L'incendio nell'oliveto/Capitolo II

Capitolo II

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II.


Zio Juanniccu tornò più presto del solito, quella sera. Con tanto freddo, non aveva che la giacca leggera, tutta abbottonata, col risvolto unto tirato sul collo rientrante fra le spalle. Senza togliersi le mani dalle tasche dei pantaloni battè col piede alla porta chiusa, pensando che se voleva poteva fabbricarsi non una ma cento chiavi, da aprire tutte le porte del mondo; ma non voleva: preferiva picchiare col piede e aspettare che la serva aprisse e magari lo rimbrottasse per essere tornato tardi; così non scontentava quelli di casa che amavano fargli subire queste umiliazioni. Umiliazioni? Non lo erano poichè in fondo non lo toccavano.

Fu lui che indugiandosi sulla porta, mentre un’ondata di vento impetuoso gli penetrava fino alle ossa e pareva lo [p. 37 modifica]volesse portar via, guardò dall’alto la servetta venuta ad aprire brontolando.

— Ebbene, cosa fa, non entra ? Se sta un altro po’ la chiudo fuori. Non sa che siamo sole, che il padroncino Agostino è rimasto laggiù?

Allora fu lui a chiudere bene la porta, scuotendosi d’un tratto da quella specie di sonnolenza che lo avvolgeva di continuo e lo separava dalla realtà. L’idea che l’altro uomo della casa era assente parve ridestargli un senso di responsabilità.

Si sentì, almeno per quella notte, capo di famiglia, protettore delle donne e dei ragazzi. Andò quindi a vedere come stava la madre. Era già a letto, la madre, nella camera in fondo illuminata solo dalla luce della stanza da pranzo: il suo viso immobile, nel cerchio della cuffia nera, pareva dipinto sul guanciale bianco: ma gli occhi erano aperti e vivi.

— Stato sei, dai Mura? — domandò sottovoce.

— Stato sono: la donna se ne va.

— Siamo sole in casa.

— Starò io, qui giù, alzato.

— Allora di’ alle ragazze che vadano a letto.

Egli tornò di là ma non osò dir nulla.

Sedette al posto che Annarosa, come [p. 38 modifica]faceva sempre, gli cedette. Gavino che s’era impossessato della scranna e della canna della nonna, batteva i tacchi sulla pietra del focolare, parlando con Mikedda di morti e di fantasmi.

— Speriamo che zia Paschedda muoia una notte quando il padroncino Agostino è in casa, — disse la serva. — Io ho sentito raccontare una volta, da una zia vecchia, che prima di andarsene i morti passano a far visita ai loro parenti. Sì, questa zia vecchia dice che stava una sera accanto al fuoco, ed ecco viene a trovarla un suo cugino, un pastore che viveva sempre nell’ovile. Ebbene, che nuove, cugino mio? Eh, nuove vecchie, cugina mia: le vacche hanno figliato e si comincia a mungere il latte. E così parlano, a lungo: finchè lui se ne va. L’indomani questa zia vecchia viene a sapere che il cugino era morto quella stessa notte.

Gavino sogghignava tra l’incredulo e lo spaurito; d’un tratto si volse guardando verso la cucina buia.

— Eccola che viene, zia Paschedda.

E la serva diede un grido: allora zio Juanniccu credette bene d’intervenire; gli sembrò di poter fare un discorso energico per correggere la superstizione della ragazza e, nello stesso tempo, far intendere [p. 39 modifica]a Gavino che non bisogna burlarsi delle cose serie e delle persone semplici; ma volgendosi un poco vide Annarosa seduta accanto alla tavola, preoccupata, col viso sulla mano, e non seppe dire che queste parole:

— Andatevene a letto: sto qui io.

Gavino si ostinava a parlare di cose paurose.

— Mikedda, racconta chi altri, dei morti, è andato a visitare i parenti: chi sa se mio padre è venuto; io ero piccolo, non ricordo; voi ricordate niente, zio Juanniccu?

Zio Juanniccu s’inteneriva, ogni volta che il ragazzo, povero piccolo orfano, si rivolgeva per qualche cosa a lui: cercò di ricordarsi; per fargli piacere pensò di dirgli che sì, il padre era tornato a visitare i parenti; ma vedeva Annarosa, immobile accanto alla tavola, con gli occhi pieni d’ombra, e ripetè soltanto:

— Andatevene a letto: è ora.

Fu lei la prima a dargli retta: s’alzò e toccò la spalla a Gavino, invitandolo a seguirla; il ragazzo continuava a battere il piede sulla pietra del focolare, finchè lo battè così forte che si fece male e cominciò a lamentarsi dicendo che s’era rotto un dito. [p. 40 modifica]

— Ho la scarpa piena di sangue, non vedi, non vedi?

