Roma, parte I/II

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I III
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II.

Il cambiamento di regime politico non portò una grande trasformazione nello sviluppo architettonico della città. Si può anzi dire che durante i primi anni della repubblica si trova una certa sosta nella attività edilizia di Roma. Il nuovo stato di cose portò con sè un rivolgimento politico e sociale che dovette rafforzarsi con [p. 21 modifica] nuove guerre e con nuove leggi. Per questo non si pensò molto ad abbellire di edifici una città che era in un periodo di evoluzione e — si potrebbe dire — di formazione morale. Inoltre i Romani non avevano un’arte propria. Essi si erano contentati di chiamare gli architetti etruschi o di prendere all’arte etrusca e campana le immagini primitive della sua divinità. Abbiamo veduto come il tempio di Giove sul colle Capitolino fosse decorato da terrecotte policrome: anche la statua del Dio e la quadriga che coronava l’edificio era di terracotta e le une e le altre uscivano dalle botteghe di artefici etruschi. La stessa lupa di bronzo, non era di invenzione e di esecuzione romana. Si credeva finora che essa fosse di mano etrusca, ma gli studi recenti dimostrano chiaramente la sua origine campana. A Capua infatti esistevano prospere fonderie di bronzo dove artisti di origine greca eseguivano statue e utensili di grandissima finezza. Già prima ancora che il simulacro della lupa fosse introdotto, a Roma esistevano monete d’argento e di rame — coniate a Capua — dove era riprodotta l’immagine della lupa. L’antichissima statua di bronzo, fu dunque portata a Roma durante i primi anni della repubblica e rimase a canto al Lupercale — nel luogo dove ora è la chiesa di Sant’Anastasia — come il nume indigete della stirpe latina. Trasportata verso il VII o l’VIII secolo dentro la chiesa di San Teodoro, vi fu conservata fino al 1527, quando dopo il saccheggio del connestabile di Borbone, fu trasportata altrove e finì nei musei capitolini dove si trova ancora. La bella statua antica è mirabilmente conservata: sulla zampa posteriore destra si veggono anche oggi le traccie del fulmine — che secondo Cicerone — la colpì l’anno 65 avanti Cristo, sotto il consolato di Manlio e di Cotta. Inutile aggiungere che in origine la lupa era senza poppanti e che il gruppo dei gemelli vi fu aggiunto dal Della Porta nel secolo XVI.

Con tutto ciò è difficile stabilire oggi dove finisce l’influenza etrusca e dove principia un’arte o per lo meno una estetica nazionale. Come vedremo più innanzi i Romani scelsero piuttosto gli Etruschi per l’architettura, ma si avvicinarono ad altri popoli per le arti minori. Fin da tempi remotissimi doveva esistere a Preneste, città del Lazio, un centro di artisti del bronzo che raggiunsero ben presto l’eccellenza. La mirabile cista Ficoroni (Museo Kircheriano - sala I) trovata a Palestrina nel 1744 è un bell’esempio di quell’arte. cippo con iscrizione arcaica latina. Queste ciste erano cassettine di abbigliamento in uso presso le donne romane e fornivano agli artisti latini la possibilità di esercitare la loro arte. La cista del Museo Kircheriano è adorna da un disegno che rappresenta la favola degli Argonauti; è sostenuta da tre zampette di leone e coronata da un gruppo di tre personaggi modellati con molta ingenuità. Questo ultimo gruppo è firmato: Novoios Plantios mea Romai (me [p. 22 modifica] Romae) fecid e Novio Planzio fu probabilmente l’autore del solo gruppo e delle zampe della base. Un’altra iscrizione ci fa sapere la proprietaria del prezioso cimelio Dindia Malcoma fileai dedit. Se bene gli accessori decorativi rimontino solamente al III secolo avanti Cristo, si vuole che il forzierino sia anteriore, pur rimanendo fuori di dubbio che esca dalle mani di un artista prenestino.

