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Le Mille ed una Notti/Storia dei Tre Avventurieri e del Sultano

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Storia dei Tre Avventurieri e del Sultano

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Storia dei Tre Avventurieri e del Sultano
Storia del Sultano dello Yemen e de' suoi tre Figliuoli Avventure del Sultano dopo la sua abdicazione

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NOTTE LXXI


STORIA


DEI TRE AVVENTURIERI E DEL SULTANO.


— Tre avventurieri facevano società in comune. Afflitti dalla miseria, risolsero d’andar a presentarsi al sultano, annunziandosi a lui ciascuno come possessore, in un’arte qualunque, d’un’abilità notabile, che meritargli dovesse l’onore di ottenere un impiego. Avviaronsi dunque i nostri tre eroi verso la capitale, ma non vennero ammessi sì facilmente quanto s’erano lusingati, non volendo le guardie, che circondavano il palazzo reale, lasciarli avvicinare. Immaginarono allora di fingere un alterco, colla speranza che il rumore ne giungesse sino al sultano. Nè s’ingannarono; il principe li mandò in fatti a chiamare per informarsi delle loro persone e del soggetto della contesa. — Contrastavamo,» risposero, «sulla [p. 101 modifica] preminenza delle nostre professioni, nelle quali ciascuno di noi è dotato d’abilità stupenda. — Quali sono le vostre professioni?» chiese il sultano. — Io sono,» rispose il primo, «un egregio lapidario. — Temo assai che tu non sii un egregio birbone,» mormorò fra sè il sultano. — Io,» disse il secondo, «sono genealogista di cavalli. — Ed io genealogista della schiatta umana,» sclamò l’ultimo. «Conosco al primo sguardo la condizione d’un uomo, e posso vantarmi d’essere il solo al mondo che possegga simile segreto.» Stupì il sultano, senza però prestar troppa fede alle pretese de’ tre viaggiatori. — Ma,» pensava, «se questi uomini dicono la verità, meritano protezione ed incoraggiamento. Voglio trattenerli presso di me sinchè mi si offra il destro di metterli alla prova. Se avranno effettivamente i talenti che annunziano, m’incarico della loro fortuna; ma se mi hanno ingannato, guai! li farò morire.» Il sultano fece quindi preparar loro una conveniente abitazione, ordinando di dare a ciascuno tre pani ed una zuppa al giorno; ma nel timore non gli fuggissero, ordinò ad alcune guardie d’invigilarne le persone.

«Poco tempo dopo, il sultano ricevette un dono di cose rare, fra le quali due pietre preziose, una specialmente notevole per la trasparenza e la bellezza dell’acqua. — Ecco,» disse fra sè, «una bella occasione di provare il mio lapidario.» Se lo fece dunque venire davanti, e presentatagli la più bella di quelle gemme, gli domandò cosa ne pensasse.

«Prese l’avventuriero la pietra, la girò gravemente in tutti i sensi, ed esaminatala con attenzione: — Sire,» disse, «esiste nel mezzo di questa pietra una paglia.» Sdegnato a tale risposta, il sultano sclamò: — Sei un impostore! questa pietra è senza difetto, e tu pretendi scemarne il valore! Meriti la morte.» E senz’altro esame, comandò gli fosse [p. 102 modifica] mozzata la testa. Già l’esecutore aveva afferrato il lapidario, e stava per iscagliare il colpo fatale, quando entrò il gran visir, il quale, atterrito a tale spettacolo, avvicinatosi al sultano, lo supplicò a sospendere l’ordine crudele. — Sire,» soggiunse, «prima di punire quest’uomo, fate spezzare la pietra: se racchiude una paglia, avrà detta la verità; ma se è senza alcun difetto, allora perisca l’impostore.» Arresosi il sultano al consiglio del visir, tagliò egli stesso in due con un colpo della sciabola la gemma, e con gran maraviglia vide, nel suo centro, una paglia. — Come facesti a scoprire il difetto di questa pietra?» chiese all’avventuriere. — Colla penetrazione della mia vista,» rispose colui. Il sultano, maravigliato, lo fe’ ricondurre presso i compagni, ordinando che al suo pasto si aggiungesse un secondo piatto ed altri due pani.

