Medea (Euripide - Romagnoli)/Terzo episodio

Terzo episodio

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Euripide - Medea (431 a.C.)
Traduzione dal greco di Ettore Romagnoli (1928)
Terzo episodio
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Tragedie di Euripide (Romagnoli) II-0056.png

Arriva Egeo vestito da viaggiatore.

egeo

Salve, Medea! Ché a salutar gli amici
miglior proemio nessun mai trovò.

medea

Anche a te salve, Egèo, figlio del saggio
Pandíone1: a questo suol di dove giungi?

egeo

Di Febo or or lasciai l’antico oracolo.

medea

Della terra isti all’umbilico?2 A che?

egeo

A chieder come seme avrò di figli.

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medea

Dunque, sin qui di figli orbo vivesti?

egeo

Volle ch’io figli non avessi, un Dèmone.

medea

Ed hai la sposa? O privo sei del talamo?

egeo

Del letto nuzïal conosco il giogo.

medea

E che responso diede Febo a te?

egeo

Tal, che non basta umana mente a intenderlo.

medea

E ch’io tale responso apprenda, è lecito?

egeo

Lecitissimo; e vuol mente sottile.

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medea

Dunque, se posso udir, parla. Che disse?

egeo

Ch’io dell’otre non sciolga il pie’ sporgente...

medea

Pria di far che, prima di giunger dove?

egeo

Prima che al patrio focolar non torni...

medea

E allora, a questo suol perché tu navighi?

egeo

Un Pitèo v’è, signore di Trezene...

medea

Figlio, dicon, piissimo di Pèlope.

egeo

A costui, vo’ comunicar l’oracolo.

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medea

Saggio è quell’uomo, e di quest’arte pratico.

egeo

E tra i compagni d’arme a me carissimo.

medea

Sii tu felice, e ciò che brami ottenga.

egeo

Perché l’occhio ed il viso hai sí distrutti?

medea

Giason, mio sposo, è degli sposi il pessimo!

egeo

Che dici? Chiaro il tuo cordoglio spiegami.

medea

Torto Giason mi fa’, né pur l’offesi.

egeo

E quale torto? A me piú chiaro spiegalo.

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medea

Sposò, ché in casa dominasse, un’altra.

egeo

Compier potè quest’opera turpissima?

medea

Certo; e spregiata, io prima cara, or sono.

egeo

Per nuovo amore? O il tuo talamo aborre?

medea

Per grande amore; e ruppe fede ai suoi.

egeo

Gli avvenga mal, se tristo è quanto dici.

medea

In cambio lor, nozze regali elesse.

egeo

Chi glie l’offerse? Il tuo discorso compi.

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medea

Creonte, re di questo suol corinzio.

egeo

Meriti scusa, se t’affliggi, o donna.

medea

Son morta; e dalla terra anche mi scacciano.

egeo

Chi ti discaccia? Un nuovo mal m’annunzi.

medea

Da Corinto m’esilia il re Creonte.

egeo

E Giasone acconsente? Oh, non lo lodo!

medea

Non a parole; ma lo brama, e finge
di tollerarlo. Ora io, per il tuo mento,
per le ginocchia tue ti prego, e supplice
dinanzi a te mi prostro: abbi pietà,
abbi pietà di me misera, sola
cosí non mi lasciar, cosí raminga,
ma nel paese e nella casa tua,

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all’ara presso accoglimi: cosí
appagata ti sia, mercè dei Numi,
la tua brama di figli. Oh, tu non sai
quale fortuna in me trovi: io farò
che tu generi figli, e non ne sia
piú privo: tal potere hanno i miei farmachi.

egeo

Per piú ragioni son pronto a concederti,
donna, questo favor. Prima, pei Numi;
poi, per i figli miei, di cui la nascita
m’annunzi tu: ché vólto a questo è tutto
l’animo mio. Son questi i miei propositi.
E se tu giunga alla mia patria, o donna,
quivi ospitarti, come vuol giustizia,
io curerò. Ma da te muovi il passo
lungi da questa terra: ch’io desidero
scevro da colpe rimaner per gli ospiti.

medea

E sia: di te solo a lodarmi avrei,
quando avessi di ciò fida promessa.

egeo

In me non hai tu fede? O che sospetti?

medea

Ho fede in te; ma la casa di Pelia
m’è nemica, e Creonte. Or, se volessero

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strapparmi dalla tua terra, permettere
non lo vorresti, se tu fossi stretto
da giuramenti; ma pel solo vincolo
delle parole, senza giuri, amico
potresti essermi forse, e al bando loro
non dare ascolto? Debole sono io:
essi han dovizie, essi han case regali.

egeo

Gran previdenza mostrano le tue
parole, o donna; e non rifiuto, quando
tu cosí brami. Piú sicuro io sono
quando ragioni ai tuoi nemici opporre
posso; e tu stessa, piú sarai sicura.
I Numi dimmi, nel cui nome io giuri.

medea

Della Terra pel suol, pel Sole, padre
del padre mio, pei Numi tutti giura.

egeo

Di far che cosa, o di non fare? Parla.

medea

Di non cacciarmi dalla terra tua
tu stesso, mai; né, quando altri volesse,
qualcun dei miei nemici, indi strapparmi,
di buon grado, finché vivi, concederlo.

