Il padre di famiglia/Appendice/Atto I

Atto I

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Appendice - Personaggi Appendice - Atto II

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ATTO PRIMO.
SCENA PRIMA.
Camera in casa di Pantalone con due tavolini da studiare,
con sopra carte, libri e calamai.
Lelio ad un tavolino, che studia, Florindo all’altro tavolino, che scrive; Ottavio che assiste all’uno e all’altro.

Ottavio. Testa dura, durissima, come un marmo. (a Lelio)

Lelio. Avete ragione, signor maestro, son un poco duro di cervello. Faccio fatica ad intendere, ma poi sapete, che quand’ho inteso, non fo disonore alle vostre lezioni.

Ottavio. Bell’onor che mi fate! Ignorantaccio. Mirate là vostro fratello. Egli è molto più giovine di voi, e impara tanto più facilmente.

Lelio. Beato colui che ha questa bella felicità! Io so che sudo e faccio fatica. Non ho però veduti gran miracoli del suo bel talento. Si spaccia per bravo, per virtuoso, ma credo che ne sappia molto meno di me.

Ottavio. Arrogante, impertinente. (a Lelio)

Lelio. (Il signor maestro vuol andar via colla testa rotta). (da sè)

Ottavio. Orsù, vado a riveder la lezione a Florindo, che m’immagino sarà esattissima; voi intanto risolvete a perfezione il quesito mercantile che vi ho proposto. Fate che il signor Pantalone sia contento di voi.

Lelio. Ma questo è un quesito che esige tempo e pratica, e senza la vostra assistenza non so se mi riuscirà di dilucidarlo.

Ottavio. Il quesito è chiaro; le regole le sapete; studiate, affaticatevi e non mi seccate di più.

Lelio. (Che indiscretezza! Che manieraccia rozza e incivile! Ho tanta antipatia col maestro, ch’è impossibile ch’io possa apprendere sotto di lui cosa alcuna. Basta, mi proverò. Lo fo [p. 106 modifica] per mio padre, per non inquietarlo, e per non far creder che io sia quel discolo e disattento che mi vogliono far comparire). (il mette a scrivere e conteggiare)

Ottavio. (Si accosta al tavolino di Florindo e si pone a sedere vicino al medesimo). E bene, Florindo, figliuolo mio, state bene? Avete bisogno di nulla?

Florindo. Caro signor maestro, in grazia lasciatemi stare.

Ottavio. Se avete bisogno d’assistenza, son qui, tutto amore, tutto carità. La vostra signora madre m’ha raccomandato voi spezialmente.

Florindo. Caro signor maestro, so benissimo ch’ella vi ha detto che non mi facciate affaticare troppo, che non mi gridiate e non mi disgustiate.

Ottavio. E chi ve l’ha detto, figliuolo mio?

Florindo. Il servitore di casa, che l’ha sentita.

Ottavio. (Poca prudenza delle madri far sentir queste cose alla servitù). (da sè)

Florindo. Caro signor maestro, vi torno a dire, lasciatemi star per ora.

Ottavio. Ma si può sapere che cosa state scrivendo?

Florindo. Signor no. Faccio una cosa, che voi non l’avete da vedere.

Ottavio. Di me vi potete fidare.

Florindo. No; se lo saprete, lo direte a mio padre.

Ottavio. Non farò mai questa cattiva azione.

Florindo. Se mi potessi fidare, vorrei anco pregarvi della vostra assistenza.

Ottavio. Si, caro il mio Florindo, sì, fidatevi di me e non temete. Ditemi, avete tabacco?

Florindo. Sì; eccolo. (tira fuori la tabacchiera)

Ottavio. Mettetene un poco nella mia scatola. Già voi non ne prendete. Mettetelo tutto.

Florindo. Volentieri, eccolo tutto.

Ottavio. Oh bravo! Via, ditemi il vostro bisogno.

Florindo. Io per dirvela, stava scrivendo una lettera amorosa.

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Ottavio. Sì, va benissimo. Ma aggiungetevi nella sottoscrizione: Fedelissimo sino alla morte.

Florindo. Sì, sì, fino alla morte. (scrivendo)

Ottavio. Gran bella abilità. Grande spirito che ha questo ragazzo.

SCENA II.
Beatrice e detti.

Beatrice. Via, via, basta così, non studiar tanto, non ti affaticar tanto. Caro il mio Florindo, poverino, ti ammalerai se starai tanto applicato. Signor maestro, ve l’ho detto, non voglio che me lo ammazziate. Il troppo studio fa impazzire; caro il mio bene, levati, levati da quel tavolino.

Florindo. Eccomi, signora madre, ho finito. (dopo d’aver nascosta la lettera)

Ottavio. Non si sazia mai di studiare. Ha fatta la più bella lezione che si possa sentire.

