Istoria del Concilio tridentino/Libro sesto/Capitolo II

Libro sesto - Capitolo II (febbraio - 6 aprile 1562)

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CAPITOLO II

(febbraio-6 aprile 1562).

[Il Lansac inviato a Roma per assicurare il papa sulla politica religiosa della corte di Francia. — Conferenza religiosa di Saint-Germain. — Convegno di Saverne dei Guise coi protestanti di Germania: apprensioni destate in Roma. — Sessione decimottava. Questione di precedenza fra il Portogallo e l'Ungheria. Decreto sull’indice dei libri. Censure mosse ad esso. — Congregazione per trattare del salvocondotto: si rinnova quello del 1552 ai protestanti tedeschi, con promessa di estenderlo a tutte le nazioni dissidenti. — Articoli di riforma proposti in congregazione dai legati. — Ricevimento degli ambasciatori di Filippo II, di Cosimo di Toscana, dei cantoni cattolici svizzeri e del clero d’Ungheria.]

Gionse a Roma Luigi San Gelasio, signor di Lansac, mandato di Francia espresso per dar conto al pontefice dello stato del regno. Questo prima disse che, vedendo il re la gran sollecitudine con che il papa procedeva nel fatto del concilio, aveva disegnato monsignor di Candalla ambasciator a quella volta, e fatto partir ventiquattro vescovi, de’ quali gli diede la lista. Gli narrò tutto il successo in Francia dopo la morte di Francesco, e la necessitá di proceder con temperamento, cosí perché le forze non erano bastanti per camminar con rigore, come anco perché, quando fossero state tali, bisognava metter mano nel sangue delli piú nobili, che averebbe alienato tutto il regno e redotto le cose a peggior stato; che il re non aveva speranza se non nel concilio, quando tutte le nazioni, eziandio li alemanni, v’intervenissero, perché, fermata la religione in Germania, non dubitava di far l’istesso in Francia; ma trattar dell’impossibile, che si possi far condescender ad accettar li decreti del concilio a quelli che non saranno intervenuti: che li protestanti francesi non potranno [p. 341 modifica] separarsi dalli tedeschi. Però supplicava Sua Santitá che, quando per sodisfarli non si trattasse altro che del luoco, della sicurezza e della forma di procedere, gli piacesse condescendere al voler loro, per il gran ben che ne seguirebbe. Rispose il papa: prima, quanto al concilio, che egli da principio del pontificato fu risoluto congregarlo; che la difficoltá è stata interposta dal canto dell’imperatore e re di Spagna; con tutto ciò ambidua v’hanno di presente ambasciatori e prelati; che non restano se non li francesi, che piú di tutti hanno bisogno del concilio; che non ha tralasciato alcuna cosa per invitar li tedeschi protestanti, eziandio con qualche indignitá di quella Sede; che continuerá; e sicurezza non mancherá loro, quanta e quale sapranno richiedere. Non li pare giá onesto sottoporre il concilio alla discrezione de’ protestanti; ma ricusando essi di venirci, non doversi restar di camminar inanzi, massime essendo giá ben inviati. Ma quanto alle cose fatte in Francia, in poche parole rispose non poterle laudare, e pregar Dio che perdoni a chi causa tanti inconvenienti.

E averebbe il pontefice passati quei termini, quando avesse saputo quello che in Francia si faceva, mentre Lansac li rappresentava le cose fatte. Imperocché a’ 14 febbraro in San Germano la regina diede ordine che li vescovi di Valenza e di Seez e li teologi Buteillier, Despenzeo e Picherello consultassero insieme che cose si potessero fare per principio di concordia. Li quali proposero gl’infrascritti capi: che fosse in tutto e per tutto proibito fare effigie della santa Trinitá e di persona non nominata nelli martirologi accettati dalla Chiesa; che alle immagini non siano poste corone, vesti né voti o vero oblazioni, né portate in processione, eccetto il segno della santa Croce. Di che anco pareva che restassero satisfatti li protestanti, se bene quanto al segno della santa Croce facevano qualche repugnanza, con dire che Constantino fu il primo che lo propose da adorare, contra l’uso della antica Chiesa. Ma Nicolò Malbardo, decano della Sorbona, insieme con altri teologi si opposero, defendendo l’adorazione delle immagini, se ben confessava che dentro vi fossero di molti abusi. [p. 342 modifica]

