Le odi e i frammenti (Pindaro)/Le odi siciliane/Ode Olimpia III

Ode Olimpia III

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Pindaro - Le odi e i frammenti (518 a.C. / 438 a.C.)
Traduzione di Ettore Romagnoli (1927)
Ode Olimpia III
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ODE OLIMPIA III

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Tanto questa quanto l’Olimpia II sono ispirate alla medesima vittoria, e composte nel 476. Terone era allora al culmine della sua potenza. Ma la diversità di tòno fra le due odi rende ovvia la supposizione che siano state scritte in momenti diversi. La Olimpia II, tutta ombrata e malinconica nella sua divina bellezza, sembrerebbe riecheggiare i tristi momenti che Terone ebbe a passare a causa di Polizelo, di Trasideo, ed anche di Capi ed Ippocrate, suoi stretti parenti, che gli si erano ribellati. Prima che il cielo si intorbidasse sembrerebbe invece composta questa Olimpia III, tutta gaia e festevole.

Essa celebra la vittoria olimpica; ma accompagna insieme una festa celebrata in onore dei Dioscuri e di Elena, loro sorella. I Greci credevano che in certi giorni i Numi in persona scendessero a visitare le loro città; e preparavano ad essi imbandigioni solenni. Ne approfittavano specialmente, come s’intende, i sacerdoti; e, talvolta, anche la povera gente: Aristofane ci scherza su (Pluto 594):

Ad Ecate il quesito
s’ha da far se sta meglio chi è ricco o chi digiuna.
Ché una cena le apprestano ad ogni nuova luna
ricchi e abbienti; ma prima che pronti siano i tavoli,
sparecchiata ogni cosa hanno i poveri diavoli.

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Comunque, Pindaro asserisce che i Dioscuri proteggono e proteggeranno sempre Terone, perché egli è piú che ogni altro mortale largo di simili imbandigioni (40).

Del resto, Terone era stretto da certa affinità coi Dioscuri, fratelli dell’Argiva Elena, perché dal lato materno discendeva da un re argivo, Adrasto. E infatti, i Dioscuri riscotevano culto speciale in Agrigento.

Parlando dei Dioscuri, Pindaro aveva buon giuoco a parlare d’Olimpia. Eracle, allorché ascese all’Olimpo, aveva affidata ai Dioscuri la cura dei giuochi da lui fondati; e un altare dedicato ad essi sorgeva all’entrata dell’Ippodromo d’Olimpia. Cosí, naturalmente, Pindaro passa da loro a un mito dei primi tempi dei giuochi, col quale è connesso il dilettissimo Eracle.

Questo eroe, una volta, inseguendo, per ordine d’Euristeo, la cerva dalle corna d’oro, giunse agli Iperborei, e vide l’oleastro, ignoto alla Grecia. Quando poi ebbe fondati nell’Elide, su l’Alfeo, i giuochi olimpî, s’avvide che il terreno delle gare era troppo brullo e troppo esposto al sole. Ripensò all’oleastro, tornò agli Iperborei, e li persuase a donargli quella pianta, che desse ombre alla folla, ghirlande ai vincitori. Ché i trionfatori d’Olimpia venivano appunto coronati con ulivo selvaggio. E del giudizio dei giuochi era incaricato un uomo d’Etolia — cioè uno degli Elei che Pindaro chiama Etoli perché l’etolo Oxilo ebbe l’Elide in dono dagli Eraclidi.

Pindaro considera questo suo canto come una statua, un ricordo marmoreo: e in questo senso parla di innalzarlo. — Il Dorio calzare (v. 5) è, naturalmente, il ritmo, e, sia pure, il ritmo incarnato in note: e in questa forma deve entrare la materia plastica, la voce. La metafora è strana: tuttavia credo che con piena indipendenza il Gautier scrivesse: [p. 49 modifica]

Point de contraintes fausses!
Mais que pour marcher droit
tu chausses,
Muse, un cothurne étroit.


Frequenti sono le personificazioni. Le corone reclamano un debito (6): Pisa lancia un grido (9): i canti balzano verso i vincitori (14): il giardino è sottoposto (24) ai raggi del sole.