Florindo. Ed il signor maestro me l’ha corretta da par suo.

Beatrice. Viscere mie, sei stracco? Ti se’ affaticato? Vuoi niente? Vuoi caffè, vuoi rosolio?

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Beatrice. Sentite che temerario?

Ottavio. Animo, avete terminata la lezione?

Lelio. Signor no, non l’ho terminata.

Ottavio. Ve la farò terminare per forza.

Beatrice. Sì, fate che s’affatichi quell’asinaccio.

Florindo. No, cara signora madre, non lo mortificate il povero mio fratello. E voi, signor maestro, abbiate carità di lui; se è ignorante, imparerà.

Lelio. Che caro signor virtuoso! La ringrazio de’ buoni uffici che fa per me. Ti conosco, finto simulatore, bugiardo.

Beatrice. Uh che lingua maledetta! Andiamo, andiamo, non gli rispondere. Non andar in collera, speranza mia, che il sangue non ti si scaldi. Vieni, vieni; ti voglio fare la cioccolata. [p. 108 modifica]

Florindo. Cara la mia signora madre, lasciate che io vi baci la mano. Averci bisogno di due zecchini. (piano a Beatrice)

Beatrice. Sì, vieni, che ti darò tutto quello che vuoi. Sei parto di queste viscere, e tanto basta. (parte)

Florindo. Se non fosse l’amor di mia madre, non potrei divertirmi e giuocare quando io voglio. Mio padre è troppo severo. Oh care queste madri! Sono pur comode per li figliuoli! (parte)

SCENA 111.
Ottavio e Lelio, poi Pantalone.

Ottavio. E così, signor Lelio, questo conto come va?

Lelio. Male, malissimo, che non può andar peggio.

Ottavio. E perchè?

Lelio. Perchè io non lo so fare.

Ottavio. Vedete se siete un animalaccio; siete come le ancore, che stanno nell’acqua e non imparano mai a nuotare.

Lelio. Ma come volete che io faccia il computo di queste monete, se non mi avete dimostrato che aggio facciano gli scudi di Genova?

Ottavio. Siete un ignorante. Ve l’ho detto altre volte. (Pantalone esce da una camera in dietro, e si trattiene ad ascoltare)

Lelio. Può essere che me l’abbiate detto, ma non me lo ricordo.

Ottavio. Perchè avete una testa di legno.

Lelio. Sarà così. Vi prego di tornarmelo a dire.

Ottavio. Le cose, quando le ho dette una volta, non le ridico più.

Lelio. Ma dunque come ho da fare?

Ottavio. O fare il conto, o star lì.

Lelio. Io il conto non lo farò.

Ottavio. E voi non uscirete di qua.

Lelio. Ma finalmente non sono un piccolo ragazzo da maltrattarmi.

Ottavio. Siete un asino.

Lelio. Giuro al cielo, se mi perdete il rispetto, vi trarrò questo calamaio nella testa.

Ottavio. A me questo? [p. 109 modifica]

Lelio. A voi, se non avrete creanza.

Ottavio. Ah indegno! Ah ribaldo!.... (scopre Pantalone) Avete inteso le belle espressioni del vostro signor figliuolo? Il calamaio nella testa mi vuol tirare. Questo è quello che si acquista a voler allevare con zelo e con attenzione la gioventù.

Lelio. Ma signor padre....

Pantalone. Zitto là, sior temerario. Questo xe el vostro maestro; gh’avè da portar respetto.

Lelio. Ma se...

Pantalone. Coss’è sto ma se? Cossa vorressi dir? El maestro xe una persona che se comprende in tel numero dei maggiori, e bisogna respettarlo e obbedirlo quanto el pare e la mare. Anzi el s’ha da obbedir in certe circostanze più dei genitori medesimi, perchè questi, o per troppo amor, o per qualche passion, i se puol ingannar; ma i maestri savi, dotti e prudenti, i opera unicamente per el ben e per el profitto dei scolari.

Lelio. Se tale fosse il signor Ottavio....

Pantalone. A vu no tocca a giudicarlo. Vostro pare ve l’ha destinà per maestro, e ciecamente l’avè da obbedir. A mi me tocca a cognosser se l’è omo capace da regolar i mi fioi; e vu, se avere ardir de parlar, ve castigherò in t’una maniera, che ve ne recorderè per tutto el tempo de vita vostra.

Lelio. Ma signor padre, lasciatemi dire la mia ragione, per carità.

Pantalone. No gh’è altre rason. Lu xe maestro, vu se scolaro. Mi son pare, vu sè fio. Mi comando, e lu comanda. Chi non obbedisce el pare, chi non obbedisce el maestro, xe un temerario, un discolo, un poco de bon.

Lelio. Dunque....

