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La metà del mondo vista da un'automobile/XXI

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CAPITOLO XXI. — Lasciando la Russia

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CAPITOLO XXI.


LASCIANDO LA RUSSIA

Sulla via di Pietroburgo — Novgorod — Nei parchi imperiali — Pietroburgo — Verso la frontiera — Ospitalità imprevista — Il primo saluto tedesco — Kònigsberg — Berlino si avvicina.


Al mattino del 31 Luglio, alle quattro precise, la nostra automobile usciva dal garage dell’Hôtel Métropole resa più snella da una notevole diminuzione di bagaglio. Essa lasciava a Mosca quell’arredamento da esploratrice che la rendeva tanto singolare. Lasciava i cordami, le catene, le carrucole, le pale, i picconi.

Andando avanti aveva gettato poco a poco tutta la roba inutile o greve. Aveva lasciato due parafanghi a Kalgan, e due sulle praterie mongole, aveva disseminato provviste di corned beef e ferraglia, aveva lasciato cadere zavorra, come un pallone, per alleviare lo sforzo delle molle. A Mosca, oltre ai nostri pochi effetti personali, non portava più che qualche gomma di ricambio. Aveva preso un’aria di risolutezza; pareva che si fosse spogliata, come un atleta, per correr meglio.

Seguiti da altre automobili che facevano scorta, attraversammo velocemente la città non ancora silenziosa. L’alba è un’ora di movimento a Mosca: la folla ritorna dai restaurants e dai concerti. Ricevemmo così partendo gli addii della popolazione che si diverte, dopo aver ricevuto arrivando i saluti della popolazione [p. 464 modifica] che lavora. Dalle carrozze, gente in cravatta bianca ci salutava calorosamente; dai balconi dei clubs scendevano ovazioni. Passammo relegante barriera Twerskaja, presso alla stazione di Smolensk, ed entrammo nella St. Peterburgkoje Chaussée la via di Pietroburgo, sulla quale le verste non sono più segnate da pali numerati, ma da obelischi monumentali. Alla nostra destra si stendeva il parco Petrowskj, sui cui immensi viali trottavano ancora delle carrozze, reduci dai caffè eccentrici. Passavano delle vistose toilettes un po’ arruffate, dei cappelli a cilindro di traverso su teste alquanto oscillanti: ancora dei saluti, rauchi ma cordiali. Eravamo subito riconosciuti per la forma singolare della nostra macchina, che le illustrazioni dei giornali avevano reso popolare, e per la bandiera italiana sventolante a poppa.

Sulla campagna silenziosa, austera, v’era della bruma; poi, col levarsi del sole, un sole pallido, velato, la nebbia si faceva sempre più densa. Finimmo presto col non vadere più nulla al di là dei bordi della strada; viaggiavamo in un’immensità grigia, che non ci lasciava distinguere nemmeno le altra automobili vicine, delle quali udivamo squillata i segnali.

Alle sei il sole attraversa qua e là le cortine di ombre. L’orizzonte appare, piano e sconfinato. Si scorgono candidi campanili di chiese sopra al verde di boschi dai contorni ancora incerti: poi, poco per volta, tutto si precisa. Ritroviamo l’immutato paesaggio che da settimane ci accompagna. Giungiamo nella cittadina di Klin, in gran parte costruita di legno; scambiamo rapidi saluti con le automobili, che ci hanno raggiunto, e riprendiamo soli la corsa, ascoltando assorti il ritmo eguale e lieve dei motore, godendo con voluttà la frescura del mattino.

Alle otto ecco un’altra città nei suo caratteristico profilo orientale di cupole dorate, cupole azzurre, cupole variegate; è Twer, la città dalle quaranta chiese, il punto di partenza della navigazione sul Volga. La folla si ferma a guardarci, riceviamo, passando, saluti augurali. Attraversiamo per la seconda volta il Volga sopra un nuovissimo e splendido ponte sospeso: ma è un Volga [p. - modifica]Un incontro comune sulle vie della Siberia [p. 465 modifica] tanto più piccolo e modesto che non vi riconosciamo l’immenso fiume di Nishnii-Nowgorod e di Kazan, vasto, laggiù, come un braccio di mare.

Città, villaggi, ricchi monasteri isolati fra boschi di pini, pianure steppose, campi, passano rapidamente: abbiamo una lunga strada da fare, e battiamo buon passo. Vogliamo pernottare a Nowgorod, lontana 485 chilometri da Mosca. Alcuni contadini che mietono il fieno in un campo solitario, vedendoci giungere da lontano, vengono di corsa sulla strada, con le falci in aria.

