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Pagina:In Valmalenco - Noli Giuseppe, 1907.djvu/211


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gli scheletri che non hanno potuto toccare la cima e sono ancora lungo il sentiero saliente e la via larga che costeggia il Mallero, stanno a sentire, immobili, come per nuova morte subitanea; poi, quasi invasati d’un tratto, si piegano tutti sui margini, si aggrappano alle roccie, afferrano i sassi, le zolle, le erbe; scendono giù per il burrone, immergendo le mani, la testa, nell’irruenza dell’acqua che strapiomba; portano tutto quello che è loro possibile alle ampie mascelle, o, non potendo sollevare fino alla bocca, per il peso la vastità quello che hanno deciso di inghiottire, si buttano a terra, digrignando sotto i denti formidabili frammenti di rupi, muschi, vermi; s’arrampicano sugli alberi piegandone le rame per succhiarne i frutici, o bevono con gaudio gli stillicidii colanti per roccie vischiose e nere.

Così, camminando carpone, calpestata, spinta, superata, la colonna dilaga per la valle Antognasca, sempre tenuta dalla mania folle di mangiare le cose che la circondano: tutto passa per le mandibole spalancate, tutto scende giù per le fauci, attraverso la cassa toracica e ritorna sulla terra, donde è stato divelto. Le lenzuola subiscono la sorte comune, un lembo, digerito da uno dei più famelici dell’orda, è afferrato e inghiottito da un altro, poi da un altro ancora; quattro o cinque si trovano infilati come le oche del barone di Münchhausen. E se più fantasmi piombano contemporaneamente sul medesimo oggetto che ha suscitato desideri di possesso e di masticazione ecco accendersi una zuffa accanita: gli scheletri