’era a Clio di lor Ninfe ignoto il nome.

     Ma le bionde Pegasidi a me dono
Fer d’amabili versi; e già si spande
42Alto nel mondo di mia fama il suono.

     Nè più frequenti Alceo colse ghirlande,
Mio fratel nella patria e nella lira,
45Benchè tempri le corde a suon più grande.

     Se nata io sembro alla natura in ira,
Che men bella mi fe, largo conforto
48M’è ’l poetico nume che m’ispira.

     Piccola io son: ma dall’occaso all’orto
Volo col nome ed empio i monti e l’acque;
51Sola di tanti lauri il fascio io porto.

     Se candida non son, però non spiacque
A Perseo l’etiopica donzella
54Bruna il volto dal Sol sotto cui nacque.

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     Nè rifugge la bianca colombella
Dal nero sposo; e ’l verde augello in traccia
57S’aggira della bruna tortorella.

     Che se pari alla tua cerchi una faccia,
Non fia che tu ritrovi o ninfa o dea
60Che sia degna posar nelle tue braccia.

     E pur bella a’ tuoi sguardi anch’io parea,
Quando leggevi i miei versi: fra cento
63E cento vati io sola ti piacea.

     Cantava, oh, come spesso io lo rammento!
Chè nulla obblian gli amanti; e tu co’ baci
66Rompevi sulle mie labbra l’accento.

     Tutto in me ti rapiva; e se in tenaci
Teneri nodi ti serrava al petto,
69Le soavi d’amor ire e le paci,

     Gli arguti motti, l’infocato affetto,
I sorrisi, le lagrime, i deliri
72T’empiean d’inenarrabile diletto.

     Le belle Siciliane a’ tuoi sospiri
Ora son segno. Acchè più Lesbo ho ’n core?
75Oh, l’aure di Sicilia anch’io respiri!

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     Ma voi l’obbrobrïoso disertore
Deh! tosto rimandate al nostro amplesso,
78Nisiadi madri, e voi, Nisiadi nuore.

     Guardatevi da lui che vi vien presso
Col mêl sul labbro; quel che a voi promette
81A me lo sciaurato avea promesso.

     E tu, madre d’Amor, che sulle vette
D’Erice hai templi, accorri alla meschina
84Che i suoi giorni e la lira a te commette.

     O forse dal suo corso non declina
La nemica fortuna? E reo governo
87Di questa sventurata a far si ostina?

     Sei volte appena ritornare il verno
Io visto avea, che nella vuota stanza
90Bagnai di pianto il cenere paterno.

     Il mio fratel degli avi ogni sostanza
Sperse in luride tresche; il vitupero
93È l’unico retaggio che gli avanza.

     Or sovra un pino all’aüre leggero
Corre i golfi e terribile corsaro
96Si getta a racquistar l’oro primiero.

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     Ma perchè degno biasmo in me trovaro
L’opre sue bieche, ei m’odia. Ecco il bel frutto
99Che i pietosi consigli mi recaro.

     E perchè mai non abbia il ciglio asciutto,
Piccola figlia, o mio destin crudele!
102Scherzami intorno a raddoppiarmi il lutto.

     Tu novissima causa alle querele
Mi sei, Faone. O come repentini
105Si cangiarono i venti alle mie vele!

     Ecco negletti per le spalle i crini
Cascano: in dito più non mi sfavilla
108Lo splendore degl’indici rubini.

     È rozzo il mio vestir: l’oro non brilla
Più sul mio capo; nè l’assiro unguento
111Dalle scomposte mie trecce distilla.

     E per chi deggio ornarmi? A chi più tento
Io misera piacer, se que’ begli occhi
114Più non miro, cagion d’ogni ornamento?

     Cuor non havvi, ove Amor suoi dardi scocchi
Più che nel mio; perchè s’accenda ed ami
117Basta lieve favilla che lo tocchi.

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     Sia che volgendo i miei vitali stami
Tal legge mi cantassero le Suore,
120Di roseo fil tessendo i miei dì grami;

     Sia che gli studi, a’ quali ho posto il core,
A lor costume informino l’affetto,
123Me già fece Talia serva d’amore.

     Che stupir se mi vinse un giovanetto
Cui l’età fresca appena il mento infiora,
126Nato a scaldar qual è più freddo petto?

     Questi io temea che tu, scherzosa Aurora,
Detto a Cefalo addio, non mi togliessi;
129Ma frenarti Titon seppe finora.

     Se tu che tutto vedi lo vedessi,
Candida Luna, come Endimïone
132Dormirebbe Faon sonni più spessi.

