Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Francesco Monsignori

Francesco Monsignori

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Fra' Iocondo e Liberale e altri veronesi Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Falconetto IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Fra' Iocondo e Liberale e altri veronesi Falconetto
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VITA DI FRANCESCO MONSIGNORI, PITTORE VERONESE

Essendosi sempre in Verona, dopo la morte di fra’ Iocondo, dato straordinariamente opera al disegno, vi sono d’ogni tempo fioriti uomini eccellenti nella pittura e nell’architettura come, oltre quello che si è veduto a dietro, si vedrà ora nelle vite di Francesco Monsignori, di Domenico Moroni e Francesco suo figliuolo, di Paulo Cavazzuola, di Falconetto architettore et ultimamente di Francesco e Girolamo miniatori. Francesco Monsignori, adunque, figliuolo d’Alberto, nacque in Verona l’anno 1455 e cresciuto che fu, dal padre, il quale si era sempre dilettato della pittura se bene non l’aveva esercitata se non per un piacere, fu consigliato a dar opera al disegno. Per che, andato a Mantoa a trovare il Mantegna, che allora in quella città lavorava, si affaticò di maniera, spinto dalla fama del suo precettore, che non passò molto che Francesco Secondo marchese di Mantoa, dilettandosi oltre modo della pittura, lo tirò appresso di sé, gli diede l’anno 1487 una casa per suo abitare in Mantoa, et assegnò provisione onorata. Dei quali benefizii non fu Francesco ingrato, perché servì sempre quel signore con somma fedeltà et amorevolezza, onde fu più l’un giorno che l’altro amato da lui e beneficato; in tanto che non sapeva uscir della città il Marchese, senza avere Francesco dietro, e fu sentito dire una volta, che Francesco gli era tanto grato quanto lo stato proprio. Dipinse costui molte cose a quel signore nel palazzo di San Sebastiano in Mantoa; e fuori nel castel di Gonzaga, e nel bellissimo palazzo di Marmirolo; et in questo avendo, dopo molte altre infinite pitture, dipinto Francesco l’anno 1499 alcuni trionfi e molti ritratti di gentiluomini della corte, gli donò il Marchese, la vigilia di Natale, nel qual giorno diede fine a quell’opera, una possessione di cento campi sul mantoano, in luogo detto la Marzotta, con casa da signore, giardino, praterie et altri commodi bellissimi. A costui, essendo eccellentissimo nel ritrarre di naturale, fece fare il Marchese molti ritratti di se stesso, de’ figliuoli, e d’altri molti signori di casa Gonzaga, i quali furono mandati in Francia et in Germania a donare a diversi principi; et in Mantoa ne sono ancora molti come è il ritratto di Federigo Barbarossa imperador, del Barbarigo doge di Vinezia, di Francesco Sforza duca di Milano, di Massimiliano duca pur di Milano che morì in Francia, di Massimiliano imperadore, del signor Ercole Gonzaga, che fu poi cardinale, del duca Federigo suo fratello essendo giovinetto, del signor Giovanfrancesco Gonzaga, di Messer Andrea Mantegna pittore, e di molti altri, de’ quali si serbò copia Francesco in carte di chiaro scuro, le quali sono oggi in Mantoa appresso gl’eredi suoi. Nella qual città fece in San Francesco de’ Zoccolanti, sopra il pulpito, San Lodovico e San Bernardino, che tengono in un cerchio grande un nome di Gesù, e nel refettorio di detti frati, è in un quadro di tela grande quanto la facciata da capo il Salvatore in mezzo ai dodici Apostoli in prospettiva, che son bellissimi e fatti con molte considerazioni; infra i quali è Giuda traditore con viso tutto differente dagl’altri, e con attitudine strana; e gl’altri tutti intenti a Gesù, che parla loro, essendo vicino alla sua Passione; dalla parte destra di quest’opera è un San Francesco grande quanto il naturale, che è figura bellissima e che rappresenta nel viso la santimonia stessa, e quella che fu propria di quel santissimo uomo; il quale Santo presenta a Cristo il marchese Francesco, che gli è a’ piedi inginocchioni ritratto di naturale con un saio lungo, secondo