Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Fra' Iocondo e Liberale e altri veronesi

Fra' Iocondo e Liberale e altri veronesi

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Iacopo Palma e Lorenzo Lotto Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Francesco Monsignori IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Iacopo Palma e Lorenzo Lotto Francesco Monsignori

VITE DI FRA’ IOCONDO E DI LIBERALE E D’ALTRI VERONESI

Se gli scrittori delle storie vivesseno qualche anno più di quello che è comunemente conceduto al corso dell’umana vita, io per me non dubito punto che arebbono, per un pezzo, che aggiugnere alle passate cose già scritte da loro; perciò che, come non è possibile che un solo, per diligentissimo che sia, sappia a un tratto così a punto il vero, e in picciol tempo, i particolari delle cose che scrive, così è chiaro come il sole che il tempo, il quale si dice padre della verità, va giornalmente scoprendo agli studiosi cose nuove. Se quando io scrissi, già molti anni sono, quelle vite de’ pittori et altri, che allora furono publicate, io avesse avuto quella piena notizia di fra’ Iocondo Veronese, uomo rarissimo et universale in tutte le più lodate facultà, che n’ho avuto poi, io averei senza dubbio fatta di lui quella onorata memoria che m’apparecchio di farne ora a benefizio degl’artefici, anzi del mondo. E non solamente di lui, ma di molti altri Veronesi stati veramente eccellentissimi. Né si maravigli alcuno se io gli porrò tutti sotto l’effigie d’un solo di loro, perché non avendo io potuto avere il ritratto di tutti, sono forzato a così fare; ma non per questo sarà defraudata, per quanto potrò io, la virtù di niuno di quello che se le deve. E perché l’ordine de’ tempi et i meriti così richieggiono, parlerò prima di fra’ Iocondo, il quale, quando si vestì l’abito di San Domenico, non fra’ Iocondo semplicemente, ma fra’ Giovan Iocondo fu nominato. Ma come gli cascasse quel Giovanni non so, so bene che egli fu sempre fra’ Iocondo chiamato da ognuno. E se bene la sua principal professione furono le lettere, essendo stato non pur filosofo e teologo eccellente, ma bonissimo greco, il che in quel tempo era cosa rara cominciando a punto allora a risorgere le buone lettere in Italia, egli nondimeno fu anco come quello che di ciò si dilettò sempre sommamente, eccellentissimo architetto: sì come racconta lo Scaligero contra il Cardano, et il dottissimo Budeo ne’ suoi libri de Asse e nell’osservazioni che fece sopra le pandette. Costui, dunque, essendo gran literato, intendente dell’architettura e bonissimo prospettivo, stette molti anni appresso Massimiliano imperatore, e fu maestro nella lingua greca e latina del dottissimo Scaligero, il quale scrive aver udito dottamente disputar fra’ Iocondo innanzi al detto Massimiliano di cose sottilissime. Raccontano alcuni, che ancor vivono e di ciò benissimo si ricordano, che rifaccendosi in Verona il ponte detto della Pietra nel tempo che quella città era sotto Massimiliano imperatore, e dovendosi rifondare la pila di mezzo, la quale molte volte per avanti era rovinata, fra’ Iocondo diede il modo di fondarla e di conservarla ancora per sì fatta maniera che per l’avenire non rovinasse. Il qual modo di conservarla fu questo, che egli ordinò che detta pila si tenesse sempre fasciata intorno di doppie travi lunghe e fitte nell’acqua d’ogn’intorno, acciò la difendessino in modo che il fiume non la potesse cavare sotto, essendo che in quel luogo, dove è fondata, è il principal corso del fiume che ha il fondo tanto molle che non vi si truova sodezza di terreno da potere altrimenti fondarla. Et invero fu ottimo, per quello che si è veduto, il consiglio di fra’ Iocondo, perciò che da quel tempo in qua è durata e dura, senza avere mai mostrato un pelo, e si spera, osservandosi quanto diede in ricordo quel buon padre, che durerà perpetuamente. Stette fra’ Iocondo in Roma nella sua giovinezza molti anni, e dando opera alla cognizione delle cose antique, cioè non solo alle fabriche, ma anco all’inscrizzioni antiche che sono nei sepolcri et all’altre anticaglie, e non solo in Roma, ma ne’ paesi all’intorno et in tutti i luoghi d’Italia, raccolse in un bellissimo libro tutte le dette inscrizzioni e memorie e lo mandò a donare, secondo ch’affermano i Veronesi medesimi, al Magnifico Lorenzo Vecchio de’ Medici, con il quale, come amicissimo e fautor di tutti i virtuosi, egli e Domizio Calderino, suo compagno e della medesima patria, tenne sempre grandissima servitù. E di questo libro fa menzione il Poliziano nelle sue Mugillane, nelle quali si serve d’alcune autorità del detto libro, chiamando fra’ Iocondo peritissimo in tutte l’antiquità. Scrisse il medesimo sopra i Comentarii di Cesare, alcune osservazioni che sono in stampa. E fu il primo che mise in disegno il ponte fatto da Cesare sopra il fiume Rodano, descritto da lui nei detti suoi Comentarii e male inteso ai tempi di fra’ Iocondo, il quale confessa il detto Budeo avere avuto per suo maestro nelle cose d’architettura; ringraziando Dio d’avere avuto un sì dotto e sì diligente precettore sopra Vitruvio, come fu esso frate, il quale ricorresse in quello autore infiniti errori non stati infino allora conosciuti. E questo poté fare agevolmente per essere stato pratico in tutte le dottrine, e per la cognizione che ebbe della lingua greca e della latina. E queste et altre cose afferma esso Budeo, lodando fra’ Iocondo per ottimo architettore, aggiungendo che per opera del medesimo furono ritrovate la maggior parte delle Pistole di Plinio in una vecchia libreria in Parigi; le quali, non essendo state più in mano degl’uomini, furono stampate da Aldo Manuzio, come si legge, in una sua pistola latina stampata con le dette. Fece fra’ Iocondo, stando in Parigi al servizio del re Lodovico Duodecimo, due superbissimi ponti sopra la Senna carichi di botteghe; opera degna veramente del grand’animo di quel re e del maraviglioso ingegno di fra’ Iocondo. Onde meritò, oltre la inscrizione che ancor oggi si vede in queste opere in lode sua, che il Sanazzaro, poeta rarissimo, l’onorasse con questo bellissimo distico:

Iocundus geminum imposuit tibi Sequana pontem; hunc tu iure potes dicere Pontificem.

