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Le Mille ed una Notti/Storia d'un Pescatore divenuto visir e della Principessa Kut-al-Kolob

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Storia d'un Pescatore divenuto visir e della Principessa Kut-al-Kolob

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Storia d'un Pescatore divenuto visir e della Principessa Kut-al-Kolob
Storia delle Tre Sorelle e della Sultana loro Madre Il Sultano e il viaggiatore Mahmud-al-Yemen

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NOTTE DLXXXII

STORIA

D’UN PESCATORE DIVENUTO VISIR

E DELLA PRINCIPESSA KUT-AL-KOLOB.

— Un giorno, il sultano di Bagdad incontrò un povero diavolo, la cui conversazione allegra e lo spirito vivace gli piacquero in modo che lo invogliò di tenerselo vicino, talchè in poco tempo costui divenne il favorito dei principe. Passando egli un giorno vicino alla casa d’uno de’ primari mercadanti della città, il nostro plebeo arricchito vide la figliuola del padrone di casa che guardava fuor della finestra. [p. 161 modifica] Colpito della di lei bellezza, se ne invaghì sull’istante, ed ogni giorno, per più settimane, recavasi al medesimo sito, nella speranza di nuovamente vederla; ma essa più non ricomparve. La sua passione intanto fece tali progressi, che cadde infermo, e fu costretto a starsene a letto, dove venne colto da delirio. Ad ogni istante sclamava: — Ah! che occhi incantevoli! qual bellissima carnagione! che taglia graziosissima! ah mia diletta! ah mia diletta!» Una vecchia matrona, che l’assisteva, commossa del di lui stato, lo pregò di palesarle la cagione del suo male. — Mia buona madre,» rispostegli, e vi ringrazio della vostra premura; accetto le consolazioni ed i buoni offizi che mi offrite.» Le dichiarò allora il soggetto de’ suoi tormenti, e le indicò la giovane della quale era invaghito. — Calmatevi, figliuolo,» gli disse la vecchia, «poichè niuno, in questo caso, potrebbe esservi più utile di me. Mi rivedrete in breve con qualche nuova della vostra prediletta. —

«Partì infatti, ed andata a casa colla mira di vestirsi alla foggia delle divote, indossò una veste di grossa lana, e tenendo in mano una lunga corona, nell’altra un bastone per appoggiarsi, s’incamminò alla volta della casa del mercatante. Giunta alla porta, si mise a gridare coll’accento più commovente: - Dio è Dio, e non v’ha altro Dio che Dio 1; sia lodato il santo suo nome, e Dio sia con voi! —

«La figlia del mercatante, udendo la pia esclamazione, venne sulla porta, salutò con rispetto la vecchia, e le disse: — Pregate per me, buona madre. — Possa Iddio, mia amabile fanciulla,» rispose la divota, «preservarti da ogni malanno!» La giovane la fece entrare, le diede il posto d’onore, e le sedette [p. 162 modifica] vicino con sua madre. S’intertennero sino a mezzo giorno su vari argomenti di pietà; ed allora la vecchia, chiesta acqua, fece le sue abluzioni e recitò preghiere d’estrema lunghezza, dando così alle due donne la più alta idea della pietà e della virtù sua. Compiti quegli atti religiosi, fu servita una merenda alla quale essa rifiutò di prender parte, dicendo che per quel giorno osservava il digiuno, risposta che aumentò il rispetto e l’ammirazione delle donne, sicchè la scongiurarono a restare sino al tramonto, ora nella quale avrebbe potuto rompere il digiuno in compagnia; la vecchia acconsentì. Al tramonto, pregò di nuovo, mangiò alquanto, e finì collo schiccherare una lunga filastrocca di pie esortazioni. Vie più edificate, madre e figliuola l’indussero a passare colà la notte. La mattina alzatasi di buon’ora, fece le solite abluzioni, pregò a lungo, e data alle ospiti la benedizione in termini scientifici ch’esse non seppero intendere, allorchè si alzò per andarsene, quelle dame la sorressero con rispettosa premura, e l’invitarono con grandi istanze a rimanere. Ma se ne scusò ella, e partì promettendo di far loro in breve, coll’aiuto di Dio, una seconda visita.