Uno di essi, un giovane biondo, ci grida:

— Venite da Pechino?

— Sì.

Allora tutti agitano i berretti e gridano:

— Urrah!

Noi sorridiamo.

Quella prerogativa di trovare in ogni cosa il lato divertente, quel piacevole scetticismo, un po’ irriverente qualche volta, che è in fondo al carattere latino, comincia ad avere il sopravvento sull’emozione.

Arriviamo alle dieci a Torshok, dove è stabilito un deposito di benzina. La preparazione logistica del viaggio finiva a Mosca, perchè, organizzandola, il Principe era incerto sull’itinerario da seguire, ed era invece certo di trovare facilmente benzina da Mosca a Parigi. La ditta Nobel, interpellata telegraficamente, si era assunta l’incarico di farci trovare nuovi depositi da Mosca alla frontiera russa.

All’ingresso della città, sulla strada, stanno degli uomini ad aspettarci con i barili della benzina e dell’olio pronti in terra. In pochi minuti riempiamo i nostri serbatoi, e via di nuovo.

Non abbiamo mai fatto tanto cammino così velocemente: da Mosca andiamo a 50 chilometri all’ora. Siamo conquistati da un desiderio sempre più vivo di affrettarci. Le verste sfilano rapidamente. Consultiamo le carte, facciamo dei calcoli, non dedichiamo più che una mediocre attenzione al paesaggio, che pure varia, [p. 466 modifica] ora, e diviene pittoresco. Le case campestri prendono un aspetto più caratteristico, si arricchiscono d’intagli, di sculture in legno, di ornamenti multicolori intorno alle finestre, si abbelliscono dei motivi tradizionali dell’antica arte slava, in qualche caso di un’opulenza medioevale. Ma noi non abbiamo sguardi che per la strada, quasi per correrla avanti alla macchina lanciandovi il nostro desiderio.

Ma, ahimè, passato il confine del governatorato di Twer, la strada peggiora. Rallentiamo, finchè siamo ridotti ad una velocità di 25 chilometri all’ora da un subitaneo violento temporale. È il consueto temporale quotidiano. E pensare che durante il nostro soggiorno a Mosca non era caduta neppure una goccia d’acqua!

Addio strade, paesaggi, case medioevali! Tutto è acqua intorno a noi, come al mattino tutto era nebbia; un’acqua che non ci abbandona più fino a Nowgorod, sulle rive del Volkhof, presso al quieto e vasto lago d’Ilmen. Nessuna città ci aveva fatta l’impressione di tristezza che ci produce Nowgorod. Si direbbe che essa porti il lutto della sua potenza e delle sue glorie. Vive ancora un proverbio in Russia, che dice: “Chi può lottare con Dio e con Nowgorod?„ — Si vede proprio che a questo mondo resistono più poche parole che un impero.

Noi abbiamo un rammarico: quello d’aver percorso una gran distanza che non ci avvicina alla mèta. Corriamo verso il nord. Questa punta a Pietroburgo rappresenta una vera interruzione del viaggio. Deviamo dalla strada diretta.

Ritroviamo a Nowgorod la notte bianca boreale, ma ridotta al pallore d’un plenilunio. Questo chiarore non abbandona mai le nostre finestre, all’albergo, fino al giorno dopo. Udiamo scrosciare la pioggia sulla città addormentata.

Piove ancora quando lasciamo Nowgorod, alle sei del mattino: una pioggia fine, ostinata, che scende implacabile dal cielo invernale, e rende le strade scivolose. [p. 467 modifica]

Attraversiamo il Kremlino, intorno al quale la spopolata e silenziosa cittadina si stringe, quasi spaurita cercando ancora la protezione delle forti muraglie merlate, e usciamo da Nowgorod per la Bolschaja Peterburskaja, la “Grande via di Pietroburgo„. Corriamo subito per l’aperta campagna.

Passiamo lunghe ore di noia, silenziosamente, sotto il flagello della pioggia, confortati dal pensiero di Pietroburgo vicina. Cominciamo presto a trovare villette, giardini, parchi, tutti i segni dell’appressarsi di una grande metropoli. Poi un fumo denso, basso, nero all’orizzonte: sono officine. Una pietra miliare ci avverte che siamo a 20 verste da Zarkoje-Selo. Sono le otto. Abbiamo percorso 120 verste in quattro ore.