l’uso di que’ tempi, faldato e crespo, e con ricami a croci bianche, essendo forse egli allora capitano de’ viniziani. Avanti al marchese detto è ritratto il suo primogenito, che fu poi il duca Federigo allora fanciullo bellissimo con le mani giunte; dall’altra parte è dipinto un S. Bernardino simile in bontà alla figura di S. Francesco, il quale similmente presenta a Cristo il cardinale Sigismondo Gonzaga, fratello di detto Marchese, in abito di cardinale, e ritratto anch’egli dal naturale, col rocchetto, e posto ginocchioni; et innanzi a detto cardinale, che è bellissima figura, è ritratta la signora Leonora, figlia del detto Marchese allora giovinetta, che fu poi Duchessa d’Urbino, la quale opera tutta è tenuta da i più eccellenti pittori cosa maravigliosa. Dipinse il medesimo una tavola d’un S. Sebastiano, che poi fu messa alla Madonna delle Grazie fuor di Mantoa; et in questa pose ogni estrema diligenza e vi ritrasse molte cose dal naturale. Dicesi che andando il Marchese a vedere lavorare Francesco mentre faceva quest’opera (come spesso era usato di fare), che gli disse: "Francesco, se’ si vuole in fare questo Santo pigliare l’essempio da un bel corpo". A che rispondendo Francesco: "Io vo immitando un fachino, di bella persona, il qual lego a mio modo per fare l’opera naturale". Soggiunse il Marchese: "Le membra di questo tuo Santo non somigliano il vero, perché non mostrano essere tirate per forza, né quel timore che si deve imaginare in un uomo legato e saettato; ma dove tu voglia mi dà il cuore di mostrarti quello che tu dei fare, per compimento di questa figura". "Anzi ve ne prego, signore", disse Francesco, et egli: "Come tu abbi qui il tuo fachino legato, fammi chiamare, et io ti mostrerò quello che tu dei fare". Quando dunque ebbe il seguente giorno legato Francesco il fachino in quella maniera che lo volle, fece chiamare segretamente il Marchese, non però sapendo quello che avesse in animo di fare. Il Marchese dunque uscito d’una stanza, tutto infuriato con una balestra carica corse alla volta del fachino, gridando ad alta voce: "Traditore, tu se’ morto, io t’ho pur colto dove io voleva", et altre simili parole; le quali udendo il cattivello fachino, e tenendosi morto, nel volere rompere le funi con le quali era legato, nell’aggravarsi sopra quelle e tutto essendo sbigottito, rappresentò veramente uno che avesse ad essere saettato, mostrando nel viso il timore e l’orrore della morte, nelle membra stiracchiate e storte per cercar di fuggire il pericolo. Ciò fatto, disse il Marchese a Francesco: "Eccolo acconcio come ha da stare, il rimanente farai per te medesimo". Il che tutto avendo questo pittore considerato, fece la sua figura di quella miglior perfezzione che si può imaginare. Dipinse Francesco, oltre molte altre cose, nel palazzo di Gonzaga la creazione de’ primi signori di Mantoa, e le giostre che furono fatte in sulla piazza di S. Piero, la quale ha quivi in prospettiva. Avendo il Gran Turco per un suo uomo mandato a presentare al Marchese un bellissimo cane, un arco et un turcasso, il Marchese fece ritrarre nel detto palazzo di Gonzaga il cane, il Turco che l’aveva condotto e l’altre cose. E ciò fatto, volendo vedere se il cane dipinto veramente somigliava, fece condurre uno de’ suoi cani di corte nimicissimo al cane turco, là dove era il dipinto, sopra un basamento finto di pietra; quivi dunque giunto il vivo, tosto che vide il dipinto, non altrimenti che se vivo stato fusse, e quello stesso che odiava la morte, si lanciò con tanto impeto, sforzando chi lo teneva, per adentarlo, che percosso il capo nel muro tutto se lo ruppe. Si racconta ancora da persone che furono presenti, che avendo Benedetto Baroni nipote di Francesco un quadretto di sua mano, poco maggiore di due palmi, nel quale è dipinta una Madonna a olio dal petto in su quasi quanto il naturale et il canto a basso il Puttino, dalla spalla in su, che con un braccio steso in alto sta in atto di carezzare la madre, si racconta, dico, che quando era l’imperatore