L’istesso mese Navarra scrisse all’elettor palatino, duca di Virtemberg e Filippo di Assia, avvisando che, quantunque non s’avesse potuto convenire nel colloquio di Poissi, né in quest’ultimo in materia delle immagini, egli però era per adoperarsi sempre per la riforma della religione, ma introducendola a poco a poco, per non turbar la pubblica quiete del regno. In quel tempo istesso il duca di Ghisa e il Cardinal di Lorena andarono alle Taverne, castello del vescovo d’Argentina, e vi convenne Cristoforo duca di Virtemberg con li ministri confessionisti. Per tre giorni furono insieme, ed esplicarono al duca il favor fatto alla confessione augustana nel colloquio di Poissi, e la repugnanzia delti riformati francesi in accettarla, ricercando che la Germania si unisse a loro per impedir la dottrina di Zuinglio, non per impedir l’emendazione della religione, la qual desiderano, ma solamente acciò non pigli radice un veneno pestifero, non solo in Francia, ma anco in Germania. Il che fu fatto da loro, acciò, instando la guerra, potessero aver facilmente aiuti, o almeno quelli fossero negati alla parte contraria. Questo abboccamento generò gravissimi suspetti in Roma, in Trento e anco in Francia. Il cardinale e li aderenti suoi si giustificavano che fosse per beneficio della cristianitá, per aver favore anco da protestanti di Germania contra li ugonotti di Francia. È anco fama che il Cardinal desiderasse veramente qualche unione nella religione con Germania, e che sí come aborriva dalla confessione di Genéva, cosí inclinasse all’augustana e desiderasse vederla piantata in Francia. È ben cosa certa che, dopo finito il concilio tridentino, egli diceva aver altre volte sentito con quella confessione; ma dopo la determinazione del concilio essersi acquietato a quella, convenendo ad ogni cristiano cosí fare. Per le prediche che pubblicamente si facevano in Francia, con tutto che nascessero sedizioni in diversi luochi che impedivano l’aumento de’ riformati, nondimeno si trovò che in questo tempo erano costituite duemilacentocinquanta radunanze, che dimandavano chiese.

In Trento, venuto il 26 febbraro, congregati nella chiesa [p. 343 modifica] li padri, si tenne la sessione. Cantò la messa Antonio Elio patriarca di Gerusalem, fece l’orazione Antonio Coco arcivescovo di Corfú. Finita la messa, dovendosi legger li mandati de’ principi (che, se ben letti in congregazione, era stile leggergli anco in sessione), nacque difficoltá tra li ambasciatori di Ongaria e Portogallo, pretendendo ciascuno d’essi che il suo fosse letto inanzi, come di re piú eminente. La precedenza tra le persone non poteva far nascer difficoltá, sedendo il Portogallo, come secolare, alla destra del tempio, e l’ongaro, come ecclesiastico, alla sinistra. Li legati, dopo aver consultato, pubblicarono che li mandati si leggerebbono per l’ordine che erano stati presentati, e non secondo la dignitá de’ prencipi. Fu anco letto un breve del pontefice, che rimetteva al concilio la materia dell’indice; il quale fu in Roma fabbricato perché, essendo giá da Paulo IV, come è stato narrato, stabilito un indice, quando in quello avesse il concilio posto mano, s’averebbe potuto argomentare superioritá: però giudicarono che dal papa gliene dovesse spontaneamente esser data facoltá per prevenir quel pregiudicio. Il patriarca celebrante lesse il decreto, la sustanza del qual era: che la sinodo, pensando di restituir la dottrina cattolica alla sua puritá e ridur li costumi a miglior forma, essendo accresciuto il numero de’ libri perniciosi e suspetti, né avendo giovato il rimedio di molte censure fatte in varie provincie e in Roma, ha deliberato che alcuni padri deputati sopra ciò considerino, e a suo tempo riferiscano alla sinodo, quello che sia bisogno far di piú, a fine di separare ed estirpare il loglio dalla buona dottrina, levar li scrupoli dalle menti e togliere le cause di queremonie di molti; ordinando che ciò sia con quel decreto pubblicato alla notizia di tutti, acciò se alcun penserá aver interesse cosí nel negozio de’ libri e censure, come in ogni altro che si averá da trattare in concilio, sia certo che sará udito benignamente. E perché la sinodo di core desidera la pace della Chiesa e che tutti conoscano la comune madre, invita tutti quelli che non comunicano con lei alla reconciliazione e concordia, e a venir alla sinodo, da quale saranno abbracciati con ogni uffici di [p. 344 modifica] caritá, sí come con li medesimi sono invitati; e di piú ha decretato che nella congregazione generale si possi conceder salvocondotto del medesimo vigore e forza, come se fosse dato nella pubblica sessione.