Improvvisamente arriviamo vicino ad un’automobile ferma. Ci aspetta. E incaricata di pilotarci. Un rapido scambio di saluti, strette di mano, ed eccoci dietro al pilota per gli ampi viali che conducono alla famosa residenza imperiale. La pioggia è cessata.

Attraversiamo la pianura delle riviste militari, che tante volte ha risuonato per il passaggio delle sotnie cosacche sfilanti al galoppo davanti all’Imperatore urlandogli in cori formidabili il saluto della fedeltà. La troviamo deserta, scialba, triste. C’ingolfiamo nel verde dei parchi, bordeggiamo laghetti, passiamo fra giardini fioriti dei quali la pioggia ravviva i colori. Intravvediamo in mezzo agli alberi la sontuosa villa imperiale circondata dalle sentinelle.

La sabbia rende la nostra corsa silenziosa: le automobili scivolano, volano, inseguendosi. Incontriamo un gruppo di cosacchi della guardia, a cavallo; gli ufficiali riconoscono la nostra vettura e ci salutano.

Usciti dai parchi corriamo verso Pietroburgo, quando ad una svolta siamo fermati da un urrah! entusiastico: una fila di automobili ci aspetta. Scendiamo, e veniamo subito circondati da una folla festosa. Salutiamo l’attaché militare italiano, che reca al Principe le congratulazioni dell’ambasciatore. Troviamo il Console d’Italia, grande numero di soci dell’Automobile Club di Russia, fra i quali il segretario che ci comunica i saluti a nome di tutti [p. 468 modifica] gli automobilisti, il Presidente del Comitato di Pietroburgo della Pechino-Parigi, molte signore che gettano fiori sulla nostra vettura.

Altre automobili arrivano continuamente portandoci nuovi saluti festosi: siamo in anticipo. Tutti gli automobilisti avevano convenuto di adunarsi in quei luogo e venirci poi incontro. Noi siamo arrivati al meeting preliminare. Eravamo aspettati per l’una, e invece non è ancora mezzogiorno. Come a Mosca, Borghese, interrogato telegraficamente sull’ora dell’arrivo, aveva fatto i calcoli troppo.... siberiani. Siamo arrivati così presto, che per rimettere il programma in ordine ci pregano di tornare un poco indietro.

Così, invece di proseguire per Pietroburgo, rientriamo fra le oscure allées dei parchi imperiali, seguiti da tutte le automobili. Il compito di pilotarci è stato assunto ora da una vettura della presidenza dell’Automobile Club, e questa vettura porta una bandiera segnale. Cosa strana, la bandiera è bianca con un disco rosso nel mezzo: la bandiera nazionale giapponese. Il rumoroso corteggio avanza fino alla stazione ferroviaria di Zarkoje-Selo, ove si decide che il miglior modo per perdere il tempo è quello di mangiare.

Il buffet è invaso; scorre lo champagne, e scorrono i brindisi. Il segretario dell’Automobile Club di Russia presenta a Borghese una preziosa medaglia commemorativa che porta le insegne del Club e lo stemma di Pietroburgo, in oro, argento e smalto. Intanto un altro regalo prezioso viene dedicato alla nostra macchina, sotto forma di una elegante placca di argento con le cifre del Club in oro, ed incisavi l’iscrizione: “Pechino-Parigi, Pietroburgo, 19 Luglio 1907„.

Alle due l’ora è normale e ragionevole per riprendere il viaggio verso Pietroburgo, e partiamo.

Un gigantesco omnibus-automobile che recava i rappresentanti della Colonia italiana era rimasto in panna, e ci aspettava sulla strada, la quale ne era barrata a metà. Mentre passiamo scaturiscono da esso calorosi evviva la cui eco ci accompagna fino [p. 469 modifica] al vicino oscuro sobborgo Putilof, rombante per il lavoro delle immense e fumose officine metallurgiche tristemente famose. Quando esse tacciono è a Pietroburgo giorno di sommossa.