Fece, oltre ciò, altre infinite opere per quel re in tutto il regno, ma essendo stato solamente fatto memoria di queste come maggiori, non ne dirò altro. Trovandosi poi in Roma alla morte di Bramante, gli fu data la cura del tempio di San Piero, in compagnia di Raffaello da Urbino e Giuliano da S. Gallo, acciò continuasse quella fabrica cominciata da esso Bramante; per che minacciando ella rovina in molte parti, per essere stata lavorata in fretta e per le cagioni dette in altro luogo, fu per consiglio di fra’ Iocondo, di Raffaello e di Giuliano per la maggior parte rifondata; nel che fare, dicono alcuni che ancor vivono e furono presenti, si tenne questo moda: furono cavate, con giusto spazio dall’una all’altra, molte buche grandi a uso di pozzi, ma quadre, sotto i fondamenti, e quelle ripiene di muro fatto a mano furono fra l’uno e l’altro pilastro, o vero ripieno di quelle, gettati archi fortissimi sopra il terreno, in modo che tutta la fabrica venne a esser posta, senza che si rovinasse, sopra nuove fondamenta, e senza pericolo di fare mai più risentimento alcuno. Ma quello in che mi pare che meriti somma lode fra’ Iocondo, si fu un’opera di che gli deveno avere obligo eterno non pur i viniziani, ma con essi tutto il mondo; perché considerando egli che l’eternità della Republica di Vinizia pende in gran parte dal conservarsi nel sito inespugnabile di quelle lagune, nelle quali è quasi miracolosamente edificata quella città, e che ogni volta che le dette lagune atterrassero, o sarebbe l’aria infetta e pestilente, e per conseguente la città inabitabile, o che per lo meno ella sarebbe sottoposta a tutti quei pericoli a che sono le città di terraferma, si mise a pensare in che modo si potesse provedere alla conservazione delle lagune e del sito in che fu da principio la città edificata. E trovato il modo, disse fra’ Iocondo a que’ signori che, se non si veniva a presta resoluzione di riparare a tanto danno, fra pochi anni, per quello che si vedeva essere avenuto in parte, s’accorgerebbono dell’errore loro senza essere a tempo a potervi rimediare. Per lo quale avvertimento svegliati que’ signori e udite le vive ragioni di fra’ Iocondo, e fatta una congregazione de’ più rari ingegnieri et architetti che fussero in Italia, furono dati molti pareri e fatti molti disegni, ma quello di fra’ Iocondo fu tenuto il migliore e messo in essecuzione. E così si diede principio a divertire con un cavamento grande i duoi terzi, o almeno la metà dell’acque che mena il fiume della Brenta, le quali acque con lungo giro condussero a sboccare nelle lagune di Chioggia. E così, non mettendo quel fiume in quelle di Vinezia, non vi ha portato terreno che abbia potuto riempire, come ha fatto a Chioggia, dove ha in modo munito e ripieno, che si sono fatte, dove erano l’acque, molte possessioni e ville, con grande utile della città di Venezia. Onde affermano molti e massimamente il Magnifico Messer Luigi Cornaro, gentiluomo di Vinezia, e per lunga esperienza e dottrina prudentissimo, che, se non fusse stato l’avertimento di fra’ Iocondo, tutto quello atterramento fatto nelle dette lagune di Chioggia, si sarebbe fatto, e forse maggiore, in quelle di Vinezia, con incredibile danno e quasi rovina di quella città. Afferma ancora il medesimo, il quale fu amicissimo di fra’ Iocondo, come fu sempre et è di tutti i virtuosi, che la sua patria Vinezia avea sempre per ciò obligo immortale alla memoria di fra’ Iocondo, e che egli si potrebbe in questa parte ragionevolmente chiamare secondo edificatore di Vinezia, e che quasi merita più lode, per avere conservata l’ampiezza e nobiltà di sì maravigliosa e potente città mediante questo riparo, che coloro che l’edificarono da principio debile e di poca considerazione. Perché questo benefizio, sì come è stato, così sarà eternamente d’incredibile giovamento et utile a Vinezia. Essendosi, non molti anni dopo che ebbe fatto questa sant’opera fra’ Iocondo, con molto danno de’ viniziani abruciato il Rialto di Vinezia, nel quale luogo sono i raccetti delle più preciose merci e quasi il tesoro di quella città, et essendo ciò avenuto in tempo a punto che quella Republica, per lunghe e continue guerre e perdita della maggior parte, anzi di quasi tutto lo stato di terra ferma, era ridotta in stato travagliatissimo, stavano i signori del governo in dubbio e sospesi di quello dovessero fare. Pure, essendo la riedificazione di quel luogo di grandissima importanza, fu risoluto che ad ogni modo si rifacesse. E per farla più onorevole e secondo la grandezza e magnificenza di quella Republica, avendo prima conosciuto la virtù di fra’ Iocondo e quanto valesse nell’architettura, gli diedero ordine di fare un disegno di quella fabrica. Laonde ne disegnò uno di questa maniera: voleva occupare tutto lo spazio che è fra il canale delle Beccherie di Rialto et il rio del Fondaco delle Farine, pigliando tanto terreno fra l’uno e l’altro rio, che facesse quadro perfetto, cioè che tanta fusse la lunghezza delle facciate di questa fabrica, quanto di spazio al presente si trova, caminando, dallo sbucare di questi due rivi nel Canal Grande. Disegnava, poi, che li detti due rivi sboccassero dall’altra parte in un canal comune che andasse dall’uno all’altro, tal che questa fabrica rimanesse d’ogni intorno cinta dall’acqua, cioè che avesse il Canal Grande da una parte, li due rivi da due, et il rio, che s’avea a far di nuovo, dalla quarta parte. Voleva, poi, che fra l’acqua e la fabrica intorno intorno al quadro fusse, o vero rimanesse, una spiaggia o fondamento assai largo che servisse per piazza, e vi si vendessero, secondo che fusseno deputati i luoghi, erbaggi, frutte, pesci et altre cose che vengono da molti luoghi alla città. Era di parere, appresso, che si fabricassero, intorno intorno dalla parte di fuori, boteghe che riguardassero le dette piazze, le quali boteghe servissero solamente a cose da mangiare d’ogni sorte. In queste quattro facciate aveva il disegno di fra’ Iocondo quattro porte principali, cioè una per facciata posta nel mezzo e dirimpetto a corda all’altra. Ma prima che s’entrasse nella piazza di mezzo, entrando dentro, da ogni parte si trovava a man destra et a man sinistra una strada, la quale, girando intorno il quadro, aveva botteghe di qua e di là, on fabriche sopra bellissime e magazzini per servigio di dette botteghe, le quali tutte erano deputate alla drapperia, cioè panni di lana fini, et alla seta; le quali due sono le principali arti di quella città. Et insomma in questa entravano tutte le botteghe che sono dette de’ toscani e de’ setaiuoli. Da queste strade doppie di botteghe che sboccavano alle quattro porte, si doveva entrare nel