Rosmunda (Alfieri, 1946)/Atto primo

Atto primo

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Personaggi Atto secondo

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ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Rosmunda, Romilda.

Rosm. Perfida, al ciel porgi pur voti; innalza,

innalza pur tue vane grida al cielo;
giá non fia ch’ei t’ascolti. Arde frattanto
presso al Ticino la feral battaglia;
quinci n’odo il fragor: né in dubbia speme
mi ondeggia il core: del novel mio sposo
l’alta virtú guerriera appien certezza
del vincer dammi.
Romil.  Se Almachilde in campo
val, quanto ei valse in questa reggia, allora
che a tradimento trucidovvi il mio
padre Alboíno, ei vincerá: ma Clefi,
che contro lui combatte, ora non giace
nel sonno immerso, a ria consorte in braccio,
come Alboín marito tuo giacea
in quell’orrida notte. Il fior dei prodi
Clefi ha raccolto a se dintorno: a un tempo
ei la gran causa della fe tradita,
dell’oltraggiato ciel, del volgo oppresso,
e delle infrante Longobarde leggi
sostien coll’armi; e vincitor lo spero.
Rosm. Del Longobardo popolo la feccia

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segue or di Clefi le ribelli insegne;

uom di sangue non vil fra’ suoi non conta:
degno egli è ben, che tu per lui parteggi.
E tu, di re sei figlia? Oh, in ver felice
il mio destin, che madre a te non femmi!
Nata di re, tu vile esser puoi tanto,
che veder vogli la regal possanza
col trono a terra?
Romil.  Anzi che iniquo il prema
contaminato usurpatore, a terra
veder vo’ il trono. E tu, consorte e figlia
fosti di re? tu, che di sposa osasti
a un traditor tuo suddito dar mano?
Rosm. A ogni uom, che far le mie vendette ardisse,
dovuto premio era mia mano. A infauste
nozze col crudo padre tuo mi trasse
necessitá feroce. Orfana, vinta,
m’ebbe Alboín, tinto del sangue ancora
dell’infelice mio padre Comundo:
l’empio Alboín, disperditor de’ miei,
depredator del mio paterno regno,
di mie sventure insultatore. Al fine
dal duro fatal giogo di tanti anni
io respiro. Il rancor, che in me represso
sí a lungo stette, or fia che scoppi: or voglio
te d’Alboín figlia abborrita, (ond’io
madre non son per mia somma ventura)
te vo’ sgombrar dagli occhi miei per sempre.
Sposa ti mando ad Alarico.
Romil.  Io sposa?...
Io, d’Alarico?...
Rosm.  Sí. Poca vendetta
a te par questa; e poca io pur l’estimo,
al mal che femmi il padre tuo; ma tormi
dal cospetto mi giova ogni empio avanzo
del sangue d’Alboíno. In cambio darti

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de’ pattuiti ajuti, che a me presta

contro Clefi Alarico, io la regale
fede mia n’impegnai. Godi: alto sposo
avrai, qual merti: e benché vasto regno,
a par di quelli che usurpò tuo padre,
gli Eruli a lui non dieno, ei lo pareggia
in efferata crudeltade al certo.
Felice te, quanto Alboín mi fea,
Alarico fará.
Romil.  Non sperar mai
che a tali nozze io vada. Ove tu vinca,
e aver di me piena vendetta brami;
fra queste mura stesse, ove del padre
l’ombra si aggira invendicata, dove
vil traditor, che lui svenò, sen giace
a lato a te, nel talamo suo stesso;
quí dei la figlia uccider tu; quí lunghi
martirj orrendi, e infami strazj darle.
Ma, tu dispor della mia destra?...
Rosm.  Aggiunti
i furor tutti di crudel madrigna
ai furori di barbaro marito,
in Alarico troverai. Di morte
punisco io quei che in un pavento e abborro:
te, cui non temo, io vo’ punir di vita.
Romil. Pari in ferocia a te chi fia? non io.
Pianto non è, non d’innocenza grido,
che al cor ti scenda, il so: né schermo resta
a me, che il pianto... Oh ciel! — Ma no: ben posso,
e so morir, purch’io non vada... Forse
meglio mi fora, le tue nobili arti,
e il tuo pugnale ad Alarico in dote
recando, fargli le mie chieste nozze
caro costare: ma, son io Rosmunda?
Rosm. Io ’l sono; e assai men pregio. Al mondo è noto,
ch’a incrudelir prima non fui.

