Memorie inutili/Parte seconda/Capitolo XLVII

Capitolo XLVII

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CAPITOLO XLVII

Storia del mio primo amore d’un fine inaspettato.

Per narrare le storielle de’ miei amori, mi conviene ritornare all’epoca della mia giovinezza. Dovrei arrossire nell’etá in cui sono a narrarle, ma l’ho promesse e le narro arrossendo con tutta la sinceritá.

Siccome sono un uomo, ebbi la simpatia medesima che hanno tutti gli uomini per le femmine. Appena giunsi a comprendere la differenza del sesso, differenza che si comprende assai per tempo, le donne mi parvero una specie di deitá terrene. Mi trovava molto piú volontieri con una donna che con un uomo. L’educazione però e i principi di religione erano in me freni tanto radicati, tanto efficaci, che mi facevano ne’ miei freschi anni modesto e rattenuto estremamente, né so dire se queste mie modestia e rattenutezza piacessero a tutte le giovani che ho conosciuto negli anni miei giovanili.

Posso giurare d’esser partito dalla casa paterna ne’ miei sedici anni d’allora per andar militare nella Dalmazia, non dirò innocente ne’ pensieri, ma innocentissimo ne’ fatti d’amore. La cittá di Zara fu lo scoglio in cui perí la fragile mia innocenza; e perché spero di far ridere i lettori del mio carattere sul proposito del far all’amore, e colle storielle de’ miei amori, dipingerò il primo e narrerò le seconde.

Il mio carattere ebbe sempre della metafisica romanzesca sull’argomento dell’amore. I sensi brutali ebbero ognor minor colpa nelle mie cadute, d’una delicata propensione e della tenerezza del cuore. Aveva un’idea tanto grande e tanto rispettosa sull’onore e sulla virtú delle donne che mi faceva abborrire tutte le facili ad abbandonarsi alle brutalitá. Una donna pubblica, chiamata donna da piacere da’ sensuali, era agli occhi miei piú spaventosa e piú schifa dell’orco descritto dal Boiardo. Non ho [p. 159 modifica]mai usata l’arte iniqua della seduzione co’ discorsi, né mi sono mai presa la piú picciola libertá stimolatrice.

Languendo ne’ soavi sentimenti affettuosi, pretesi in una donna una simpatia e una inclinazione eguali a quelle che provava io, e che una caduta dovesse dipendere da uno di que’ reciprochi ciechi improvvisi trasporti che affogano la ragione reciprocamente, la cui violenza reciproca non ha piú freno. Niente sarebbe stato di piú delizioso all’animo mio del contemplare una donna arrossire sbigottita e tener gli occhi bassi alla terra dopo essere caduta per una cieca violenza d’affetto all’abbandono del principale errore amoroso. Averei considerato ch’ella avesse fatto per me il maggiore de’ sacrifizi com’è quello dell’onore e della virtú da me tanto considerati. La averei adorata. Mi sarei sviscerato nel rassicurarla, e senza giurarle costanza sarei stato costantissimo dal canto mio nell’amare una cosiffatta amica. Per altro averei sfidati tutti gli uomini della terra a fare un distacco piú subitaneo, piú fermo, piú insuperabile di me, per quanto fosse costato al mio spirito, qualora avessi scientemente scoperta quella donna d’un carattere diverso da quello che aveva immaginato e aveva concepito di lei, rispettando tuttavia a costo della mia vita il di lei onore e la di lei buona fama.

Questa mia delicata o strana maniera di pensare sull’amore poté facilmente essere ingannata ne’ miei freschi anni, ne’ quali il sangue bolle, l’amor proprio è piú ragionevole nel lusingarsi e il grand’acquisto della esperienza è ancora da farsi.

Le storielle de’ miei primi amori faranno poco onore al bel sesso; ma prima di narrarle, protesto d’aver sempre considerata in me la sfortuna d’essermi male abbattuto nell’amore, senza lasciar di credere che ci possano essere molte fenici nelle quali non fui degno d’incontrarmi.