mezzo di detta fabbrica, cioè in una grandissima piazza con belle e gran logge intorno intorno per commodo de’ mercanti e servizio de’ popoli infiniti, che in quella città, la quale è la dogana d’Italia, anzi d’Europa, per lor mercanzie e traffichi concorrono. Sotto le quali logge doveva essere intorno intorno le botteghe de’ banchieri, orefici e gioiellieri, e nel mezzo aveva a essere un bellissimo tempio dedicato a San Matteo, nel quale potessero la mattina i gentiluomini udire i divini uffizii: nondimeno dicono alcuni che, quanto a questo tempio, aveva fra’ Iocondo mutato proposito e che voleva farne due, ma sotto le logge perché non impedissero la piazza. Doveva oltre ciò questo superbissimo edifizio avere tanti altri comodi e bellezze et ornamenti particolari, che chi vede oggi il bellissimo disegno che di quello fece fra’ Iocondo, afferma che non si può imaginare, né rappresentar da qual si voglia più felice ingegno, o eccellentissimo artefice, alcuna cosa né più bella, né più magnifica, né più ordinata di questa. Si doveva anche, col parere del medesimo, per compimento di quest’opera, fare il ponte di Rialto di pietre e carico di botteghe, che sarebbe stato cosa maravigliosa. Ma che quest’opera non avesse effetto, due furono le cagioni: l’una il trovarsi la Republica, per le gravissime spese fatte in quella guerra, esausta di danari; e l’altra perché un gentiluomo, si dica di Ca’ Valereso grande in quel tempo e di molta autorità, forse per qualche interesse particolar, tolse a favorire, come uomo in questo di poco giudizio, un maestro Zamfragnino che, secondo mi vien detto, vive ancora, il quale l’aveva in sue particolari fabriche servito, il quale Zamfragnino (degno e conveniente nome dell’eccellenza del maestro) fece il disegno di quella marmaglia che fu poi messo in opera, e la quale oggi si vede. Della quale stolta elezzione molti che ancor vivono e benissimo se ne ricordano ancora si dogliono senza fine. Fra’ Iocondo, veduto quanto più possono molte volte appresso ai signori e grandi uomini i favori che i meriti, ebbe del veder preporre così sgangherato disegno al suo bellissimo tanto sdegno, che si partì di Vinezia, né mai più vi volle, ancor che molto ne fusse pregato, ritornare. Questo, con altri disegni di questo padre, rimasero in casa i Bragadini riscontro a Santa Marina et a frate Angelo di detta famiglia, frate di San Domenico, che poi fu, secondo i molti meriti suoi, vescovo di Vicenza. Fu fra’ Iocondo universale, e si dilettò, oltre le cose dette, de’ semplici e dell’agricoltura; onde racconta Messer Donato Giannotti fiorentino, che molti anni fu suo amicissimo in Francia, che avendo il frate allevato una volta un pesco in un vaso di terra, mentre dimorava in Francia, vide quel piccolissimo arbore carico di tanti frutti che era a guardarlo una maraviglia, e che avendolo, per consiglio d’alcuni amici, messo una volta in luogo dove avendo a passare il re, potea vederlo, certi cortigiani che prima vi passarono, come usano di fare così fatte genti, colsero, con gran dispiacere di fra’ Iocondo, tutti i frutti di quell’arbuscello, e quelli che non mangiarono, scherzando fra loro, se le trassero dietro per tutta quella contrada. La quale cosa, avendo risaputa il re, dopo essersi preso spasso della burla con i cortigiani, ringraziò il frate di quanto, per piacere a lui, avea fatto, facendogli appresso sì fatto dono, che restò consolato. Fu uomo fra’ Iocondo di santa e bonissima vita, e molto amato da tutti i grandi uomini di lettere dell’età sua, e particolarmente da Domizio Calderino, Matteo Basso e Paulo Emilio, che scrisse l’istorie franzese, e tutti e tre suoi compatrioti. Fu similmente suo amicissimo il Sanazzaro, il Budeo et Aldo Manuzio e tutta l’Accademia di Roma, e fu suo discepolo Iulio Cesare Scaligero, uomo litteratissimo de’ tempi nostri. Morì finalmente vecchissimo, ma non si sa in che tempo a punto, né in che luogo, e per consequenza né dove fusse sotterrato. Sì come è vero che la città di Verona, per sito, costumi et altre parti, è molto simile a Firenze, così è vero che in essa, come in questa, sono fioriti sempre bellissimi ingegni in tutte le professioni più rare e lodevoli. E per non dire dei litterati, non essendo questa mia cura, e seguitando il parlare degl’uomini dell’arti nostre che hanno sempre avuto in quella nobilissima città onorato albergo, dico che Liberale veronese, discepolo di Vincenzio di Stefano della medesima patria, del quale si è in altro luogo ragionato, et il quale fece l’anno 1463 a Mantoa, nella chiesa d’Ogni Santi de’ monaci di S. Benedetto, una Madonna, che fu, secondo que’ tempi, molto lodata; immitò la maniera di Iacopo Bellini per che, essendo giovanetto, mentre lavorò il detto Iacopo la capella di S. Nicolò di Verona, attese sotto di lui per sì fatta guisa agli studii del disegno che, scordatosi quello che imparato avea da Vincenzio di Stefano, prese la maniera del Bellini, e quella si tenne sempre. Le prime pitture di Liberale furono nella sua città in S. Bernardino alla capella del Monte della Pietà, dove fece nel quadro principale un Deposto di croce e certi Angeli, alcuni de’ quali hanno in mano i misterii, come si dice, della Passione, e tutti in volto mostrano pianto e mestizia per la morte del Salvatore. E nel vero hanno molto del vivo, sì come hanno l’altre cose simili di costui, il quale volle mostrare in più luoghi che sapea fare piangere le figure; come che si vide in Santa Nastasia pur di Verona, e chiesa de’ frati di S. Domenico, dove, nel frontespizio della capella de’ Buonaveri, fece un Cristo morto e pianto dalle Marie. E della medesima maniera e pittura che è l’altra opera sopra detta, fece molti quadri che sono sparsi per Verona in casa di diversi gentiluomini. Nella medesima capella fece un Dio Padre con molti Angeli attorno che suonano e cantano, e dagli lati fece tre figure per parte: da una S. Piero, San Domenico e San Tommaso d’Aquino; e dall’altra Santa Lucia, Santa Agnesa et un’altra Santa; ma le prime tre son migliori, meglio condotte e con più rilievo. Nella facciata di detta capella fece la Nostra Donna e Cristo fanciullo che sposa Santa Caterina vergine e martire; et in questa opera ritrasse Messer Piero Buonanni, padrone della capella; et intorno sono alcuni Angeli che presentano fiori e certe teste che ridono, e sono fatte allegre con tanta grazia, che mostrò così sapere fare il riso come il pianto avea fatto in altre figure. Dipinse nella tavola della detta capella Santa Maria Madalena in aria, sostenuta da certi Angeli, et a basso Santa Caterina, che fu tenuta bell’opera. Nella chiesa di Santa Maria della Scala de’ frati de’ Servi, all’altare