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Romil.  Se crudo

fu il mio padre con te, dritto di guerra
tale il fea; ma tu poi...
Rosm.  Di guerra dritto?
Nella piú cruda inospita contrada
dritto fu mai, ch’empio furore, e scherno
le insepolte de’ morti ossa insultasse? —
Nol vegg’io sempre, a quella orribil cena
(banchetto a me di morte) ebro d’orgoglio,
d’ira, e di sangue, a mensa infame assiso,
ir motteggiando? e di vivande e vino
carco, nol veggio (ahi fera orrida vista!)
bere a sorsi lentissimi nel teschio
dell’ucciso mio padre? indi inviarmi
d’abborrita bevanda ridondante
l’orrida tazza? E negli orecchi sempre
quel sanguinoso derisor suo invito
a me non suona? Empio ei dicea: «Col padre
bevi, Rosmunda». — E tu, di un simil mostro
nata, innanzi mi stai? — Se, lui trafitto,
te fatto avessi dai piú vili schiavi
contaminare, indi svenar; se avessi
arso, e disperso il cener vostro al vento;
vendetta io mai pari all’oltraggio avrei?
Va; né piú m’irritare. Augurio fausto
emmi il vederti mal tuo grado andarne
a fere nozze: e omai tu il nieghi invano;
a forza andrai. Nel sangue tuo si lordi
altra man che la mia. Ma, vanne intanto;
te quí non voglio, or che Almachilde aspetto
vincitore dal campo. Esci; e t’appresta
al tuo partire al nuovo dí: l’impongo.

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SCENA SECONDA

Rosmunda.

Quant’io abborro costei, neppure io stessa

il so. Cagioni, assai ve n’ha; ma troppo
alla mia pace importa il non chiarirne
la piú vera, e maggiore. Il cor mi sbrana
un dubbio orrendo... Ma traveggo io forse...
Ah! no; dubbio non è; fatal certezza
ben è: lei non rimira il mio consorte
con quell’occhio di sdegno, onde si sguarda
dall’uccisor la figlia dell’ucciso.
Talvolta a lei senza adirarsi ei parla;
e d’essa pur senza adirarsi ei parla.
Della costei, giá non dirò beltade,
ma fallace dolcezza lusinghiera,
forse ch’ei preso all’amo?... Ah! non si appuri
tal vero mai. Lungi Romilda, lungi
di quí per sempre... A un tal pensier mi bolle
entro ogni vena il sangue. O d’Alboíno
figlia esecrata giá, degg’io scoprirti
anco rivale mia? — Tacciasi... Viene
Almachilde... Vediam, s’io pur m’inganno.


SCENA TERZA

Rosmunda, Almachilde, Soldati.

Rosm. Giá le festose grida, e l’ondeggianti

bandiere al vento, e il militar contegno,
tutto mel dice; il vincitor tu sei.
Almac. Salvo, e securo, e vincitor mi vedi;
ma, non per mia virtú. Vittoria, e vita,
e libertade, e regno, oggi a me tutto
dona il solo Ildovaldo. Ei m’era scudo;

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ei difensor magnanimo: tai prove

fea di valore egli per me, che il merto
mai pareggiar col guiderdon non posso.
Rosm. S’io ben mi appongo al vero, il tuo bollente
sublime cor spinto ti avea lá dove
il periglio piú ardeva. Ah! di Rosmunda
non rimembravi allor le angosce, i pianti,
il palpitare. Del valor tuo troppo
quant’io temessi, il sai: pur mi affidava
il prometter, che festi anzi la pugna,
di non ti esporre incautamente indarno.
Io ten pregai; tu mel giuravi: ah! dimmi;
che sarei senza te? nulla m’è il trono,
nulla il viver, se teco io nol divido.
Almac. Te rimembrava, e l’amor tuo: ma capo
dei Longobardi degno, e degno sposo
dovea mostrarmi di Rosmunda a un tempo,
ferocemente andando a morte incontro.
Come ammendar, se non col brando, in campo,
quel fatal colpo, che di man mi uscia?...
Rosm. E che? d’avermi vendicata ardisci
pentirti?...
Almac.  Ah! sí. Non la vendetta, il modo
duolmi, ond’io l’ebbi, e mi dorrá pur sempre.
Per torre a me tal macchia, erami forza
tutto versar, quant’io n’avessi, il sangue. —
Ad alta voce io traditor mi udiva
nomar da Clefi, e da’ suoi prodi; al centro
del colpevol mio core rimbombava
il meritato, ma insoffribil nome.
Nol niego; allor, tranne il mio onor perduto,
d’ogni altra cosa immemore, mi scaglio
ove si addensan piú le spade, e l’ire:
cieco di rabbia disperatamente
roto a cerchio il mio brando; ampia lor prova
col ferro io do, che traditor vie meno