Superata ch’ebbi la mortale infermitá da me sofferta ne’ primi giorni del mio arrivo a Zara, infermitá avuta e superata in quella squallida stanza da me descritta nella prima parte di queste Memorie, passai ad abitare in uno di quegli alloggi detti «quartieroni», posto sulle belle mura di Zara sopra al mare, fabbricati ad uso degli uffiziali. [p. 160 modifica]

Un’ottima camera, che m’addobbai a misura della scarsezza mia pecuniaria, e una cucina formavano tutto il mio albergo. Mi faceva servire da un soldato per poco onorario, il quale aveva ordine da me d’andarsene al di lui quartiere la sera, lasciandomi un lume acceso.

Rimaneva soletto, mi coricava tenendo un lumicino con qualche libro, leggeva, indi sbadigliava, indi dormiva.

Mano al mio primo amore, ch’io narrerò con accuratezza forse noiosa, ma per avvertire l’inesperienza de’ giovinetti.

Rimpetto alle mie finestre in qualche distanza abitavano tre sorelle, di nascita nobili ma d’una povertá che niente aveva che fare colla nobiltá. Un loro fratello uffiziale, ch’era anche lontano, le soccorreva di poco, e de’ lavori donneschi ne’ quali le vedeva occupate davano loro qualche sussistenza. La maggiore di quelle tre grazie non sarebbe stata brutta se gli occhi suoi, ognor scerpellini e orlati di scarlatto, non avessero offuscato il di lei splendore. La seconda era veramente uno di que’ diavoletti che devono piacere. Non alta di statura, ma ben formata, brunetta di carnagione. Le chiome sue erano nere e lunghe, gli occhi nerissimi e brillanti. Nel suo contegno modesto spirava una robustezza e una vivacitá seducente. La terza era ancora picciola, ragazzetta spiritosa e di fattezze di buono o cattivo preludio.

Io non vedeva quelle tre ninfe che per accidente nell’aprire una finestra su cui mi lavava le mani e quando le loro finestre erano aperte, ch’erano aperte di rado.

Mi salutavano con un decente abbassare di capo, ed io corrispondeva con altrettanta decenza e serietá. Notava però la seconda sorella diavoletto che, ogni volta ch’io apriva la mia finestra per lavarmi le mani, ella apriva immediatamente la sua per lavarsi le mani nel punto ch’io lavava le mani mie, e che salutandomi abbassando il suo bel capo fissava poscia in me i suoi begli occhi neri in un contegno come d’astrazione e con un certo languore da poter lusingare un ragazzo. Sentiva qualche solletico nel mio cuore; ma le mie riflessioni austere mi guarivano, e senza mancare di civiltá mi teneva stretto ad una grave indifferenza. [p. 161 modifica]

Una femmina genovese, che aveva l’impiego ad un tenue prezzo di stirare la mia poca biancheria, venne a recarmi alcune camicie una mattina in un canestrino. Quella biancheria aveva sopra un bellissimo garofano.

— Di chi è quel garofano? — diss’io. — Egli viene a lei — rispose la genovese — e dalle mani d’una bella ragazza che le sta vicina e ch’Ella ha la crudeltá di non curare.

Quel garofano e la ambasciata, ch’io conobbi da dove partivano, accrebbero in me il pizzicore; e tuttavia risposi all’ambasciatrice ch’ella ringraziasse moltissimo la bella giovine, ma non mancasse di dirle che impiegava i suoi fiori assai male.

La mia testa incominciava a girare e il mio cuore ad ammollirsi.

Riflettendo però tra me che non avrei voluto incontrare un imbarazzo matrimoniale da cui era assolutamente astemio, né pregiudicare al decoro d’una ragazza colla mia pratica, e riflettendo pure alla scarsezza di danaio con cui non avrei potuto soccorrere alia indigenza nella quale sapeva essere quella bellezza, ammorzai in me tutta la simpatia che m’attraeva verso lei. Cominciai a non piú lavarmi le mani sulla finestra per fuggire dal raggio de’ suoi occhi ladroncelli. Inutile ritiratezza e d’effetto peggiore.

Fui chiamato un giorno a visitare quell’amico mio uffiziale, Giovanni Apergi, che m’era stato maestro ne’ militari esercizi e ch’era a letto alquanto attratto e dolente in benemerenza de’ suoi passati amori. Egli era alloggiato sulle mura poco da me distante, nell’albergo d’una donna attempata moglie d’un notaio. V’andai.