Finito di legger il decreto, il quale portava per titolo della sinodo: «Santa ecumenica e generale, nello Spirito santo legittimamente congregata», l’arcivescovo di Granata ricercò che si vi aggiongesse: «rappresentante la Chiesa universale», secondo che dalli concili ultimamente celebrati fu servato. L’istesso dopo lui ricercò Antonio Parragues arcivescovo di Cagliari, e furono seguiti da quasi tutti li prelati spagnoli, li quali fecero instanza che la loro richiesta fosse notata negli atti: né a questo gli fu contradetto o pur risposto; ma per fine si ordinò la seguente sessione per li 14 maggio.

Il decreto fu posto in stampa, non solo per esser giá costume, come perché era fatto per andar a notizia di tutti; e fu generalmente da ogni sorte di persone censurato. Si ricercava come la sinodo chiamava li interessati nelle cose che in concilio si dovevano trattare, se quelle non erano sapute e per lo passato tutto s’era trattato fuori dell’espettazione; chi voleva indovinare che cosa fossero li legati per proporre, poiché essi medesimi non lo sapevano, aspettando le commissioni da Roma? Similmente li interessati nella conservazione di qualche libro come potevano saper che si trattasse cosa contra di quello? La generalitá della citazione e la incertezza della causa dovevano constringere ogni persona ad andar a Trento, non essendovi alcuno senza interesse in qualche particolare, del quale era possibile assai che se ne trattasse. Generalmente era concluso che fosse un chiamare in apparenza ed escludere in esistenza. Tra queste cose non lodate trovavano da commendare la ingenua confessione della sinodo che le passate proibizioni avevano partorito scrupoli negli animi e dato cause di querele. Oltre questo, in Germania fu presa in suspetto quella parte dove la sinodo in sessione concede a se stessa in congregazione generale autoritá di dar salvocondotto: non era intesa la differenzia, convenendo le medesime persone in ambidoi li [p. 345 modifica] congressi, se non fosse perché in sessione fossero con le mitre, in congregazione con le berrette: e per qual causa, se il salvocondotto non si poteva spedir allora, non far una sessione espressamente per questo? Riputavano in somma che qui sotto fosse coperto qualche gran misterio, se ben li piú sensati tenevano fermo la sinodo esser certa che nessun protestante, con ogni sorte di salvocondotto, sarebbe andato a Trento, salvo che con forza; come avvenne del 1552 per la risoluta volontá di Carlo, cosa che non si poteva piú metter in pratica.

Rescrisse il pontefice all’avviso delli legati che non fossero invitati a penitenzia con promissione di perdono gli eretici, imperciocché, essendo stato ciò fatto una volta da Giulio III e l’altra da Paulo IV, non se n’era veduto buon esito. Degli eretici che sono in luoco di libertá, nessun l’accetta; quelli che sono in luochi dove l’inquisizione ha vigore, se temono poter esser scoperti, ricevono il perdono fintamente per assicurarsi del passato, con animo di far peggio piú cautamente. Quanto al salvocondotto, lodava che si dasse a tutti quelli che non sono sotto l’inquisizione, ma che questa eccezione non si esprimesse, atteso che, quando Giulio concesse il suo perdono, eccetto alti soggetti all’inquisizione di Spagna e di Portogallo, vi fu molto che dire, e passò con poca riputazione, quasi che il papa non avesse ugual potestá sopra quell’inquisizione come sopra le altre; ma il modo d’esprimerlo lo rimetteva a quello che fosse piú piaciuto alla sinodo. Quanto alla forma, lodava quella che fece il concilio del 1552 alla Germania, poiché era giá veduta, e sotto quella fede tanti protestanti erano andati in quell’anno a Trento. Intorno l’indice, ordinò che si seguitasse dalli deputati, operando sin che si offerisse occasione di decretare pubblicamente, senza opposizione d’alcun principe.