«Alcun tempo dopo fu mandato al sultano, da una delle sue province, un tributo, di cui un bello stallone, più nero della notte, formava parte. Non era ancor rinvenuto dall’ammirazione che quel prezioso animale cagionavagli, quando gli venne in mente l’uomo spacciatosi qual genealogista di cavalli, lo fece chiamare. — Tu t’intendi di cavalli?» gli disse. Si, sire. — Sta bene! ma giuro per Colui che mi costituì custode de’ suoi sudditi, ed il quale con una parola creò l’universo, che, se non dici la verità, ti farò tagliare il capo. — Sire, mi sottopongo a tutto.» Il cavallo fu presentato all’avventuriere, il quale, senza parer molto inquieto, volle che lo si montasse in sua presenza, facendolo andar di passo. Durante tutto quel tempo, l’ardente animale dimenava la testa e s’impennava. — Basta così,» gridò il genealogista. «Sire,» disse poi, volgendosi al sultano, «quel cavallo è di rara bellezza, e sarebbe perfetto se non avesse un unico [p. 103 modifica] difetto. — Un difetto! E quale? — Suo padre era di pura razza, ma ebbe per madre una bufala. — «Non seppe il sultano frenare lo sdegno, ed ordinò al carnefice di troncargli la testa: — Miserabile!» gridando; «come ha mai potuto una bufala produrre un puledro? — Sire,» rispose l’avventuriere, «prima di ordinare il mio supplizio, fate chiamar la persona dalla quale riceveste quel cavallo, ed esigete che vi dica il vero; la mia testa vi è garante di ciò che accadrà. — Acconsento,» rispose il sultano..

«Presentatosi il padrone dell’animale, il principe lo interrogò se lo avesse allevato egli medesimo, oppure lo tenesse da altri. — Non vi nasconderò cosa alcuna, o sire,» rispose colui, «L’origine di questo stallone è sorprendente. Suo padre, che mi apparteneva, era della razza pura dei cavalli marini; non usciva mai dal chiuso nel quale lo aveva serrato, temendo che non me lo rapissero: ma un giorno di primavera, volendo il garzone della scuderia farlo passeggiare, lo condusse nella pianura, dove lo attaccò ad un palo. Essendosi allora avvicinata una bufala, divenne furioso, ruppe ogni ritegno e la inseguì, sicchè dopo il tempo ordinario della gestazione, quella mise in luce codesto poledro, con sommo nostro stupore. —

«Maravigliato il sultano a tal racconto, ma più ancora della perspicacia del genealogista, se lo fece ricondurre davanti, e gli disse: — Non ti sei ingannato, ed io rendo omaggio alla tua abilità. Ma da qual segno hai potuto dedurre che quello stallone era nato da una bufala? — Per la cosa più semplicissima, signore; l’ugna del cavallo è quasi rotonda, mentre quella del bufalo è grossa e lunga come quella di questo animale. Ne conclusi dunque che la madre del vostro stallone apparteneva alla razza dei bufali.

«Il sultano congedò nella maniera più graziosa il [p. 104 modifica] genealogista, e lo rimandò presso i due compagni, ordinando anche per lui il medesimo aumento di tavola comandato pel lapidario.

«Curioso intanto di sapere se il terzo avventuriero, il quale pretendeasi genealogista dell’umana schiatta, avesse pari talento dei compagni, se lo fece venire dinanzi, e gli chiese: — Tu pretendi adunque poter indovinare la condizione d’un individuo? — Sì, sire.» Allora il sultano diè ordine ad un eunuco di condur colui nel serraglio, affinchè esaminasse di qual origine fosse la sua favorita. Consideratala pertanto a traverso il velo: — Sire,» si fe’ a riferirgli il genealogista, «nulla può paragonarsi alla vostra favorita per l’eleganza, la beltà, la grazia e la freschezza; seducente n’è la taglia; la sua vista annunzia la modestia unita a molto spirito ed a talenti incantevoli; in breve. essa accoglie in sè quant’è possibile desiderare, e senza un difetto che ne offusca tutte le attrattive, nessuna persona del suo sesso potrebbe esserle paragonata.» Alla parola difetto, il formidabile sultano sguainò la scimitarra, ed avrebbe infallibilmente troncato il capo all’imprudente genealogista, se un officiale non avesse ardito di sviarne il braccio, facendogli osservare come fosse meglio assicurarsi prima della veracità di quell’asserzione. — Ebbene!» disse il sultano; «qual difetto ha egli potuto trovare nella mia prediletta? — Quanto alla persona, o sire,» riprese tutto tremante il genealogista, «è un vero complesso d’ogni perfezione; ma sua madre era una funambola.» Tutto agitato, il sultano mandò in traccia del padre della favorita, e: — Dimmi,» gli chiese appena lo vide, «dimmi subito chi fu la madre di tua figliuola, altrimenti hai cessato di vivere. — Potente monarca,» rispose il padre, «l’uomo non può trovar salvezza se non nella verità: sappiate dunque che mia figlia ebbe per [p. 105 modifica] madre una funambola. Era giovanissima, quand’io la ritirai da una truppa di ballerini ambulanti: l’allevai, e divenne sì bella e compita, che finii collo sposarla, e n’ebbi una figlia che ha ora la sorte di essere vostra favorita.» Tale confessione calmò il sultano, il quale, voltosi con bontà al genealogista, e chiestogli come avesse potuto rilevare un simile segreto: — Sire,» questi rispose, «le acrobate hanno tutte gli occhi nerissimi e folte sopracciglia. Avendo notato nella vostra favorita questi due distintivi caratteristici, ne ho sul momento indovinata l’origine.» Il sultano lo rimandò, raccomandando si avessero i maggiori riguardi sì per lui che pe’ suoi compagni.