La donna attempata cominciò dal motteggiare la mia rusticitá, passando grado grado ad una acerba correzione materna e adducendo che in un giovinotto di sedici in diciassett’anni, com’era io, era una caricatura ridicola la serietá d’un uomo di cinquant’anni, e che particolarmente il far disperare e piangere con delle noncuranze e quasi con de’ disprezzi le ragazze civili e belle, che avevano per me della passione violente, non era saviezza ma inurbanitá e tirannia. [p. 162 modifica]

L’uffiziale amico, facendo qualche sberleffo e mettendo qualche strillo per le doglie figlie d’amore che lo pungevano, aggiunse de’ rimproveri amari chiamandomi scioccherello non conoscitore delle fortune. — Oh, foss’io dell’etá vostra, nella vostra salute e nella vostra circostanza! — esclamava egli, interrotto dagli omei per le trafitte figlie di Cupido che lo assalivano.

Mentre apparecchiava la mia onorata giustificazione, fu picchiato all’uscio, ed ecco apparire la bellezza pericolosa col pretesto di venir a vedere lo stato di salute dell’uffiziale.

La sua comparsa chiuse le mie parole e fece piú veloce la pulsazione del mio cuore. I discorsi furono sui generali e decentissimi. Trovai in quella giovane, d’un’etá di circa diciannov’anni, dello spirito e dell’intelletto, non molta loquacitá, ma assennata e modesta. Gli occhi suoi, che poeticamente si potevano chiamar stelle, mi dicevano tratto tratto chiaramente ch’io era un ingrato.

Terminata la sua visita all’ammalato, ch’era visita concertata per il sano, ella disse d’aver rispedita a casa la serva che l’aveva accompagnata, perocché la di lei sorella maggiore era a letto colle febbri, e chiese in grazia se vi fosse ivi chi potesse accompagnarla.

— Questo signore — rispose la donna attempata, e presto additando me — potrá servirvi. — Oh! non voglio ch’egli s’incomodi, né sono degna di questo onore — disse l’astutella con una ironica serietá.

Con la solita civiltá di parole volli accompagnarla. La strada non era lunga e per quanto è durato quel breve viaggio fummo perfettamente due muti.

Tenendola io per un braccio ch’era piú sodo del porfido, sentiva in lei un tremore sensibile, ed eravamo nel mese di luglio. Quel tremore mi penetrava nelle viscere e mi faceva tremare piú di lei.

Giunti all’uscio della sua abitazione, ella mi pregò con una amabile umiltá ad entrare e a non voler negarle qualche minuto di compagnia.

Salimmo le scale e vidi un albergo spirante indigenza. Entrammo nella stanza dov’era la di lei sorella maggiore dagli occhi [p. 163 modifica]scerpellini ammalata, che dormiva però d’un sonno profondo in un letto decente e diverso dalle altre mobilie. Per non destare la inferma la conversazione fu a voce bassa. La bella prese una calzetta da lavorare e mi fece sedere sopra un picciolo cattivo soffá appresso di lei. Ella mi disse colla voce e con gli occhi bassi che da qualche mese aveva concepita per me una stima grandissima, ma che dubitava di non meritare la menoma gratitudine per il di lei vivo sentimento.

Risposi con voce bassa, ma con gli occhi non bassi, ch’io la credeva abbastanza sincera per non considerarla adulatrice, ma che ero ben curioso di sapere come fosse nata in lei una tale parzialitá per un giovine ch’ella non conosceva e che assolutamente non meritava di destare in lei il pregevole sentimento che m’adduceva.

Ella mi disse con la voce bassa, ma con gli occhi non piú tanto bassi, che mi parlava con tutta la sinceritá: che dal vedermi nel teatro rappresentare la «Luce», servetta nelle commedie, aveva avuto principio la scossa del suo cuore; che vedendomi poscia giuocare al pallone, il suo cuore era caduto in una maggior debolezza.

Ascoltai con del ribrezzo le cause della sua passione, né potei trattenermi di risponderle basso e ridendo: — Veramente una giovine saggia suol prendere affetto ad un giovine dalle doti e dalle interne buone qualitá di quello, e non mai dalle inezie ch’Ella mi narra.