     E Citerea l’amabile garzone
Seco trarrebbe in ciel: ma paurosa
135Del fiero Marte evita la tenzone.

     O tra fanciullo e giovane, vezzosa
Utile etade! O candido sembiante
138Onde l’umana schiatta è glorïosa!

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     Torna, torna, leggiadro, al palpitante
Mio sen! Non chieggio che tu deva amarmi;
141Soffri solo ch’io possa esserti amante.

     Scrivo; e l’impresse note a cancellarmi
Diffuso pianto dalle ciglia piove:
144Vedi che appena tu discerni i carmi.

     Che s’eri fermo omai girtene altrove,
Addio, Saffo, perchè non mi dicesti?
147Io non chiedea dall’amor tuo gran prove.

     Ah, non gli ultimi pianti e non avesti
Gli ultimi baci, o caro; ed io già scorti
150Non ho quai m’attendean fati funesti.

     Di me tranne l’ingiuria altro non porti;
Non un mio pegno, un mio vezzo non hai
153Che di memoria l’amor tuo conforti.

     Lassa! e ricordo alcun non ti lasciai;
Io sol detto t’avrei che tu volessi
156Ricordarti di me che vivo in guai.

     Per Amore io ti giuro, il qual non cessi
Giammai da’ nostri cori, e per le Muse
159Che de’ foschi miei giorni arbitre elessi;

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     Quando il subito grido si diffuse,
— Saffo, il tuo ben sen fugge, — alla parola
162E alle lagrime il varco mi si chiuse.

     Mancava agli occhi il pianto; nella gola
La lingua intorpidia, finchè dell’alma
165Tutte le posse un freddo orror m’invola.

     Poi come balenò raggio di calma
All’ansio cor, le chiome io mi scompiglio
168Alto ululando, e batto palma a palma.

     Tale il sen si percote e bagna il ciglio
Tenera madre che all’accesa pira
171Porti le membra di diletto figlio.

     Carasso, il fratel mio, lieto rimira
I nostri pianti e per la casa ognora
174Importuno sugli occhi mi si gira,

     E perchè la gran doglia che m’accora
Onta mi faccia, di che geme, ei chiede,
177Costei? Non vive la sua figlia ancora?

     Ho lacera la veste e scalzo il piede;
Pur rossore non ho se il volgo intorno
180In sì misera mostra errar mi vede.

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     A te, Faon, sol penso e tu ritorno
Mi fai solo ne’ sogni. O sogni, o notti
183A me candide più d’ogni bel giorno!

     Se altre terre a bear si son condotti
I tuoi sembianti, io l’ho ne’ sogni appresso.
186Ahi sogni fuggitivi ed interrotti!

     Spesso ch’io penda dal tuo collo e spesso
Che tu sovra il mio collo t’abbandoni
189Parmi, o diletto, nel sognato amplesso.

     E dolcissimi accenti mi ragioni
Noti all’ombre soltanto e senza velo
192La tua beltade a vagheggiar mi doni.

     Ma tosto come il sol gli orli del cielo
Col novo raggio imporpora, che presta
195Si ritiri la notte io mi querelo.

     E mi volgo crucciata alla foresta,
E pace alla solinga ombra dimando
198Che sì dolci memorie in cor mi desta.

     Quindi furente, di me stessa in bando,
Come maga tessalica m’aggiro,
201Gl’irti capelli all’aure abbandonando.

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     E la concava grotta ancor rimiro
Scabra di tufi che mi fur più belli
204Che niveo marmo a’ dì del mio deliro.

     Riveggo il bosco che di fior novelli
Spesso un letto ne porse e tanto amore
207Fra l’ombre ricoprì degli arboscelli.

     Ma dove della selva e del mio core
Sparve il signor? M’è quella selva oscura
210Dal dì che n’è partito il tuo splendore.

     L’erba conobbi che all’estiva arsura
Ne sostenne adagiati: ancora oppressa
213Era dal nostro peso la verzura.

     Forsennata precipito sovr’essa,
Sul sito ove tu fosti, e baci e pianto
216Porgo ad ogn’orma da’ tuoi piedi impressa.

     E meco dispogliato il folto ammanto
Piangono i rami; nè dal nido ascoso
219Sciolgono allegri gli augelletti il canto.

     Progne, tu sola del trafitto sposo
Memore ancora e de’ tuoi rei furori
222Iti vai gorgheggiando in suon doglioso.

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     Progne il figliuolo, i suoi traditi amori
Saffo lamenta: tutto il resto tace
225Per entro il velo de’ notturni orrori.

     Sorge non lungi limpida e vivace
Una fontana; se la fama è vera,
228Una Dea nelle belle acque si piace.