«Il terzo giorno, la vecchia tornò in casa del mercante, e fu accolta con somma gioia dalle due donne, le quali, baciandole piedi e mani, si rallegrarono di sì avventuroso ritorno. Comportossi essa così santamente come la prima volta, e penetrò le due ospiti di nuova venerazione. Moltiplicaronsi le sue visite, e sempre ricevette dalla famiglia del mercante la più affettuosa accoglienza. Un giorno disse alla madre entrando: — Oggi ho maritata l’unica mia figlia; stasera se ne celebrano le nozze, ed io vi prego di affidarmi la cara vostra figliuola affinchè assista alla cerimonia ed approfittar possa del benefizio delle mie preghiere.» Esitò la donna, ma vinta dalle [p. 163 modifica] proteste della vecchia e dalle istanze della fanciulla, finì coll’acconsentire.

«Si vestì la giovanotta degli abiti più eleganti, ed uscita in compagnia della vecchia, attraversarono più vie, e giunsero alla casa del favorito del principe, il quale, colla più viva impazienza, attendeva l’esito dell’iniqua negoziazione. Or si giudichi dello sbalordimento della donzella quando si vide nelle stanze d’un uomo che a gran pena contener poteva i trasporti della propria gioia! Primo suo sentimento fu il terrore; ma siccome possedeve molta presenza di spirito, nascose il suo turbamento, e non pensò che ai mezzi di fuggire. Sedette però, e volti gli occhi intorno, affettando aria ridente, disse al seduttore: — Di solito, quando un amante traesi in casa la sua diletta, si usa di farle imbandire una buona refezione, non essendo l’amore nemico dei banchetti. Se bramate adunque ch’io passi la sera con voi, andate a prendere squisiti rinfreschi, affinchè intiera sia la festa. Attenderò colla mia cara madre il vostro ritorno. —

«Lieto di tal ordine, il favorito affrettosi ad obbedire, ed uscì di casa per andar ad ordinare un magnifico banchetto. Appena fu partito, là giovane chiuse a chiave la porta, e volse molti ringraziamenti alla vecchia, perchè le avesse fatto conoscere un uomo sì gradevole. Delusane così la vigilanza, si mise a passeggiare per l’appartamento, pensando al mezzo di evadersi. D’improvviso vede in un canto una scimitarra; tosto l’impugna, e colpita di tutta forza la vecchia, la stende esanime al suolo. Scorgendo quindi un ricco abito che soleva portare il favorito allorchè andava a far la corte al sultano, ne fece un involto, e lo portò seco per valersene di prova, correndo subito a casa, ov’ebbe la buona sorte di giungere senza alcun sinistro. La madre, [p. 164 modifica] veduto rinvolto: — Mia cara figlia,» le disse, «cosa possono averti dato alle nozze d’una povera religiosa?» La giovane, ancor troppo agitata, non trovò forza di rispondere, e cadde svenuta appiè della genitrice, la quale, tutta tremante, proruppe in acutissime grida, che fecero accorrere il consorte e la gente di casa. Sollecitaronsi a soccorrere la figliuola, e ripresi ch’essa ebbe i sensi, raccontò l’accaduto. Il mercante, maledicendo la memoria della vecchia che avevali sì indegnamente traditi, consolò la virtuosa figliuola, e preso l’abito, che riconobbe per quello del favorito, corse in fretta a portarne lagnanza al sultano.

«Quando il prìncipe ebbe udite le giuste accuse del mercatante, montò in gran furore contro l’indegno cortigiano, e diede ordine di arrestarlo; ma era già troppo tardi. In fatti, colui, di ritorno dal mercato, avendo trovata la vecchia al suolo intrisa nel proprio sangue, ed indovinato l’occorso, nel timore che l’avventura gli arrecasse gravi conseguenze, vestito un grossolano abito, nel favore della notte era fuggito dalla città. Fortunatamente per lui, incontrò una caravana che si metteva in viaggio, e la seguì per cinque giorni, coll’animo tormentato dalla passione fallita nelle sue speranze, e dal timore d’essere scoperto, finchè la caravana passò i confini degli stati del sultano ed accampò davanti alle mura d’una grande città. Entrovvi il fuggitivo, prese a pigione una stanza in un caravanserraglio, e risolse di starvi attendendo qualche impiego men pericoloso di quello di far all’amore o di servire i principi.» [p. 165 modifica]