Venuta la risposta il 2 marzo, nel seguente giorno fu tenuta congregazione per risolvere se il perdono generale si dovesse pubblicare e concedere il salvocondotto, e sopra la forma dell’uno e dell’altro; e il dí 4 dopo longhe dispute fu concluso, avendo li legati, senza interessar l’autoritá del papa, [p. 346 modifica] fatto cader la deliberazione dove egli mirava. Fu tralasciato di parlar d’invitar a penitenzia, per le ragioni a Roma portate. Molto fu disputato se si doveva dar salvocondotto nominatamente a’ francesi, anglesi e scozesi; fu anco chi mise a campo li greci e altre nazioni orientali. Di questi presto si vidde che li pover’uomini afflitti in servitú non potevano, senza pericolo e senza esser sovvenuti di denari, pensar a’ concili; e poi alcun anco diceva che, essendo nata la divisione de’ protestanti, era ben lasciar dormir quell’altra e non la nominare, allegando il pericolo del mover in un corpo li umori cattivi che sono in quiete. Il dar salvocondotto ad anglesi, non lo richiedendo né essi né altri per loro, era con grand’indignitá. Delli scozesi piaceva, perché la regina l’averebbe dimandato; ma era bene far prima venir la dimanda. Di Francia si metteva dubbio se il conseglio regio dovesse averlo per bene o no, parendo che fosse una dechiarazione che il re avesse rebelli. Della Germania non si poteva dubitare, essendogli altre volte concesso; ma quando a quella sola si dasse, pareva che s’avessero gli altri per abbandonati. Ad una gran parte piaceva che si concedesse assolutamente a tutte le nazioni; ma li spagnoli s’opponevano, ed erano dalli legati favoriti e da altri, consci della volontá del papa, con grand’indignazione di quelli a’ quali pareva farsi illazione che il concilio non fosse superiore all’inquisizione di Spagna. Tutte le difficoltá in fine furono superate, e formato il decreto con tre parti. Nella prima è dato salvocondotto alla nazione germanica in quella forma appunto di parola in parola che del 1552. Nella seconda si dice che la sinodo dá salvocondotto, nella medesima forma e parole come è dato alli tedeschi, a ciascun di quelli che non hanno comunion di fede con lei, di qualunque nazione, provincia, cittá e luochi dove si predica, insegna e crede il contrario di quello che sente la Chiesa romana. Nella terza, che quantunque non paiano comprese tutte le nazioni in quella estensione (il che per certi rispetti è stato fatto), però non s’ha da pensare esclusi quelli che di qualunque nazione vorranno pentirsi e ritornar al grembo della Chiesa; il che la sinodo desidera esser [p. 347 modifica] fatto a tutti noto. Ma, per esserci bisogno di deliberar con maggior diligenza in che forma se gli debbi dar il salvocondotto, gli è parso differir ciò ad altro tempo, per considerarci piú accuratamente, avendo per ora stimato bastare che fosse provvisto alla sicurezza di quelli che pubblicamente hanno abbandonato la dottrina della Chiesa.

Fu il decreto immediate stampato, come conveniva a cosa fatta per esser dedutta in notizia di tutti: però il concilio non servò la promessa di trattare o pensare la forma di dar salvocondotto a quelli del terzo genere; anzi nello stampare tutto il corpo del concilio insieme, questa terza parte fu tralasciata fuori, lasciando alla speculazione del mondo, perché promettere di provveder a quelli ancora e farglielo noto in stampa, con desiderio che fosse da tutti saputo, e poi non l’eseguire, anzi procurar di ascondere quel disegno che allora affettavano manifestare.

Li ambasciatori dell’imperatore sollecitarono li legati a far la riforma, a scriver alli protestanti esortandogli a venire al concilio, come fu fatto al tempo del basiliense con li boemi. Risposero li legati che giá quaranta anni tutti li prencipi e populi sempre hanno chiesto riforma, né mai s’è trattato capo alcuno di quella, che essi medesimi non abbiano attraversato e opposto impedimenti; che hanno anco constretto abbandonar l’opera; al presente s’attenderá alla riforma per quello che tocca l’universale delle nazioni cristiane; ma per quello che aspetta al clero di Germania, che ne ha piú di tutti bisogno, la riforma del quale anco l’imperatore principalmente aspetta, non vedevano come poterla fare, poiché li prelati tedeschi non erano venuti al concilio: e che quanto allo scriver a’ protestanti, avèndo essi risposto alli nonci del papa con indecenza tanto esorbitante, non si potrebbe aspettar se non che rispondessero alle lettere della sinodo in modo peggiore.