Ella abbassò i suoi begli occhi mortificata e mi disse, con una finezza ch’io non attendeva da una dalmatina, ch’io non poteva negare che quelle pubbliche azioni applaudite dall’universale in un giovinetto non dovessero fare della impressione sul cuore d’una ragazza; ch’ella però avrebbe difeso il suo cuore da un’inclinazione nata da tali principi, se non le piacesse il mio aspetto e se questo aspetto non si mostrasse fuori dalle pubbliche azioni con una diversitá adorabile di contegno serio, morigerato, raccolto e prudente, della qual cosa tutta la cittá era edificata e faceva suonare al di lei udito de’ continui elogi sul mio costume assai raro nel mezzo alla gioventú [p. 164 modifica]scapestrata de’ militari. — Queste voci — aggiuns’ella — consolidarono la mia passione; e se la vedessi disprezzata, non so a che mi riducesse la disperazione. — Vidi schizzare qualche lagrimetta da’ suoi begli occhi, ch’ella proccurava di celarmi.

Questo ragionamento lusingò il mio amor proprio; quelle lagrime commossero la mia sensibilitá, e la bellezza di quel diavoletto mi aveva giá ammaliato.

Chiamai però in soccorso la mia ragione e risposi pacificamente e con della dolcezza: — Signora, sarei un mostro se negassi della gratitudine agli affettuosi e preziosi sentimenti suoi; ma siccome io sono un giovine figlio di famiglia, senza agi nella mia circostanza, lontanissimo dal voler moglie, il mio frequentare la sua societá sarebbe un’azione inonesta che la pregiudicherebbe, e la tenerezza che purtroppo sento per lei potrebbe cagionare a me una sciagura. Appunto perché le voglio bene non devo volere un suo pregiudizio, e appunto perché Ella vuole a me del bene non deve volere una mia sciagura. Non si offenda se conservando nel mio seno una fervente affezione per lei, da questo punto fuggo ogni occasione d’essere a lei vicino, non meno per mio che per suo vantaggio.

La calzetta ch’ella lavorava le cadde a terra. Prese una delle mie mani appoggiandola al suo petto. Appoggiò una delle sue belle guancie ad una mia spalla piangendo, e cambiando il «lei» nel «tu» alla dalmatina, favellando sempre basso per non destar la sorella, mi disse: — Caro amico, tu non mi conosci. Il tuo saggio ingenuo ragionamento accese maggiormente l’animo mio. Potresti sospettare che la mia povertá insidiasse la tua economia; potresti credere ch’io fossi una giovine viziosa e potresti credere ch’io cercassi un marito. T’inganni e perdono al tuo ragionevole inganno. Proccura di meglio conoscermi, per pietá. Concedimi qualche momento della tua a me deliziosa conversazione. Cercheremo i momenti con della cautela. Se non sei una tigre, non m’abbandonare a un dolore insoffribile al troppo acceso animo mio. — Le sue lagrime furono piú abbondanti.

Io rimasi commosso, sbalordito e, confesso, innamoratissimo d’una ragazza assai bella e che aveva saputo cosí bene spiegare [p. 165 modifica]un amore d’un carattere tanto omogeneo all’indole mia metafisica. Le promisi d’esser con lei qualche volta; promessa di cui aveva piú bisogno io che lei. Ella mostrò del giubilo.

La sorella s’era destata, e con un breve complimento, adducendo io d’aver condotta la sua sorella per un accidente, accompagnato alla scala dalla mia spasimata con de’ semplici stringimenti di mani e de’ baciamani reciprochi, sono partito intabaccato e balordo.

Cercammo de’ momenti d’essere insieme e con minor cautela che non speravamo.

Per molti giorni le nostre conversazioni furono scherzevoli, lepide, saporite. Un commercio di sentimenti d’affetto, de’ sospiri che uscivano dal profondo delle viscere, de’ titoli confidenziali, degli amplessi teneri e moderati, degli accarezzamenti, de’ vapori infiammati, de’ languori, de’ pallori, de’ sguardi tremoli erano le soavitá ch’io credo le delizie maggiori d’amore, le piú delicate e le piú durevoli.

Dal canto mio esisteva ancora il freno del pudore. Dal canto della ragazza questo freno appariva.

