Novella di Marabottino Manetti/Novella d'un piovano vicino a Firenze

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NOVELLA

D’UN PIOVANO


VICINO A FIRENZE





Perchè sono cierto, magnifico Lorenzo di Piero de Medici, la umanità tua essere inclinevole a porgiere li orechi al parlare di qualunque a te benivole, et nelli loro ragionamenti grandemente dilettarti; io non avendo da ragionare teco cosa alcuna di grande a te degnia, mi proposi di sforzarmi quanto a me fussi possibile con qualche piacievole facietia dilettare el gieneroso tuo animo. Onde fra l’altre m’occorse una novella d’uno nostro ciptadino e prete di stirpe nobile, che io udii recitare da messere Agniolo dalla Stufa notabile cavaliere, in presenza del presente Duca di Calavria e di molti altri baroni; la quale lui diceva avere udita racontare dal S. Gismondo di Rimino; affermando lui averla intesa da Tommaso Alderotti uno de’ capi e guidatori di quella. Il perchè, avenga che la [p. 2 modifica]materia sia infima e bassa, niente dimeno considerato da quali notabili recitatori e di quanta degnità sia stata raconta e gratamente udita, non mi stimai essere fuori del proposito mio alla tua magnificenza dare di tale materia qualche notitia, stimando che colla tua solita benignità da te almeno ascoltata o letta sarà. Et con tale fidanza alla discrizione di quella vengo.

Fu a’ dì nostri uno non molto venerando sacierdote, el cui nome mi pare da tacere per non diminuire di degnità alla nobile schiatta di cui nacque. Questo da’ consorti suoi che per loro virtù e degli antichi loro erano abondanti di molti padronaggi di chiese, fu fatto piovano di una pieve di loro padronato non molto lontana dalla nostra ciptà. El quale quantunque fussi eziandio canonico del nostro duomo, nientedimeno perchè lo ingiegnio suo non era da civile conversatione, el più del tempo si stava alla sua pieve; dove fra l’altre sue pratiche, teneva stretta amistanza con una sua vicina chiamata Mona Tessa, donna barbiera quanto alcuna di suo paese, la quale egli più volte avea richiesta di ruffianeggi, e lei gli avea promesse cose assai sanza volerne fare alcuna. Ma sotto queste promesse acattando da lui quando venti soldi e quando trenta, e quando uno staio di grano e quando uno altro, gli avea tratto [p. 3 modifica]di mano la valuta di circa fiorini dieci. Onde non venendo el venerabile sacierdote a conclusione alcuna, cominciò a sollecitare con grande instantia Mona Tessa di rivolere da lei li sua danari e grano, in tanto che non parea ch’avessi altra faccenda ch’ogni giorno quando con prieghi e quando con minacce ricordarle questo suo fatto. Il perchè veggiendosi la buona donna a mal partito con messer lo Piovano, conferì questo caso con un suo figliuolo chiamato el Bodolina e con un suo vicino ch’avea nome Piero Tanaldi, amendua uomini molto astuti e pratichi. Li quali inteso el fatto, la confortorno di tenere a bada il prete qualche dì, perchè fra poco tempo stimavano di trarla di tale tribolatione. Onde stando li dua giovani attenti a pensare come potessino indurre el canonico che di gratia li fussi el canciellare questo debito sanza alcuno pagamento, avenne che andando eglino un giorno a casa el Piovano insieme con Tommaso Alderotti nostro ciptadino, uomo di grande ingiegnio e prudenza che vicino alla pieve avea sue posessioni e per questo con messere lo calonaco teneva alquanta domesticheza, et rimanendosi Tommaso con lui a ragionamenti, e li due giovani andando per casa, venne loro veduto in uno pollaio molti polli padovani e cierti paperi di belleza fuori dell’ordine degli altri. [p. 4 modifica]Et insieme compostisi ciò che fare doveano, tutti cheti si tornorono