E lo zio gli tolse la scarpa e la scosse, come per farne cadere il sangue che non c’era: poi gli tolse anche la calza denudando il piede bianco con le unghie nere, e gli palpò le giunture; infine si assoggettò a portarlo fino al piano di sopra sulle sue spalle, e quel peso e la stretta delle ginocchia del ragazzo ai suoi fianchi gli spremevano dagli occhi lagrime di tenerezza. Però pensava: sono ubriaco, forse, — e questo pensiero smorzava la sua commozione.

Lasciò il ragazzo sull’orlo del suo lettino e attraversò le camere in punta di piedi come fosse in casa altrui; ma tornato giù sedette sulla scranna che aveva l’odore di fracido della vecchia madre.

Eccolo dunque solo davanti al fuoco, padrone di tutto il camino. Poteva scaldarsi come voleva, muoversi da una parte e dall’altra senza essere osservato; il velo d’ombra che la sua presenza spandeva intorno era svanito; si sentiva felice, d’una gioia muta, come un bambino lasciato solo in casa. Pensò infatti che poteva andare in cucina e frugarvi. Gli pareva di essere diventato lieve, con le membra sgranchite dal calore del fuoco. Aprì i [p. 41 modifica]cassetti della tavola, aprì l’armadio; tutto era tale e quale come quando bambino egli frugava da per tutto nonostante gli ordini severi della madre.

Ancora c’erano i vecchi piatti gialli a sanguisughe nere, e certi boccali bianchi e azzurri che non erano mai serviti a niente, e il vaso di creta per l’olio, e il canestro, annerito, per il pane della serva. Ed egli non toccò nulla, come non toccava nulla quando era bambino: aveva ancora la stessa paura, lo stesso rispetto, per la madre, per la famiglia: gli bastò di poter aprire gli sportelli dell’armadio come le imposte della finestra del passato.

Del resto Mikedda gli aveva lasciato da mangiare e da bere sulla tavola di cucina. Bevette e tornò davanti al camino; spense il lume e rattizzò il fuoco. Di sopra i rumori cessavano. Un passo, uno scricchiolìo di sedie; il cigolìo dell’armadio di Annarosa; un altro passo, poi silenzio.

Egli cominciò a sognare: gli pareva di viaggiare, sulla scranna della madre, come in una piccola barca, giù per un fiume calmo arrossato dal tramonto. Giù, giù, la corrente lo trasportava; tutto era facile, e laggiù si delineava una riva dov’egli, sbarcando, avrebbe potuto [p. 42 modifica]ricominciare la vita, andare a scuola, come Gavino, diventare un uomo ricco e rispettato. Tutto gli era facile, poteva fare l’avvocato o il medico, l’industriale o il professore; tutto per lui era eguale. La vita ricomincia ogni giorno: basta aspettare l’alba tranquilli, buttando via indietro tutto il passato come si buttano le cose rotte.

— Ho una buona sbornia, stanotte, — pensò riavendosi.

Gli parve di sentire la madre a chiamarlo; si alzò di nuovo e si avvicinò all’uscio. Il chiarore del fuoco illuminava, attraverso le colonne dell’ombra della scranna, la camera silenziosa. La vecchia teneva ancora aperti gli occhi e con la mano fuori delle coperte gli accennava di avvicinarsi.

— Juanniccu, è chiusa la porta di strada?

— Chiusa è.

— Sei certo? Va a vedere.

Sebbene fosse certo di aver chiuso, obbedì, anzi guardò due volte, poi tornò nella camera, col suo passo silenzioso, e a un cenno di lei, che aveva sollevato la testa sul guanciale scuotendola un poco per liberare le orecchie dalla cuffia, sedette accanto al letto guardando verso il fuoco della stanza attigua.

Tutto il ceppo era divenuto una brage, [p. 43 modifica]con un germoglio di fiamma azzurrognola in cima; e aveva la forma di un cuore, palpitante nel silenzio della casa.

— Devo domandarti una cosa, Juanniccu: ma rispondimi franco. Fra Annarosa e Gioele Sanna cosa c’è stato?

— Cosa c’è stato? — egli ripetè, interrogando se stesso. — Niente: hanno fatto all’amore.

— E dici niente, idiota? — ella esclamò sbalordita e sdegnata; poi riabbassò la voce. — Per te tutto è niente, perchè sei avvezzo a sragionare. Ma adesso capisco tutto: la ragazza piangeva, oggi. Io non l’avevo mai veduta piangere.

— Le donne piangono di nascosto.

— Annarosa è una ragazza seria. Rideva un giorno quando si parlava di quel ragazzo.

— Annarosa è una ragazza che vede le cose giuste; e ride quando c’è da ridere e piange quando c’è da piangere.

— Non sragionare, ti ripeto! Io non posso credere che Annarosa abbia dato retta al figlio del fabbro. Oggi stesso mi parlava di decoro, lei; è una ragazza che non si abbassa a male azioni. Però, — aggiunse inquieta, — oggi piangeva. Tu dunque credi davvero che i due ragazzi abbiano avuto relazione? [p. 44 modifica]

— L’hanno avuta e l’hanno ancora. Si scrivono.

