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Capitolo XX. La leggenda.

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Capitolo XIX Capitolo XXI
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La leggenda.


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XX.


“Mezzanotte! l’ora dei fantasmi!” facevano dire una volta, in tutti i drammi di passione, di veleno, di pugnale gli autori che volevano commuovere il pubblico e trascinarlo all’applauso.

“Mezzanotte! l’ora dei fantasmi!” e la voce cavernosa del protagonista era accompagnata da dodici sacramentali rumori metallici, che pretendevano d’essere il battere delle ore, e, all’ultimo colpo, da una bótola seminascosta, appariva un teschio lucente, sorretto da una lunghissima colonna vertebrale: poi uno scheletro ricoperto da un lenzuolo bianco: il tutto saliva adagio, calmo, solenne, per compiere l’opera sua di giustiziere di vindice.

Dal palcoscenico, per la romantica impressionabilità, dei nostri vecchi, i fantasmi dilagarono nella vita, conservando però abitudini teatrali: così gli avi, nostri li videro, o per lo meno [p. 204 modifica]credettero di vederli, a mezzanotte in punto, col lenzuolo bianco e il teschio lucido, uscir dalle chiaviche, come topi bianchi; calar giù dalle finestre, come mobili a San Michele, e andar tutti, adagio, calmi, solenni, in teoria bizzarra, a un convegno ultra misterioso, ultra nefando.

Anche i vecchi di Valmalenco hanno pagato il Sondrio. — Piazza Vittorio Emanuele. loro tributo all’ora dei fantasmi, e, a mezzanotte, quando, per un calcolo approssimativo, dovrebbe sonare la vecchia campana della chiesa soppressa di Sant’Eusebio, ecco (secondo la leggenda) uscire, dalle magioni Botterini, Sassi, Lavizzari, Sertoli, dalla vasta Società Enologica Valtellinese (qualche [p. 205 modifica]spettro di bevitore ha cercato riposo e fa il morto dentro la botte dedicata a Noè) ecco uscire un’infinità di forme scheletriche, cui se ne aggiungono altre, venienti dallo Spedale: tutte le vie principali di Sondrio brulicano; nel cimitero è uno scoperchiarsi di tombe, chiudenti le ossa dei ricchi; la piazza Vittorio Emanuele, la via Alla Folla, il Corso Garibaldi, Campello, Piazza Cavour, Quadrivio, sono gremite di fantasmi che vanno a due, a tre, a cinque, con iscricchiolii ritmici, aprendo e richiudendo le mandibole in cadenza, passando le falangi della mano sullo sterno, come chi ha masticato e inghiottito un manicaretto ideale.

Qualcuno passa la mano nella larga vanità che si apre fra il braccio, il torace e il fianco di un compagno, e abbandona mollemente l’avambraccio sul radio e sopra l’ulna del vicino, come una dama che voglia appoggiarsi in modo sensibile al suo cavaliere, per provocarne una parola, un sorriso, la promessa di un nuovo abboccamento desiderato. Altri batte, con la nocca, un colpo secco e forte sulla porta, dinnanzi alla quale passa con dignità calma e signorile, ed ecco al battito la porta aprirsi e uscire uno, due, tre altri scheletri ammantati, unirsi ai primi e proseguire silenziosi e composti.

Con trascurata eleganza qualcuno solleva la propria destra all’altezza della spalla di chi gli muove allato e il suo metacarpo preme sulla clavicola e la scapola del vicino: qualche altro va il più possibile solitario, avvolgendosi [p. 206 modifica]nell’ampia tunica bianca, come un romano nel peplo.