Pantalone. Andè via de qua.

Lelio. Ho da finire....

Pantalone. Andè via de qua, ve digo.

Lelio. Pazienza. (Gran disgrazia per un povero scolaro dover soffrire le stravaganze d’un cattivo maestro). (parte) [p. 110 modifica]

SCENA IV.
Ottavio e Pantalone.

Ottavio. Bravo, signor Pantalone, viva, viva; siete veramente un padre prudente e saggio.

Pantalone. El xe andà via; semo soli e nissun ne sente. Sior Ottavio, con vostra bona grazia, vu se un cattivo maestro; e se no muerè sistema, in casa mia ghe starè più poco.

Ottavio. Come, signore, di che cosa vi potete lamentare con me?

Pantalone. Son stà un pezzeto da drio a quella portiera, e ho sentio con che bella grazia insegne le vostre lizion. Sentì, sior maestro caro, coi zoveni xe necessario qualche volta el rigor, ma fa più profitto la bona maniera, la pazienza, la carità. Se se vede che in tel scolaro ghe sia dell’ustinazion, e che nol fazza per no voler far, se doperà con discretezza el baston, ma se el defetto vien da l’ignoranza, dal poco spirito, da la poca abilità, bisogna agiutarlo, bisogna assisterlo con amor, confortarlo, animarlo, darghe coragio, e far ch’el se sfadiga, per acquistarse la grazia d’un amoroso maestro e no per el spavento d’un aguzzin.

Ottavio. Dite bene; sono dalla vostra. Ma quel Lelio mi fa perder la pazienza.

Pantalone. Se no savè aver pazienza, no fè la profession de maestro. Nualtri poveri pari fidemo le nostre creature in te le vostre man, e depende da la vostra educazion la bona o la cattiva riuscita dei nostri fioi. Con chi è più duro de mente, bisogna che usè più attenzion. Pur troppo ghe n’è de quelli che avendo più scolari, i se perde e i se impiega per chi ha più abilità de imparar, o per minorar la fadiga, o perchè l’onor che fa el scolaro al maestro, moltiplica i so profitti, e i lassa da una banda quei poverazzi, che per esser de manco spirito gh’averia bisogno de mazor assistenza. Per questo ho risolto de tior un maestro in casa, acciò el sia tutto impiegà per i mi do fioi, acciò che el ghe insegna con amor e con carità. Se no gh’avè pazienza, se no lo volè far, se no savè far, parleme schietto. [p. 111 modifica] no me ingannè, perchè, se i mi fioi perderà el tempo per causa vostra, sarè vu responsabile al cielo e a mi de la so ignoranza, e gh’averè l’obligo de restituir tutto quel pan che avere magna malamente in casa mia.

Ottavio. Io ho sempre fatto l’obbligo mio e lo farò ancora per l’avvenire. Del mio modo di vivere non vi potete dolere. Procuro d’insinuar loro delle buone massime, e se mi badassero, diventarebbero due figliuoli morigerati ed esemplarissimi.

Pantalone. Se no i fa el so debito, se no i ve obedisse, disemelo a mi. No siè con lori tanto severo. Fè che i ve varda con riverenza e no con timor. Quando el scolaro xe spaventà dal maestro, el lo considera come un nemigo; ma se el maestro el lo sa tor co le bone, el fa de tutto per incontrar el so genio, per contentarlo. Qualche volta bisogna anca farghe qualche regaletto, darghe qualche premio, accordarghe spasso, qualche onesto divertimento. In sta maniera i fioi i se innamora de la vertù, i la impara con genio, i studia con diletto; i maestri gh’ha onor, i pari consolazion, le famegie profitto, le città se arricchisse, e el mondo se popola de zente vertuosa e da ben.

Ottavio. V’accerto, signor Pantalone, che io m’affaticherò e suderò per tutti due i vostri figliuoli; ma quel Lelio è ostinato, altiero, intrattabile. All’incontro Florindo è docile, rispettoso, obbediente.

Pantalone. Mi son pare onorato de tutti do. i xe tutti do del mio sangue, e la premura che gh’ho per uno, la gh’ho per l’altro. Odio e aborrisso la bestialità de quei pari che, innamorai de un fio, poco i se ne cura de l’altro. Florindo xe più docile, Lelio xe più altiero. Ma col più docile stago più sostenuto, e col più altiero qualche volta butto più molesina, perchè la docilità secondada poi deventar confidenza, e l’altierezza irritada pol deventar odio e disprezzo; cussì, contrapesando co i so temperamenti el mio contegno, spero redurli uguali a mi nel rispetto, come son mi ugual per lori in amor. [p. 112 modifica]

Ottavio. Viva mill’anni il signor Pantalone.

Pantalone. Viva do mile el mio caro sior maestro.