NOTTE DLXXXIII

— Dopo molti giorni di riposo, recossi al mercato, dove stavano gli operai in cerca di lavoro, e vi aspettava da qualche tempo, quando gli s’accostò una donna, la quale chiesegli se volesse occuparsi. Risposto di sì, gli propose di venir a raccomodare nel suo cortile un pezzo di muro che minacciava rovina; acconsentitovi, lo condusse seco a casa, gli mostrò cosa dovesse fare, e gli diè un buon pasto. Reso grazie a Dio, perchè avevalo salvato dal pericolo, e lo metteva in grado di guadagnarsi il vitto, s’accinse all’opera e lavorò sino al tramonto del sole, in cui la donna venne a pagarlo, raccomandandogli di tornare il giorno seguente.

«In fatti, la mattina dopo tornò al lavoro, e fu ben trattato come il dì precedente. Verso mezzogiorno, riparando le fondamenta del muro, scoprì un vecchio vaso pieno di danaro, e portatolo via, vi trovò dentro cento pezze d’oro. Nel tornar quindi all’opera interrotta vide un uomo, seguito da molta gente, il quale portava in testa un forziere che offriva di vendere per cento pezze d’oro, ma di cui ricusava dire il contenuto. Simile negozio, che a tutti pareva assai ridicolo, punse al vivo la curiosità di pescatore, il quale: — Tentiamo la fortuna» disse fra sè; «è possibile che quel baule contenga qualche cosa di prezioso; altrimenti, non avrò parduto se non quello che poco fa non possedeva.» Si dichiarò dunque acquirente del cofano al prezzo richiesto, e lo fece portare [p. 166 modifica] a casa. Impaziente di conoscerne il contenuto, presa prima la precauzione di chiudere a chiave la porta, lo aprì, e qual non fu la sua maraviglia, vedendovi una giovinetta della massima bellezza, riccamente vestita, ma che pareva priva di vita! Tuttavia, messale la mano sulle labbra, sentì che respirava, e dormiva soltanto di profondo sonno da cui cercò in vano di riscuoterla. La tolse con riguardo dal cofano, e depostala sul tappeto, non cessò di tenerle gli occhi addosso fino a che essendosi colei, verso mezzanotte, risvegliata, sclamò con accento di sorpresa e di spavento: — Dio di misericordia! dove sono? —

«Il pescatore le fece allora conoscere le circostanze che l’avevano condotta in sua casa, e cercò di rassicurarla mediante mille rispettose proteste. La giovane, benchè sensibile a quelle premure, non tolle palesargli pel momento la propria condizione e le sue avventure, accontentandosi di dire: — Quest’abitazione non mi pare comoda; domani bisogna appigionarne una più convenevole. Servitemi con fedeltà, fate ciò che desidero, e sarete generosamente ricompensato.» L’antico favorito, cui l’ultima amorosa avventura aveva reo prudente, non si permise alcuna libertà, e ritenuto ne’ limiti del rispetto dall’aria nobile ed imponente della sconosciuta, le fece un profondo inchino, promettendole di servirla da sommesso e devoto schiavo. Le preparò quindi la miglior refezione che potè imbandirle, e quand’ebbe cenato, si ritirò.

«È ora opportuno di dire che la giovane comprata dal pescatore era la favorita del sultano. Le altre donne, abbandonate per costei cagione, se ne ingelosirono, e la sultana, la quale, prima dell’arrivo di Kut-al-Kolob2 (era il nome della favorita), godeva della massima autorità nel serraglio, umiliata più di [p. 167 modifica] tutte le altre del trionfo della rivale, risolse di perderla. La partenza del sultano per una caccia, che doveva durare venti giorni, le presentava favorevole occasione di colorire il suo disegno. Due giorni dopo partito il principe, la sultana invitò Kut-al-Kolob al convito, e posto un possente narcotico nel sorbetto, glielo presentò. Sì pronto ne fu l’effetto, che la favorita cadde immantinente in letargico sonno. Allora, la sultana la pose in un baule, facendolo dare ad un rigattiere con ordine di venderlo per cento pezze d’oro, senza lanciar esaminare cosa racchiudesse. Sperava ella che chi lo comprasse, dovesse rimanere tanto abbagliato dai vezzi della bella Kut-al-Kolob, da voler godere in segreto della sua buona ventura, e così liberarsi dalla rivale senza commettere un assassinio.