Alli 11 marzo proposero li legati in congregazione generale dodici articoli, per dover esser studiati e discussi nelle seguenti congregazioni.

1. Che provvisione si potrebbe fare, acciocché li vescovi [p. 348 modifica] e altri curati risedino nelle chiese loro, né si assentino da quelle se non per cause giuste, oneste, necessarie e utili alla Chiesa cattolica.

II. Se sia espediente provvedere che nessun sia ordinato, se non a certo titolo di alcun beneficio, essendosi scoperti molti inganni che nascono dall’ordinare a titolo del patrimonio.

III. Che per l’ordinazione non sia ricevuta alcuna cosa, né dagli ordinatori, né da loro ministri o notari.

IV. Se si debba conceder alli prelati che nelle chiese dove non sono distribuzioni quotidiane, o vero per la loro tenuitá non sono stimate, possino convertir in distribuzioni alcuna delle prebende.

V. Se le parrocchie grandi, che hanno bisogno di piú sacerdoti, debbino aver anco piú titoli.

VI. Se i benefici curati piccioli, che non hanno sufficiente entrata per il vivere del sacerdote, si debbiano riformare facendo di piú uno.

VII. Che provvisione s’ha a fare circa li curati ignoranti o viziosi: se sia ispediente darli coadiutori o vicari idonei, con assegnazione di parte delle entrate del beneficio.

Vili. Se si deve conceder all’ordinario di transferir nelle chiese matrici le cappelle rovinate, che per povertá non si possono reedificare.

IX. Se si deve conceder all’ordinario che visiti li benefici andati in commenda, se ben sono regolari.

X. Se si devono irritare li matrimoni clandestini che all’avvenire saranno contratti.

XI. Che condizioni si debbino assignare, acciò il matrimonio non sia clandestino, ma contratto in faccia della Chiesa.

XII. Che provvisione si debbe far intorno li grandi abusi che causano li questuanti.

Appresso di questi fu dato alli teologi l’infrascritto punto da studiare, per doverlo discutere in una congregazione propria per questo: «Se, sí come Evaristo e il concilio lateranense hanno dechiarato che li matrimoni fatti in occulto non siano reputati validi nel fòro e quanto alla Chiesa, cosí il concilio [p. 349 modifica] possi dechiarare che assolutamente siano nulli, in maniera che l’occultazione e secretezza sia posta tra gli altri impedimenti che annullano il matrimonio».

In questo mentre, essendosi scoperto in Germania che protestanti trattavano una lega e si facevano qualche provvisioni di soldati; l’imperator scrisse a Trento e al papa ancora che in concilio si soprassedesse, sin tanto che apparisse a che termine fosse per arrivare quel moto: per il che il rimanente del mese, per questa causa, e per esser li giorni santi, si passò tutto in ceremonie.

Il dí 16 fu ricevuto Francesco Ferdinando d’Avalos marchese di Pescara, ambasciator del re cattolico, in congregazion generale: e letto il mandato, fu fatta per suo nome un’orazione, con dir in sustanzia che, essendo il concilio unico rimedio per i mali della Chiesa, con ottima ragione Pio IV l’ha giudicato necessario in questi tempi: al quale Filippo re di Spagna sarebbe personalmente intervenuto per dar esempio agli altri principi; ma non potendo, ha mandato il marchese per assistervi e favorirlo in tutto quello che il re può; sapendo che se ben la Chiesa è difesa da Dio, ha però bisogno alle volte di qualche aiuto umano. Che l’ambasciatore non giudica esservi bisogno di esortar la sinodo, conoscendo l’incredibile e quasi divina sapienza di quella: vede giá li fondamenti ben gettati, e le cose che al presente si trattano maneggiate con arte che lenisce e non esaspera: onde, sperando che le azioni avvenire corrisponderanno, solo promette ogni ufficio, opera e grazia del re. Rispose il promotor per nome del concilio che la venuta dell’ambasciator d’un tanto re aveva gionto animo e speranza alla sinodo che li remedi per li mali della cristianitá saranno salutari; però abbraccia la Maestá sua con tutto l’animo, li rende grazie, si offerisce corrispondere alli meriti di lei e far tutto quello che sia in onor suo; e riceve, come debbe, il mandato.