Ottavio. Ella potrebbe esser precettore d’un mezzo mondo.

Pantalone. Me basta che ela sia bon per i mi do fioi.

Ottavio. Impiegherò tutta la mia attenzione.

Pantalone. La farà el so debito.

Ottavio. V. S. non averà a dolersi di me.

Pantalone. Nè ela de mi.

Ottavio. M’affaticherò, suderò.

Pantalone. E mi premiarò le so fadighe, ricompenserò i so sudori.

Ottavio. Bravo, bravissimo. Sono sempre bene spese quelle monete che contribuiscono al profitto de’ figli. Io non dico già che la mia attenzione si aumenterà a misura della ricompensa, ma vi reciterò alcuni versi di un poema moderno, che fanno a proposito del nostro ragionamento.

          Il verbo fare ha un pessimo futuro.
          Che spesse volte si converte in niente.
          Onde chi brama il tempo aver sicuro
          Sempre del verbo far prenda il presente,
          Così s’insegna in le moderne scuole.
          A buon intenditor poche parole. (parte)

SCENA V.
Pantalone solo.

Non son sordo, ho capio. Son omo che paga; son omo che spende, ma che sa spender. No butto via i mi bezzi senza proposito. Sto sior el vorave che onzesse la rioda, acciò che no la ruzasse, ma se lu l’è maestro de scuola, mi son maestro d’economia. Dixe el proverbio, chi paga avanti tratto, gh’ha el servizio mal fatto. Chi dà senza rason, omo se pol chiamar tre volte bon. Per poco ancora tegnirò i mi fioi con la suggizion del maestro. Lelio, come mazor, lo vôi maridar. Florindo, come più zovene, farò ch’el fazza un ziro per le piazze d’Europa; e se el riuscirà ben, ghe pianterò un negozio in so specialità. Se posso, no vogio [p. 113 modifica] che dopo la mia morte i mi fioi i abbia da contender per le pretension della eredità; e no vogio che i palazzisti1, profitandose de le so disunion, i fazza andar in fumo quel ch’ho acquista con tanti suori. Avanti de morir voi procurar de far el stato particolar dei mi fioi; vogio far mi quella division, che probabilmente sarà meritada da lori; e facendome mi giusto giudice e del so merito e de le so convenienze, ghe farò goder con pase e quiete quel tanto che la fortuna gh’ha destinà. Ma za che gh’ho tempo, vôi descorrerla un poco co sto servitor, che ho tolto sta mattina da niovo. Gran fatalità! Bisogna ogni quindese zorni muar la servitù. E per cossa? Per quella cara siora Beatrice. Ma! L’ho fatta mi la segonda minchionaria! M’ho tornà a maridar. M’ha parso un bon acquisto sedese mile ducati de dota, ma i me costa cari, perchè i ho scontai a forza de rosegamentib de cuor. Oe Brighella.

SCENA Vi.
Brighella e detto.

Brighella. Lustrissimo.

Pantalone. Zitto co sto Lustrissimo; no me stè a lustrar, che no vogio.

Brighella. La me perdona; son avezzo a parlar cussì, e me par de mancar al mio debito, se no lo fazzo.

Pantalone. Averè servio dei conti, dei marchesi, e per questo sarè avezzo a lustrar; mi son marcante, e no vogio titoli.

Brighella. Ho servido delle persone titolade, ma ho servido anca dei botteghieri, tra i quali un formagier e un dall’ogio.

Pantalone. E a questi ghe devi del Lustrissimo?

Brighella. Siguro. Particolarmente la festa, sempre Lustrissimi.

Pantalone. Mo questa la godo da galantomo. E lori se beveva el titolo senza difficoltàc? [p. 114 modifica]

Brighella. E come! El formagier particolarmente, dopo che l’ha fatto dottorar un so fio, ghe pareva d’esser deventà un gran signor.

Pantalone. Se tanto se sgionfad el pare, fegureve el fio.

Brighella. El sior Dottor? El sior Lustrissimo? la se figura! In casa se fava pan grosso, e a lu pan bianco fresco ogni matina. Per la famegia se cusina carne de manzo e qualche volta qualche capon. Per lu ghe giera sempre el colombin, la galinazza o la quagia. Quando lu parlava, el padre, la madre, i fradei, tutti stava co la bocca averta a ascoltarlo. Co i voleva autenticar qualche fatto, sostegnir qualche rason, i diseva: L’ha dito el Dottor; el Dottor l’ha dito, e basta cussì. Sentiva a dir dalla zente ch’el lustrissimo sior Dottor ghe ne saveva pochetto, ma però l’ha speso ben i so bezzi, perchè co l’occasion de la laura dottoral xe deventadi lustrissimi anca el padre e la madre, e se stava un poco co lori, deventava lustrissimo anca mi.