della Madonna, fece la storia de’ Magi in due portegli, che chiuggono quella Madonna tenuta in detta città in somma venerazione. Ma non vi stettero molto che, essendo guasti dal fumo delle candele, fu levata e posta in sagrestia, dove è molto stimata dai pittori veronesi. Dipinse a fresco nella chiesa di San Bernardino, sopra la capella della Compagnia della Madalena, nel tramezzo, la storia della purificazione, dove è assai lodata la figura di Simeone et il Cristo puttino che bacia con molto affetto quel vecchio che lo tiene in braccio. È molto bello anco un sacerdote che vi è da canto, il quale levato il viso al cielo et aperte le braccia, pare che ringrazii Dio della salute del mondo. A canto a questa capella è di mano del medesimo Liberale la storia de’ Magi e la morte della Madonna nel frontespizio della tavola, di figurine piccole molto lodate. E nel vero si dilettò molto di far cose piccole, e vi mise sempre tanta diligenza che paiono miniate, non dipinte; come si può vedere nel Duomo di quella città, dove è in un quadro di sua mano la storia de’ Magi, con un numero infinito di figure piccole e di cavalli, cani et altri diversi animali, et appresso un gruppo di Cherubini di color rosso, che fanno appoggiatoio alla madre di Gesù; nella quale opera sono le teste finite et ogni cosa condotta con tanta diligenza che, come ho detto, paiono miniate. Fece ancora per la capella della detta Madonna, in Duomo, in una predelletta pure a uso di minio, storie di Nostra Donna. Ma questa fu poi fatta levar di quel luogo da monsignor Messer Giovan Matteo Giberti, vescovo di Verona, e posta in Vescovado alla capella del palazzo, dove è la residenza de’ vescovi e dove odono messa ogni mattina. La quale predella in detto luogo è accompagnata da un Crucifisso di rilievo bellissimo, fatto da Giovanbatista scultore veronese che oggi abita in Mantoa. Dipinse Liberale una tavola in San Vitale alla capella degl’Allegni, dentrovi San Mastro confessore e veronese, uomo di molta santità, posto in mezzo da un San Francesco e San Domenico. Nella Vittoria, chiesa e convento di certi frati eremiti, dipinse nella capella di San Girolamo, in una tavola per la famiglia de’ Scaltritegli, un San Girolamo in abito di cardinale et un San Francesco e San Paulo molto lodati. Nel tramezzo della chiesa di San Giovanni in Monte dipinse la Circoncisione di Cristo et altre cose, che furono, non ha molto, rovinate, perché pareva che quel tramezzo impedisse la bellezza della chiesa. Essendo poi condotto Liberale dal generale de’ monaci di Monte Oliveto a Siena, miniò per quella Relligione molti libri, i quali gli riuscirono in modo ben fatti, che furono cagione che egli ne finì di miniar alcuni rimasi imperfetti, cioè solamente scritti, nella libreria de’ Piccolomini. Miniò anco per il Duomo di quella città alcuni libri di canto fermo; e vi sarebbe dimorato più e fatto molte opere che aveva per le mani, ma cacciato dall’invidie e dalle persecuzioni se ne partì per tornare a Verona con ottocento scudi, che egli avea guadagnati, i quali prestò poi ai monaci di Santa Maria in Organo di Monte Oliveto, traendone alcune entrate per vivere giornalmente. Tornato dunque a Verona, diede più che ad altro opera al miniare tutto il rimanente della sua vita. Dipinse a Bardolino, castello sopra il lago di Garda, una tavola che è nella Pieve; et un’altra per la chiesa di San Tommaso Apostolo; et una similmente nella chiesa di S. Fermo, convento de’ frati di San Francesco, alla capella di San Bernardo, il quale Santo dipinse nella tavola, e nella predella fece alcune istorie della sua vita. Fece anco nel medesimo luogo et in altri, molti quadri da spose, de’ quali n’è uno in casa di Messer Vincenzio de’ Medici in Verona, dentrovi la Nostra Donna et il Figliuolo in collo che sposa Santa Caterina. Dipinse a fresco in Verona una Nostra Donna e San Giuseppo sopra il cantone della casa de’ Cartai, per andare dal ponte nuovo a Santa Maria in Organo, la quale opera fu molto lodata. Arebbe voluto Liberale dipignere in Santa Eufemia la capella della famiglia de’ Rivi, la quale fu fatta per onorare la memoria di Giovanni Riva, capitano d’uomini d’arme nella giornata del Taro, ma non l’ebbe; perché essendo allogata ad alcuni forestieri, fu detto a lui che per essere già molto vecchio, non lo serviva la vista. Onde scoperta questa capella, nella quale erano infiniti errori, disse Liberale che chi l’aveva allogata aveva avuto peggior vista di lui. Finalmente essendo Liberale d’anni ottantaquattro o meglio, si lasciava governare dai parenti, e particolarmente da una sua figliuola maritata, la quale lo trattava insieme con gl’altri malissimamente; per che sdegnatosi con esso lei e con gl’altri parenti, e trovandosi sotto la sua custodia Francesco Torbido detto il Moro, allora giovane e suo affezionatissimo e diligente pittore, lo instituì erede della casa e giardino che aveva a San Giovanni in Valle, luogo in quella città amenissimo; e con lui si ridusse, dicendo volere che anzi godesse il suo uno che amasse la virtù, che chi disprezzava il prossimo. Ma non passò molto che si morì nel dì di Santa Chiara l’anno 1536, e fu sepolto in San Giovanni in Valle, d’anni 85. Furono suoi discepoli Giovan Francesco e Giovanni Caroti, Francesco Torbido detto il Moro, e Paulo Cavazzuola, de’ quali, perché invero sono bonissimi maestri, si farà menzione a suo luogo. Giovanfrancesco Caroto nacque in Verona l’anno 1470, e dopo avere apparato i primi principii delle lettere, essendo inclinato alla pittura, levatosi dagli studii della grammatica, si pose a imparare la pittura con Liberale veronese, promettendogli ristorarlo delle sue fatiche. Così giovinetto, dunque, attese Giovanfrancesco con tanto amore e diligenza al disegno, che con esso e col colorito fu nei primi anni di grande aiuto a Liberale. Non molti anni dopo, essendo con gl’anni cresciuto il giudizio, vide in Verona l’opere d’Andrea Mantegna e parendogli, sì come era in effetto, che elle fussero d’altra maniera e migliori che quelle del suo maestro, fece sì col padre che gli fu conceduto, con buona grazia di Liberale, acconciarsi col Mantegna. E così andato a Mantoa e postosi con esso lui, acquistò in poco tempo tanto che Andrea mandava fuori dell’opere di lui per di sua mano. Insomma non andarono molti anni che riuscì valente uomo. Le prime opere che facesse, uscito che fu di sotto al Mantegna, furono in Verona nella chiesa dello spedale di S. Cosimo all’altare de’ tre Magi, cioè i portegli che chiuggono il detto altare, ne’ quali fece la Circoncisione di Cristo et il suo fuggire in Egitto, con altre figure. Nella chiesa de’ frati Ingesuati, detta San Girolamo, in due