la cista figoroni nel museo kircheriano. Ma l’organismo architettonico rimase quasi esclusivamente etrusco. I templi di pietra peperina e di tufo riprodussero le linee rette e regolari dei sepolcri di Cervetri. Durante i due primi secoli della repubblica non si fece nessun progresso nell’arte di edificare e solo più tardi troviamo l’arco e la volta che doveva caratterizzare cosi originalmente gli edifici romani. D’altra parte non possediamo che rarissimi avanzi imperfetti di quel periodo oscuro e poco noto. I recenti scavi del Foro hanno però messo alla luce uno dei più importanti di questi ruderi: il cosi detto Lapis Niger che doveva segnare il luogo su cui s’innalzava il mausoleo di Romolo. Si tratta di un pavimento di marmo nero di fronte alla Curia, sotto al quale è stata ritrovata una base di tufo giallo, decorato da palmette etrusche, che conservano agli angoli le tracce dei basamenti che dovevano sopportare i quattro leoni marmorei che secondo Varrone decoravano il sepolcro del primo re di Roma. Tutto intorno, fra avanzi di ceneri e frammenti di ossa calcinate, si rinvenne una ricchissima suppellettile votiva, composta da vasi di bucchero, da statuette di bronzo e di avorio d’origine fenicia ed egizia, da un piccolo bassorilievo in terracotta rappresentante un guerriero a cavallo, da un’antefissa con la testa di gorgone e con alcuni avanzi di vestiarii. Inoltre era li accanto che giaceva la stele arcaica, la cui misteriosa iscrizione doveva avere l’onore di essere posta — come la più antica — di fronte al Corpus Inscriptionum latinarum. Era evidente che il luogo sacro, profanato da qualche ignoto avvenimento, doveva essere stato da prima purificato con un sacrificio di vittime e in seguito coperto frettolosamente e nascosto sotto nuovi edifici. Queste particolarità permisero di supporre che si trattasse del grande incendio gallico e della successiva riedificazione di Roma. Era evidente che i sacerdoti avevano offerto un sacrificio espiatorio al sepolcro del Semidio profanato [p. 23 modifica] dagli invasori: poi molto materiale preso dalle vicine rovine era stato accumulati intorno o sopra al Lapis Niger che doveva rimanere così celato per infiniti secoli agli sguardi dei Romani. E fra questo materiale si trovava la stele, suscitatrice di una così fiera polemica fra i filologi e gli scienziati contemporanei.

La stele votiva è una piramide di tufo giallo, alta 50 centimetri e larga 22 tagliata negli angoli e — disgraziatamente per noi — troncata nella sommità. Sulle manico del coperchio della cista ficoroni nel museo kircheriano. quattro facce, e spesso anche sulla smussatura degli angoli, è tracciata un’iscrizione in lettere arcaiche, nella guisa dette ad aratura di bove (bustrofidon) perchè cominciando da sinistra a destra continua da destra a sinistra, alternandosi così di seguito fino alla fine. Di questa iscrizione sono state tentate molteplici traduzioni e per primo il professor Ceci credette di leggervi una delle leggi religiose istituite da re Numa per regolare l’ordine dei sacrifici, il numero e la qualità delle vittime e i privilegi dei sacrificatori. Ma pur ammettendo l’ipotesi di una delle antichissime leggi religiose, il prof. Hülsen con maggiore probabilità vorrebbe farla risalire alla [p. 24 modifica]istituzione dei Decemviri (450 a. G. C.) e dietro di lui il prof. Pais le dà come data probabile il principio del V secolo prima dell’Era cristiana. Queste diversità di giudizii, e certe affermazioni fatte frettolosamente, suscitarono una vera battaglia fra i filologi e gli storici d’Europa, in una cosa sola furono d’accordo tutti: nella grande antichità del nuovo rudero che la fortunata sagacia di Giacomo Boni aveva riportato alla luce. Per conto suo il popolo si commosse della scoperta importantissima, la quale lo metteva in presenza di un monumento che gli storici romani dell’epoca imperiale conoscevano di tradizione senza averlo veduto. Per molti giorni la curiosità suscitata dal Lapis Niger e dalla Stele fu immensa: nella processione che la folla faceva quotidianamente ai piedi dell’Arco di Settimio Severo, non mancavano le anime sarcofago di cornelio lucio scipione barbato nel vaticano (daumet).femminili che sparsero di giacinti e di rose la tomba del mitico re. Fu come una gentile offerta floreale a quella antichissima primavera della città.