padrone di Verona, essendo in quella città don Alonso di Castiglia, et Alarcone famosissimo capitano per sua maestà e per lo re catolico, che questi signori, essendo in casa del conte Lodovico da Sesso Veronese, dissero avere gran disiderio di veder questo quadro: per che, mandato per esso, si stavano una sera contemplandolo a buon lume et amirando l’artificio dell’opera, quando la signora Caterina, moglie del Conte, andò dove erano que’ signori con uno de’ suoi figliuoli, il quale aveva in mano uno di quegli uccelli verdi, che a Verona si chiamano terranzi, perché fanno il nido in terra, e si avezzano al pugno come gli sparvieri. Avenne adunque, stando ella cogl’altri a contemplare il quadro, che quell’uccello, veduto il pugno et il braccio disteso del bambino dipinto, volò per saltarvi sopra, ma non si essendo potuto attaccare alla tavola dipinta, e per ciò caduto in terra, tornò due volte per posarsi in sul pugno del detto bambino dipinto, non altrimenti che se fusse stato un di que’ putti vivi, che se lo tenevano sempre in pugno. Di che stupefatti que’ signori, vollono pagar quel quadro a Benedetto gran prezzo, perché lo desse loro; ma non fu possibile per niuna guisa cavarglielo di mano. Non molto dopo, essendo i medesimi dietro a farglielo rubar un dì di San Biagio in San Nazzaro a una festa, perché ne fu fatto avertito il padrone, non riuscì loro il disegno. Dipinse Francesco in San Polo di Verona una tavola a guazzo, che è molto bella, et un’altra in San Bernardino, alla capella de’ Bandi, bellissima. In Mantoa lavorò per Verona in una tavola che è alla capella dove è sepolto San Biagio, nella chiesa di San Nazzaro de’ monaci neri, due bellissimi nudi, et una Madonna in aria col Figliuolo in braccio, et alcuni Angeli, che sono maravigliose figure. Fu Francesco di santa vita e nimico d’ogni vizio, intanto che non volle mai non che altro dipignere opere lascive, ancor che dal Marchese ne fusse molte volte pregato. E simili a lui furono in bontà i fratelli, come si dirà a suo luogo. Finalmente Francesco, essendo vecchio e patendo d’orina, con licenza del Marchese e per consiglio di medici andò con la moglie e con servitori a pigliar l’acqua de’ bagni di Caldero sul veronese; là dove, avendo un giorno presa l’acqua, si lasciò vincere dal sonno e dormì alquanto, avendolo in ciò per compassione compiaciuto la moglie; onde sopravenutagli mediante detto dormire, che è pestifero a chi piglia quell’acqua, una gran febre, finì il corso della vita a due dì di luglio 1519. Il che essendo significato al Marchese, ordinò subito, per un corriere, che il corpo di Francesco fusse portato a Mantoa; e così fu fatto, quasi contra la volontà de’ veronesi, dove fu onoratissimamente sotterrato in Mantoa, nella sepoltura della Compagnia segreta in San Francesco. Visse Francesco anni 64; et un suo ritratto, che ha Messer Fermo, fu fatto quando era d’anni cinquanta. Furono fatti in sua lode molti componimenti, e pianto da chiunque lo conobbe come virtuoso e santo uomo che fu. Ebbe per moglie madonna Francesca Gioachini veronese, ma non ebbe figliuoli. Il maggiore d’i tre fratelli che egli ebbe, fu chiamato Monsignore, e perché era persona di belle lettere, ebbe in Mantoa uffizii dal marchese di buone rendite per amor di Francesco. Costui visse ottanta anni, e lasciò figliuoli, che tengono in Mantoa viva la famiglia de’ Monsignori. L’altro fratello di Francesco ebbe nome al secolo Girolamo, e fra i Zoccolanti di San Francesco fra’ Cherubino, e fu bellissimo scrittore e miniatore. Il terzo, che fu frate di San Domenico, osservante e chiamato fra’ Girolamo, volle per umiltà esser converso, e fu non pur di santa e buona vita, ma anco ragionevole dipintore, come si vede nel convento di San Domenico in Mantoa, dove, oltre all’altre cose, fece nel refettorio un bellissimo Cenacolo e la passione del Signore, che per la morte sua rimase imperfetta. Dipinse il medesimo quel bellissimo Cenacolo che è nel rifettorio de’ monaci di San Benedetto, nella ricchissima badia che hanno in sul