«Un giorno, il sultano, più non dubitando dell’abiliià dei nostri viaggiatori, si fissò in testa di voler conoscere la propria origine, talchè fattosi condurre il genealogista della specie umana, gli domandò se fosse in caso di dirgli di qual prosapia fosse uscito. — Certo, ma ci metto una condizione, ed è che qualunque cosa vi dica, mi sarà risparmiata la vita; dice il proverbio: Paventa la collera del potente, poichè s’egli ordina di punire, nessuna dilazione divide l’ordine dall’esecuzione. — Non hai a temer nulla,» riprese il sultano; «te ne dò l’inviolabile mia parola.

«— Ora pongo un’altra condizione alla mia fiducia,» disse l’avventuriere; «che niuno, cioè, si troverà presente quando v’istruirò di ciò che desiderate sapere. — E perchè?» chiese il sultano. — Sire, gli attributi della divinità devono restar coperti dal velo del mistero.» Il sultano fece ritirare tutti i cortigiani. — No, principe,» disse allora il genealogista, «un re non v’ha donata la vita; voi siete il frutto d’un adulterio. —

«A sì tremende parole, il sultano cangiò di colore e cadde svenuto; ripresi quindi i sensi, rimase alcun tempo immerso in meditazione profonda. — Per Dio,» [p. 106 modifica] esclamò poscia, alzandosi d’improvviso, «giuro che, se hai detto il vero, abdico, e ti cedo una corona che non mi sento più degno di portare; ma se sei un impostore, la tua morte mi vendicherà di tanta audacia. — Mi sottopongo a tutto,» replicò il genealogista.

«Il sultano corse subito al serraglio, e precipitandosi, colla sciabola sguainata, nell’appartamento della madre: — Per Colui che divise il cielo dalla terra,» gridò, «se tu non rispondi il vero alle mie inchieste, questa scimitarra mi farà giustizia della tua perfidia. — Che volete da me, figliuol mio?» rispose la sultana spaventata. — Sapere il nome di mio padre. — Ah! poichè la sola verità mi può salvare, sappiate che siete figliolo d’un cuoco. Il mio sposo non avea prole, e ne provava tal cordoglio, che la sua salute ne soffriva in modo inquietante. Eravi nella corte dell’harem un’uccelliera piena d’augelli di varie specie. Un giorno, venuta voglia di mangiarne al Sultano, ordinò al cuoco d’apprestargliene uno pel pranzo. Io mi trovava sola nella sala da bagno quando quell’uomo passò; al vederlo e per ispirazione di satana, l’immaginazione mi dipinse, con maggior forza che mai, che se non dava un figliuolo al sultano, alla morte di mio marito avrei perduto grado ed influenza. Adescai dunque quel miserabile, e voi foste, o sire, il frutto dell’error mio. Allorchè il sultano, deluso, seppe ch’io era madre, non potè moderare la propria gioia, ed in pochi giorni ricuperò la salute. Tutti quelli che lo avvicinavano risentivansi della sua felicità: erano ad ogni istante presenti e favori novelli. Finalmente vi misi alla luce: il mio sposo ordinò le feste più brillanti, che durarono quaranta giorni, e tutto prese a noi intorno un aspetto di gioia e d’ebbrezza. Tale fu il mio fallo e l’origine vostra. — [p. 107 modifica]

«Il sultano, profondamente afflitto, lasciò la madre, ed andando a trovar l’avventuriero, spogliossi, lo rivestì d’un abito d’onore e gli collocò sulla testa l’ombrello reale. — Ora insegnami,» soggiunse, «da quali indizi conoscesti così bene la vile mia origine? — Sire,» rispose colui, «allorché i miei compagni ed io v’ebbimo comprovata l’abilità nostra, voi ci faceste dare, per unica ricompensa, una zuppa e tre pani. Questa maniera alquanto ignobile di premiare i nostri talenti ci fece non poca maraviglia; un principe paga il merito con ricchezze ed onori: voi, per lo contrario, non ci concedeste che meschine provvigioni della vostra cucina, e tanta sordidezza mi porse agio a pensare che foste figliuolo d’un cuoco.» Colpito il sultano dall’aggiustatezza dell’osservazione, finì di spogliarsi di tutte le insegne reali, indossò un abito di dervis, e rapidamente s’involò da un paese cui non si credeva degno di governare.

«L’avventuroso straniero, salito al trono, non dimenticò i suoi compagni di miseria, ed invitolli a palazzo; ma vedendo che non lo riconoscevano, fe’ loro magnifici donativi, e nel timore che un giorno o altro non tradissero la comune origine, ingiunse che tosto uscissero da’ suoi stati. Quando fu tranquillo possessore dell’impero, mise tanta cura ed abilità nell’adempimento de’ propri doveri, che si attirò le benedizioni di tutto il popolo, il quale ogni giorno innalzava fervide preci per la prosperità e durata del suo regno.» [p. 108 modifica]

NOTTE DLXXII

Scheherazade continuò di tal guisa la storia dell’infelice sultano: