La leggenda di Tristano (1942)/Appendice/La morte di Tristano

Appendice - La morte di Tristano

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Appendice - Dal Tristano Corsini Nota
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LA MORTE DI TRISTANO

(cantare del sec. xiv)

1
     Po’ che e’ fu al castello arrivato,
l’amor lo strigne e forte lo travaglia,
peroch’egl’era molto tempo stato
senza Ysotta veder — se Dio mi vaglia — .
Ed un messaggio si ebe inviato,
che vada a Tintoil in Cornovaglia:
sicché non può piú la pena patire
che e’ non mandi a la reina a dire.
2
     E quando la reina questo intese,
che Tristan era in quelle contrade,
per un messaggio rispuose palese
che egli andasse a lei in veritade.
Sicché Tristan per lo cammin si mise,
tanto che e’ fu dentro a la cittade,
sicché uom del mondo nol sa e nol sente
se non Ysotta dal viso piacente.
3
     Quando messer Tristano andò a sua amanza,
non portò l’armadura suo sovrana,
se non la spada ed anche la suo lanza
che gl’avie dato la fata Morgana:
che la portò con seco per certanza,
ch’era fatata e cotanta villana.
Giunse Tristano a Ysotta fiorita
con quella lancia che i tolse la vita.

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4
     Molto grand’è l’alegrezza e il sollazzo
che Tristan fe’ colla gentil reina;
e tutta quella notte in braccio in braccio,
tutta la notte insino a la mattina;
ché lo re Marco non dá loro impaccio.
Tristano istá co la rosa di spina:
ché lo re Marco non ne sa niente
che Tristano vi fosse, o sua gente.
5
     Or venne a giorno che messer Tristano
colla reina Ysotta sollazzava:
sonava una viuola molto piano
messer Tristano, ed Ysotta ballava.
Cosí passando Abbruno villano
udí il suono, e a l’uscio si fermava;
e quando vidde quel Tristan piacente,
egli n’andò al re immantanente.
6
     E sí gli disse: «Nobile Signore,
Tristano è in zambra con madonna Ysotta;
e sta co lle’ in diletto e in amore,
e di vostra corona e’ non fa dotta».
E quando il re l’udí, cangiò il colore,
e gran dolore egli n’ebe alotta;
e disse: «Lasso, la mia vita grava!
Io veggio ben che Tristan non m’amava».
7
     E lo re Marco giá non fece resta:
andò a la camera e vidde Tristano;
e mise gl’occhi per una finestra,
colla lancia gli die’ un colpo villano.
Tristan, fedito a la parte sinestra,
isbigottito cadde a mano a mano;
il re, veggendo ch’è Tristan fedito,
subitamente da lui fu partito.

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8
     Quando Tristano si sente fedito,
sí dicea piagnendo a la reina:
«gentil madonna, io sono a tal partito!».
Ysotta, che di lagrime non fina,
di fasciallo non ebe il core ardito;
anzi piagnendo dicea: «tapina!»,
messer Tristan da lei si dipartía
e al castello Dinasso se ne gía.
9
     Po’ che e’ fu al castello arrivato,
puòsesi in letto e incominciò a gridare:
«o me dolente lasso isventurato!
or sono io morto e non posso altro fare:
ché lo re Marco m’ha sí inaverato
ch’altri che Iddio non mi può aiutare».
Dinasso e Sagramor pien di dolore,
sempre piagnevan cogl’occhi e col core.
10
     Dinasso e Sagramor ficion venire
molti maestri e medici a Tristano;
ma la fedita è sí sconcia — al ver dire —
che niuno promette farlo sano;
e cominciò alor forte a putire,
siché abandonan lo baron sovrano,
se non Dinasso e Sagramor amico,
che non l’abandonò com’io vi dico.
11
     Quando il re Marco senti la novella,
come Tristano era presso a la morte,
andonne a la reina, e sí favella;
«or sarò io sicur nella mia corte
né come prima vera la novella».
Dice parlando con parole accorte:
«Reina, or ti diparti da Tristano,
che tanto hae il tuo amor tenuto in mano».

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12
     E la reina per queste parole
non gli risponde, e piagne fortemente;
e lo re Marco, che non se ne duole,
sí la rampogna continuamente.
E la reina, ch’allor morir vuole,
sí dice al re: «Se muor Tristan piacente,
tal gente per suo amore ti fa omaggio
che, morto lui, ti fará danno e oltraggio».
13
     Istando la reina con dolore,
inanz’il re fortemente piangia;
e lo re Marco di dolor si muore,
pentendosi di ciò che fatto avia:
e sí dicea: «Reina, di valore
or ben s’abassa nostra signoria!
se Tristan muore, io non posso altro fare»,
e cominciava forte a lagrimare.
14
     Messer Tristan, che veramente muore,
disse a Dinasso: «Compagno valente,
vammi a re Marco, mio gentil signore,
e di’ che venga al misero dolente:
ché ogni senno del corpo mi muore;
per Dio, va’ tosto, compagno piacente!
anzi ch’io passi di questa mia vita
vegna a veder, per Dio, la mia finita».
15
Dolenti assai Sagramorre e Dinasso
per lo re Marco ciaschedun fu andato,
che venisse a Tristan, c’ha morte lasso;
onde il re Marco a caval fu montato:
quando giunse al Castel del Tristo Passo,
da ogni gente egl’era bestegnato,
dicendo: «Se Tristan muor, tua corona
oltraggio le fará ogni persona!».