mantoano. In San Domenico fece l’altare del Rosaio; et in Verona nel convento di Santa Nastasia fece a fresco una Madonna, San Remigio vescovo e Santa Nastasia, nel secondo chiostro; e sopra la seconda porta del Martello, in un archetto una Madonna, San Domenico e San Tommaso d’Aquino, e tutti di pratica. Fu fra’ Girolamo persona semplicissima e tutto alieno dalle cose del mondo, e standosi in villa a un podere del convento, per fuggire ogni strepito et inquietudine, teneva i danari che gl’erano mandati dall’opere, de’ quali si serviva a comperare colori et altre cose, in una scatola senza coperchio appiccata al palco, nel mezzo della sua camera, di maniera che ognuno che voleva potea pigliarne. E per non si avere a pigliar noia ogni giorno di quello che avesse a mangiare, coceva il lunedì un caldaio di fagiuoli per tutta la settimana. Venendo poi la peste in Mantoa, et essendo gl’infermi abbandonati da ognuno, come si fa in simili casi, fra’ Girolamo, non da altro mosso che da somma carità, non abbandonò mai i poveri padri ammorbati; anzi con le proprie mani gli servì sempre; e così, non curando di perdere la vita per amore di Dio, s’infettò di quel male e morì di sessanta anni, con dolore di chiunche lo conobbe. Ma tornando a Francesco Monsignori, egli ritrasse, il che mi si era di sopra scordato, il Conte Ercole Giusti veronese, grande di naturale con una roba d’oro indosso, come costumava di portare, che è bellissimo ritratto, come si può vedere in casa il conte Giusto suo figliuolo. Domenico Moroni, il quale nacque in Verona circa l’anno 1430, imparò l’arte della pittura da alcuni che furono discepoli di Stefano, e dall’opere che egli vide e ritrasse del detto Stefano, di Iacopo Bellini, di Pisano e d’altri. E per tacere molti quadri, che fece sicondo l’uso di que’ tempi, che sono ne’ monasteri e nelle case di privati, dico ch’egli dipinse a chiaro scuro di terretta verde la facciata d’una casa della comunità di Verona sopra la piazza detta de’ Signori, dove si veggiono molte fregiature et istorie antiche con figure et abiti de’ tempi a dietro molto bene accomodati. Ma il meglio che si veggia di man di costui è in San Bernardino il Cristo menato alla croce, con moltitudine di gente e di cavalli, che è nel muro sopra la capella del Monte della Pietà, dove fece Liberale la tavola del Deposto con quegl’Angeli che piangono. Al medesimo fece dipignere dentro e fuori la capella, che è vicina a questa, con ricchezza d’oro e molta spesa, Messer Niccolò de’ Medici cavaliere, il quale era in quei tempi stimato il maggior ricco di Verona; et il quale spese molti danari in altre opere pie, sì come quello che era a ciò da natura inclinato. Questo gentiluomo, dopo aver molti monasterii e chiese edificato, né lasciato quasi luogo in quella città ove non facesse qualche segnalata spesa in onore di Dio, si elesse la sopra detta capella per sua sepoltura, negl’ornamenti della quale si servì di Domenico allora più famoso d’altro pittore in quella città, essendo Liberale a Siena. Domenico adunque dipinse nella parte di dentro di questa capella miracoli di Santo Antonio da Padoa, a cui è dedicata, e vi ritrasse il detto cavaliere in un vecchio raso col capo bianco e senza berretta, con veste lunga d’oro, come costumavano di portare i cavalieri in que’ tempi; la quale opera per cosa in fresco è molto ben disegnata e condotta. Nella volta poi di fuori, che è tutta messa a oro, dipinse in certi tondi i quattro Evangelisti, e nei pilastri dentro e fuori fece varie figure di Santi; e fra l’altre Santa Elisabetta del terzo Ordine di San Francesco, Santa Elena e Santa Caterina, che sono figure molto belle, e per disegno, grazia e colorito molto lodate. Quest’opera dunque può far fede della virtù di Domenico e della magnificenza di quel cavaliere. Morì Domenico molto vecchio e fu sepolto in San Bernardino, dove sono le dette opere di sua mano, lasciando erede delle facultà e della virtù sua Francesco Morone, suo figliuolo, il quale avendo i primi principii dell’arte apparati