angoli d’una capella fece la Madonna e l’Angelo che l’annunzia. Al priore de’ frati di San Giorgio lavorò in una tavola piccola un presepio, nel quale si vede che aveva assai migliorata la maniera, perché le teste de’ pastori e di tutte l’altre figure hanno così bella e dolce aria, che questa opera gli fu molto e meritamente lodata. E se non fusse che il gesso di quest’opera, per essere stato male stemperato, si scrosta e la pittura si va consumando, questa sola sarebbe cagione di mantenerlo vivo sempre nella memoria de’ suoi cittadini. Essendogli poi allogato dagl’uomini che governavano la Compagnia dell’Agnol Raffaello una loro capella nella chiesa di Santa Eufemia, vi fece dentro a fresco due storie dell’Agnolo Raffaello, e nella tavola a olio tre Agnoli grandi, Raffaello in mezzo e Gabriello e Michele dagli lati, e tutti con buon disegno e ben coloriti, ma nondimeno le gambe di detti Angeli gli furono riprese come troppo sottili e poco morbide; a che egli, con piacevole grazia rispondendo, diceva che poi che si fanno gl’Angeli con l’ale e con i corpi quasi celesti et aerei, sì come fussero uccegli, che ben si può far loro le gambe sottili e secche, acciò possano volare et andare in alto con più agevolezza. Dipinse nella chiesa di San Giorgio all’altare, dove è un Cristo che porta la croce, San Rocco e San Bastiano, con alcune storie nella predella di figure piccole e bellissime. Alla Compagnia della Madonna, in San Bernardino, dipinse nella predella dell’altar di detta Compagnia la natività della Madonna e gl’innocenti, con varie attitudini negl’ucisori e ne’ gruppi de’ putti difesi vivamente dalle lor madri; la quale opera è tenuta in venerazione e coperta, perché meglio si conservi. E questa fu cagione che gl’uomini della Fraternita di Santo Stefano nel Duomo antico di Verona, gli facesseno fare al loro altare, in tre quadri di figure simili, tre storiette della Nostra Donna, cioè lo sposalizio, la Natività di Cristo e la storia de’ Magi. Dopo quest’opere, parendogli essersi acquistato assai credito in Verona, disegnava Giovanfrancesco di partirsi e cercare altri paesi, ma gli furono in modo addosso gl’amici e parenti, che gli fecero pigliar per donna una giovane nobile e figliuola di Messer Braliassarti Grandoni, la quale, poi che si ebbe menata l’anno 1505 et avutone indi a non molto un figliuolo, ella si morì sopra parto. E così rimaso libero si partì Giovanfrancesco di Verona, et andossene a Milano, dove il signor Antonmaria Visconte, tiratoselo in casa, gli fece molte opere, per ornamento delle sue case, lavorare. Intanto essendo portata da un fiamingo in Milano una testa d’un giovane ritratta di naturale e dipinta a olio, la quale era da ognuno in quella città ammirata, nel vederla Giovanfrancesco se ne rise, dicendo: "A me basta l’animo di farne una migliore". Di che facendosi beffe il fiamingo, si venne dopo molte parole a questo: che Giovanfrancesco facesse la pruova, e perdendo, perdesse il quadro fatto e 25 scudi, e vincendo, guadagnasse la testa del fiamingo e similmente 25 scudi. Messosi dunque Giovanfrancesco a lavorare con tutto il suo sapere, ritrasse un gentiluomo vecchio e raso con un sparviere in mano, ma ancora che molto somigliasse, fu giudicata migliore la testa del fiamingo. Ma Giovanfrancesco non fece buona elezzione, nel fare il suo ritratto, d’una testa che gli potesse fare onore, perché se pigliava un giovane bello e l’avesse bene immitato, come fece il vecchio, se non avesse passata la pittura dell’avversario, l’arebbe almanco paragonata. Ma non per questo fu se non lodata la testa di Giovanfrancesco, al quale il fiamingo fece cortesia, perché contentandosi della testa sola del vecchio raso, non volle altrimenti (come nobile e gentile) i venticinque ducati. Questo quadro venne poi col tempo nelle mani di madonna Isabella da Este, Marchesana di Mantoa, che lo pagò benissimo al fiamingo e lo pose per cosa singolare nel suo studio, nel quale aveva infinite cose di marmo, di conio, di pittura e di getto bellissime. Dopo aver servito il Visconte, essendo Giovanfrancesco chiamato da Guglielmo, Marchese di Monferrato, andò volentieri a servirlo essendo di ciò molto pregato dal Visconte, e così arivato gli fu assegnata bonissima provisione, et egli, messo mano a lavorare, fece in Casale a quel signore in una cappella dove egli udiva messa, tanti quadri quanti bisognarono a empierla et adornarla da tutte le bande di storie del Testamento Vecchio e Nuovo, lavorate con estrema diligenza, sì come anco fu la tavola principale. Lavorò poi per le camere di quel castello molte cose che gli acquistarono grandissima fama. E dipinse in San Domenico, per ordine di detto marchese, tutta la capella maggiore, per ornamento d’una sepoltura dove dovea essere posto; nella quale opera si portò talmente Giovanfrancesco, che meritò dalla liberalità del Marchese essere con onorati premi riconosciuto; il quale Marchese per privilegio lo fece uno de’ suoi camerieri, come per uno instrumento, che è in Verona appresso gl’eredi, si vede. Fece il ritratto di detto signore e della moglie, e molti quadri che mandarono in Francia, et il ritratto parimente di Guglielmo lor primogenito ancor fanciullo, e così quegli delle figliuole e di tutte le dame che erano al servigio della Marchesana. Morto il marchese Guglielmo, si partì Giovanfrancesco da Casale, avendo prima venduto ciò che in quelle parti aveva, e si condusse a Verona, dove accomodò di maniera le cose sue e del figliuolo, al quale diede moglie, che in poco tempo si trovò esser ricco di più di settemila ducati. Ma non per questo abandonò la pittura, anzi vi attese più che mai, avendo l’animo quieto e non avendo a stillarsi il cervello per guadagnarsi il pane. Vero è che, o fusse per invidia o per altra cagione, gli fu dato nome di pittore che non sapesse fare se non figure piccole. Per che egli, nel fare la tavola della capella della Madonna in San Fermo, convento de’ frati di San Francesco, per mostrare che era calonniato a torto, fece le figure maggiori del vivo e tanto bene, ch’elle furono le migliore che avesse mai fatto. In aria è la Nostra Donna, che siede in grembo a Santa Anna, con alcuni Angeli che posano sopra le nuvole, e a’ piedi sono San Piero, San Giovanbattista, San Roco e San Bastiano, e non lontano è in un paese bellissimo San Francesco che riceve le stimite. Et invero quest’opera non è tenuta dagl’artefici se non buona. Fece in San Bernardino, luogo de’ frati Zoccolanti, alla capella de la croce, Cristo che inginocchiato con una gamba chiede licenza alla madre. Nella quale opera, per concorrenza di molte notabili pitture che in quel luogo sono di mano d’altri maestri, si