— Signore! Signore! Che cosa mi dici?

Egli rise, lievemente, un riso assonnato che irritò ancora di più la vecchia.

— E ridi anche, e ridi!

— Rido perchè è una cosa da niente.

— Per voi, tutte son cose da niente. Ma la vita è fatta di cose da niente, che poi diventano serie; la coscienza non deve trascurarne una, neppure la più piccola. E dunque, se la ragazza piangeva, oggi, vuol dire che la cosa non è lieve. Son vecchia, e sebbene mi si tenga da voi tutti all’oscuro come una carcerata, vedo e capisco tutto. E capisco dunque che adesso bisogna pensare sul serio ad Annarosa e aiutarla a trovare la sua strada.

— La sua strada è quella.

— Quale?

— Di lasciarle fare quello che vuole.

— Ah, Signore mio! Non si può parlare con te. Tu parli così, e sei così, disgraziato, appunto perchè sempre ti abbiamo permesso di fare quello che volevi. L’esempio tuo ci valga. E dunque, — riprese dopo un momento di esitazione, — bisogna assolutamente impedire che Annarosa e Gioele si scrivano e si vedano. La donna è fragile. [p. 45 modifica]

— Si vedano o non si vedano è lo stesso.

— Cosa vuoi dire, idiota?

Egli non rispose subito, questa volta.

Abbassò molto la testa sul petto e si toccò i bottoni della giacca, si frugò in tasca, si palpò le braccia e i fianchi: non riusciva a trovare le parole adatte ad esprimere i pensieri che in quel momento gli si aggrovigliavano nella mente: no, non è una cosa egualmente facile capire le cose e spiegarle.

— Ecco, io dico, a mio parere, che bisognerebbe lasciar fare a ciascuno quello che vuole. Tanto è lo stesso; quello che si vuol fare si fa. La donna è fragile, e anche l’uomo. Siamo tutti fragili. Non importa nulla, neppure la coscienza, che è nulla anch’essa. Si vive, si muore; si fanno tanti sforzi per riuscire a questo, per privarci di quello, e poi si muore. E se quei due ragazzi si vogliono amare e si vogliono sposare, perchè volete voi impedirlo? E lasciate che si amino, e lasciate che si sposino.

— Signore Dio mio, chi può ragionare con te? È questo l’aiuto che dài! Vattene adesso, va.

Ma egli restava lì, un po’ desolato.

— Aiuto? È che noi non possiamo far niente. Cosa si può fare? [p. 46 modifica]

— Va, va, — ella gli impose con sdegno, agitando la mano; ed egli si ritrasse un poco, quasi per paura che quella mano lo colpisse; ma non se ne andò, nè parlò più, sebbene ella continuasse a brontolare. Poi a poco a poco la vide calmarsi, chiudere gli occhi e assopirsi. In fondo era contento della prova di fiducia ch’ella gli aveva dato, e, per conto suo non si inquietava per Annarosa: al momento opportuno Annarosa avrebbe rotto la relazione con Gioele e accettato la domanda di Stefano. E la vita di lei bene o male sarebbe passata egualmente, come bene o male passa la vita di tutti.

Quando vide la madre addormentata, andò di nuovo in cucina, bevette ancora, infine tornò accanto al fuoco.

Nella gola del camino ronfava l’ansito del vento. Soffiava anche il levante, adesso, e combatteva con la tramontana; tutti e due i venti venivano dalle montagne e il loro soffio, penetrando nella gola del camino come attraverso una canna d’organo, vi destava una musica cupa e impetuosa che raccontava il dolore e le lotte dell’inverno fra i boschi e le roccie lassù.

Dolore e lotte grandi: guerra degli elementi fra di loro e contro la terra immobile, spasimo d’odio e di distruzione [p. 47 modifica]dell’aria contro la vegetazione, dopo i loro amori nel tempo dolce passato. Eserciti di nuvole marciano sull’orizzonte, ai comandi del vento, lanciando le loro pioggie implacabili e la grandine e la neve sulla montagna che ne piange tutta coi suoi torrenti.

I boschi si piegano rombando una cupa protesta. Ma la montagna resiste, pure piangendo; e i torrenti riportano l’acqua al mare, e i profili delle roccie incisi sul grigiore dell’orizzonte hanno un sogghigno di sfida, una fermezza di mostri invincibili. E la notte passa, ma neppure la luce del giorno riesce a mettere d’accordo gli elementi che pare si debbano odiare in eterno.

Invece l’uomo seduto davanti al camino sa che tutto è destinato a passare; si placherà il vento, tacerà il bosco stanco; ritornerà la quiete, ritornerà la tempesta e di nuovo la quiete ancora; tutto sta ad aspettare, fermi come la radice della montagna, senza dare troppa importanza alle cose che succedono fuori di noi: fermi, tranquilli, intendendo tutto e spiegandoci tutto.