dal padre, s’affaticò poi di maniera che in poco tempo riuscì molto miglior maestro che il padre stato non era; come l’opere che fece a concorrenza di quelle del padre chiaramente ne dimostrano. Dipinse adunque Francesco, sotto l’opera di suo padre, all’altare del Monte nella chiesa, detta di San Bernardino, a olio le portelle che chiuggono la tavola di Liberale. Nelle quali, dalla parte di dentro, fece in una la Vergine e nell’altra San Giovanni Evangelista grandi quanto il naturale, e bellissime nelle facce che piangono, nei panni et in tutte l’altre parti. Nella medesima capella dipinse a basso, nella facciata del muro che fa capo al tramezzo, il miracolo che fece il Signore dei cinque pani e due pesci che saziarono le turbe: dove sono molte figure belle e molti ritratti di naturale; ma sopra tutto è lodato un San Giovanni Evangelista che è tutto svelto e volge le reni in parte al popolo. Appresso fece nell’istesso luogo, allato alla tavola, nei vani del muro la quale è appoggiata, un San Lodovico vescovo e frate di San Francesco, et un’altra figura; e nella volta, in un tondo che fora, certe teste che scortano. E queste opere tutte sono molto lodate dai pittori veronesi. Dipinse nella medesima chiesa, fra questa capella e quella de’ Medici, all’altare della Croce, dove sono tanti quadri di pittura, un quadro, che è nel mezzo sopra tutti, dove è Cristo in croce, la Madonna e San Giovanni, che è molto bello; e dalla banda manca di detto altare, dipinse in un altro quadro, che è sopra quello del Carota, il Signore che lava i piedi agl’Apostoli, che stanno in varie attitudini; nella quale opera dicono che ritrasse questo pittore se stesso in figura d’uno che serve a Cristo a portar l’acqua. Lavorò Francesco alla capella degl’Emilii nel Duomo un San Iacopo e San Giovanni, che hanno in mezzo Cristo che porta la croce, e sono queste due figure di tanta bellezza e bontà, quanto più non si può disiderare. Lavorò il medesimo molte cose a Lonico, in una badia de’ monaci di Monte Oliveto, dove concorrono molti popoli a una figura della Madonna che in quel luogo fa miracoli assai. Essendo poi Francesco amicissimo e come fratello di Girolamo dai Libri pittore e miniatore, presero a lavorare insieme le portelle degl’organi di Santa Maria in Organo de’ frati di Monte Oliveto, in una delle quali fece Francesco, nel difuori, un San Benedetto vestito di bianco e San Giovanni Evangelista, e nel didentro Daniello et Isaia profeti, con due Angioletti in aria et il campo tutto pieno di bellissimi paesi. E dopo dipinse l’ancona dell’altare della Muletta, facendovi un San Piero et un San Giovanni che sono poco più d’un braccio d’altezza, ma lavorati tanto bene e con tanta diligenza, che paiono miniati. E gl’intagli di quest’opera fece fra’ Giovanni da Verona, maestro di tarsie e d’intaglio. Nel medesimo luogo dipinse Francesco nella facciata del coro due storie a fresco, cioè quando il Signore va sopra l’asina in Ierusalem e quando fa orazione nell’orto dove sono in disparte le turbe armate che, guidate da Giuda, vanno a prenderlo. Ma sopra tutte è bellissima la sagrestia in volta, tutta dipinta dal medesimo, eccetto il Santo Antonio battuto dai demonii, il quale si dice essere di mano di Domenico suo padre. In questa sagrestia dunque, oltre il Cristo che è nella volta et alcuni Angioletti che scortano all’insù, fece nelle lunette diversi papi, a due a due per nicchia, in abito pontificale, i quali sono stati dalla Relligione di San Benedetto assunti al pontificato. Intorno poi alla sagrestia, sotto le dette lunette della volta, è tirato un fregio alto quattro piedi e diviso in certi quadri nei quali sono in abito monastico dipinti alcuni imperatori, re, duchi et altri principi, che lasciati gli stati e’ principati che avevano, si sono fatti monaci. Nelle quale figure ritrasse Francesco dal naturale molti dei monaci che mentre vi lavorò abitarono o furono per passaggio in quel monasterio. E fra essi vi sono ritratti molti novizii et altri monaci d’ogni sorte, che sono