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son, che guerriero. — Alto giá giá mi sorge

di trucidati e di mal vivi intorno
un monte; quando il buon destrier trafitto
mi cade; io balzo in piè; ma il piè mal fermo
sul suol di sangue lubrico mi sdrucciola,
sí ch’io ricado. — Giá l’oste si ammassa,
e addosso a me precipitosa piomba.
Di sua virtú gli ultimi sforzi, indarno
iva facendo il mio stanco languente
brando: quand’ecco, in men che non balena,
con non molti de’ suoi, s’apre Ildovaldo
fra schiere, ed aste, e grida, e spade, ed urti,
infino a me la via. Diradan tosto;
a destra a manca in volta piegan; rotti
volan dispersi i rei nemici in fuga.
Ripreso ardire, i miei gl’incalzan forte;
ampia messe han lor brandi; onde l’incerta
campal giornata in sanguinoso orrendo
total macello in un momento è volta.
Rosm. Respiro al fine: al fin sei salvo: inciampo
niun altro io mai temeva al vincer tuo
che il valore tuo troppo. Era Ildovaldo
giá fra i maggior di questo regno; or fia
soltanto a te secondo.
Almac.  Esser gli deggio
tanto piú grato, quanto a me piú farlo
volean sospetto anzi la pugna alcuni
invidi vili. Ei d’Alarico i tardi,
e forse infidi ajuti, assai ben disse
non doversi aspettar: piú val suo brando,
che mille ajuti: egli è il mio prode; ei solo
la guerra a un tempo, e la giornata ha vinto.
Fama, ancor che diversa, orrevol suona,
or che in sue man lo stesso Clefi è preso;
or che il piagasse a morte; ed è chi ’l dice
anco ucciso. Seguir de’ fuggitivi

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l’orme non volli; uso a veder la fronte

de’ nemici son io: ma d’Ildovaldo
l’alto coraggio avrá compiuta appieno
la lor sconfitta. In lui mi affido; ei svelta
fin da radice ha in questo di tal guerra.
Rosm. Duolmi, che lente d’Alarico l’armi
non ebber parte alla vittoria: intera
mia fe pur sono io di serbargli astretta:
a noi giovare altra fiata ei puote;
e, quel ch’è peggio, ei ci può nuocer sempre.
Dargli vuolsi Romilda: a lei ne fea
io giá l’annunzio. — Il crederesti? ell’osa
niegar sua mano ad Alarico.
Almac.  Oh! tanto
sperar io?... Tanto ella sperare ardisce?...
Rosm. Sí. — Ma indarno ella il niega: al sol novello
le intimai la partita. Il trono pria
io perder vo’, che mai tradir mia fede.
Almac. Ma pur,... pietá della infelice figlia...
Rosm. Pietá?... di lei?... figlia di chi? — Che ascolto?...
Dell’uccisor del padre mio la figlia
altro esser mai, fuorché infelice, debbe?
Almac. A me non par, che la vittoria lieta
da intorbidarsi or sia con víolenti
comandi. Ella è, Romilda, unico sangue
del Longobardo re: mal fermi ancora
sul trono stiamo: in cor ciascun quí serba
memoria ancor delle virtú guerriere,
della possanza rapida crescente
d’Alboín suo legittimo signore.
Dietro ai vittoríosi alti suoi passi,
d’Italia, quanto il Po ne irríga, e quanto
l’Appennin, l’Alpe, e d’Adria il mar ne serra,
tutto han predato, e posto in ceppi, od arso.
Gran carco a noi, grand’odio, e rei perigli
l’uccision di sí gran re ne lascia.

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Stanca or la plebe d’assoluto sire,

vessillo alzar di libertade ardiva:
lieve a reprimer era: a pro’ guerrieri
piace un sol capo. Ma del lor gran duce
se la figlia oltraggiar veggon le squadre,
chi di lor ne risponde? E noi senz’esse,
dimmi, che siamo?
Rosm.  Nuovo, in ver, del tutto
oggi a me giunge, che in affar di regno,
da quel ch’io sento altro tu senta. Io lascio
l’armi a te; ma di pace entro la reggia
l’arti adoprar, chi mel torria? — Deh, vieni
d’alcun riposo a ristorarti intanto.
Contro le aperte armi nemiche scudo
a me tu sei: ma ogni men nobil cura,
che a guerrier disconviensi, a me s’aspetta.