Entriamo nella capitale per la Porta di Narva, che fu il teatroTraversando il Sura. — Un nostro compagno di battello. dei noti massacri; discendiamo per la Peterhofsky-Chaussée. I trams si fermano, la folla dai marciapiedi ci fa segni di saluto. Dall’automobile pilota suonano a perdifiato delle arie da cornamusa sopra una trombetta a quattro note. Giungiamo al centro, alla Grande Morskaja, la via delle eleganze, e alla Piazza Maria, ove si leva il monumento di Nicola I guardato da veterani dalla [p. 470 modifica] barba bianca vestiti dell’antica uniforme dei granatieri della guardia. La cattedrale d’Isaac ci sovrasta con la sua imponente mole granitica quando la rasentiamo dirigendoci verso la Piazza di Pietro, ove la folla ci stringe e arresta la nostra macchina per alcuni istanti. Siamo nel cuore di Pietroburgo e dell’Impero, fra i palazzi del Santo Sinodo, del Senato, del Ministero della Guerra, dell’Ammiragliato: le sedi della potenza russa. È uno dei luoghi più grandiosi del mondo, e non ne avevo mai sentito la maestosa severità come ora, arrivandovi improvvisamente dalle lande sconfinate, spopolate, grigie.

Proseguiamo lungo la Neva; vediamo al di là dell’ampio fiume erigersi l’alto, audace, acuto campanile dorato della Cattedrale di Pietro e Paolo, al di sopra degli spalti della cittadella — la terribile prigione politica — ; passiamo vicino al Palazzo d’Inverno, tinto di rossastro; poi sbocchiamo nella Newsky Prospekt, la grande arteria, e in mezzo al tumultuoso affollamento di carrozze e di trams arriviamo al garage dell’Automobile Club. Appena Borghese mette il piede a terra, un membro del Club, pronunziando la formula tradizionale di benvenuto, gli presenta il pane e il sale, secondo l’antico uso russo, in segno di ospitalità. Una gran folla di popolo adunatasi, acclama.

Così la cerimonia è finita, e possiamo sottrarci alla popolarità divenendo privati abitatori dell’Hôtel d’Europe. Ma per poche ore soltanto: ci aspetta un grande banchetto.

Abbiamo lasciato la capitale russa alle quattro e mezza del mattino 2 Agosto, salutati alla partenza come all’arrivo; un poco storditi dalla sveglia mattinale, dopo tre ore sole di sonno.

Tre ore sole perchè, l’ho detto, alla sera il Comitato russo della corsa, l’Automobile Club, e la Colonia italiana, ci avevano trattenuto ad un banchetto, al quale avevano partecipato alcuni rappresentanti del Governo russo, l’Ambasciata italiana, il reggente l’Ambasciata di Francia, e molte personalità sportive. La fine della sontuosa festa, alla quale eravamo intervenuti nei nostri sporchi [p. 471 modifica] costumi di fatica, si confondeva nella nostra mente con la partenza. Risalendo in automobile, molti dei convitati ci circondavano, ripetendoci le medesime cordiali parole di saluto e di augurio pronunziate poche ore prima fra le luci dei doppieri col bicchiere levato.

Attraversammo velocemente Pietroburgo deserta, velata dalla sua bruma perenne, e riprendemmo le vie donde eravamo venuti, e che avevamo visto piene di folla, di movimento, di rumore. Ci parevano, così vuote, più grandi. Uscimmo per la porta di Narva, passammo ancora per il sobborgo Putilof, dirigendoci poi verso Gattschina, al sud, per l’ampia strada fiancheggiata come tutte le strade nelle immediate vicinanze di Pietroburgo, da boschetti e da châlets che dànno ai dintorni della capitale l’aspetto d’un grande parco.

Mezz’ora dopo, volgendoci indietro, non vedevamo più della grande città che le cime dei campanili aguzzi librantisi sulla nebbia rosata, accese dal sole nascente.

Alle sei attraversiamo Gattschina, una cittadina dall’aria nuova, pulita, assestata, silenziosa; pare fatta “per ordine„ e su misura, tanto ci appare simmetrica. Intravvediamo il famoso castello, residenza preferita dell’Imperatrice-madre; intorno si aggruppano edifici dall’aspetto di caserma, come per fargli la guardia.

Andiamo di buon passo profittando del tempo sereno e della strada buona. Ma ecco verso le dieci levarsi un vento di ponente, il vento che ci perseguita dal giorno in cui varcammo a Kiakhta il confine russo. Sorgono dall’orizzonte folte e nere nubi: infiliamo gl’impermeabili in previsione della pioggia, che non si lascia attender troppo e cade torrenziale accompagnandoci, con maggiore o minore costanza, per tutto il giorno. Dobbiamo rallentare per il fango, ed anche perchè l’acqua, nei periodi della sua maggiore violenza, battendoci sul viso ci provoca un vero dolore, come se cadesse grandine sulla nostra pelle: effetto delle velocità combinate del vento e dell’automobile.