la dove era Tommaso, e quivi col Piovano statisi alquanto, ragionando di varie ciance con lui secondo el suo scipito gusto, insieme con Tommaso da lui presono licienza. Et acompagniando Tommaso a casa li dissono come avevano veduti circa di venti paia delli più belli polli e paperi del mondo ch’aveva el Piovano, e come aveano disegniato di levarlo da masseritia e goderseli con lui insieme per amore del messere; e scopersonli ciò che li induceva acciò fare, dimostrandoli li modi teneva questo loro valente sacierdote, narrandoli tutto el trattato avea tenuto con Monna Tessa, pregandolo li dovessi favorire in liberare la buona donna dal debito de' dieci fiorini e dalla importunità del prete. A’ quali Tommaso, perchè era uomo molto faceto e piacevole sì che di fare natte si dilettava, facilmente aconsentì. Onde come fu fatto sera li due giovani andatine al pollaio del prete, e in quello, per la via el dì appostata, facilmente entrati, quanti polli e paperi v’erano tutti ne trassono et a casa Tommaso neli portorono. Avea il degno sacierdote uno cherico d’assai bello aspetto e visto, e in effetto molto al suo gusto conforme, el quale per vari modi mettendosi a investigare di questo fatto, intese come il Bodolina [p. 5 modifica]e Piero Tanaldi gli aveano condotti in casa Tommaso, il perchè subito lo referì a messer lo calonico, il quale come uno cane rabbioso andò a trovare Tommaso, e con sue parole bestiali e mal composte fecie una grande minacciata. Tommaso da principio con rigido volto negando sempre fecie le viste di non ne sapere niente, et di poi con dolci e piacevoli parole s’ingiegniò d’attutare l’ira del prete. E chiamatolo da parte con molte belle persuasioni li dimostrò che questo non poteva essere che in casa sua fussi stata recata tal cosa, ma che per insino da ora li si profereva che se lui voleva gitterebbe l’arte, ma a questo fare bisogniava quattro fiaschi di trebbiano per istillare et dipoi li dava l’animo di trovare li commettitori del furto; ma non ne voleva essere nominato per non venire nelle mani dello inquisitore. El sacierdote disideroso di vendicarsi, questo udendo, lo pregò che gittare la dovessi, promettendoli di tenerglielo segreto più che se in confessione gliele avessi detto; e così tornatosi tutto confortato alla pieve, mandò a Tommaso per el suo cherico li quattro fiaschi di trebbiano; li quali veggiendo Tommaso tutto lieto li prese, e disse al cherico: dì a messer lo Piovano ch’elli à fatto bene a mandarli presto, però che la cosa bolle forte e non ci mancava altro che [p. 6 modifica]questo. E tornatosene in casa insieme col Bodolina e Piero Tanaldi, facciendone gran festa n’andorono a desinare una parte de’ polli e paperi con quello trebbiano alla barba del prete. Et appena aveano desinato che ’l prete giunse, al quale Tommaso fattolisi incontro disse: voi siete venuto a punto a tempo perchè io ò finito ora ora di gittare l’arte e volevo venire a trovarvi. Messere mio, io vi dirò quel che io ne veggio di questo fatto. Voi avete dati tutti questi polli e paperi alla Lapa di Becho Beriuoli vostra donna, secondo che mi dice l’arte, ma io nolli credo ben bene, però che ’l diavolo è alle volte bugiardo. Al quale el prete disse: cierto si ch’elli è bugiardo; e con sagramenti cominciò a negare d’averli dati alla druda sua, affermando che gli erano stati imbolati e che credea per cierto che fussi stato el Bodolina e Piero Tanaldi, come gli avea detto el cherico suo, et ch’e’ li accuserebbe al vicario. Tommaso vedendo costui infuriato li disse: or udite messer mio dolce, io ò diliberato di servirvi in tutto perchè veggio portate grande passione di questo fatto: imperò che io coll’arte mia