«Tornato intanto il sultano dalla caccia, prima sua cura, entrando nella reggia, fu di domandare della favorita; allora la sultana, accostandosegli con affettato dolore: — Aimè! sire,» gli disse, e la bella e tenera Kut-al-Kolobt incapace di sopportare le pene della lontananza, cadde malata tre giorni dopo la vostra partenza, e dopo aver sofferto un’intiera settimana, ci venne rapita pel volere dell’Onnipossente.» A sì dolorosa nuova, il sultano si strusse in lagrime, abbandonandosi alla più violenta disperazione. Alla domane, fatto chiamare il visir, gli ordinò di cercar sulla spiaggia del mare un luogo opportuno ad erigervi un monumento in cui egli potesse ritirarsi a piangere in libertà la sua diletta. — Sire,» rispose il ministro, «i vostri ordini saranno eseguiti.» E condotto seco un architetto, scelse un sito ameno, dove ordinò di segnare uno spazio lungo cento cubiti e largo settanta, nel quale costruire l’edifizio meditato. Raccolti immediatamente i materiali necessarii di pietre e di marmi, cominciaronsi i lavori, che il visir dirigeva in persona, essendo il sultano venuto [p. 168 modifica] sol in capo a non so quanti giorni per vederli ed approvarne il divisamento. — La fabbrica sarà veramente superba,» disse; «ma oimè! Kut-al-Kolob era sola degna di abitarla.» E quella lacerante riflessione gli facea versare nuove lagrime, mentre il visir cercando di consolarlo, andava ripetendo: — Rassegnatevi, sire, alla vostra disgrazia, poichè i savi lasciarono scritto: Sii umile nelle prosperità, e paziente allorchè ti opprime la sciagura. — Visir,» rispondeva il sultano, «è vero che la rassegnazione è degna d’elogio, e lo scoraggiamento biasimevole; laonde, ebbe ragione un poeta di dire: Sii calmo nel mezzo dell’avversità, poichè la sola calma ti può trar di periglio. All’afflizione spesso succede la gioia, e dopo il dolore viene di solito il piacere. Ma oimè! non è dato all’uomo di signoreggiare i propri affetti, e Kul-al-Kolob mi era si cara e molcevami tanto l’anima, che nessun’altra donna, quand’anche la superasse in beltà, non potrebbe ormai procurarmi un istante di letizia.» L’amarezza delle querele del misero sultano dimostrò al visir quanto profonda fosse la piaga, e che il tempo solo poteva cicatrizzarla.

«Ogni giorno il sultano ed il suo ministro andavano ad ispezionare i lavori del superbo edifizio. In breve se ne sparse la voce per tutta la città, talchè informatane Kut-al-Kolob, disse al pescatore: — Ogni giorno noi spendiamo il nostro denaro senza guadagnar nulla: andate a lavorare nel monumento che fa costruire il sultano. Dicesi che il principe sia generoso; quell’occupazione potrà esservi utile. Mia cara padrona,» rispose il pescatore, «avrò io la forza d’allontanarmi da voi, anche sol per un istante?» Infatti, il buon uomo erasi invaghito della giovane, ed essendosene questa avveduta, non viveva senza inquietudine, benchè la memoria che il pescatore conservava della sua avventura colla figlia del [p. 169 modifica] mercante, lo trattenesse sempre entro i limiti del rispetto. — Mi ami tu davvero?» gli chiese allora Kut-al-Kolob. — Puoi dubitarne? Sei la mia vita, la luce degli occhi miei. — Se così è, prendi questo monile, e quando, durante il lavoro, penserai a me, guardalo; e ti consolerà sino al tuo ritorno a casa. —