Un giorno ch’io ero stato a giuocare al pallone, cambiatomi di camicia per il sudore, mi posi a passeggiare soletto in sulle mura. Il caldo era grande, e cercava refrigerio nell’aria che spirava dal mare. Passando dinanzi all’abitazione della donna attempata, moglie del notaio e albergatrice del mio amico uffiziale dalle doglie, m’udii chiamare. Volgendomi alla voce vidi ad una finestra la donna attempata col mio idoletto. M’invitarono in casa e v’andai volontieri. Si propose un passeggio al fresco per le mura. L’uffiziale, che stava un po’ meglio, volle ingegnarsi ad essere della brigatella. Egli porse il braccio alla sua donna attempata, io lo porsi alla mia fresca ragazza. Egli camminava adagio perché zoppicava co’ piedi gottosi. Io andava adagio perché zoppicava col cuore ferito e perché rimaneva colla mia bella in maggior libertá, stando lontano dalla prima coppia. La notte cominciava a imbrunirsi. Fatto un picciolo giro, l’uffiziale cominciò a lagnarsi delle doglie ne’ piedi, e mi chiese permissione di ritirarsi colla sua attempata, dicendomi che, goduto io alquanto [p. 166 modifica]del fresco colla mia compagna, avrei potuto condurla a casa. La coppia partí, ed io rimasi col mio diavoletto, assorto ne’ ratti d’amore.

Le ore passavano come minuti. Camminavamo senza sapere di camminare, e s’ardevamo l’un l’altro con le parole e co’ tratti dell’amore piú sviscerato. Finalmente, perché la notte era avvanzata, risolvemmo di lasciare un fresco ch’era piú caldo che fresco.

Per condurre il mio bene alla sua abitazione, dovevamo passare per una calaietta vicina all’albergo mio. Fammi una grazia — disse il mio diavoletto, — lasciami vedere il tuo alloggio. — Trassi la chiave, ed aperto l’uscio entrammo. Il mio soldato aveva lasciato il solito lume sopra un ghiridone appresso il mio letto.

— Questo è il letto in cui dormi tu solo — disse la giovine sedendo sopra quello. Sedei al suo fianco, e passammo alle nostre reciproche carezze, a’ nostri sospiri, a’ nostri semionesti abbracciamenti deliziosi. I nostri cuori balzavano fuori da’ nostri petti. Quella solitudine, la notte, quel lumicino di debile chiarore ci facevano un poco piú arditi del consueto; e tuttavia la ragione, i miei dubbi, i miei timori mi tenevano ancora stretto alla rattenutezza, alla decenza, alla virtú.

— Che sciocco! — diranno i viziosi sensuali — quanto ci tieni tu a bada con le tue renitenze agghiacciate. Sbrigati, fa’ ululare le ninfe negli antri, come fecero Enea e Didone. — Abbiate flemma, brutali. Voi non conoscete le vere dolcezze dell’amore, e considerate che la dolcezza dell’amore consista nell’estinguerla soltanto come le bestie.

— Tu sei piú saggio e piú crudele di me — disse la fanciulla appoggiando il suo bel viso infiammato al mio seno, e seguendo: — Conosco la sorgente de’ tuoi prudenti riguardi, e t’amo ancor piú. Vorrei avere in possesso quel fiore che tanto è pregiato, per poterlo sacrificare volontaria con tutte le viscere tra le tue braccia a te solo. Temerei d’offenderti tenendoti occulto un arcano che m’è costato un fiume di lagrime. Sappi, due anni or sono, il tal colonnello m’ha ingannata, sedotta, violentata, indi barbaramente abbandonata tre giorni dopo la mia [p. 167 modifica]sciagura. Ah, perché non sono come sei tu tutti gli uomini! Tu non sai quanto grande sia lo sforzo dell’animo mio nel palesarti una vergogna che nessuna altra ragazza ti paleserebbe. Crederei una maggior vergogna a non essere ingenua con un amico che adoro. Non mi abborrire o uccidimi.

Dette queste parole ella proruppe in un pianto da cui mi sentiva bagnare il petto. Una tal narrazione mi rese sospeso e m’empié d’amarezza. Quel tal colonnello ch’ella m’aveva nominato era in fatti un famoso stupratore di ragazze e un di presso il «Sinadato» della mia favola allegorica teatrale: La Zobeide, che, godute alquanti giorni le giovinette, le trasformava in giuvenche e le mandava alla pastura. Il gran potere che quel colonnello aveva sui popoli della Dalmazia lo salvava da’ rigori della giustizia.