Nella congregazione delli 18 fu recevuto l’ambasciatore de Cosmo duca di Fiorenza e Siena; il quale, letto il mandato, fece l’orazione, nella quale si dilatò a mostrar la congionzione [p. 350 modifica] del suo duca col pontefice; esortò li padri a purgar la Chiesa ed esplicar la luce della veritá insegnata dagli apostoli, offerendo loro tutti gli aiuti del suo duca, sí come egli li aveva offerti al pontefice per conservazione della maestá della sede romana. Respose il promotor per nome della sinodo con rendimento di grazie, fatta commemorazione reverente di Leon X e Clemente VII, soggiongendo che peraltro non era congregata né ad altro attendeva, se non a levar ogni dissensione, scacciate le tenebre dell’ignoranzia e manifestata la veritá.

Nella congregazione delli 20 furono ricevuti Melchior Lussi, ambasciator delli svizzeri cattolici, insieme con Gioachino proposto abbate, per nome degli abbati e altri ecclesiastici di quella nazione. Per nome de’quali fu fatta un’orazione di questa sustanzia: che i consuli de’ sette cantoni per il debito filial verso la Chiesa hanno voluto mandar oratori per assistere al concilio e prometter obedienza, e far a tutti noto che non cedono ad alcuno in desiderio di aiutar la sede romana, come per il passato hanno fatto nei tempi di Giulio II e Leon X, e quando combatterono con li cantoni vicini per difesa della religione, ucciso il nefandissimo inimico della Chiesa Zuinglio, e ricercato tra gli uccisi il cadavero di quello, e abbruggiatolo, per testificare di dover aver guerra irreconciliabile con gli altri cantoni, mentre saranno fuori della Chiesa; poiché sono posti ai confini d’Italia come una rocca per impedire che il male settentrionale non penetri nelle viscere di quella regione. Fu dalla sinodo per bocca del promotore risposto che le opere degne e la pietá verso la sede apostolica della gente elvetica sono molte e grandi, ma nissun ossequio e ufficio piú opportuno, quanto la legazione mandata e l’offerta alla sinodo, la quale si rallegra della venuta degli ambasciatori, avendo molta speranza, oltra la protezione dell’imperatore, re e principi, in quella laudatissima nazione.

Nella congregazione del dí 6 aprile furono ricevuti Andrea Dudicio vescovo di Tinia e Gioanni Colosvario di Canadia, oratori del clero d’Ongaria. Fu dal primo fatta un’orazione con dire che l’arcivescovo di Strigonia, li vescovi e il clero [p. 351 modifica] avevano sentito tre grandi allegrezze: per l’assonzione di Pio IV al pontificato, per la convocazione del concilio in Trento e per la deputazione delli legati apostolici a quello. Narrò l’osservanza delli prelati verso la Chiesa cattolica, e di ciò chiamò per testimonio il Cardinal varmiense, che li conosceva ed era con loro conversato; esplicò la divozione della nazione ongara e il servizio che presta a tutta la cristianitá con sostener la guerra dei turchi, e la particolar diligenza delli vescovi in opporsi alle macchinazioni degli eretici. Narrò il desiderio comune di tutti essi di trovarsi personalmente in quel concilio, quando non ostasse la necessitá della loro presenzia nel regno per defender le loro fortezze dai turchi, le quali sono alli confini, e per invigilare contro gli eretici; onde, costretti di far questo ufficio per mezzo di essi loro oratori, si raccomandavano alla protezione del concilio, offerendo di ricever ed osservar quello che fosse decretato. Rispose il secretarlo per nome del concilio, che la sinodo aveva per certa l’allegrezza concepita dalla Chiesa d’Ongaria per la celebrazione del concilio generale; che restava pregar Dio per il felice fine di quello; che averebbe desiderato veder li prelati in persona; ma poiché sono impediti per queste cause provate col testimonio del Cardinal varmiense, riceve la scusa, sperando che la religione cristiana riceverá utilitá dalla loro presenza nelle proprie chiese; e tanto piú avendo raccomandato le loro azioni ad essi oratori, ottimi e religiosissimi padri. Per il che abbraccia e loro e li loro mandati presentati.