sforzò di passargli tutti; onde certo si portò benissimo, per che fu lodato da chiunche la vide, eccetto che dal guardiano di quel luogo; il quale con parole mordaci, come sciocco e goffo solenne che egli era, biasimò Giovanfrancesco con dire che aveva fatto Cristo sì poco reverente alla madre, che non s’inginocchiava se non con un ginocchio. A che rispondendo Giovanfrancesco disse: "Padre, fatemi prima grazia d’inginocchiarvi e rizzarvi, et io poi vi dirà per quale cagione ho così dipinto Cristo". Il guardiano, dopo molti preghi inginocchiandosi, mise prima in terra il ginocchio destro e poi il sinistro, e nel rizzarsi alzò prima il sinistro e poi il destro. Il che fatto disse Giovanfrancesco: "Avete voi visto, padre guardiano, che non vi siate mosso a un tratto con due ginocchi, né così levato? Vi dico dunque che questo mio Cristo sta bene, perché si può dire o che s’inginocchi alla madre, o che, essendo stato ginocchioni un pezzo, cominci a levar una gamba per rizzarsi". Di che mostrò rimanere assai quieto il guardiano, pure se n’andò in là così borbottando sotto voce. Fu Giovanfrancesco molto arguto nelle risposte, onde si racconta ancora che, essendogli una volta detto da un prete che troppo erano lascive le sue figure degl’altari, rispose: "Voi state fresco, se le cose dipinte vi comuovono, pensate come è da fidarsi di voi dove siano persone vive e palpabili". A Isola, luogo in sul lago di Garda, dipinse due tavole nella chiesa de’ Zoccolanti, et in Malsessino, terra sopra il detto lago, fece, sopra la porta d’una chiesa, una Nostra Donna bellissima, et in chiesa alcuni Santi a requisizione del Fracastoro, poeta famosissimo, del quale era amicissimo. Al conte Giovanfrancesco Giusti dipinse, secondo la invenzione di quel signore, un giovane tutto nudo, eccetto le parti vergognose, il quale stando in fra due, et in atto di levarsi o non levarsi, aveva da un lato una giovane bellissima finta per Minerva, che con una mano gli mostrava la fama in alto, e con l’altra lo eccitava a seguitarla; ma l’ozio e la pigrizia che erano dietro al giovane, si affaticavano per ritenerlo. A basso era una figura con viso mastinotto, e più di servo e d’uomo plebeo che di nobile, la quale aveva alle gomita attaccate due lumache grosse e si stava a sedere sopra un granchio; et appresso aveva un’altra figura con le mani piene di papaveri. Questa invenzione, nella quale sono altre belle fantasie e particolari, e la quale fu condotta da Giovanfrancesco con estremo amore e diligenza, serve per testiera d’una lettiera di quel signore in un suo amenissimo luogo detto Santa Maria Stella, presso a Verona. Dipinse il medesimo al conte Raimondo della Torre tutto un camerino di diverse storie in figure piccole. E perché si dilettò di far di rilievo, e non solamente modegli per quelle cose che gli bisognavano e per acconciar panni addosso, ma altre cose ancora per suo capriccio, se ne veggiono alcune in casa degl’eredi suoi, e particolarmente una storia di mezzo rilievo che non è se non ragionevole. Lavorò di ritratti in medaglie, e se ne veggiono ancora alcuni come quello di Guglielmo marchese di Monferrato, il quale ha per rovescio un Ercole che amazza... con un motto che dice: "Monstra domat". Ritrasse di pittura il conte Raimondo della Torre, Messer Giulio suo fratello e Messer Girolamo Fracastoro. Ma fatto Giovanfrancesco vecchio, cominciò a ire perdendo nelle cose dell’arte, come si può vedere in Santa Maria della Scala ne’ portegli degl’organi, e nella tavola della famiglia de’ Movi, dove è un Deposto di croce, et in Santa Nastasia nella capella di San Martino. Ebbe sempre Giovanfrancesco grande opinione di sé, onde non arebbe messo in opera per cosa del mondo cosa ritratta da altri, perché volendogli il vescovo Giovan Matteo Giberti far dipignere in Duomo nella capella grande alcune storie della Madonna, ne fece fare a Roma a Giulio Romano suo amicissimo i disegni, essendo datario di papa Clemente Settimo. Ma Giovanfrancesco, tornato il vescovo a Verona, non volle mai mettere que’ disegni in opera. Là dove il vescovo sdegnato gli fece fare a Francesco detto il Moro. Costui era d’openione, né in ciò si discostava dal vero, che il vernicare le tavole le guastasse e le facesse, più tosto che non farieno, divenir vecchie; e perciò adoperava, lavorando, la vernice negli scuri e certi olii purgati. E così fu il primo che in Verona facesse bene i paesi, perché se ne vede in quella città di sua mano che sono bellissimi. Finalmente, essendo Giovanfrancesco di 76 anni, si morì come buon cristiano, lasciando assai bene agiati i nipoti e Giovanni Caroti suo fratello, il quale, essendo stato un tempo a Vinezia, dopo avere atteso all’arte sotto di lui, se n’era a punto tornato a Verona quando Giovanfrancesco passò all’altra vita; e così si trovò con i nipoti a vedere le cose che loro rimasero dell’arte, fra le quali trovarono un ritratto d’un vecchio armato, benissimo fatto e colorito, il quale fu la miglior cosa che mai fusse veduta di mano di Giovanfrancesco, e così un quadretto, dentrovi un Deposto di croce, che fu donato al signor Spitech, uomo di grande autorità appresso al re di Pollonia, il quale allora era venuto a certi bagni che sono in sul Veronese. Fu sepolto Giovanfrancesco nella sua capella di San Niccolò nella Madonna dell’Organo, che egli aveva delle sue pitture adornata. Giovanni Caroti fratello del detto Giovanfrancesco, se bene seguitò la maniera del fratello, egli nondimeno esercitò la pittura con manco reputazione. Dipinse costui la su detta tavola della capella di San Niccolò, dove è la Madonna sopra le nuvole, e da basso fece il suo ritratto di naturale e quello della Placida sua moglie. Fece anco nella chiesa di San Bartolomeo, all’altare degli Schioppi, alcune figurette di Sante, e vi fece il ritratto di madonna Laura delli Schioppi, che fece fare quella capella, e la quale fu non meno per le sue virtù che per le bellezze celebrata molto dagli scrittori di que’ tempi. Fece anco Giovanni a canto al Duomo in San Giovanni in Fonte, in una tavoletta piccola un San Martino, e fece il ritratto di Messer Marcantonio della Torre quando era giovane, il quale riuscì poi persona litterata et ebbe publiche letture in Padova et in Pavia, e così anco Messer Giulio, le quali teste sono in Verona appresso degl’eredi loro. Al priore di San Giorgio dipinse un quadro d’una Nostra Donna, che come buona pittura è stato poi sempre e sta nella camera de’ priori. In un quadro dipinse la trasformazione d’Ateone in cervio, per Brunetto maestro d’organi, il quale la donò poi a Girolamo Cicogna, eccellente ricamatore et ingegnere del vescovo Giberti, et oggi l’ha Messer Vincenzio