farò se voi vorrete che noi corremo el ladro, et udite come. Voi avete el vostro bel cavallo, io costringnierò colli miei incanti che chi v’à imbolato e polli non potrà fare che non venghi stanotte a [p. 7 modifica]imbolarvelo. Il perchè farete bene guardare el luogo dove sta el cavallo da giente che piglino il malfattore quando verrà per esso; e se voi non avete di chi fidarvi, io vi darò dua valenti garzoni che lo guarderanno; ma vuolsi farli godere acciò che guardino più volentieri. Il prete ordinò una bella ciena per la sera a Tommaso e alli dua garzoni, et postoli alla guardia del cavallo se n’andò a dormire. La notte li giovani, come erano composti, dettono el cavallo al Bodolina e a Piero Tanaldi, li quali ne lo menorono a casa el Bodolina, e dettonlo a guardia a Mona Tessa. La mattina el prete si levò per tempo, e andatone alla stalla trovò li dua giovani, li quali facciendo sembianti d’essere tutti sbigottiti e stupefatti, li dissono che il cavallo era stato loro tolto e non sapeano da chi, e ch’altro che ’l diavolo non poteva averlo portato. Imperò ch’erano stati desti tutta notte et quivi non era entrata altra persona che loro. El prete cominciò a fare le maggiori pazzie del mondo e a piagniere el suo cavallo a lui tanto caro, el quale per lo amore gli portava avea tenuto bene da quindici anni. Et in questo sopragiunse Tommaso, e facciendo vista di volere intendere come la cosa era ita, molto apunto addimandò d’ogni cosa, et dipoi rivoltosi alli dua garzoni, diciendo loro villania che [p. 8 modifica]s’erano sì bene portati del primo servigio che lui e 'l messere l'aveano richiesti et che eglino doveano avere dormito tutta notte come ebbri ch’egli doveano essere della sera, minacciandoli li cacciò via. Et rivoltosi a messere lo prete, disse: non vi date maninconia che per questo non resterò io che noi non cogliamo il malfattore. Io lo costrignerò che stanotte egli vi venghi a torre la camicia di dosso, sì che fate di stare attento, che quando egli viene per torvela, voi lo conosciate, e così potremo poi metterlo nelle mani del rettore. Domine faccia che voi non vi risentiate quando ve la caverà di dosso e che voi nollo conosciate. A cui il prete facciendosi molto gagliardo rispose, che non ch’egli avessi animo di stare attento, ma che li basterebbe la vista di metterli le mani a dosso e’ fussi chi si volessi, e avessi nome come sapessi, faciessi pure di venirvi. Rispuose Tommaso: io lo costrignierò che se li crepassi el cuore e’ converrà ch’egli vi venghi, e faretene poi a vostro senno; ma fate che noi abiamo bene che ciena voi et io, e lasciate poi fare a me. E partitosi dal messere se n’andò a desinare de’ buoni polli e paperi insieme col Bodolina e Piero Tanaldi; e quivi compostosi ciò che fare aveano ordinorono una farinata un poco stemperata e gialla, et postola in una pentola [p. 9 modifica]appressandosi la sera la scaldarono, et rinvoltola in uno panno perchè si mantenessi calda, al Bodolina ne dettono la cura. Li quali andatisene a casa el prete, Tommaso entrò in casa solo, e chiamato el messere, entrò in vari ragionamenti con lui; e cosi ragionando lo trasse di casa. Et appostato Piero Tanaldi che ’l cherico non v'era, el Bodolina entrò in casa, e colla pentola sotto s’andò a coricare sotto el letto dove dormiva el prete. La sera avendo el prete e Tommaso molto bene cienato, Tommaso si tornò a casa, et il prete col cherico se n’andorono a letto. Essendo el sacierdote ben caldo della cena fu per cavarsi la camicia, ma pure ricordandosi di quello gli avea detto Tommaso si stette con essa in dosso. Il Bodolina come sentì el prete e il cherico adormentati, uscì di sotto el letto, e pian