E di queste memorie di un’epoca lontanissima e misteriosa, non abbonda l’archeologia romana. Gli edifici eretti durante quei primi secoli della storia, i templi, le case private, le costruzioni monumentali, tutto fu arso, ruinato da quella terribile invasione gallica, che abbattutasi su Roma, l’anno 364 innanzi l’Era volgare, doveva ridurla un cumolo di rovine fumanti. Sono note le vicende di quella guerra, dalla disfatta del fiume Allia, che fu vera, all’improvvisa comparsa di Camillo sul luogo dove i Romani pesavano l’oro del riscatto, che è probabilmente favolosa. È certo però che durante il periodo in cui i Celti assediarono la rocca capitolina e si sparsero predando per la campagna, poco o nulla rimase della Roma primitiva. La rovina anzi fu così completa e desolante, che si sa come dopo la partenza del nemico si fosse formato un partito abbastanza numeroso che propugnava di abbandonare la città distrutta e di ritirarsi a Vejo con le cose sacre e le leggi. Contro questa proposta si oppose l’aristocrazia e Roma fu salva: ma perchè l’idea dell’abbandono non prevalesse, di nuovo si affrettarono i lavori di riedificazione e si permise che [p. 25 modifica]fontana di giuturna - sorgente ed ara dei dioscuri. frammenti del gruppo dei dioscuri. [p. 26 modifica] ognuno costruisse la propria casa dove e come credeva meglio. E così nacque la Roma repubblicana quale doveva essere ai tempi di Giulio Cesare e di Augusto.

Questa seconda fondazione della città fu dunque compiuta frettolosamente e senza ordine e il fatto stesso di aver sepolto sotto i nuovi edifici la stele votiva e il sepolcro di Romolo, dimostra come poco si tenesse conto dei monumenti primitivi. La nuova Roma sorse senza regola, con vie strette e tortuose, con le case addossate l’una sull’altra. Fu solo qualche anno più tardi che s’introdusse un qualche ordine e si pensò a provvederla di acqua abbondante e salubre. D’altra parte laforo romano. (Fot. Anderson). sconfitta subita per opera dei Celti aveva sollevato gli animi delle popolazioni sottomesse, che sperarono per un poco di abbattere in un colpo la potenza di Roma. I consoli che si succedettero, pensarono più a resistere contro gli assalti dei nemici che a ingrandire e abbellire la città continuamente minacciata. Si deve al censore Appia Claudio il principio della via e il trasporto dell’acqua che anche oggi portano il suo nome e giustamente osserva Tito Livio (IX, 29) che l’anno in cui fu censore — il 312 avanti l’Era volgare — deve rimanere celebre più per questi due lavori importanti che per la severa vigilanza che egli esercitò col collega Caio Plauzio. Ma di tutta questa epoca oggi non rimangono più che memorie storiche e bisogna ricercare fra gli edifici degli ultimi anni del governo repubblicano i documenti d’arte e di architettura. [p. 27 modifica]