Siamo improvvisamente fermati da un incidente: la molla posteriore destra si spezza. La colpa è stata un po’ dell’acciaio [p. 472 modifica] di Kazan, che s’è stemprato presto nello sforzo, e un po’ nostra, poiché abbiamo accumulato il peso di tutte le pneumatiche di ricambio a tergo dell’automobile, aumentando così la fatica delle molle. A Mosca ci eravamo forniti di una molla di ricambio, ma, al momento di sostituirla a quella rotta, ci accorgiamo che è d’un paio di centimetri troppo corta. Io non so quale miracolo Ettore abbia compiuto: il fatto è che egli, sforzando la cerniera dell’attaccatura delle molle alla parte posteriore dello châssis, è riuscito ad applicare la molla nuova. È un po’ troppo tesa, non lavora in posizione normale, si abbassa più dell’altra, ma infine ci permette di continuare il viaggio. Per diminuire la sua fatica, spostiamo le gomme di ricambio e il bagaglio, che accumuliamo sopra un sedile posteriore (il mio sedile), ed eccoci ancora tutti e tre, come in Mongolia e in Transbaikalia, rumiti sul davanti della vettura: il posto del montatoio ritorna in onore.

Attraversiamo Luga, dispersa per graziose pinete, città che pare fatta di villini quasi nascosti fra gli alberi, pittoresca, seducente: si direbbe una città di gente che cerchi dei tranquilli e discreti rifugi. Una città da innamorati. Nel pomeriggio giungiamo a Pskow, cinta di boschi folti.

Della gente sulla strada ci aspetta. Vi troviamo un gentile governatore che c’invita, dei signori che ci offrono una breve villeggiatura in un castello vicino, e una quantità di brave persone che fanno di tutto per trattenerci almeno a pranzo, almeno a bere un bicchiere. È impossibile; si fa tardi. L’ospitalità russa è tale che se accettassimo tutti gl’inviti non giungeremmo a Parigi che fra molti anni.

Proseguiamo, riprendendo velocità nei rari intervalli di spiovuta: intendiamo passare la notte a Dwinsk, a 500 verste da Pietroburgo. Ci accorgiamo che è giorno di festa nella regione. I contadini azzimati ritornano dai paesi, cantando, alle loro casupole disperse. Incontriamo interminabili file di carri gremiti di donne abbigliate vistosamente; quei veicoli somigliano già più [p. 473 modifica] alle carette tedesche che alle teleghe russe. I cavalli attaccati hanno una piccola sella, sulla quale i conducenti montano alla postigliona, gridando, frustando, cantando. Vediamo tipi lettoni, tipi polacchi, tipi ebrei; la vecchia Russia comincia ad allontanarsi rapidamente. In molti villaggi alla chiesa ortodossa sta di fronte la chiesa cattolica. Poi, in alcuni villaggi la chiesa cattolica, con le guglie gotiche, è sola. Le cupole moscovite, dalla sagoma orientale, si fanno rare. Attraversando il fiume Sura a Wassilsursk — Passeggieri sul battello.

Durante una breve fermata dovuta al cambio di una gomma, offriamo delle sigarette ai contadini adunatisi. È il più gran regalo che si possa fare al mujik, fumatore accanito, il quale non potendo permettersi il lusso di comperarsi delle sigarette, fuma del pessimo tabacco arrotolato in pezzi di carta dei quali ha sempre le tasche fornite (un giornale vecchio è molto apprezzato per quest’uso). Ma con nostra sorpresa quei contadini rifiutano il dono. Appartengono alla setta, tanto perseguitata in passato, dei “Veri Credenti„, una specie di puritani iconoclasti, che si sono rifugiati qui in massa. Altri loro confratelli avevamo [p. 474 modifica] incontrati in Siberia, esiliati. Siamo dunque quasi fuori della pura terra ortodossa. Siamo fra gente che sembra ricacciata alle porte dell’Impero. Presso al confine stanno le popolazioni detestate: si direbbe siano stabilite lì per essere pronte alla fuga.

Arriva la sera: siamo ancora lontani 70 verste da Dwinsk. La stanchezza ci vince, desidereremmo fermarci, ma la campagna è deserta.