     Antico loto, che una selva intera
Co’ rami adegua, è tetto alla sorgiva
231Coronata di verde primavera.

     Mentre vinta dal sonno in sulla riva
L’inferme membra adagio, al mio cospetto
234Stette del loco la temuta Diva.

     Stette e mi disse: poichè t’arde in petto
Non corrisposto amor, volgi il tuo passo
237Volgi all’Ambracia, e pace io ti prometto.

     Di Leucade colà sorge il gran sasso
Sacro al vindice Apollo: interminato
240Spuma il mar d’Azio e romoreggia al basso.

     Deucalïon di Pirra innamorato
Di là gittossi e lo raccolse illeso
243L’onda soggetta. Come volle il fato

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     Tosto amor mutò tempre: a Pirra acceso
Gemè ’l cor: per la giovane diletta
246D’un alto obblio Deucalïon fu preso.

     Questa sorte ha quel mar. Donna, t’affretta
Alla nembosa Leucade e nell’onda
249Dalla pendice aerëa ti getta.

     Disse e disparve. Dall’erbosa sponda
Io m’alzo esterrefatta, e gemo e fremo,
252E di lagrime un fiume il sen m’inonda.

     Andremo, o Diva, al fatal sasso andremo;
Pur che il furor che m’agita dia loco,
255Piombar nelle spumanti onde non temo.

     La rupe, il mare, l’alto abisso un gioco
Mi sembreranno. O aure, a voi mi affido;
258Fatta io son lieve dal continuo foco.

     E tu pur sulle molli ale, Cupido,
Cadente mi sostieni. Oh, di mia morte
261L’onta non pesi sul Leucadio lido!

     Allor l’eolia cetera alle porte
Appenderò del tempio, e questi versi
264Febo ringrazieran della mia sorte:

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     « Grata a te, Febo, questa cetra offersi
Io Saffo poetessa; a te conviene
267E a me che studi non abbiam diversi. »

     Ma perchè d’Azio alle fatali arene
Mi sospingi, crudel, se tu possanza
270Hai, tornando, di tôrmi alle mie pene?

     Torna, Faone: io posi in te speranza
Più che in quel mare, in te che di sapere
273Superi Apollo e di gentil sembianza.

     O forse più di queste atre bufere.
Più de’ sassi crudel, con lieto volto
276Potrai veder la tua donna che pêre?

     Meglio era pur che fra tue braccia avvolto
Fosse il mio seno d’amorosi nodi
279Che lasciarlo cadere in mar travolto!

     Questo è quel seno che di tante lodi
Già tu solevi ornar; donde aurea vena
282Sgorgar ti parve di canori modi.

     Or vorrei che di carmi immensa piena
Versasse: ma le vie chiude il dolore,
285Il dolor che l’ardito estro incatena.

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     Già manca a’ voli dell’acceso core
L’antica lena; mute e polverose
288Giaccion le corde che sonâr d’amore.

     Belle Lèsbidi, voi, vergini e spose,
Gioia del patrio mar, leggiadre amanti,
291Sulla cetra di Saffo un dì famose,

     Lèsbidi, voi che i fulgidi miei vanti
D’alcuna ombra spargete, ah, non venite
294Più d’ora innanzi a domandar miei canti.

     Le Pïeridi mie tutte fuggite
Son con Faone.... ah misera, che mio
297Quasi il dicean le labbra inavvertite.

     Fate ch’ei torni, e co’ begl’inni anch’io
Farò ritorno a voi. Come egli vuole
300Tacita io siedo, o carmi all’aure invio.

     Ma che giova pregar? Forse si duole
Quel cor selvaggio? O prende i pianti a sdegno
303E disperdono i venti le parole?

     Deh! che a me riconducano il tuo legno
I venti che ti portano i miei stridi;
306Tempo è ben che tu rompa ogni ritegno.

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     Che se hai fermo il ritorno a’ patrii lidi
Ed al reduce pin serti prepari,
309Perchè, crudel, coll’indugiar mi uccidi?

     Sciogli la fune. A te tranquilli i mari
Farà la Diva che dal mare è sorta,
312Nè venti al corso spireran contrari.

     Sciogli la fune. Amor piloto e scorta
Sederà ’n poppa, e con la nivea mano
315Tratterà l’artimone e la ritorta.

     Che se da Saffo vivere lontano
Hai già fisso in tuo cor (io più non voglio,
318Udir le scuse che colori invano),

     Alla tradita invia l’ultimo foglio,
Tronca una volta gl’infelici amori;
321Scrivi: che speri? Dal Leucadio scoglio

     Piomba nel mare che t’è sacro, e muori.