piano rimboccò la farinata cosi tiepida in sulle parti posteriori del prete e in sulla camicia, et nascostosi dietro al letto attendeva quello seguiva. El prete da quivi a poco destatosi e sentendosi tutto impaniato, ebbe per cierto d’avere fatto suo agio nel letto, et chiamato el cherico li disse: leva su presto ch’io ti so dire ch’io sono fornito; el cherico destosi tutto sonnacchioso li rispose: che malanno è questo? voi avete imparato ogni notte darmi noia come io sono in sul più bello del [p. 10 modifica]dormire. Io ti dico, disse el prete, ch’io sono tutto imbrattato. Rispose el cherico: se voi siete imbrattato, nettatevi; et questo detto cacciò il capo sotto e fu radormentato. El prete veduto che in vano avea chiamato el cherico, si trasse la camicia, e avenga che la sentissi alquanto impaniata, pur el meglio ch’egli potè con essa si nettò, et gittolla dietro al letto, et quasi ch’ella non colse insul viso al Bodolina che quivi era che scoppiava dalle risa; tanto che presso ch’elli non s’avea roso coi denti el saccone del letto per la pena pativa del trattenersi di ridere per non essere sentito. Pur quivi statosi alquanto, come sentì el prete radormentato, pian piano s’uscì di camera e di casa, e andatosene a casa Tommaso, trovò lui e Piero Tanaldi che quasi insino allora non aveano potuto dormire, attendendo con disiderio a quello la cosa riuscissi. Li quali veduto il Bodolina colla camicia, appena potevano credere tanta scimunitaggine del loro prete. Et dipoi inteso appunto come era procieduto el caso, quasi tutto el resto della notte consumarono in risa e ragionamenti del loro dolciato sacierdote. Il prete la mattina destatosi e ricordandosi di quello gli avea detto Tommaso, fece ciercare al cherico della camicia, e nolla trovando mandò a dire per il cherico a Tommaso ch’egli lo [p. 11 modifica]pregava che venissi insino a lui, et che se non fussi ch’egli si sentiva di mala voglia, lo sarebbe venuto a trovare insino a casa. E così credendosi el dolce messere d’essersi stemperato la notte, si dette a ’ntendere avere uno gran male. Il perchè tirato alquanto da parte el lenzuolo imbrattato ch’elli avea sotto, si ricoricò dalla parte dove era netto, e quivi riposandosi aspettava Tommaso, el quale auta la ’mbasciata dal cherico, poco stando, giunse quivi. A cui el prete, vegiendolo, disse: Tommaso mio, io ò auta sì fatta l’uscita ch’io ò impaniato tutto il letto senza sentirmi di cosa alcuna, e Dio voglia ch’io non abbia un gran male; ma trovandomi tutto imbrattato io mi trassi la camicia et gittàla qua dietro al letto. Ben sai che quello ladronciello ci debbe essere stato e amela rubata; imperò che io e il cherico n’abbian cierco ciò che ci è e non l’abbiano potuta trovare. Troppo ci sarà egli stato, disse Tommaso, non vel dissi io che egli ci verrebbe? Ma sia la cosa come si vuole messere avenente mio, poi ch’io ò tolto a servirvi io lo farò venire tante volte ch’egli ci rimarrà, pur che voi vogliate: sichè non vi date maninconia; attendete pure a guarire che io vego che voi avete un gran male, forse maggiore che voi non credete, et confortatevi che io mi rinquoro che noi li porremo le [p. 12 modifica]mani addosso, e sarà ancora stasera se voi vorrete. El prete che mille anni li pareva di riavere el suo cavallo e le sue cose, disse: quanto più presto meglio, purchè noi giugniamo questo traditore. Poichè voi volete ch’elli sia stasera, disse Tommaso, e stasera sia. Io ò pensato uno bello modo: da poi che pare che tutte le sciagure ci siano contro, che l’uom non possi stare desto quando questo ribaldo ci viene, io ordinerò ch’egli venghi stanotte a portarvene. Domine faccia che anche quando egli vene