Presso a dei boschi solitari, troviamo sulla strada un’automobile signorile, ferma. Un valletto in livrea, vedendoci arrivare, si stacca da quella vettura, fa segno di arrestarci, e porge a Borghese una lettera: è l’invito di un ricco signore che ci offre ospitalità nella sua dimora. L’automobile che aspetta è incaricata di pilotarci. Accettiamo; ed eccoci per i viali di un grandioso parco. Giungiamo in un gruppo di villette sontuose, fra giardini in fiore, sulla riva di un magnifico laghetto quieto, ombroso, oscuro.

Il nostro ospite è l’ingegnere Kerbedy, polacco, l’ideatore e il costruttore della ferrovia transmancese, direttore di grandi compagnie ferroviarie. Come in sogno, così, dalla pioggia e dal fango della strada ci vediamo trasportati in tiepidi appartamenti, serviti da camerieri stylés, allietati dalla cordialità sorridente dell’ospitale famiglia Kerbedy, la quale (sorpresa più deliziosa di tutte) ci parla in perfetto italiano.

E parlammo dell’Italia, e, naturalmente, del sole.


Con un tempo degno del più perverso dicembre, alla mattina dopo, 3 agosto, alle quattro, rabbrividendo per il freddo, sotto la pioggia sottile, continua, gelida, abbiamo ripreso il viaggio.

Dwinsk dormiva ancora quando l’attraversammo. Quanta tristezza in queste città silenziose che visitiamo nel sonno! Sembrano morte. E noi non sapremo mai la loro vera apparenza; di esse non ci rimane che un ricordo desolato.

Passiamo l’ampio Duna sul ponte ferroviario che serve cumulativamente per i treni, per i pedoni e per le carrozze, ed entriamo nella magnifica strada militare della frontiera. Ecco almeno [p. 475 modifica] un’utilità pratica della guerra! Le nazioni, per essere pronte a combattersi, si porgono sui confini delle strade superbe. Troviamo così buona la via, che ad onta della pioggia insistente possiamo corrervi a quaranta chilometri all’ora.

Le impressioni di questa giornata di viaggio possono essere ricordate in due parole: tempeste e croci. Ogni mezz’ora ci sembra che il sereno si avvicini, quando scoppia invece un fosco temporale, violento, accecante, durante il quale è difficile udirci, tanto urla il vento fra le chiome degli alberi che fiancheggiano la strada, e scroscia dirotta la pioggia. E per la campagna non vediamo che croci enormi.

Croci presso gli stagni, sui campi, al limite dei boschi, all’ingresso dell’abitato. Le croci sono talvolta ricche di figure, d’intagli, d’ingenue sculture a colori: rappresentano qui solenni affermazioni di fede cattolica delle popolazioni polacche e lettoni, affermazioni provocate dalle passate persecuzioni religiose. La lotta rinvigorisce la fede. E questa gente innalzò le sue croci, come in battaglia s’innalza la bandiera.

Giungiamo alle quattro in vista degli spalti fortificati che formano la difesa di Kowno: sentiamo la vicinanza della frontiera da queste opere militari, che sono quasi delle sentinelle vigilanti sullo straniero vicino.

Kowno, con i suoi tetti rossi, ci appare improvvisamente dall’alto d’una collina; la vediamo mollemente distesa sulle verdi rive del Njemen tortuoso. La città è piena d’alberghi che s’intitolano da nomi italiani: albergo di Venezia, albergo di Napoli, albergo d’Italia. Da che cosa venga questo singolare culto degli albergatori di Kowno per il nostro paese, non so. Sulla via incontriamo un’automobile munita di un bandierone bianco pieno di parole polacche, e gremito di signori che ci salutano calorosamente con grandi evviva all’Italia. Sono giornalisti polacchi, venuti apposta da Varsavia per incontrarci e accompagnarci alla frontiera. Essi si sfogano in evviva all’Italia per il dolce sapore sovversivo che questo grido assume nel loro intendimento. [p. 476 modifica]

I colleghi ci raccontano subito l’“avventura della bandiera„.

È proibito portare bandiere senza permesso della polizia, e i gendarmi avevano fermato l’automobile domandando di vedere l’autorizzazione a portare quello stendardo bianco.

— Ma non è una bandiera! — avevano risposto i giornalisti polacchi.

—E che cosa è?

— È una "ditta„ di bottega. Sono proibite la “ditte„?

— Ma pare una bandiera.

— Pare, perchè è una ditta di stoffa invece di essere di legno o di latta.

— Che significano quelle parole?

— Leggetela.

— È polacco, non lo comprendiamo.

— Ci dispiace molto. In Polonia si parla polacco. Dovreste saperlo, venendo qui.