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16
     Il re in su la sala si montava:
giunse a la camera ove Tristan era
e gran sospiri e gran pianto gittava,
e figurava il colore a la terra;
come io vi dico, ogni uom lo bestemmiava.
E quivi avea di cera gran lumera.
Giunse a Tristan, salutollo piagnendo;
e Tristan lui salutava ridendo.
17
     Quando Tristano vidde il re venire,
sopra del letto si volle rizzare;
ma avie perduto la lena e l’ardire,
sicché a seder non si potea levare.
In bassa boce parlò pien d’ardire:
«alto re Marco, ben possiate stare!
la morte mia, ch’avete disiata,
a vostra voglia me l’avete data».
18
     Forte piagnea il re inanzi al barone
dicendo: «Figliuol mio, or mi perdona,
che io ho fatto tale offensione
che ma’ non sará lieta mia persona».
E mentre che dicea questa ragione,
giú per lo viso lagrime gl’abonda;
sicché per questo tutta l’altra gente
piagner facíe sopra a Tristan piacente.
19
     Ora dice Tristano: «Non piagnete;
anzi vi priego che vui confortiate,
e prégovi, alto re, se voi volete,
ch’uno ricco gran dono mi facciate:
che la reina Ysotta, qual tenete
per vostra sposa, per lei mandiate;
sicché ella vegga mia vita finire».
Disse il re Marco: «Io la farò venire».

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20
     E tosto un messo manda alla reina,
pregandola ch’ella a Tristan venisse.
Ysotta, che di lagrime non fina,
tosto ubidí ciò che il messaggio disse:
missesi in via dicendo: «tapina,
messer Tristan, con teco mi morisse!
Tu ti morrai, ed avrai un dolore;
ma io morrò, vivendo, a tutte l’ore».
21
     Quand’ella fu al castello arrivata,
sí grand’è lo lamento che facea,
in mezzo d’altre donne scapigliata
ch’ogni altra gente lagrimar facea.
In sulla sala cadde strangosciata
per lo grande dolore ch’ella avea:
giunse a Tristan, ch’era molto gravoso,
con sí gran pianto scuro e doloroso.
22
     Quando Tristano la vidde venire,
dice: «Reina, alta stella chiarita,
da voi per forza mi convien partire,
ch’a questo mondo poco è piú mia vita».
Quando Ysotta l’udí cosí dire,
sopra a Tristano si gittò ismarrita;
sicché Tristano per lo gran dolore
sí ne perdé la favella e il sentore.
23
     E tramortito sta il baron sovrano:
nel letto in braccio tien madonna Ysotta;
e lo re Marco, c’ha duol prossimano,
no llo chiama e non fa motto alotta;
’nfin l’altro giorno non parlò Tristano;
po’ mise un grido che ogni uomo indotta;
«oggi convien che a mia morte vada!
recatemi il mio scudo e la mia spada».

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24
     E co’ lamento gli fu arecata:
e co’ lo scudo che ogni uom lagrimava.
Tristan la spada in mano s’arecava,
e lamentando assai la comendava:
«ispada mia, quanto se’ dotta istata!
Se dovunque n’anda’ io ti portava,
ora mi parto, e tu ti rimarai;
e per me colpo ma’ piú non darai!».
25
     Po’ si recava il forte iscudo in braccio
messer Tristan, che perduto hae la lena,
dicendo: «Scudo mio, merzé ti faccio,
ch’assai campato m’hai da mortal pena!
ora per mia follia da te mi spaccio,
che mi vien meno i passi ed ogni lena».
E s’inchinava l’elmo in sulla testa,
sicché ogni gente facíe piagner presta.
26
     Poi disse a Sagramore: «Amico caro,
quando sarò del secolo passato,
in Cammelotto andrai con pianto amaro
dinanzi a re Artú incoronato;
e l’arme mia, che giá tanto provaro,
gli donerai, contando in ogni lato
la morte mia a’ baron di Camellotto,
e sopra a tutti a messer Lancialotto».
27
     E la reina, che l’udi parlare,
dice: «Tristan, cuore del corpo mio,
se tu ti muori o come deggio fare?
pregar ti voglio per l’amor di Dio,
che dietro a te non mi deggi lasciare:
ché bene non avrebe il corpo mio;
anzi morebe in pene e in dolore,
a viver sanza te, o mio signore».

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28
     Messer Tristano dice alla reina:
«gentil donna, io muoio veramente!».
Ysotta che di lagrime non fina,
sopra a Tristan si gittò strettamente.
Messer Tristan, che giá morte gl’inchina,
sí forte abraccia Ysotta piacente,
che in corpo a ciascun si partie il core.
Cosí abracciati morir per amore.
29
     Quando il re Marco questo si vedea,
che Ysotta e Tristano trapassaro
di questa vita, co’ baron dicea:
«troppo mi costa questo fatto amaro!».
Qui sí grande lamento ogni uom facea,
che troppo d’alegrezza v’avie caro.
L’aria e la terra parie che piagnesse
d’Ysotta e di Tristan lagrime spesse.
30
     Tutta rinforça la doglia e il tormento
pur per Ysotta e per Tristan piacente.
Furon messi in un ricco munimento,
ben lavorato — se il cantar non mente —
di belle storie d’oro e d’ariento,
fatt’a figura molto sottilmente.
«qui giace Ysotta con messer Tristano»
dicon le scritte, secondo il Lucano.