C’è chi, ogni tratto, si ferma; guarda fra l’onda dei sopravvenienti; riconosce forse qualche fratello elle divise con lui nella vita serena i manicaretti, gli intingoli, le leccornie di mille tavole imbandite; gli muove incontro; gli porge la mano, che viene stretta con forza, e le articolazioni crocchiano secche: un altro, molti altri vanno invece dinoccolati, come persone stanche; se avessero ancora di tra le costole, sotto lo sterno pulito, la trachea con le sue corde vocali, li sentireste lagnarsi con voce dolorosa:

“C’erano le lettighe una volta; i servi gallonati, incipriati, caudati, ne portavano; c’erano le carrozze una volta, soffici; tutto era piuma, cuscino; non mai il nostro corpo risentiva l’urto di un sasso, il sùbito trabalzo per una conca oltrepassata; c’erano tappeti alti e morbidi, una volta....”

Ad ogni crocicchio il biancore dei passanti si dilata, sono due o tre rivoli che si uniscono, che ingrossano; gli uni si confondono negli altri e proseguono tinche giunge un affluente nuovo; il rumore strano di tante ossa che si toccano, scricchiolano, hanno schianti e battiti e suoni loro proprii, con risonanze brevi dentro le cavità tubolari dove si sono essiccate le midolla; il moversi e lo sfregarsi di tanti gomiti ed anche fra di loro; il divaricarsi sonoro e crocchiante delle ossa alle capsule articolari, formano un concento macabro, che ha una lontana somiglianza con lo stormire e il dirompersi delle foglie e delle [p. 207 modifica]rame secche, calpestate nel giorno dei morti, da chi va per i viali di cimiteri romiti.

Ecco, la teoria infinita e compatta arriva al Mallero, e, per la strada larga che sale, lo rimonta, coprendo con il suo fragore il mugghio forte del fiume.

Avanti, avanti! la notte oscura lascia appena intravedere il fiotto turgido e confonde, pochi metri lontano, le sponde, le case, i margini delle praterie e delle viti, le rupi e le montagne dentro una sola tinta nera ed opaca: avanti! avanti! Se un raggio timido di luna venisse ora a scoprire la vostra marcia ed il vostro paese, voi potreste rivedere, o baraonda di scheletri in cammino, l’Agneda che avete conosciuta forse quando era palude, il Castelletto Rosso, dominante da una roccia la correntía dell’Adda, contro il quale avete forse combattuto debellando le truppe di Franchino e di Ravizza Rusca nell’assedio del 1329: potreste vedere l’altura di Grumello, con i suoi ruderi, ormai scomparsi sotto una compagine verde di muschi e di viti; anche, e sono così belle sotto il raggio lunare, potreste scorgere, al di là, più alte del colle d’Aprica, le vette del Tonale e a destra il castello di Masegra e sotto il convitto, la città, le case d’Albosaggia, di Faedo, di Piateda, il poggio di Moncucco, il giardino che discende a conca fino a Gombaro... Ma la luna non si mostra e, per le vuote occhiaie, e vana l’ansia di una visione già altre volte goduta!

Ciacchi redivivi per una notte d’orgia, voi non [p. 208 modifica]potete desiderare che cibo e bevanda; tutto il resto, che fu suppellettile inutile alla vostra vita, non potrà da voi essere visto, goduto, baciato; la notte, dentro le sue tenebre fìtte, lo nasconderà come dentro un avello chiuso.

E la falange, che aumenta sempre, passa

Ponchiera, corre sul ciglio pauroso delle Cassandre prosegue per una selva di castani e per una prateria chiara, grande, poi, alla confluenza dell’Antognasco col Mallero, s’inerpica per il sentiero che conduce a un dosso erto, sul terrazzo del quale si ferma, improvvisamente silenziosa, ad ascoltare il violento rovinar della cascata. Anche [p. 209 modifica]gli scheletri che non hanno potuto toccare la cima e sono ancora lungo il sentiero saliente e la via larga che costeggia il Mallero, stanno a sentire, immobili, come per nuova morte subitanea; poi, quasi invasati d’un tratto, si piegano tutti sui margini, si aggrappano alle roccie, afferrano i sassi, le zolle, le erbe; scendono giù per il burrone, immergendo le mani, la testa, nell’irruenza dell’acqua che strapiomba; portano tutto quello che è loro possibile alle ampie mascelle, o, non potendo sollevare fino alla bocca, per il peso la vastità quello che hanno deciso di inghiottire, si buttano a terra, digrignando sotto i denti formidabili frammenti di rupi, muschi, vermi; s’arrampicano sugli alberi piegandone le rame per succhiarne i frutici, o bevono con gaudio gli stillicidii colanti per roccie vischiose e nere.