— Va bene. I vostri nomi. Sarete chiamati a render conto alla polizia delle vostre offese.

La bandiera portava semplicemente queste parole: “Società automobilistica di Varsavia„.

Mentre ci dirigevamo all’albergo, un ufficiale ci raggiunse, tutto trafelato:

Kniatz Borghese! — gridò — Venite, vi prego, la signora Governatoressa vi aspetta alla Fiera di carità della Croce Rossa.

In un giardino v’era una fiera di carità, sotto il patronato della governatoressa, e quella gentile signora aveva pensato di rendere più proficua la festa della beneficenza esponendo noi e l’automobile al modesto prezzo d’ingresso di dieci copeki. L’idea era geniale, ma noi rifiutammo cortesemente, e ci ritirammo all’albergo.

Avevamo percorso 820 chilometri da Pietroburgo. Eravamo a qualche ora dalla frontiera tedesca. In poco tempo tutto si era trasformato rapidamente intorno a noi: razze, costumi e linguaggi. Abituati da più di un mese alle sterminate eguaglianze [p. 477 modifica] dell’Impero russo, provavamo l’impressione d’avere percorso ad un tratto distanze incommensurabili.

Non ci sembrava quasi possibile che all’alba del giorno avanti noi si corresse sulla Netvskj Prospekt. Pietroburgo ci pareva già molto lontana fra i ricordi del viaggio.


Ventiquattro ore dopo, Wierzbolow russa e la vicina Wirballen tedesca, Königsberg, Elbing, Marienburg, Stargard, tutte Arrivo a Wladimir, l’ultima tappa prima di Mosca. queste città erano passate davanti ai nostri occhi in rapida successione, in una confusa fantasmagoria. Berlino non era lontana che una breve giornata di marcia. Avevamo percorso quasi 450 chilometri in un giorno. La nostra automobile, la nostra grossa e buona “bestia„ — come la chiamavamo familiarmente, s’era slanciata a cinquanta chilometri all’ora sulle perfette strade prussiane: una velocità insperata. Ci sembrava di sentire nella macchina una furia intelligente, un poderoso desiderio di farla finita, di divorare ad un tratto le ultime migliaia di chilometri che ci separavano dalla mèta. [p. 478 modifica]

Avevamo lasciato Kowno alla prima alba: brillava ancora qualche stella sul cielo rasserenato, e una sottile falce di luna spandeva un leggero chiarore sulle cupole della cattedrale. Ma la nostra premura di partire prima del giorno venne mal compensata.

Nell’oscurità, noi e gli amici polacchi sulla loro macchina e con la loro bandiera, sbagliammo strada, e ci perdemmo fra i meandri delle fortificazioni, respinti da una sentinella all’altra. Verso le quattro ritrovammo finalmente la buona via militare della frontiera: una via così strana per le grosse pietre imbiancate alla calce e disposte simmetricamente lungo i bordi erbosi, fra i tronchi degli alberi, da sembrare una strada funeraria. Alle sei avevamo superato le 94 verste che ci separavano dall’Impero tedesco. Ecco Wierzholow, l’ultima città russa.

Avevamo impiegato quarantun giorni per attraversare l’Impero dello Zar, ove incontrammo le maggiori difficoltà del viaggio. Lo lasciavamo senza rimpianti, ma non senza simpatia. Molte volte avremmo dovuto abbandonare l’automobile e rinunziare al compimento dell’impresa, se non avessimo sempre trovato negli abitanti bontà, pazienza, ospitalità. Non potevamo ripensare ai momenti più critici della nostra traversata, senza che ci apparisse alla memoria la figura serena, mistica, evangelica del mujik, con la sua barba bionda, i capelli lunghi, intento a salvarci dal fango, dalla corrente dei fiumi, dalla fame talvolta.

La frontiera è segnata da un ponticello.

Ai due capi, attaccati a pali dipinti a fasce con i colori nazionali, due stemmi si fronteggiano: l’aquila con due teste guarda l’aquila con una testa sola. Una catena tesa sbarra l’ingresso del ponte. Ci fermiamo.

I nostri passaporti sono vidimati in un attimo. Ordini telegrafici hanno tutto predisposto per toglierci ogni imbarazzo. La dogana russa rilascia immediatamente il nulla osta. Possiamo ripartire. La catena viene abbassata davanti all’automobile, che s’inoltra lentamente fra i due Imperi. I gorodovoi di guardia ci salutano con rigidezza militare. La catena si risolleva rumorosamente dietro di noi. [p. 479 modifica]

Siamo in Germania.