bellissime teste e fatte con molta diligenza. E nel vero fu allora, per questo ornamento, quella la più bella sagrestia che fusse in tutta Italia, perché, oltre alla bellezza del vaso ben proporzionato e di ragionevole grandezza, e le pitture dette che sono bellissime, vi è anco da basso una spalliera di banchi lavorati di tarsie e d’intaglio con belle prospettive, così bene che in que’ tempi, e forse anche in questi nostri, non si vede gran fatto meglio, perciò che fra’ Giovanni da Verona, che fece quell’opera, fu eccellentissimo in quell’arte, come si disse nella vita di Raffaello da Urbino, e come ne dimostrano, oltre molte opere fatte nei luoghi della sua Relligione, quelle che sono a Roma nel palazzo del papa, quelle di Monte Oliveto di Chiusuri in sul sanese et in altri luoghi. Ma quelle di questa sagrestia sono di quante opere fece mai fra’ Giovanni le migliori; perciò che si può dire che quanto nell’altre vinse gl’altri, tanto in queste avanzasse se stesso. Intagliò fra’ Giovanni per questo luogo, fra l’altre cose, un candeliere alto più di quattordici piedi per lo cero pasquale, tutto di noce, con incredibile diligenza; onde non credo che per cosa simile si possa veder meglio. Ma tornando a Francesco, dipinse nella medesima chiesa la tavola che è alla capella de’ conti Giusti, nella quale fece la Madonna e Santo Agostino e San Martino in abiti pontificali. E nel chiostro fece un Deposto di croce con le Marie et altri Santi che per cose a fresco in Verona sono molto lodate. Nella chiesa della Vettoria dipinse la capella de’ Fumanelli, sotto il tramezzo che sostiene il coro, fatto edificare da Messer Niccolò de’ Medici cavaliere, e nel chiostro una Madonna a fresco. E dopo ritrasse di naturale Messer Antonio Fumanelli, medico famosissimo per l’opere da lui scritte in quella professione. Fece anco a fresco sopra una casa, che si vede quando si cala il ponte delle Navi per andar a San Polo, a man manca, una Madonna con molti Santi che è tenuta, per disegno e per colorito, opera molto bella. Et in Brà, sopra la casa de’ Sparvieri, dirimpetto all’orto de’ frati di San Fermo, ne dipinse un’altra simile. Altre cose assai dipinse Francesco, delle quali non accade far menzione essendosi dette le migliori; basta che egli diede alle sue pitture grazia, disegno, unione e colorito vago et acceso quanto alcun altro. Visse Francesco anni cinquantacinque e morì a dì sedici di maggio 1529, e fu sepolto in San Domenico accanto a suo padre, e volle essere portato alla sepoltura vestito da frate di San Francesco. Fu persona tanto da bene e così relligiosa e costumata, che mai s’udì uscire di sua bocca parola che meno fusse che onesta. Fu discepolo di Francesco e seppe molto più che il maestro Paulo Cavazzuola veronese, il quale fece molte opere in Verona: dico in Verona, perché in altro luogo non si sa che mai lavorasse. In San Nazzario, luogo de’ monaci neri in Verona, dipinse molte cose a fresco, vicino a quelle di Francesco suo maestro, che tutte sono andate per terra nel rifarsi quella chiesa dalla pia magnanimità del reverendo padre don Mauro Lonichi, nobile veronese et abbate di quel monasterio. Dipinse similmente a fresco, sopra la casa vecchia de’ Fumanelli nella via del Paradiso, la Sibilla che mostra ad Augusto il Signor Nostro in aria nelle braccia della Madre; la quale opera, per delle prime che Paulo facesse, è assai bella. Alla capella de’ Fontani, in Santa Maria in Organi, dipinse, pure a fresco, due Angioli nel di fuori di detta capella, cioè San Michele e San Raffaello. In Santa Eufemia, nella strada dove risponde la capella dell’Angelo Raffaello, sopra una finestra che dà lume a un ripostiglio della scala di detto Angelo, dipinse quello, et insieme con esso Tobia, guidato da lui nel viaggio, che fu bellissima operina. A San Bernardino fece, sopra la porta del Campanello, un San Bernardino a fresco in un tondo, e nel medesimo muro più a basso, sopra l’uscio d’un confessionario, pur in un tondo, un San Francesco che è bello e ben fatto, sì come