Le nuove conquiste e la lunga serie di guerre vittoriose ebbero come risultato di produrre una radicale trasformazione negli usi e nelle abitudini dei cittadini romani. I pretori mandati a governare le provincie sottomesse, si adattarono rapidamente ai costumi dei popoli presso i quali vivevano e inoltre cominciarono a crearsi quelle prodigiose ricchezze che dovevano rendere possibile il prossimo cambiamento di stato sociale. È noto il contrasto fra il censore Catone e i due Scipioni, contrasto il tempio della fortuna virile. (Fot. Alinari). così aspro e parziale che a volte vien fatto di domandarsi se non fu suggerito più tosto dalla gelosia dell’uomo rozzo verso le raffinatezze dell’arte che dalla virtù pura e semplice. Inoltre, ogni nuova conquista era segnata da una spedizione considerevole di statue, di pitture, di suppellettili preziose, di gemme e di argenti che rappresentavano il tesoro dei vinti e l’omaggio a Roma dei capitani vittoriosi. Marcello da Siracusa, Metello dalla Macedonia, e sopratutto Mummio dalla Grecia, mandarono alla metropoli meravigliosi bottini. E questi esposti al pubblico nei trionfi, deposti nei templi, offerti all’ammirazione delle moltitudini, giovavano a educare il gusto del popolo e a rendergli quasi insopportabile la rozzezza primitiva della città. Perfino [p. 28 modifica] l’austero Catone, avversario di ogni raffinatezza ellenistica, innalzò nuovi edifizi, pubblicò editti per la regolarità delle vie e fece abbattere quelle case che rompevano l’armonia di una strada o che sporgevano troppo sopra di essa.

Così, anche l’architettura cominciò a trasformarsi. Alla fine della repubblica abbiamo di già vari edifici importanti. Il Foro, pur rimanendo il centro della vita romana, cominciava a popolarsi di nuove basiliche e di nuovi templi. Una strada ponte fabbicio. (Fot. I. I. d’Arti Grafiche). lastricata con glossi riquadri di lava, lo percorreva in tutta la sua lunghezza e questa strada — che i recenti scavi ci hanno determinato nella sua forma originaria — era la via sacra dei trionfatori che dal tempietto di Strenia — posto nel lato meridionale del Foro — conduceva fino all’Arce Capitolina. Ai due lati di essa si allineavano gli edifici pubblici: la Regia, dove fino al tempo di Augusto risiedevano i Pontefici Massimi e dove si conservavano gli archivi e i documenti del supremo ordine sacerdotale: l’atrio e il tempio di Vesta dove si custodiva il fuoco sacro, l’edicola e la fontana di Giuturna, i rostri, la Curia e la Basilica Emilia. Disgraziatamente molti di questi monumenti furono distrutti dal fuoco e riedificati in epoca successiva, [p. 29 modifica]piazza bocca della verità col tempio della «mater matuta».
(Fot. Alinari).
[p. 30 modifica]tanto che i ruderi che oggi vediamo appartengono quasi tutti ai restauri imperiali. I lavori di scavo, intrapresi da Giacomo Boni, hanno però rimesso alla luce alcuni avanzi degli edifici primitivi. Nella Regia è stata ritrovata l’area repubblicana, circondata da un muro formato da blocchi regolari di tufo e pavimentata con lastre anch’esse di tufo. Nel centro del pavimento s’è rinvenuto un piccolo edificio circolare che il Boni ha identificato per il tempietto dove si conservavano quelle Hastae isola di s. bartolomeo — lato a levante. (Fot. I. I. d’Arti Grafiche). Martis, nelle quali taluni vogliono vedere una forma rudimentale di parafulmini, e che — percosse dalla folgore — indicavano presagio di sventura ai Romani.