porterà, voi non vi destiate, et perchè egli non vi portassi in luogo che vi putissi, io ho pensato ch’elli sarà meglio ch’io ci dorma stanotte qui in questa camera dal lato insieme col vostro cherico, e lasciate l’uscio della camera aperto e il lume accieso acciò noi vi possiamo soccorrere quand’egli ve ne vorrà portare; et non vi date pensiero ch’io li leverò tutta la forza con incanti che egli non vi potrà nuocere d’altro che del volere portarvene. A messer lo prete ogni cosa piaceva, e a tutto s’accordava, salvochè nolli pareva giuoco che ’l cherico dormissi con altri che con lui, perchè non si tenea molto sicuro quando non se lo sentiva al lato la notte. Il perchè disse: deh Tommaso mio, se si può adattare che ’l cherico dorma meco io te ne priego che tu ’l faccia; imperò ch’io mi sento [p. 13 modifica]pur tristo come tu vedi, e se m’avenissi qualche disastro per questa malattia, io pure l’adoprerei a’ mia bisogni. Disse Tommaso: se voi volete, messere, che la cosa abbi suo compimento non fate disegnio del cherico per questa notte, però che se el ladro venissi e vedessilo con voi vi lascerebbe stare e non vi porterebbe per paura che ’l cherico non si destassi se voi facessi romore alcuno: sì che lasciatelo a me, e se voi arete bisognio alcuno, voi ci chiamerete e noi vi risponderemo. Il sacierdote, quantunque questo gravemente sopportassi, pur per la gran voglia ch’avea di ritrovare le sue cose, el meglio potè, a tutto s’accordò. Il perchè parendo a Tommaso oramai di lasciare el prete, quello confortato che si attendessi a governare bene acciò fussi presto libero di questa sì subita e improvisa malattia, et ricordatoli che ordinassi bene che ciena per la sera, se ne tornò a casa dove trovò el Bodolina e Piero Tanaldi che avevano ordinato uno grosso desinare di polli e paperi pur di quelli del prete. A’ quali Tommaso narrò come el loro messer lavacieci si avea dato a intendere per la farinata trovata d’avere un gran male, et disse loro ciò che avea ragionato con lui e di quanto era rimasto d’accordo. Il perchè insieme compostosi quanto sopracciò aveano a fare, venuta la sera [p. 14 modifica]Tommaso da loro partitosi se n’andò a casa messer lo prete, e trovatolo ancora nel letto lo domandò com’egli si sentiva. A cui rispose el prete: io credo pure per la grazia di Dio che presto sarò libero, imperò che l’uscita non m’à dipoi menato, ma pure io mi sento ancora un poco deboletto. A cui Tommaso, acostandosi e toccandoli el polso come se fussi un gran fisico, disse: ciertamente, messer mio, io vel dico colle lacrime insu gli occhi, voi avete un gran male, e non siate netto di febbre, il perchè io vi saprei confortare affare qualche dieta e cominciarla quanto più presto meglio. E però e’ sarà buon che voi stiate stasera sanza cena, imperò che a cotesti mali che vengono dal capo, el fare un poco di dieta è stato spesse volte molto salutifero. El prete avendo sì trista novella si credette certamente essere a cattivo termine, et però disse: Tommaso mio caro, governatemi voi pur ch’io guarisca presto, ch’io vi prometto come io sarò sano che noi cieneremo insieme delle volte da dieci in su. Cotesto voglio che noi facciamo a ogni modo, disse Tommaso; e lasciato el prete riposare, se n’andò a ciena col cherico ch’aveva molto bene provisto, facciendo prima spillare quante botti n’era et attaccandosi al migliore. E dipoi cienato di gran vantaggio tornò a rivedere el suo [p. 15 modifica]messere mestola, et dopo alquanti ragionamenti auti con lui del modo avea a tenere colli ladri, lasciatolo solo se n'andò a dormire col cherico. Piero Tanaldi et il Bodolina circa a mezza notte, come erano composti, vennono a casa el