Pantalone. Mi vago a l’antiga e no me curo de titoli superlativi. Me basta aver bei bezzi in scarsela. Coi bezzi se magna, e coi titoli tante e tante volte se zuna. Diseme, caro vu, saveu spender?

Brighella. Anzi ho quasi sempre fatto da spendidor.

Pantalone. No vorave che fussi troppo innamora de sto bel mestier. Sappiè, amigo, che gh’ho i occhi in testa, e difficilmente ve riuscirà farmela portare.

Brighella. Ma la me perdona; no so de cossa la s’intenda de parlar.

Pantalone. So a mena deof tutte le furberie dei spendidori. I compra tre lire de carne, e i mette in lista tre lire e quattro onze. La vien in tola; el paron, che no xe gonzo, el dise: per tre lire e quattr’onze la me par poca. El spendidor pronto al partio: la xe carne che cala; la xe cotta desfatta; la xe carne che se retira. Do trajereti se brova su un capong, e pò sior patron: oh, el polame xe molto caro! In tel vin se ghe mette de l’acqua, [p. 115 modifica] e robando un poco in qua, un poco in là, de tanti pochi se fa un assae, se raddoppia el salario, e in poco tempo el spendidor se mette in fegura.

Brighella. Mi son un galantomo, e de mi la se pol fidar.

Pantalone. Da le informazion ch’ho avude de vu da mio compare Pancrazio, so che se un omo onorato e da ben, ma al dì d’ancuo per parer onorati basta robar con grazia e pulizia.

Brighella. La me creda che se volesse robar, mi no saveria come far.

Pantalone. El robar l’è un mestier che la natura l’insegna; e chi ghe chiappa amorh una volta, no lo lassa mai più. Diseme, aveu parlà, con mia muggier?

Brighella. Lustrissimo sì.

Pantalone. E tocca viai co sto lustrissimo. V’ho dito che no lo vogio.

Brighella. E pur la patrona se lo lassa dar, e no la dise gnente.

Pantalone. Se la parona xe matta, non son matto mi. Savè pur che le donne le xe dominae dal spirito de l’ambizion. Ghe ne xe tante e tante che per esser lustrissime le se contentaria de dormir su la pagia.

Brighella. Ma, cara ela, cossa gh’hogio da dir quando la reverisso? Patrona? Patrona se lo dise quelle che va per ogio. Patrona, siora Gate; patrona, siora Betta. Donca a una marcante bisogna darghe della lustrissima.

Pantalone. Basta che una marcante gh’habbia una bona tola e che la possa comparir da par soo. Che i ghe diga lustrissima, patrona o siora, xe l’istesso. Bezzi i voi esser, bezzi, e no sabbion da lustrar. Orsù, scomenzemo a operar. Tiolè sto felippo, e andè a spender. Comprè un cappon per tola, con do lirete de carne de manzo, che farà bon brodo, e servirà per vualtri. Tiolè un boccon de rosto de vedèlo e un per de lire de frutti. In casa ghe xe del salà e del persutto. Pan e vin ghe n’è per [p. 116 modifica] tutto l’anno. Le menestre le togo a l’ingrosso, onde regolave che no passemo quel ducatelo. Vogio che se magna, no vogio che la famegia patissa, ma no vôi che se butta via, perchè se sol dir che ghe xe più dì che luganegaj.

Brighella. La dise benissimo, me piase l’economia anca mi, specialmente dove ghe xe famegia. Ma se la comanda, per ela ghe torto un colombin o un per de lattesini.

Pantalone. Sior no, quel che magno mi, magna tutti, in tola al pare no ha da magnar megio dei fioi, perchè i fioi, vedendo el pare a magnar megio de lori, i gh’ha invidia, i se mortifica e i procura in altro tempo da sodisfar la so gola.

Brighella. Ela xe molto esatto nelle bone regole da pare de famegia.

Pantalone. Oh, se savassi, amigo, quanti debiti, quanti pesi gh’ha un pare de famegia, tremeressi a pensarlo. Felice vu, che no sè maridà! El pare bisogna che nol tralassa mai de dar dei boni esempi ai so fioli, perchè i fioli impara più da l’esempio, che dal precetto; e el scandolo che vien dal pare, el penetra tanto ne l’animo del povero fiol, che difficilmente se ghe pol remadiar. (parte)