Due gendarmi tedeschi, con l’elmo a chiodo, portano la mano alla visiera. In questo momento si approssima, frammisto al suono festoso di cornette, un rombo di motori: tre automobili compaiono veloci sulla strada tedesca.

In un istante ci sono vicine, si fermano, e da esse scaturisce il primo saluto teutonico: un triplice hoch! lanciato all’unisono da dieci voci, mentre dieci berretti si agitano in aria. Sono membri dell’Automobile Club Imperiale, della sezione di Königsberg, venutici incontro. Rispondiamo commossi. Da questo momento entriamo sotto una specie d’alto protettorato del Club Imperiale, protezione che ci accompagna da città a città, e ci offre l’ineffabile conforto d’una amichevole, cordiale accoglienza.

Anche a Wirballen le operazioni di dogana sono rapidamente terminate: un numero viene applicato all’automobile, e Borghese riceve un regolare permesso di libera circolazione sul suolo tedesco, accompagnato da una legale patente da chauffeur, rilasciatagli senza esame. Alle sette partiamo tutti per Königsberg, lontana 150 chilometri.

La strada è semplicemente meravigliosa, fiancheggiata da alberi sotto le cui ombre voliamo. Il sole, un po’ pallido ancora, filtrando fra i rami, risveglia un tremolìo di bagliori sulle nostre macchine. Attraversiamo Stallupönen, dalle vaste caserme rosse piene di elmetti dai chiodi scintillanti; poi Gumbinnen, Insterburg, Wehlau, tutte cittadine che intravvediamo appena nella fuga, linde, ordinate, con un’aria di fresco e di nuovo, come se fossero costruite adesso.

Infine Königsberg, ove giungiamo alle dieci, elegante, pittoresca, con le sue vecchie case dalla facciata a triangolo, con i suoi tetti scoscesi — sulla cui sommità l’amica cicogna medita immobile — con le sue cuspidi aguzze, e le fortificazioni antiche munite di ponti levatoi che non si sollevano più. Tutto passa vertiginosamente davanti a noi, in una confusione incantevole.

Siamo trattenuti a colazione in un albergo che non sapremmo [p. 480 modifica] ritrovare, dai colleghi del Club Imperiale. La folla si aduna alla nostra uscita, una folla disciplinata e seria, che ci saluta con degli hoch detti a tempo, degli hoch! corali. Una bambina, timidamente, ci porge dei fiori e fugge. Alle due siamo nuovamente sotto l’ombra degli alberi della grande strada maestra, e continua la visione vertiginosa d’un paesaggio che non ha il tempo d’imprimersi nella nostra memoria.

Sono villaggi graziosi come se qualche artista li avesse disposti per creare quadri in natura: laghetti, stagni che riflettono il folto di boschi, canali pieni di barche. Improvvisamente mandiamo un’esclamazione di meraviglia: vediamo all’orizzonte l’azzurro del mare.

È la laguna di Frische, iridata come un’immensa conchiglia. Lontano, al di là, sfuma il golfo di Danzica. In quell’azzurro soffuso veleggiano delle barche, dei puntini candidi sospesi. Salutiamo con gioia questo mare nutrito dall’Atlantico. Gli gridiamo: «Addio, vecchio mare nostrano! Ti portiamo i saluti del Pacifico!»

Alle tre passiamo Braunsberg; mezz’ora dopo, Elbing in festa: la popolazione celebra la domenica passeggiando nei parchi. Alle quattro ci si presenta un sogno medioevale: è Marienburg, col suo fantastico castello che Guglielmo ama tanto, evocazione impressionante di sette secoli or sono, imponente, grandioso, singolare, un po’ fortezza e un po’ cattedrale, circondato da antiche case fuor di piombo, che hanno l’aria di sporgersi sull’acqua del Nogat per specchiarsi nella sua calma.

Pochi minuti dopo, Marienburg è lontana, sparita. Ecco Dirschau, moderna, coi suoi ponti monumentali gettati sulla Vistola. Infine, Preussen Stargard, una cittadina modesta che pare c’inviti al riposo. È tardi e decidiamo di passar qui la notte, tanto ci seduce la quiete del luogo.

Parigi è a poco più di 1500 chilometri.




[p. - modifica]Il Principe Scipione Borghese e Luigi Barzini al loro arrivo a Berlino.