«Il pescatore obbedì, recossi all’edifizio, e veduto dal sultano e dal Visir, che invigilavano gli operai, il principe gli domandò se avesse d’uopo di lavoro, e sulla sua affermativa, fu impiegato. Si accinse dunque all’opera ma aveva tanto occupato lo spirito della sua diletta, che abbandonava ogni momento gli arnesi dell’arte per cavar il monile, e tener fitti gli occhi su quel prezioso gioiello mandando profondi sospiri. Notollo il principe, e disse al ministro: -Quell’uomo è forse più infelice di me: chiamiamolo, e sentiamo il soggetto de’ suoi guai.» Il visir lo condusse dunque davanti al sultano, e lo sollecitò a manifestare con fiducia la causa de’ suoi spasimi. — Aimè!» rispos’egli; «mi trovo lontano dalla mia diletta. Essa mi diede questa collana per rimirarla ogni qualvolta pensassi a lei, ed il mio cuore me la rammenta sì spesso, che non posso frenarmi dal sospendere il lavoro per ammirar di continuo questo pegno di sua bontà. —

«Il sultano allora riconobbe il monile da lui pagato mille pezze d’oro per Kut-al-Kolob; ma seppe celare la propria emozione, e chiese al pescatore a chi appartenesse quel gioiello. - È della mia schiava,» rispose, «che ho comprata per cento pezze d’oro. — È dunque molto bella? Guidaci alla tua casa, affinchè possiamo aver il piacere di vederla. — Temo che la sua modestia nol soffra, ma gliene domanderò il permesso, e se acconsente, v’inviterò a casa mia. — La precauzione è giusta, e non v’ha nulla da dire in contrario;» riprese il sultano, giulivo d’aver trovata la tanto pianta donzella. [p. 170 modifica]

«Al tramonto del sole, il giornaliero, tornato a casa, informò dell’avventura la favorita, la quale, la mattina appresso, gli diede cinque pezze d’oro per preparare una dilicata refezione. Obbedì il pescatore, e tornato al palazzo, invitò il sultano ed il visir al frugale suo pasto ed a vedere la schiava. — O, a meglio dire, la mia divinità» aggiunse, «poichè l’ho sempre adorata e rispettata come tale. —

«Il principe ed il visir accompagnarono a casa l’operaio, e furono non poco meravigliati di trovarvi un sì buon pasto, di cui approfittarono; quindi ebbero sorbetto e caffè.

«Desiderando allora il sultano di vedere la giovane, essa non fece che apparire ed involarsi sull’istante; ma il sultano la riconobbe, e disse al pescatore: — Vuoi tu cedermi la tua schiava? — Non posso, sire,» rispose l’altro; «l’amo troppo, benchè non abbia ancor avuta la felicità d’esserne corrisposto. — Non me la negare, te ne scongiuro,» ripigliò il sultano, «e verso sera conducimela a palazzo. — Sarete obbedito,» replicò l’afflitto.

«Al cader del giorno, il nostro povero amante condusse la bella favorita alla reggia, dove gli eunuchi volevano farla entrare nell’harem; ma egli, tenendola strettamente abbracciata, si mise a gridare: - «È mia, è mia, non posso staccarmene.» Il sultano se lo fece venire davanti, e gli narrò tutte le circostanze della perdita della favorita, pregandolo di fargli il sagrificio della sua passione. Il pescatore, non osando resistere alle di lui brame, si rassegnò; il principe gli donò in compenso mille cinquecento pezze d’oro, una bella schiava, un ricco abito, e lo accolse nel numero de’ primari ufficiali nel qual nuovo grado diportossi tanto bene, che non tardò ad essere eletto primo ministro, esercitando la sublime carica con tale talento ed [p. 171 modifica] integrità, da non venire più altrimenti accennato che col nome del giusto visir

Il dì non sorgeva ancora, e tosto la sultana delle Indie l’accinse a cominciare un’altra storia, con licenza di Schahriar.


Note

  1. La prima parte di questa esclamazione è la professione di fede dei musulmani; Là ilah ill allah, ecc.:
  2. Consolazione dei cuori