Anche la fontana di Giuturna, con la sua origine leggendaria, ha suscitato una improvvisa fioritura di poesia fra le rovine del vecchio Foro. Gli storici romani raccontano che durante la battaglia del Lago Regillo — l’ultimo e disperato tentativo dei Tarquinii per riacquistare il potere regio — la cavalleria romana, pericolante e sul punto di volgere in fuga, fu soccorsa da due giovani bellissimi e sconosciuti che nelle prime file rincuoravano i soldati e assicurarono la vittoria. La sera stessa i cittadini romani che si affollavano nel Foro ansiosi di notizie, videro [p. 31 modifica]all’improvviso due cavalieri coperti di polvere e di sangue abbeverare i loro cavalli nelle acque della fontana sacra alla dea Giuturna, che scaturiva alle radici del monte Palatino. Accorsi presso di loro, seppero che la battaglia contro i regi era stata vinta e che essi stessi avevano aiutato nella vittoria i Romani. Poi sparirono e subito si seppe che i due sconosciuti erano i Dioscuri, domatori di cavalli e protettori delle armi romane. Per questo fatto un tempio sorse in loro onore poco distante dalla isola di s. bartolomeo - lato a mezzogiorno. (Fot. I. I. d’Arti Grafiche). fontana e la fontana stessa fu venerata con speciale fervore. I nuovi lavori di scavo hanno rimesso alla luce la sorgente miracolosa — con le sue lastre di marmo e la piccola ara votiva — e il tempietto che le era dedicato. Si tratta di un edificio decorato da due colonne di marmo e adorno da un puteale elegantissimo offerto alla divinità da Marco Barbagio Pollio, l’anno 41 avanti l’Era volgare. Intorno alla fonte si sono rinvenute molte suppellettili votive: un simulacro di Esculapio e i frammenti di una mirabile statua equestre in marmo pentelico, opera greca del V secolo che doveva appartenere a un gruppo dei Dioscuri. Se bene durante il medioevo fosse profanata e inquinata, pure le acque scaturiscono ancora [p. 32 modifica]sepolcro di marco vergilio eurisace presso la porta maggiore.
(Fot. Alinari).
[p. 33 modifica]tomba di cecilia metella — via appia.(Fot. Alinari). [p. 34 modifica] limpidissime e recano a Roma eterna come un presagio di continuo rinnovamento e di perenne gioventù.

Ma, come ho già notato, gli edifici primitivi del Foro Romano furono troppo manomessi e rifatti nelle epoche successive, perchè noi possiamo trovare in essi il carattere della loro architettura. Con la conquista della Grecia e con la trasformazione palatino — altare del dio ignoto.(Fot. I. I. d’Arti Grafiche). del gusto pubblico, anche le forme architettoniche subirono una notevole evoluzione. Accadde a Roma quello che era accaduto nelle città della Sicilia e della Campania: lo spirito ellenico ebbe presto il sopravvento. — Esistono ancora diversi esemplari di templi ellenizzanti costruiti durante gli ultimi anni del periodo repubblicano: quello cosidetto della Fortuna Virile, quello della Pietà e il piccolo tempietto rotondo — probabilmente sacro alla Madre Matuta — e che per molti secoli passò per esser il tempio di Vesta. Il tempio della Fortuna Virile ha questo d’importante: che non essendo mai stato restaurato durante l’impero è giunto a noi nella sua forma [p. 35 modifica]palatino — giardinetto dell’altare del dio ignoto.(Fot. I. I. d'Arti Grafiche). [p. 36 modifica] originale. Di più, dedicato fin dal IX secolo al culto cristiano, sfuggì miracolosamente ai restauri e alle distruzioni, così che è rimasto quasi intatto. Il giorno in cui si ottenesse di liberarlo dall’inutile edificio — un collegio di preti armeni — che ne racchiude un lato, si avrebbe un campione perfetto dell’architettura ellenizzante, quale era di moda a Roma durante il periodo repubblicano. Si tratta di un edificio quadrangolarebusto di giulio cesare nel museo nazionale di napoli. in stile ionico, posato sopra un alto podio, sorretto da colonne scanalate e decorato nell’attico da un elegante fregio di foglie e di teste di leone. Lo stesso organismo architettonico lo ritroviamo nella Aedes pietates — oggi S. Nicola in Carcere — di cui ci rimangono ancora alcune colonne e i frammenti della cornice e del Podium. Una leggenda medioevale racconta che il tempio della Pietà era stato eretto per ricordare la matrona romana che aveva nutrito col latte delle sue mammelle la madre condannata a morir di fame in prigione. Ma la favola non ha fondamento e l’edificio fu invece innalzato dal console Cecilio Gabrione l’anno 181 avanti l’Era cristiana, per solennizzare la vittoria riportata alle Termopili. Il tempietto alla Mater Matuta è invece diverso e dovette incontrare il favore dei Romani per la sua forma circolare che ricordava loro le prime capanne rotonde della stirpe italica. Se bene, anche qui, la leggenda attribuisca a Servio Tullio l’origine di questo edificio, si sa invece che fu edificato da Camillo dopo la presa di Vejo. Distrutto da un incendio l’anno 213 a. G. C., fu ricostruito l’anno dopo. Ha forma rotonda — e questo deve aver generato l’errore della sua denominazione — e riposa sopra una base di tufo. Il suo peristilio circolare è adorno da colonne di marmo d’ordine corinzio. Dedicato durante il medioevo a S. Stefano, fu detto dalla vicina piazza Santo Stefano delle Carrozze fino al 1560, anno in cui — in seguito a un fatto miracoloso avvenuto a certa Gerolama Lentini — cambiò titolo e fu dedicato a Santa Maria della Luce. Un altro tempio, ricco di decorazioni marmoree e di fregi, fu quello eretto in onore al dio Esculapio nell’isola Teberina e di cui rimangono anche oggi alcuni curiosi frammenti. Su questa isoletta — che la tradizione vuole prodotta dalle messi dei Tarquinii gettate nel Tevere dai ribelli — era sorto fin dall’anno 328 prima dell’Era volgare, un tempio in onore al dio della medicina. In quell’anno essendo i Romani afflitti da una grave pestilenza interrogarono i libri sibillini che risposero dover i [p. 37 modifica]busto di ottaviano (giovinetto) nel museo vaticano. Romani trasportare nella loro città uno dei serpenti sacri ad Esculapio che si adoravano nel tempio di Epidauro. Mentre la nave che lo trasportava stava risalendo il Tevere, il serpente guizzò dal suo covile e a nuoto andò a nascondersi nell’isola Tiberina: questo indizio bastò perchè quivi sorgesse il tempio a Esculapio, tempio che occupò l’area dell’attuale chiesa di San Bartolomeo. Esso dovette avere la forma di un naviglio — forse per ricordare il miracolo — ed è nella punta estrema dell’isola, sui banchi di sabbia sottostanti al convento dei francescani che si trovano i frammenti citati. Essi appartengono alla prora della nave marmorea e recano in bassorilievo il busto del dio ed il suo serpente sacro.

busto di cicerone nel museo vaticano.

L’importanza che ben presto acquistò il santuario tiberino, fece sì che presto fu unito alle due sponde da ponti di pietra. I primitivi ponti di Roma erano stati costruiti in legname perchè si potessero più facilmente distruggere all’avvicinarsi del nemico, ed è nota la favola del ponte Sublicio innalzato dal re Anco Marzio e difeso da Orazio Coclite contro l’intiero esercito degli Etruschi. Ma già fin dall’anno 179 prima dell’Era volgare, i due consoli Marco Nobiliore e Fulvio Emilio Lepido avevano innalzato i piloni di quel ponte Emilio che completato trenta anni più tardi da Scipione Africano e da Mummio Acaio, rimase in uso fino al 1598, epoca in cui una piena del Tevere non lo rovinò definitivamente. Più fortunati, [p. 38 modifica] in vece, furono i due ponti dell’isola Teberina: il ponte Cestio, edificato dal prefetto Lucio Cestio 60 anni prima la nascita di Gesù Cristo, e il ponte Fabricio cominciato da Lucio Fabrizio e finito — 23 anni prima dell’Era volgare — dai consoli M. Lollio e Q. Lepido. Il primo di questi due ponti aveva in origine una sola arcata centrale, con due piccoli archi ai lati e non acquistò la forma attuale che sotto l’impero di Valente, Valentiniano e Graziano, durante il quale fu restaurato. Il secondo ha conservato la sua forma primitiva ed ha preso il nome attuale di ponte Quattro Capi, dalla piccola erma a quattro facce che ancora si conserva sopra uno dei suoi parapetti.

ara di cesare.