SCENA VII.
Brighella solo.
El mio patron la sa longa, ma mi la so più longa de lu. Oh, i se inganna i più accorti patroni, se i crede d’arrivar a conoscer tutte le malizie dei servitori. Ghe n’ho una mi, mia particolar, che no l’arriva certamente a scovrirla. Mi me la intendo coi bottaghiari. Spartimo a mazzo la brovak, e par che se demo adesso un con l’altro. L’industria umana sempre più sa raffina, a per conoscar un furbo ghe ne vuol uno e mezzo. (parte) [p. 117 modifica]
SCENA VIII.
Camera di Beatrice con tavolino e sedie.
Colombina, che sta stirando camicie.
Colombina. Presto, presto; bisogna stendere questa camicia, altrimenti la signora padrona va sulle furie. Basta dire che sia pel suo caro Florindo. Se fosse per il signor Lelio, non gliene importerebbe, anzi mi saprebbe impiegar in altro, per distormi dal compiacerlo. Queste matrigne non possono vedere i figliastri. Amano solamente i propri figli, e per migliorare la condizione di questi, tentano ogni strada per iscreditare gli altri. Il signor Lelio è allegro, è brioso, ma è di buona indole e di buon cuore, e chi sente lei, è un discolo, è poco di buono. All’incontro il signor Florindo è un guardabasso, simulatore e vizioso, ed ella lo fa passare per un colombino innocente. Il padrone è un uomo giusto, ma quella peste della padrona bada sempre a stordirlo; gli fa credere quel che non è, ed egli alcune volte mortifica senza ragione il buono, ed accarezza contro giustizia il cattivo, lo ho una rabbia di ciò, che mi sento a crepare, e non posso dir nulla; che se parlo, povera me! Quel Florindo non lo posso vedere; mi viene intorno a fare il galante, e la signora padrona lo vede, lo sa, e se ne ride, ma io non son di quelle cameriere, che servono ad alcune padrone per tenere i figliuoli in casa, acciò non periscano fuori di casa. Questo ferro è poco caldo, anderei a prender l’altro, ma in cucina non vi voglio andare. Quei servitori son tanto impertinenti, che non si possono soffrire. Maledetti! mi dicono parole che mi fanno tutta vergognare; e qualche volta allungano le mani. Ancora mi duole quel pizzicotto che mi ha dato il cuoco. Chiamerò Arlecchino; egli è il più sciocco, ma il più castigato. Ehi, Arlecchino. [p. 118 modifica]
SCENA IX.
Arlecchino e detta.

Arlecchino. Chi è? Chi me vol? Chi me chiama? Chi me cerca? Chi me rompe la testa?

Colombina. Via, non andate in collera, mio caro Arlecchino, son io che vi chiamo.

Arlecchino. Oh, quando a sì vu, son qua, comandème. Per vu, no solo me leveria da letto, ma anderia anca a letto, se bisognasse.

Colombina. Fatemi un piacere, tenete questo ferro, portatelo in cucina; ponetelo nel foco, e recatemi l’altro, che sia rovente.

Arlecchino. Subito; volentiera. (prende il ferro e si scotta) Ahi! Corpo del diavolo, questo l’è un tradimento.

Colombina. No, caro, avete sbagliato....

Arlecchino. I me l’ha dito che le donne o che le tenze, o che le scotta.

Colombina. Bisognava prenderlo per il manico.

Arlecchino. Brusarme una man? L’è una finezza de casa del diavolo.

Colombina. Ma io non credeva....

Arlecchino. Le donne son tante diavole, no me maravei se le scotta.

Colombina. Io non l’ho fatto apposta.

Arlecchino. Cagna, sassina, no basta che m’avi brusà el cor, me voli anca brusar i dei.

Colombina. Caro il mio Arlecchino, vi giuro, non l’ho fatto apposta; se prendete il ferro da questo lato, non è niente.

Arlecchino. Per de là non è niente?

Colombina. No, certamente. Fatemi il piacere, portate via questo e recatemi l’altro.

Arlecchino. Eh furba! Me volì brusar.

Colombina. Non farei un’azion simile per tutto l’oro del mondo. Venite qui, provate.

Arlecchino. (Accosta la mano al manico e per opinione grida) Ahi! [p. 119 modifica]

Colombina. Ma se non è caldo.

Arlecchino. Ahi! (s’accosta più)

Colombina. Via, prendetelo.

Arlecchino. Ahi! (lo prende)

Colombina. E così vi pare che scotti?

Arlecchino. Ahi, ahi! (lo tiene in mano)

Colombina. Ma lo tenete in mano, sentite che non scotta, e gridate ahi?

Arlecchino. No dis el proverbio: chi è scottà dall’acqua calda, ha paura della fredda? Cussì anca mi. M’ho scottà col ferro caldo, ho paura del manego freddo.

Colombina. Via, fatemi questo piacere.

Arlecchino. Ve lo farò, ma vôi la lusuria.

Colombina. Che volete d’usura?

Arlecchino. Voi che me destirè una camisa.

Colombina. Se sarà da distendere, lo farò volentieri.

