Medea (Euripide - Romagnoli)/Secondo episodio

Secondo episodio

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Euripide - Medea (431 a.C.)
Traduzione dal greco di Ettore Romagnoli (1928)
Secondo episodio
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Tragedie di Euripide (Romagnoli) II-0045.png

Entra Giasone. Medea si riscuote.

giasone

Non or la prima volta, anzi sovente
vidi che mal senza rimedio sia
l’aspra ira. A te concesso era pur vivere
in questa terra, in questa casa, quando
tu di buon grado sopportato avessi
il valor dei piú forti; e adesso, a causa
di vane ciance, sei cacciata in bando.
E a me nulla ne importa; e non desistere
mai, tu, dal dire che Giasone è il piú
tristo fra tutti gli uomini. Ma quanto
a ciò che tu dicesti contro i principi,
stima fortuna grande esser punita
sol con l’esilio. Io mitigavo sempre
l’ire crucciose dei signori, e farti
rimanere volevo; e tu, deporre
la tua stoltezza non volevi, e sempre
dei principi sparlavi; e perciò sei
cacciata dalla terra. E tuttavia
io non manco agli amici; e sono qui
per provvedere alla tua sorte, o donna,
perché non vada coi tuoi figli in bando

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senza sostanze, e nulla anzi ti manchi:
ché molti mali trae seco l’esilio.
Ché, pur se adesso tu m’aborri, a te
nemico non potrei volgere l’animo.

medea

O tristo, o scellerato — altro non so
per la tua codardia maggiore oltraggio —
tu vieni a me, tu che odïoso piú
mi sei d’ogni altro? Ardire e forza d’animo
questa non è, fissare in viso i cari
tratti a rovina; è il piú funesto morbo
che fra gli uomini sia: spudoratezza.
Pure, a venir, bene facesti: ch’io
parlando, allevierò l’anima; e tu
ti roderai di tristo cruccio, udendomi.
E delle cose prima parlerò
che furon prima. Io ti salvai, lo sanno
gli Ellèni, quanti il legno d’Argo ascesero,
il dí che tu fosti inviato a Colco
perché col giogo dominassi i tauri
che spiravano fiamme, e seminassi
i mortiferi solchi. Il drago io spensi
che con l’intreccio delle fitte spire
stringendo il vello tutto d’oro, insonne
lo custodiva; e di salvezza il raggio
per te feci brillare. Ed io medesima,
tradito il padre mio, la casa mia,
a Iolco teco, sotto il Pelio, venni,
innamorata piú che saggia, e morte
qual’è piú dolorosa, a Pelia inflissi,
per man delle sue figlie, e t’affrancai

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d’ogni timore. E tu, simili beni
da me riscossi, o il piú tristo degli uomini,
tradita m’hai, contratte hai nuove nozze,
pur figli avendo: ché, se privo tu
ne fossi stato, meritava scusa
desio di nuovo letto. Ora la fede
dei giuramenti è spersa; e non intendo
se tu creda che adesso piú non regnino
gli Dei d’allora, e che sancite siano
nuove leggi per gli uomini: ché tu
sei verso me spergiuro; e ben lo sai.
Ahi, destra mia, che tu spesso stringevi,
ginocchia mie, quanto fu van che un tristo
pur v’abbracciasse, o mia delusa speme!
Ma via, con te, quasi mi fossi amico,
favellerò — sebben, quale vantaggio
posso attender da te? pure, piú turpe
ti scopriran le mie dimande — : dove
rivolgermi potrò? Forse alla casa
del padre, che tradito ho, per seguirti
alla tua patria? O forse alle Pelíadi
misere? Oh, liete quelle accoglierebbero
chi le privò del padre! A questo io sono:
dei cari miei, della mia casa, fatta
nemica io sono; e quelli a cui far male
io non dovea, per compiacerti, infesti
contro me resi. E fortunata, in cambio
di tanto, tu m’hai resa adesso, agli occhi
di molte Ellène. Uno sposo ammirevole
ho in te, meschina, e degno ch’io lo veneri,
se dalla terra andar dovrò fuggiasca,
sola coi figli miei, priva d’amici!
Bel vanto, proprio, pel novello sposo,

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ch’errin pitocchi i suoi figliuoli, ed io
che ti salvai! Deh, perché, Giove, un segno
certo agli uomini desti per distinguere
l’oro, quale sia falso, e niun sigillo
impresso invece è su le membra umane,
per chi debba un malvagio pur distinguere?

coro

È pur furia tremenda ed implacabile,
quando amici ed amici insiem contrastano.

giasone

D’uopo è, sembra, che al dir fiacco io non sia,
ma, come scaltro guidator di nave,
gli estremi lembi delle vele schiusi
lasci soltanto, per salvarmi, o donna,
della tua ciancia dal doglioso morbo.
Or, poi che troppo i tuoi favori estolli,
Cípride sola io reputo, fra gli uomini
e fra i Numi, che sia la salvatrice
della naval mia gesta. Addurre prove
che solo Amor, coi dardi inevitabili
suoi ti astrinse a salvar la mia persona,
sottil sarebbe, ma odïoso; ed io
troppo non vo’ su questo punto insistere.
Che mi salvassi, qual ne sia la causa,
male non fu; ma dalla mia salvezza
piú ricevesti che non desti; e adesso
te lo dimostrerò. Primo, ne l’Ellade
abiti adesso, e non in terra barbara;
e sai giustizia, e l’uso delle leggi,