Cicogna suo figliuolo. Disegnò Giovanni tutte le piante dell’anticaglie di Verona, e gl’archi trionfali et il Colosseo, riviste dal Falconetto, architettore veronese, per adornarne il libro dell’antichità di Verona, il quale avea scritte e cavate da quelle proprie Messer Torello Saraina, che poi mise in stampa il detto libro, che da Giovanni Caroto mi fu mandato a Bologna, dove io allora faceva l’opera del refettorio di San Michele in Bosco, insieme col ritratto del reverendo padre don Cipriano da Verona, che due volte fu generale de’ monaci di Monte Oliveto, acciò io me ne servissi, come feci, in una di quelle tavole. Il quale ritratto mandatomi da Giovanni è oggi in casa mia in Fiorenza con altre pitture di mano di diversi maestri. Giovanni finalmente d’anni sessanta in circa, essendo vivuto senza figliuoli e senza ambizione e con buone facultà, si morì, essendo molto lieto per vedere alcuni suoi discepoli in buona reputazione, cioè Anselmo Canneri e Paulo Veronese, che oggi lavora in Vinezia et è tenuto buon maestro. Anselmo ha lavorato molte opere a olio et in fresco, e particolarmente alla Soranza in sul Tesino, et a Castel Franco nel palazzo de’ Soranzi et in altri molti luoghi, e più che altrove in Vicenza. Ma per tornare a Giovanni, fu sepolto in Santa Maria dell’Organo, dove aveva dipinto di sua mano la capella. Francesco Torbido detto il Moro, pittore veronese, imparò i primi principii dell’arte, essendo ancor giovinetto, da Giorgione da Castel Franco, il quale immitò poi sempre nel colorito e nella morbidezza. Ma essendo il Moro a punto in sull’acquistare venuto a parole con non so chi, lo conciò di maniera che fu forzato partirsi di Vinezia e tornare a Verona, dove, dismessa la pittura, per essere alquanto manesco e praticare con giovani nobili, sì come colui che era di bonissime creanze, stette senza essercitarsi un tempo. E così praticando fra gl’altri con i conti Sanbonifazii e’ conti Giusti, famiglie illustri di Verona, si fece tanto loro domestico, che non solo abitava le case loro come se in quelle fusse nato, ma non andò molto che il conte Zenoello Giusti gli diede una sua naturale figliuola per moglie, dandogli nelle proprie case un apparamento commodo per lui, per la moglie e per i figli che gli nacquero. Dicono che Francesco, stando ai servigi di que’ signori, portava sempre il lapis nella scarsella, et in ogni luogo dove andava, pur che n’avesse agio, dipignea qualche testa o altro sopra le mura. Per che il detto conte Zenovello. vedendolo tanto inclinato alla pittura, alleggeritolo d’altri negozii, fece, come generoso signore, ch’egli si diede tutto all’arte, e perché egli si era poco meno che scordato ogni cosa, si mise, col favor di detto signore, sotto Liberale, allora famoso dipintore e miniatore. E così non lasciando mai di praticare col maestro, andò tanto di giorno in giorno acquistando, che non solo si risvegliarono in lui le cose dimenticate, ma n’ebbe in poco tempo acquistate tanto dell’altre, quante bastarono a farlo valentuomo. Ma è ben vero che, se bene tenne sempre la maniera di Liberale, immitò nondimeno nella morbidezza e colorire sfumato Giorgione suo primo precettore, parendogli che le cose di Liberale, buone per altro, avessero un poco del secco. Liberale, adunque, avendo conosciuto il bello spirito di Francesco, gli pose tanto amore, che venendo a morte lo lasciò erede del tutto e l’amò sempre come figliuolo; e così morto Liberale e rimaso Francesco nell’aviamento, fece molte cose che sono per le case private. Ma quelle che sopra l’altre meritano essere comendate, e sono in Verona, sono primieramente la capella maggiore del Duomo, colorita a fresco, nella volta della quale sono, in quattro gran quadri, la natività della Madonna, la presentazione al tempio, et in quello di mezzo, che pare che sfondi, sono tre Angeli in aria che scortano all’insù e tengono una corona di stelle per coronar la Madonna, la quale è poi nella nicchia accompagnata da molti Angeli mentre è assunta in cielo, e gl’Apostoli in diverse maniere et attitudini guardano in su, i quali Apostoli sono figure il doppio più che il naturale. E tutte queste pitture furono fatte dal Moro col disegno di Giulio Romano, come volle il vescovo Giovan Matteo Giberti, che fece far quest’opera, e fu come si detto amicissimo del detto Giulio. Appresso dipinse il Moro la facciata della casa de’ Manuelli, fondata sopra la spalla del ponte nuovo, e la facciata di Torello Saraina dottore, il quale fece il sopra detto libro dell’antichità di Verona. Nel Friuli dipinse similmente a fresco la capella maggiore della badia di Rosazzo per lo vescovo Giovan Matteo, che l’aveva in comenda e riedificò, come signor da bene e veramente relligioso, essendo stata empiamente lasciata, come le più si ritrovano essere, in rovina da chi avanti a lui l’aveva tenuta in comenda et atteso a trarne l’entrate senza spendere un picciolo in servigio di Dio e della chiesa. A olio poi dipinse il Moro in Verona e Vinezia molte cose; et in Santa Maria in Organo fece, nella facciata prima, le figure che vi sono a fresco, eccetto l’Angelo Michele e l’Angiolo Raffaello, che sono di mano di Paulo Cavazzuola, et a olio fece la tavola della detta capella, dove nella figura d’un San Iacopo ritrasse Messer Iacopo Fontani che la fece fare, oltre la Nostra Donna et altre bellissime figure; e sopra la detta tavola, in un semicirculo grande quanto il foro della capella, fece la Trasfigurazione del Signore e gl’Apostoli a basso, che furono tenute delle migliori figure che mai facesse. In Santa Eufemia alla capella de’ Bombardieri fece in una tavola Santa Barbara in aria, e nel mezzo e da basso un Santo Antonio che la mano alla barba, che è una bellissima testa, e dall’altro lato un San Rocco similmente tenuto bonissima figura, onde meritamente è tenuta quest’opera per lavorata con estrema diligenza et unione di colori. Nella Madonna della Scala all’altare della santificazione fece un San Bastiano in un quadro a concorrenza di Paulo Cavazzuola, che in un altro fece un San Rocco, e dopo fece una tavola, che fu portata a Bagolino, terra nelle montagne di Brescia. Fece il Moro molti ritratti, e nel vero le sue teste sono belle a maraviglia, e molto somigliano coloro per cui son fatte. In Verona ritrasse il conte Francesco San Bonifazio detto, per la grandezza del corpo, il conte Lungo, et uno de’ Franchi, che fu una testa stupenda. Ritrasse anco Messer Girolamo Verità, ma perché il Moro era anzi lungo nelle sue cose che no, questo si rimase imperfetto. Ma nondimeno così imperfetto è appresso i figliuoli di quel buon signore. Ritrasse anco, oltre molti altri, monsignor de’ Martini viniziano, cavalier