Arlecchino. L’è una camisa che m’ha donà el paron. Vedere che roba! La gh’ha fina mezzo maneghetto de merlo fin, che se suppia via. (parte)

SCENA X.
Colombina, poi Arlecchino che torna col ferro rovente e la camicia.

Colombina. Costui è alquanto semplice, ma è onorato e da bene, onde quasi quasi applicherei a sposarlo. Gli uomini che sono accorti e spiritosi, poche volte riescono bene, mentre l’abilità e lo spirito per lo più l’impiegano nel male. Se il marito è un poco sciocco, pazienza; già per essere marito non vi vuole grande studio.

Arlecchino. Son qua, son qua. Presto, tegnì sto diavol de fero, ch el me fa paura. (lo pone sul tavolino)

Colombina. Bravo, Arlecchino, vi ringrazio.

Arlecchino. Oh, ecco qua la camisa. Ve la raccomando, perchè [p. 120 modifica] l’è quella da le feste. Sora tutto ve raccomando el mezzo maneghetto. (le dà la camicia lacera)

Colombina. Come! Questo è uno straccio.

Arlecchino. Un strazzo? Vardè mo quel mezzo maneghetto?

Colombina. Eh, che io non istendo questa sorta di roba.

Arlecchino. Questa l’è la mei camisa che m’abbia. M’avì promes, e me l’avè de destirar.

Colombina. Sentite, se non ne avete di meglio, piuttosto ve ne farò io una.

Arlecchino. Eh! Perchè no?

Colombina. La prenderete?

Arlecchino. Gnora sì.

Colombina. Mi vorrete poi bene?

Arlecchino. Gnora sì.

Colombina. Non lo dite a nessuno.

Arlecchino. Oh, io non parlo.

SCENA XI.
Florindo e detti.

Florindo. Cosa fai qui tu? (ad Arlecchino)

Arlecchino. No so gnanca mi, sior.

Colombina. Mi ha portato il ferro.

Florindo. Animo, va via di qua.

Arlecchino. L’aspetta che la me destira...

Florindo. Va via o ti do delle botte.

Arlecchino. No la s’incomoda. Arecordeve la camisa. (piano a Colombina)

Florindo. La vuoi finire? (ad Arlecchino)

Arlecchino. Sior sì. (Ve la raccomando; fina), (piano a Colombina)

Florindo. Impertinente. (gli dà un calcio)

Arlecchino. Grazie. (parte) [p. 121 modifica]
SCENA XII.
Florindo e Colombina.

Colombina. (Povero Arlecchino! Tutti lo maltrattano, ma se sarà mio marito, gli porteranno rispetto). (da sè)

Florindo. Colombina, che fate voi di bello?

Colombina. Non vede? Stendo una camicia. (sostenuta)

Florindo. E di chi è questa bella camicia?

Colombina. È di V. S. Illustrissima. (ironicamente)

Florindo. Brava, la mia cara Colombina. Siete veramente una giovine di garbo.

Colombina. Obbligatissima alle sue grazie. (senza mirarlo)

Florindo. Siete graziosa, siete spiritosa, ma avete un difetto che mi spiace.

Colombina. Davvero? E qual è questo difetto che a lei dispiace?

Florindo. Siete un poco rustica; avete dei pregiudizi pel capo.

Colombina. Fo il mio debito e tanto basta.

Florindo. Eh ragazza mia, se non farete altro che il vostro debito, durerete fatica a farvi la dote.

Colombina. Noi altre povere donne, quando abbiamo un buon mestiere per le mani, troviamo facilmente marito.

Florindo. La fortuna vi ha assistito, facendovi capitare in una casa dove vi è della gioventù, e voi non ve ne sapete approfittare.

Colombina. Signor Florindo, questi discorsi non fanno per me.

Florindo. Cara la mia Colombina, e pure ti voglio bene.

Colombina. Alla larga, alla larga; meno confidenza.

Florindo. Lasciatemi vedere; che camicia è questa? (col pretesto le tocca le mani)

Colombina. Eh, giù con le mani.

Florindo. Guardate questo manicottolo, è sdruscito. (la tocca)

Colombina. Che impertinenza!

Florindo. Via, carina. (segue a toccarla)

Colombina. Lasciatemi stare, o vi do questo ferro nel viso.

Florindo. Non sarete così crudele. (come sopra) [p. 122 modifica]

Colombina. Insolente. (gli dà col ferro su le dita)

Florindo. Ahi, mi avete rovinato. Ahi m’avete abbruciato. Ahi che dolore, ahi!

SCENA XIII.
Beatrice e detti.

Beatrice. Cos’è? Cos’è stato? Che hai, anima mia, cosa ti è accaduto?

Florindo. Quella cagna di Colombina col ferro rovente mi ha scottate le dita; mirate la pelle; ahi che dolore!