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egeo

Per la Terra lo giuro, e per la fulgida
luce del Sole, e per i Numi tutti,
che ciò che tu mi chiedi io manterrò.

medea

Basta. E che pena a te, se manchi, impetri?

egeo

Quella che suole cadere sugli empii.

medea

Lieto prosegui il tuo cammino: tutto
ora va bene; ed alla tua città
ben presto io giungerò, quando compiuto
sia ciò che imprendo, e paga la mia brama.
Egeo parte.

coro

Di Maia il figlio, signor che l’anime
guida, ai tuoi tetti
t’adduca, e tutto giunga a buon esito
ciò che tu brami, per cui t’affretti:
ché un generoso mi sembri, Egeo.

medea

Giove, e di Giove tu figlia, Giustizia,
e tu, raggio del Sole, alta vittoria

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or dei nemici nostri, amiche, avremo,
e siam già su la via: speranza nutro
or che i nemici miei la pena scontino,
poi che quest’uom, dal lato ove il periglio
era maggiore, come un porto apparve
dei miei divisamenti. Indi la gomena
da poppa legherò, come io di Pàllade
giunga alla rocca, alla città. Sin d’ora
tutti vi voglio esporre i miei propositi,
né voi crediate che per gioco io parli.
Dei miei famigli alcuno invierò
a Giasone, e ch’ei venga chiederò
al mio cospetto; e, come ei giunga, blande
parole gli dirò: ch’io son convinta,
che mi par giusto quanto accade; e i figli
miei chiederò che restino. Non già
che abbandonarli io voglia in terra estranea;
ma con la frode voglio morte infliggere
alla figlia del re. Li manderò,
che a lei rechino doni: un peplo fine
e, foggiato nell’oro, un serto; e, ov’essa
ne abbellisca le sue membra, morrà
d’orrenda morte, e chicchessia la tocchi:
di tal farmaco i doni intriderò.
Ma tronco qui le mie parole, e gemo
per l’opera che poi compier dovrò:
ché morte ai figli miei darò: nessuno
v’è che salvarli possa. E, poi che tutta
di Giasone sconvolta avrò la casa,
e compiuto lo scempio nefandissimo,
partirò da Corinto, e dei figliuoli
la strage fuggirò: ché dai nemici
esser derisa, amiche, io non lo tollero.

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Su via, la vita a lor che giova? lo patria
non ho, né casa, né rifugio ai mali.
Bene errai, quando le paterne case
abbandonai, credendo alle parole
d’un ellèno che il fio mi pagherà,
con l’aiuto d’un Dio: ché i figli nati
da me, piú vivi non vedrà, né prole
dalla sua nuova sposa avrà: ché deve
per i tossici miei morir la trista,
di trista morte. Me dappoco e fiacca
non creda, o rassegnata: anzi, al contrario,
per gli amici benigna, e pei nemici
funesta: a gloria cosí giungon gli uomini.

coro

Poiché tale discorso a noi partecipi,
per brama di giovarti, e per difendere
le leggi, da tal opra io ti sconsiglio.

medea

Essere altro non può; ma scusa meriti
se cosf dici: ché il mio mal non soffri.

coro

Oserai, donna, i tuoi figliuoli uccidere?

medea

Nulla il mio sposo piú morder potrebbe.

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coro

Né sarebbe di te donna piú misera.

medea

Su via, ché son superflue parole
quante indugiare fan l’opera. Su,
muovi, e chiama Giason: ché dove occorre
fiducia, ivi io t’adopero; e dei miei
disegni, nulla tu svelar, se pure
ami i signori, se pur donna sei.


Tragedie di Euripide (Romagnoli) II-0067.png

Note

  1. [p. 334 modifica]A inviar tessere ecc. Erano specie di dadi (ὰστρά γαλοι) che gli ospiti spezzavano in due, conservandone una parte ciascuno, a testimonianza e ricordo della data e ricevuta ospitalità, e dei quali si servivano come segni di riconoscimento.
  2. [p. 334 modifica]Pandione, figlio di Cecrope, re di Atene, gli succedette nel regno e fu, secondo una tradizione molto diffusa, padre di Egeo.