Così, camminando carpone, calpestata, spinta, superata, la colonna dilaga per la valle Antognasca, sempre tenuta dalla mania folle di mangiare le cose che la circondano: tutto passa per le mandibole spalancate, tutto scende giù per le fauci, attraverso la cassa toracica e ritorna sulla terra, donde è stato divelto. Le lenzuola subiscono la sorte comune, un lembo, digerito da uno dei più famelici dell’orda, è afferrato e inghiottito da un altro, poi da un altro ancora; quattro o cinque si trovano infilati come le oche del barone di Münchhausen. E se più fantasmi piombano contemporaneamente sul medesimo oggetto che ha suscitato desideri di possesso e di masticazione ecco accendersi una zuffa accanita: gli scheletri [p. 210 modifica]si acciuffano per le costole, per le vertebre cervicali, qualcuno lancia femore, fibula, tibia, con tanto di tarso, metatarso e falangi, contro le cinque vertebre sacrali di un compagno, e, al colpo, vola il coccige da una parte e mezza dozzina di falangette dall’altra; è un intrico d’arti superiori ed inferiori, un batter l’un contro l’altro di teschi, come di caproni che cozzino, un ammucchiarsi d’ossa, in mezzo al quale, distinto, forte, s’ode sempre il macinare dei denti che non posano mai.

Dentro le cavità della bocca ogni sasso è un tartufo delizioso; i fili d’erba son filetti di pesce fritto, la terra fredda, friabile, diventa stracchino gelato; un tronco d’albero morto, assalito da quelle bocche affamate, si tramuta in lepre alla scozzese; gli scheletri, ingoiando ramelli, credono di gustare ale di dindo alla Guglielmo Tell; tutto quello che toccano di solido sembra loro cibo prelibato e finissimo, di liquido bevanda sopra tutte desiderata e preferibile. Così gli ingrassi lasciati dalle bestie sul monte sono per essi charlottes, frittelle, pasticci di mandorle alla francese; certe pozzanghere con ciuffi, piccioni in fricassea, vedono dappertutto scaloppini, bodini, ragottini, cromeschini, pudinghi, code di bue, orecchie di vitello, proboscidi d’elefante: tutte insomma le leccornie che deliziarono il loro gusto essi ritrovarono (beati loro) profuse tra la roccie, le zolle, le acque, e rinnovano tutti i godimenti| passati.

Poveri Ciacchi redivivi! o piuttosto povere [p. 211 modifica]sciocche leggende, che non vi rispettano neppure nei riposi freddi dell’al di là!

Se i bimbi, nel sentirsi narrare accanto al fuoco le vicende di scheletri che un giorno ressero delle persone gaudenti, tremano e corrono col pensiero alla valle Antognasca, pervasa in certe notti da apparizioni, da ansiose ricerche di fantasmi e da fluttuar bianco di drappi; noi, invece riflettiamo all’inutilità delle leggende, e al danno ch’esse possono arrecare nella formazione dei caratteri, e nel preparare alla vita.

Non distruggiamole però; modifichiamole, correggiamole: gli scheletri rivivano pure in esse, ritornino a notte, ma per compiere qualcosa di buono, di grande, di santo; non per maciullare confetti o dirupi! molto meglio sarebbe, in quest’ultimo caso, lasciarli al palcoscenico, dove per lo meno il loro apparire a mezzanotte significava: “giustizia!”