La ragazza levò i suoi begli occhi lacrimosi verso me, e vedendomi sospeso e conturbato esalò un intenso sospiro, esclamando: — Ah, tu m’abborrisci, tu m’abborrisci; uccidimi, uccidimi per pietá! — Ricadde nel suo pianto e nel mio seno. M’inchinai a confortarla e ad accarezzarla senza sapere ciò ch’io dicessi o facessi. Ella si scagliò impetuosa al mio collo, appressando le sue labbra alle mie per la prima volta con una aspirazione affannosa. Il suo fiato era un’ambrosia che mi rapiva e m’allagava le viscere. Ella spense con un soffio il lumicino, non so se per nascondere il suo rossore o per darmi coraggio, e ... ... ... Ulularono le ninfe.

Stendo una densa cortina sull’ebbrezza de’ soavi errori d’una intera notte di due giovinetti affascinati dal piú fervido amore. Accompagnai a casa verso l’alba l’oggetto divenuto per me una gemma inapprezzabile. Gli affetti s’erano raddoppiati. Mettemmo de’ concerti, che credemmo cauti, per delle nuove dolcezze.

Ella ebbe della pena a staccarsi dal mio fianco. Si separammo finalmente, e me ne andai per dormire; ma invasato da delle immagini per me nuove e punto da qualche rimorso, non potei chiuder occhio.

Accecati in una tresca reciprocamente infiammata in cui per due mesi fummo immersi, tresca che noi speravamo secreta [p. 168 modifica]e che forse era la commedia del Pubblico secreto, devo protestar d’aver trovata in quella ragazza un’amica confacentissima alla mia metafisica balordaggine. M’apparí sempre tenera, sempre in trasporto, sempre timorosa di perdermi, sempre ingenua.

Conoscendo io la sua povertá, volli piú volte dividere con lei la povertá mia colle preghiere e con della violenza. Ciò era per lei una ingiuria insoffribile, ed entrava in furore ne’ suoi rifiuti, esprimendo con un bacio che attraeva l’anima mia alle sue labbra vermiglie: — Il tuo cuore è la mia ricchezza.

Convien dire che un giovinetto nel suo primo amore travegga e traintenda sbalordito. La causa del fine di questo amore, che sembrava interminabile, fu ben stravagante e ben lontana dalla mia delicata metafisica.

Avvenne caso che il provveditor generale fu necessario alle Bocche di Cattaro per rimediare ad alcuni disordini avvenuti tra i popoli detti «pastrovicchi» ed i turchi.

Dovei imbarcarmi anch’io colla corte. O Dio, quanti spasimi, quante angoscie, quante lagrime, quanti giuramenti di fedeltá al distacco crudele di due giovanotti affogati nell’amore!

La mia lontananza fu di circa quaranta giorni, che mi parvero quarant’anni.

Appena ritornato m’apparecchiava a correre dalla mia diva, quando un conte Vilio da Desenzano cavallerizzo del generale, ch’era rimasto a Zara, uomo alquanto dissoluto sul fatto de’ sfoghi venerei, ma buon amico e sincero, mi si fece vicino dicendomi: — Gozzi, io so che avete dell’amicizia per la tal bella ragazza. Temerei di mancare al bene che vi voglio, se non vi avvertissi di ciò ch’è avvenuto nella vostra assenza e ch’io so fondatamente. Lo spenditore del generale, qui rimasto, innamorato da gran tempo inutilmente di quella giovine, colse il momento della vostra lontananza. Non vi so dire l’insidia da lui tenuta, ma so per certo ch’egli ebbe commercio essenziale con lei. Il briccone era infetto di mal francese, che naturalmente averá comunicato a quella infelice. Mi preme la vostra salute. V’ho avvertito: regolatevi. [p. 169 modifica]

I detti del conte Vilio furono scorpioni al mio cuore. Volli tuttavia fare il franco e l’indifferente, e sforzandomi a ridere gli risposi, forse un po’ balbuziente, ch’era ben vero ch’io conosceva quella ragazza, ma che la mia pratica era stata sempre innocente e che non aveva di che temere; che l’aveva poi trovata ognora tanto modesta e rattenuta, che dubitava ch’egli fosse stato ingannato da un forfante millantatore con un troppo gran pregiudizio di quella povera giovine.

— Non sono in inganno, per Dio! — disse il Vilio alla bresciana. — Siete assai giovinetto per conoscere il mondo. Ho fatto il dovere d’amico, ed a me ciò basta.