prete vestiti con camicioni bianchi et alie e capelliere a uso d'agnioli, et con una libra di moccoli di ciera attaccati sopra a l'alie et in mano e intorno di loro, et quelli acciesi e con uno grande lume in mano entrorono in camera del gran canonista, e pian piano con soavi passi s'accostorono al letto suo e dolciemente cantando dicievano: chi vuole venire nel regnio di Dio entri nel sacco mio, e sempre canterà come canto io. Messer pastinaca che pure allora cominciava a sonneferare, imperò che ancora in quella notte punto non aveva potuto dormire, forse per la passione aveva che 'l cherico dormissi con Tommaso, o forse perchè non avea cienato la sera, o forse per la maninconia avea del gran male si stimava avere, destosi a queste voci, fu tutto stupefatto sulla prima vista di costoro. Dipoi gustato le parole del loro canto, ebbe per fermo d'essere morto della malattia del dì dinanzi, e che gli angioli fussino venuti per portarnelo in cielo. Il perchè, senza altro dire, subito saltò nel sacco; ma venneli fallito il disegnio, imperò che come fu nel sacco, il Bodolina [p. 16 modifica]cominciò a gridare: noi t’abbiamo pure preso traditore, che ci ai costretti tante volte con tue malie e incanti a venirti a rubare che pare che tu non abbi altra faccienda che ogni notte farci molestare da’ diavoli, e non ci lasciare mai dormire nè riposare. Ma io ti giuro che tu ne porterai le pene, imperò che noi ti portereno così legato in questo sacco all’Arcivescovo, e conteremli questa e dell’altre disonestà che tu fai; che non ci è femina in questo popolo che tu non abbi fatto richiedere di giostra. Tu non credi ch’elli si sappia quello che tu ai voluto far fare a Mona Tessa mia, et poi le chiedi non so che danari, che non so come io mi tenga che io nonne faccia ora le vendette colle mia mani, scielerato sanza faccia. E facciendo vista di volerli dare, Piero Tanaldi dimostrando di tenerlo, diceva: deh nonli dare, meniamlo pure all’Arcivescovo, che lo tratterà bene come e’ merita. El prete tutto imbalordito per lo sì subito mutamento di cose, non si stimando più d’essere morto nè di dovere andare in cielo, li pareva essere in uno nuovo mondo et non sapeva che si dire nè che si fare. Ma conosciendo lui alla voce Tommaso e il cherico ch’erano tratti al gran romore che costoro facievano, e che Tommaso con parole sopra mano minacciava forte li dua giovani, a quello si cominciò a [p. 17 modifica]raccomandare pregandolo per Dio e per la Crocie ch’elli lo traessi delle mani di costoro. E loro da altra parte facciendo sembianti di volernelo pure portare, tirando il sacco ora in qua ora in là, lo percoteano per quante panche e casse erano nella camera. Et finalmente dopo lungo dibattimento, inanzi che ’l prete uscissi dal sacco, per mezzo di Tommaso, rimasono i patti che li giovani rendessino el cavallo e che ’l prete faciessi fine a Mona Tessa di ciò ch’elli aveva avere da lei, e alli giovani lasciassi i polli e paperi e la camicia et obligassesi loro di nonli molestare mai più con incanti di farli rubare cosa alcuna. E di tutto per l’una parte e per l’altra di consentimento del prete e de’ giovani entrò mallevadore Tommaso. E fatto questo accordo, sciolsono el prete; e fatto venire el cavallo, innanzi partissino di quivi, el prete di sua mano fece fine a Mona Tessa e per sua scripta s’obbrigò alli dua garzoni di mai più nonli offendere nè con malie nè con incanti. E così per la sagacità e astuzie di Tommaso e delli due giovani fu libera la buona donna dal debito de’ dieci fiorini et dalla sconcia importunità del prete alle sue spese et a suo malgrado.

fatta da marabottino manetti e diritta
a lorenzo di piero francesco de medici.