di Rodi, et al medesimo vendé una testa maravigliosa per bellezza e bontà, la quale aveva fatta molti anni prima per ritratto d’un gentiluomo viniziano, figliuolo d’uno allora capitano in Verona. La quale testa, per avarizia di colui che mai non la pagò, si rimase in mano del Moro, che n’accomodò detto monsignor Martini, il quale fece quello del viniziano mutare in abito di pecoraio o pastore, la quale testa, che è così rara, come qual si voglia uscita da altro artefice, è oggi in casa gl’eredi di detto monsignore tenuta, e meritamente, in somma venerazione. Ritrasse in Vinezia Messer Alessandro Contarino, procuratore di S. Marco e provveditore dell’armata; e Messer Michele San Michele per un suo carissimo amico, che portò quel ritratto ad Orvieto; et un altro, si dice, che ne fece del medesimo Messer Michele architetto, che è ora appresso Messer Paulo Ramusio figliuolo di Messer Giovambatista. Ritrasse il Fracastoro celebratissimo poeta ad instanza di monsignor Giberti, che lo mandò al Giovio, il quale lo pose nel suo museo. Fece il Moro molte altre cose, delle quali non accade far menzione, come che tutte sieno dignissime di memoria, per essere stato così diligente coloritore quanto altro che visse a’ tempi suoi, e per avere messo nelle sue opere molto tempo e fatica. Anzi tanta diligenza era in lui, come si vede anco talora in altri, che più tosto gli dava biasimo, atteso che tutte l’opere accettava e da ognuno l’arra, e poi le finiva quando Dio voleva. E se così fece in giovanezza, pensi ogni uomo quello che dovette fare negl’ultimi anni, quando, alla sua natural tardità, s’aggiunse quella che porta seco la vecchiezza. Per lo quale suo modo di fare, ebbe spesso con molti degl’impacci e delle noie più che voluto non arebbe. Onde mossosi a compassione di lui Messer Michele San Michele, se lo tirò in casa in Vinezia e lo trattò come amico e virtuoso. Finalmente richiamato il Moro dai conti Giusti suoi vecchi padroni in Verona, si morì appresso di loro nei bellissimi palazzi di Santa Maria in Stella e fu sepolto nella chiesa di quella villa, essendo accompagnato da tutti quegli amorevolissimi signori alla sepoltura; anzi riposto dalle loro proprie mani con affezzione incredibile, amandolo essi come padre, sì come quelli erano nati e cresciuti mentre egli stava in casa loro. Fu il Moro nella sua giovanezza destro e valoroso della persona e maneggiò benissimo ogni sorte d’arme. Fu fedelissimo agl’amici e patroni suoi, et ebbe spirito in tutte le sue azzioni. Ebbe amici particolari Messer Michele San Michele architetto, il Danese da Carrara scultore eccellente, et il molto reverendo e dottissimo fra’ Marco de’ Medici, il quale dopo i suoi studii andava spesso a starsi col Moro per vederlo lavorare e ragionar seco amichevolmente, per ricrear l’animo quando era stracco negli studi. Fu discepolo e genero del Moro (avendo egli avuto due figliuole) Battista d’Agnolo, che fu poi detto Battista del Moro, il quale, se bene ebbe che fare un pezzo per l’eredità che gli lasciò molto intrigata il Moro, ha lavorato nondimeno molte cose che non sono se non ragionevoli. In Verona ha fatto un San Giovambatista, nella chiesa delle monache di San Giuseppo; et a fresco in Santa Eufemia, nel tramezzo sopra l’altare di San Paulo, l’istoria di quel Santo quando, convertito da Cristo, s’appresenta ad Anania; la quale opera, se ben fece essendo giovinetto, è molto lodata. Ai signori conti Canossi dipinse due camere et in una sala due fregi di battaglie, molto belli e lodati da ognuno. In Vinezia dipinse la facciata d’una casa vicina al Carmine, non molto grande, ma ben molto lodata: dove fece una Vinezia coronata e sedente sopra un lione, insegna di quella republica. [A] Camillo Trivisano dipinse la facciata della sua casa a Murano, et insieme con Marco suo figliuolo dipinse il cortile di dentro d’istorie di chiaro scuro bellissime. Et a concorrenza di Paulo Veronese dipinse nella medesima casa un camerone che riuscì tanto bello, che gl’acquistò molto onore et utile. Ha lavorato il medesimo molte cose di minio, et ultimamente in una carta bellissima un Santo Eustachio che adora Cristo apparitogli fra le corna d’una cervia, e due cani appresso che non possono essere più belli, oltre un paese pieno d’alberi che, andando pian piano alontanandosi e diminuendo, è cosa rarissima. Questa carta è stata lodata sommamente da infiniti che l’hanno veduta, e particolarmente dal Danese da Carrara, che la vide trovandosi in Verona a metter in opera la capella de’ signori Fregosi, che è cosa rarissima fra quante ne sieno oggidì in Italia. Il Danese adunque, veduta questa carta, restò stupefatto per la sua bellezza, e persuase al sopra detto fra’ Marco de’ Medici suo antico e singolare amico, che per cosa del mondo non se la lasciasse uscir di mano, per metterla fra l’altre sue cose rare che ha in tutte le professioni. Per che avendo inteso Battista che il detto padre n’aveva disiderio, per la stessa amicizia, la quale sapea che aveva con il suo suocero tenuta, gliele diede, e quasi lo sforzò, presente il Danese, ad accettarla. Ma nondimeno gli fu di pari cortesia quel buon padre non ingrato. Ma perché il detto Battista e Marco suo figliuolo sono vivi, e tuttavia vanno operando, non si dirà altro di loro al presente. Ebbe il Moro un altro discepolo chiamato Orlando Fiacco, il quale è riuscito buon maestro e molto pratico in far ritratti, come si vede in molti che n’ha fatti bellissimi e molto simili al naturale. Ritrasse il cardinal Caraffa nel suo ritorno di Germania, e lo rubò a lume di torchi mentre che nel Vescovado di Verona cenava; e fu tanto simile al vero, che non si sarebbe potuto migliorare. Ritrasse anco, e molto vivamente, il cardinal Lorena quando venendo dal Concilio di Trento passò per Verona nel ritornarsi a Roma, e così li due vescovi Lippomani di Verona, Luigi il zio et Agostino il nipote, i quali ha ora in suo camerino il Conte Giovambatista della Torre. Ritrasse Messer Adamo Fumani, canonico e gentiluomo literatissimo di Verona, Messer Vincenzio de’ Medici da Verona, e madonna Isotta sua consorte in figura di Santa Elena e Messer Niccolò lor nipote. Parimente ha ritratto il conte Antonio della Torre, il conte Girolamo Canossi et il conte Lodovico et il conte Paulo suoi fratelli, et il signor Astor Baglioni, capitano generale di tutta la cavalleria leggera di Vinezia e governatore di Verona, armato d’arme bianche e bellissimo, e la sua consorte, la signora Ginevra Salviati; similmente il Palladio, architetto rarissimo, e molti altri. E tuttavia va seguitando per farsi veramente un Orlando, nell’arte della pittura, come fu quel primo gran paladino di Francia.