Egli mi lasciò col capo intronato, collo spirito agitato e titubante. Siccome sin da ragazzo ho fatto sempre professione di costringermi e di comandare a me medesimo, strozzai l'avida brama che mi stringeva ad abbracciare la mia tiranna. Sospesi la visita non solo, ma tenni chiuse le mie finestre fuggendo ogni occasione di vederla. Ad alcune ambasciate della genovese custode delle mie camicie risposi con de’ laconismi di nessun significato, senza mai dare un cenno della causa della mia alienazione. Alcuni viglietti furono da me rifiutati con una eroica ovvero asinesca costanza.

Egli è ben vero che alimentava nel seno un vivo desiderio che la mia bella fosse innocente e che le accuse d’un errore di tanta bassezza uscissero da una turpe menzognera maldicenza. Sperava di venire in chiaro del vero per qualche via, attenendomi a’ modi austeri e barbari.

Venni pur troppo in chiaro d’una cosa strana, ch’io non averei mai immaginata e che mi lusingo che nemmeno i miei lettori possano immaginarla prima di leggerla. Chi sa ch’io non abbia il vantaggio di farli ridere nel raccontarla?

Passando un giorno per le mura, la solita donna attempata albergatrice dell’uffiziale mio amico mi pregò dalla finestra di voler ascoltare da lei alcune parole e ad entrare in casa. Entrai.

Indovinava ch’ella volesse parlarmi del mio bene abbandodonato. Tutto circospezione, m’apparecchiava a rispondere delle oneste scuse senza toccare la schifa piaga. Non indovinai però [p. 170 modifica]tutto. Ella mi condusse in una stanza, dove con mia sorpresa vidi seduta e piangente la delizia del mio primo amore.

— Le parole ch’io voleva dirle — disse la donna attempata — le udirá dalla voce di quella afflitta ragazza. — Detto ciò uscí dalla stanza, ed io rimasi come una statua, incantato in quella lacrimosa bellezza che tanto m’era piaciuta e mi piaceva ancora. Ella levò la fronte e incominciò dal caricarmi de’ piú aspri rimproveri.

Non la lasciai trascorrere, e con risoluta schiettezza le dissi che una giovane, la quale nella mia lontananza s’era avvilita abbandonandosi tra le braccia dello spenditore della corte, non era piú degna dell’amor mio. Ella impallidi gridando: — Chi fu quel scellerato calunniatore che... — Troncai di nuovo le sue parole dicendo: — Lei non si affatichi a giustificarsi. So tutto da una fonte infallibile, e non sono né incostante né sognatore né ingrato né ingiusto.

Al franco modo con cui espressi queste parole, la giovane abbassò la faccia quasi vergognandosi ch’io piú la vedessi, e abbandonata ad un pianto dirotto, impedita da’ singulti, andava esprimendo e gridando interrottamente: — Hai ragione... Non sono piú degna di te... Quel scellerato m’ha circuita invano per molto tempo... Egli s’è rivolto alla mia sorella maggiore perché mi seducesse alla di lui iniqua brama... Egli le esibí due staia di farina se riuscisse... Le preghiere... la insistenza... i stimoli... le minacce di quella indegna strega... Con una avversione orribile... Maledetta sorella!... maledetta indigenza!... maledetta farina!... — Ella non potè proseguire, ed ho creduto che il pianto l’affogasse.

Fui per cadere in terra d’un capogiro a quella confessione che non ammetteva piú lusinghe d’innocenza. I sensi animali mi dipingevano una Venere ancora quella bellezza desolata. Il mio cuore metafisico me la dipingeva un’orrida furia infernale.

Rimasi muto. Aveva in una scarsella de’ ducati; pochi, ma pur gli aveva. Gli trassi, e ognor taciturno gli lasciai pianamente cadere nel piú bel seno ch’io abbia veduto. Volsi le spalle fuggendo, e fuori di me per il dolore, con un entusiasmo [p. 171 modifica]da spiritato discesi le scale come un levriere, gridando e replicando: — Maledetto spenditore! maledetta sorella! maledetta indigenza! maledetta farina!

Non ho piú voluto vedere l’oggetto del mio primo amore. Ho creduto di crepare sotto al peso d’una passione che mi rodeva le viscere e che, quantunque fossi ragazzo, ho avuta la forza crudele di soggiogare.

Seppi poco dopo con piacere che quella infelice giovane s’era maritata ad un uffiziale, né cercai piú alcuna traccia di lei.