è anco il S. Bernardino. E questo è quanto ai lavori che si sa Paulo aver fatto in fresco. A olio poi nella chiesa della Madonna della Scala, all’altare della Santificazione, dipinse in un quadro un San Rocco a concorrenza del San Bastiano che, all’incontro, dipinse nel medesimo luogo il Moro; il quale San Rocco è una bellissima figura. Ma in San Bernardino è il meglio delle figure che facesse mai questo pittore, perciò che tutti i quadri grandi, che sono all’altare della croce, intorno all’ancona principale, sono di sua mano, eccetto quello dove è il Crocifisso, la Madonna e San Giovanni, che è sopra tutti gl’altri, il quale è di mano di Francesco suo maestro. A lato a questo fece Paulo due quadri grandi nella parte di sopra: in uno de’ quali è Cristo alla colonna battuto e, nell’altro, la sua Coronazione dipinse con molte figure alquanto maggiori che il naturale. Più a basso nel primo ordine, cioè nel quadro principale, fece Cristo deposto di croce, la Madonna, la Maddalena, San Giovanni, Nicodemo e Giuseppo, et in uno di questi ritrasse se stesso tanto bene che par vivissimo, in una figura che è vicina al legno della croce, giovane, con barba rossa e con uno scuffiotto in capo, come allora si costumava di portare. Dal lato destro fece il Signore nell’orto con i tre Discepoli appresso, e dal sinistro dipinse il Medesimo con la croce in spalla, condotto al monte Calvario. La bontà delle quali opere, che fanno troppo paragone a quelle che nel medesimo luogo sono di mano del suo maestro, daranno sempre luogo a Paulo fra i migliori artefici. Nel basamento fece alcuni Santi dal petto in su, che sono tutti ritratti di naturale. La prima figura con l’abito di San Francesco, fatta per un beato, è il ritratto di fra’ Girolamo Reccalchi, nobile veronese. La figura, che è a canto a questa, fatta per San Bonaventura, è il ritratto di fra’ Bonaventura Riccalchi, fratello del detto fra’ Girolamo. La testa del San Giuseppo è il ritratto d’un agente de’ marchesi Malespini, che allora aveva carico dalla Compagnia della Croce di far fare quell’opera, e tutte sono bellissime teste. Nella medesima chiesa fece Paulo la tavola della capella di San Francesco, nella quale, che fu l’ultima che facesse, superò se medesimo. Sono in questa sei figure maggiori che il naturale. Santa Lisabetta del terzo Ordine di San Francesco, che è bellissima figura, con aria ridente e volto grazioso, e con il grembo pieno di rose, e pare che gioisca veggendo, per miracolo di Dio, che il pane che ella stessa, gran signora, portava ai poveri, fusse convertito in rose: in segno che molto era accetta a Dio quella sua umile carità di ministrare ai poveri con le proprie mani. In questa figura è il ritratto d’una gentildonna vedova della famiglia de’ Sacchi. L’altre figure sono San Bonaventura cardinale e San Lodovico vescovo, e l’uno e l’altro frate di San Francesco. Appresso a questi è San Lodovico re di Francia, Santo Eleazaro in abito bigio, e Santo Ivone in abito sacerdotale. La Madonna poi, che è di sopra in una nuvola con San Francesco et altre figure d’intorno, dicono non esser di mano di Paulo, ma d’un suo amico che gl’aiutò lavorare questa tavola; e ben si vede che le dette figure non sono di quella bontà che sono quelle da basso. Et in questa tavola è ritratta di naturale madonna Caterina de’ Sacchi, che fece fare quest’opera. Paulo dunque, essendosi messo in animo di farsi grande e famoso, e perciò facendo fatiche intolerabili, infermò e si morì giovane di 31 anno, quando a punto cominciava a dar saggio di quello che si sperava da lui nell’età migliore. E certo, se la fortuna non si attraversava al virtuoso operare di Paulo, sarebbe senza dubbio arivato a quegl’onori supremi che migliori e maggiori si possono nella pittura disiderare. Per che dolse la perdita di lui non pure agl’amici, ma a tutti i virtuosi e chiunche lo conobbe, e tanto più essendo stato giovane d’ottimi costumi e senza macchia d’alcun vizio. Fu sepolto in San Polo, rimanendo imortale nelle bellissime opere che lasciò.