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e non l’arbitrio della forza; e tutti
gli Ellèni sanno che sei dotta, e sei
venuta in fama: se abitato agli ultimi
confini avessi della terra, niuno
fatto di te parola avrebbe. Ed oro
in casa avere non vorrei, né un canto
piú di quello d’Orfeo vago intonare,
se fama non dovessi averne in cambio.
Tanto delle mie gesta ho detto, quando
m’hai provocato a gara di parole.
Quanto alle nozze poi, che mi rimproveri
con la figlia del re, vo’ dimostrarti
primo, che saggio fui, poi riflessivo,
poi grande amico ai miei figliuoli e a te.
Rimani calma. Poi che venni qui
dalla terra di Iolco, trascinandomi
dietro molte sciagure immedicabili,
quale potuto avrei sorte migliore
trovare, che sposar del re la figlia,
io fuggiasco? E non già per la ragione
onde ti struggi: perché tedio avessi
dell’amor tuo, perché di nuova sposa
fossi colpito dalla brama, né
di molti figli per desio: mi bastano
quelli che abbiamo, né di ciò mi lagno;
ma perché noi con ogni agio vivessimo,
senza penuria, ben sapendo ch’èvita,
se in lui s’imbatte, ognun l’amico povero;
per educare i figli in modo cònsono
al mio casato, e, generando ai figli
nati da te, fratelli, e quelli a questi
pareggiando, e la stirpe accomunandone,
fossi felice. E che bisogno hai tu

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d’altri figliuoli? A me convien coi figli
venturi avvantaggiar quelli che vivono.
Il mio consiglio errato fu? Neppure
tu lo diresti, se il rodío non fosse
del talamo: ché voi, femmine, a tanto
giungete: che vi sembra ogni fortuna
avere attinta, sin che salvo è il talamo;
ma se sventura a quello incoglie, cosa
non v’è, sia pur buonissima, bellissima,
che la piú infesta non vi sembri. Oh!, gli uomini
altronde generar figli dovrebbero,
donde che fosse, e non esister femmine.
Nessun malanno allora avrebber gli uomini.

coro

Giasone, adorno il tuo discorso fu;
ma, pur se debbo contraddirti, io penso
che nel tradir la sposa, ingiusto sei.

medea

In molti punti, da molti degli uomini
io son diversa. Per me, quel ribaldo
che da natura ebbe facondia, merita
maggior castigo: l’ingiustizia rendere
bella ei presume con l’eloquio, e ardisce
ogni empietà. Ma povera saggezza
è infin la sua. Come ora tu. Garbato
non volere con me mostrarti, ed abile
favellatore: una parola sola
t’abbatterà. Se tu non fossi stato
un malvagio qual sei, sol dopo avermi

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convinto, celebrar dovevi queste
nozze, non senza dir nulla ai tuoi cari.

giasone

Bene, suppongo, secondato avresti
questo disegno, se svelato prima
l’avessi a te, quando neppure or sai
dal cuore tuo la grave ira sgombrare!

medea

Non ciò ti tenne, ma le nozze barbare,
da vecchio poco onor fatto t’avrebbero.

giasone

Sappilo bene: per amor di femmina
queste nozze regali io non ho strette,
ma pel tuo bene, come dissi già,
per procreare ai figli miei fratelli
re, che alla casa mia sostegno fossero.

medea

Mai non divenga un uom turpe felice,
né mai beato chi mi strugge il cuore!

giasone

Sai come i voti mutar devi, e puoi
saggia sembrare? Turpi non ti sembrino

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le cose utili, mai; né pensar d’essere
misera, quando avventurata sei.

medea

Oltraggiami: ché a te l’asil non manca,
ed io debbo partir soletta ed esule.

giasone

Altri non incolpar: tu l’hai voluto.

medea

Facendo che? Sposandoti e tradendoti?

giasone

Empie lanciando imprecazioni ai principi.

medea

La mia presenza anche ai tuoi Lari impreca.

giasone

Basta: ch’io non vo’ teco oltre contendere.
Se per l’esilio dei fanciulli e tuo
vuoi dalle mie sostanze alcun viatico,
dillo: con larga mano io pronto sono
ad offrirlo, a inviar tessere agli ospiti
miei,1 che benigni t’accorranno. Stolta,

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se rifiutassi, tu saresti: avrai
maggior vantaggio, se deponi l’ira.

medea

Trarre profitto io non potrei dagli ospiti
tuoi, né gradire checchessia di tuo,
e tu non offerirmelo: ché i doni
dei tristi, mai vantaggio non arrecano.

giasone

Eppure, i Numi testimoni invoco
che sovvenire in tutto i figli e te
io bramerei. Ma il bene a te non piace;
e, per superbia, da te lungi scacci
gli amici: onde ancor piú dovrai crucciarti.

medea

Va’ via: ché brama della nuova sposa
t’invade, mentre dalla reggia fuori
qui ti trattieni. Celebra le nozze.
Pure, se vuole un Dio, saranno tali
nozze, che tu vorresti ben disdirle.


Tragedie di Euripide (Romagnoli) II-0300.png

Note

  1. [p. 334 modifica]A inviar tessere ecc. Erano specie di dadi (ὰστρά γαλοι) che gli ospiti spezzavano in due, conservandone una parte ciascuno, a testimonianza e ricordo della data e ricevuta ospitalità, e dei quali si servivano come segni di riconoscimento.