Preziosi sono i versi 5-9, perché ci dicono esplicitamente come erano istramentati gli epinici. Voci con accompagnamento di cétere e di flauti.

Notevole è poi il pensiero che conclude l’ode, sulla rispettiva eccellenza dell’acqua, dell’oro, della vittoria agonale. Lo vedremo subito ripreso e ampliato nel principio della prima ode olimpica.


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PER TERONE D’AGRIGENTO

NELLE FESTE OSPITALI DEI DIOSCURI



I



Strofe

Voglio piacere ai Tindàridi amici degli ospiti, e ad Elena fulgida chioma,
cantando l’illustre Agrigento,
un cantico, fregio ai cavalli che vinsero a Olimpia, levando a Terone.
Cosí mi stia presso la Musa: ché, armonico modo trovato, di nuovo fulgore, costringo
la voce, ch’è luce alle feste, nei lacci di dorio calzare.


Antistrofe

Già le corone costrette sui crini reclaman che un debito sacro ai Celesti
io sciolga, ed insieme la cetera
dal vario tinnito, ed il grido dei flauti, e di versi compagini mescoli
coi modi dell’arte, ed esalti il prode figliuol d’Enesídamo. E un grido a me Pisa lanciò,
da cui verso gli uomini i canti largiti dai Numi si lànciano,

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Epodo

verso i mortali a cui l’Ètolo, veridico giudice per gli Èlleni, d’Èracle
seguendo l’antico precetto, componga
fra i crini, ghirlanda sui cigli di glauco lucore, l’ulivo selvaggio:
l’ulivo selvaggio che Alcide, dall’onde dall’ombre de l’Istro portò.
che fosse alle gare d’Olimpia bellissimo premio.


II


Strofe

Degli Iperbòrei la gente devota d’Apollo gliel die’. La convinse ei, parlando
leale. Pel bosco di Giove
un albero chiese che ombríe porgesse alle turbe, corone a prodezza.
Ché a Giove eran già consacrati gli altari: la Luna gli aveva dall’aureo carro vibrata,
a mezzo del mese, la sera, già colma l’ardente pupilla:


Antistrofe

già dell’Alfeo su le rupi santissime aveva fondato dei ludi il giudizio
solenne, e il festivo quinquennio;
ma non di begli alberi il suolo fìoria ne le valli di Pèlope Cronio.

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Ei vide che l’esserne spoglio di troppo rendeva il giardino soggetto agli sguardi roventi
del Sole. Ed il cuore lo spinse che andasse alle terre dell'Istro,


Epodo

dove la figlia di Lato che sferza i cavalli l’accolse quel giorno
ch’ei giunse dai culmini, dai sinuosi
recessi d’Arcadia. Sospinto l’avevano il fato di Giove, l’imperio
d’Eurístio, a cacciare la cerva dall’auree corna, che un dí Taigèta
offriva ad Artèmide Ortòsia, rendendola sacra.


III


Strofe

Quella inseguendo, anche vide la terra lontana che stendesi di là dagli spiri
del gelido Bora. E ristette
agli alberi innanzi, stupito. E tosto lo invase dolcissima brama
di quelli piantare d’intorno la mèta che in dodici spire circondano i cocchi. — Alla festa
qui giunge or, beato, coi figli gemelli divini di Leda.


Antistrofe

Quando egli ascese fra i Superi, ad essi commise dirigere il fulgido agone
che saggia il valore degli uomini

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e il volo dei carri precipite. — Predico a Terone, ché il cuore mi spinge,
e ai figli d’Emmèno, alta gloria. Di Tíndaro i figli dai vaghi corsieri la porgono ad essi,
perché piú d’ogni altro mortale li onoran con mense ospitali,


Epodo

e dei Beati le feste osservan devoti. — Se il pregio dell’acqua va sopra ogni cosa, se l’oro vai meglio
che ogni altra ricchezza, Terone, movendo dal suolo natale, pervenne
ai limiti estremi, toccò d’Alcíde i pilastri. Piú lungi, non vanno
né savî, né ignari. Io nol tento. Sarebbe follia.


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