Intanto col crescere della ricchezza privata e con il popolarizzarsi delle abitudini di grandezza e di lusso, una nuova forma di architettura e di arte cominciava a manifestarsi nelle vie romane: quella dei sepolcri. Fin dai primi tempi della costituzione repubblicana, una legge delle XII tavole stabiliva l’inviolabilità e il culto delle sepolture, che continuavano ad essere di due sorta: a incenerazione e a inumazione. I riti che accompagnavano i cadaveri dei defunti divenivano ogni giorno più sontuosi e più magnifici erano i sepolcri che una disposizione relegava oltre la cinta delle mura, per cui divenne illustre come un meraviglioso museo la via suburbana del censore Appio. E anche nella architettura funebre si era manifestata una profonda modificazione. I due termini di paragone possono essere offerti dall’ipogeo degli Scipioni e dal sepolcro monumentale di Cecilia Metella. [p. 39 modifica]

L’ipogeo degli Scipioni, poco distante dalla porta San Sebastiano e quasi nascosto fra le rose e fra i crisantemi che lo circondano di una ghirlanda sempre fiorita, fu scoperto nel 1780 e merita una visita da chiunque è innamorato della solitudine antica. Si tratta di una escavazione o Lautumia, fatta nella roccia di tufo e avente forma quadrangolare. Intorno sono i sepolcri degli Scipioni, il più importante dei quali è quello di Cornelio Scipione Barbato, console nel 298 prima dell’Era volgare, e vincitore delle guerre sannitiche. Disgraziatamente gli scavi furono fatti avanzi della basilica emilia. a scopo di lucro e molti dei sarcofagi andarono dispersi: quello di Cornelio Scipione passò al Vaticano dove si conserva ancora nel Belvedere. E un’arca di peperino, con un fregio dorico di triglifi e di metope intramezzate da rosette. Sulla base è una iscrizione in versi saturnini che rammenta i meriti del defunto. Se bene elegante di forma siamo lontani dalla sontuosità che dovevano posteriormente raggiungere le tombe monumentali della via Appia, il cui prototipo rimane il mausoleo rotondo che il figlio del triumviro Crasso innalzò alla memoria di sua moglie Cecilia Metella, figlia di quel Metello che ebbe il cognome di Cretico per aver sottomesso l’isola di Creta. [p. 40 modifica]

Questa ostentazione della propria ricchezza dopo la morte, acquistò in breve una così grande estensione, che oscuri privati spesero somme favolose per edificarsi il proprio sepolcro. Già alla fine della repubblica, questo uso doveva essere abbastanza generalizzato, se si considera il curioso monumento funebre che ancora si statua di pompeo nel palazzo spada. conserva alla Porta Maggiore. Questo monumento fu eretto da un Marco Vergilio Eurisace, fornaio, fornitore dello stato, e nel suo insieme rappresenta una quantità di sacchi di grano sovrapposti e coronati da un fregio dove si svolge una scena dell’arte di fare il pane. Le aperture circolari rappresentano invece le bocche del forno. La pretenziosità di questa architettura — che risale agli ultimi anni della [p. 41 modifica] repubblica — e l’orgoglio dell’iscrizione ripetuta sopra ognuna delle faccie indica quale mutamento fosse avvenuto nel primitivo spirito di semplicità. Così a traverso lotte infinite e infinite vittorie un sentimento nuovo si era formato e l’arte aveva acquistato un carattere più originale formato dagli elementi più diversi. Con la conquistaapollo musagete — museo vaticano.
(Fot. Alinari).
di nuovi popoli si era determinato un nuovo ambiente: l’arte primitiva aveva ceduto alle influenze dei Greci come più tardi avrebbe dovuto accettare ogni suggerimento. E con l’arte la religione. Agli dei latini, dovevano a poco a poco subentrare le divinità dei popoli sottomessi, in una mostruosa e magnifica confusione di riti e di forme. Fra tanti cambiamenti e fra tante trasformazioni rimane ancora come un simbolo di purezza primitiva il piccolo altare arcaico di travertino, che s’innalzava ai piedi del Palatino come un’ultima offerta votiva allo spirito italico di Roma. Questo altare fu eretto al Dio Ignoto, e una ingenua iscrizione arcaizzante ci avverte di questa sua consacrazione. Sei Deo sei deive Sacrum — dice l’iscrizione — e in mezzo ai ruderi della Roma fastosa dei Cesari, dinnanzi alle portentose costruzioni di Caracalla e di Settimio Severo, rimane come un ultimo ammonimento della purezza e della pietà primitiva!