Beatrice. Ah disgraziata, ah indegna, perchè hai fatto tu questo male al povero mio Florindo?

Colombina. Signora, io non ho fatto apposta.

Florindo. Via, non l’averà fatto apposta, vi vuol pazienza.

Beatrice. Ma voglio sapere come e perchè l’hai fatto.

Colombina. Se volete sapere, ve lo dirò. Questo vostro signor figliuolo è troppo immodesto.

Beatrice. Perchè immodesto? Cosa ti ha fatto?

Colombina. Mi vien sempre d’intorno; mi tocca le mani; mi dice delle brutte parole.

Beatrice. Guardate che schizzinosa! Non vuole che la tocchino; non vuole che le parlino. Presto, va a prendere dell’aceto, che voglio bagnar le dita a questo povero figliuolo. Presto, dico, che ti caschi la testa.

Colombina. Vado, vado. (Che bella madre!) (parte)

Beatrice. Sei andato per toccarla; ed ella ti ha colpito col ferro.

Florindo. Signora sì.

Beatrice. Non ti vuole d’intorno costei?

Florindo. Non mi può vedere.

Beatrice. Lascia, lascia, ne troveremo un’altra. (Poverino! Non va quasi mai fuori di casa; se non si divertisce colla servitù, con chi si ha da divertire?) (da sè)

Florindo. Non vorrei che la mandaste via, signora madre.

Beatrice. No? Perchè? [p. 123 modifica]

Florindo. Perchè, per dirvela.... mi stende tanto bene le camicie....

Beatrice. Eh bricconcello, ti conosco. Abbi giudizio veh, abbi giudizio. (È giovine, povero ragazzo, lo compatisco). (da sè)

Colombina. Eccolo l’aceto. (torna con un vaso d’aceto)

Beatrice. Via, bagnagli quella mano. Se hai fatto il male, applica tu il rimedio.

Colombina. Ma io non so fare.

Beatrice. Guardate, poverina! Non sa fare. Ci vuol tanta fatica. Si prende la sua mano con questa, e con quest’altra gli si versa l’aceto sopra.

Florindo. Fate cosi, fate presto. Ahi che dolore!

Beatrice. Ahi poverino! presto.

Colombina. Sia maledetto, se non so fare.

Beatrice. Or ora ti do uno schiaffo.

Colombina. Oh pazienza, pazienza! Eccomi, come ho da fare?

Florindo. Così, prendi questa mano.

Colombina. Così?

Florindo. Così.

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SCENA XV.
Pantalone e detti.

Pantalone. Coss’è? coss’è sto sussurro?

Beatrice. Questo impertinente non se ne vuol andare da questa camera. Per quanto io procuri di tener serrata quella buona ragazza di Colombina, Lelio la perseguita.

Pantalone. Come! Sto poco respetto a la casa, a to mare, a mi, che ti sa che t’ho proibio de parlar co le donne?

Lelio. Ma questa, signor padre....

Pantalone. Via, tasi là, tocco de desgrazià. E ti, Florindo, cossa fastu per man della cameriera?

Lelio. Egli, egli, e non io.... [p. 124 modifica]

Pantalone. Zitto, sior poco de bon. (a Lelio) Coss’è sta confidenza? Coss’è sti desmesteghezzi? (a Florindo)

Florindo. Signore, sono scottato....

Beatrice. Povera creatura; è caduto in terra; per accidente ha dato la mano sul ferro che aveva messo giù Colombina, e vedetelo lì, si è abbruciato, si è rovinato.

Pantalone. E ghe xe bisogno che Colombina lo medica. Perchè no lo feu vu, siora?

Beatrice. Oh, io non ho core. Se mi ci accosto, mi sento svenire.

Pantalone. Animo, animo, basta cussì. (a Colombina)

Colombina. Io non voleva; ella è stata....

Beatrice. Signor sì; io ho voluto che lo medichi. Aveva da spasimar dal dolore? (Se parli, meschina te!) (piano a Colombina)

Colombina. (Se sto troppo in questa casa, imparerò qualche cosa di bello). Comanda altro?

Beatrice. Va via di qua, non vogho altro.

Colombina. (Manco male). (va per andar via)

Florindo. (Cara Colombina, un poco più di carità). (piano a Colombina)

Colombina. (Se questa volta vi ho scottate le dita, un’altra volta vI scotto il naso). (piano a Florindo e parte)

Pantalone. Eh putti, putti, se no gh’averè giudizio!...

Lelio. Ma cosa faccio? Gran fatalità è la mia!

Pantalone. Manco chiaccole. A so pare no se responde.

Beatrice. Se ve lo dico; è insopportabile.

Florindo. Di me, signor padre, spero non vi potrete dolere.

Pantalone. Qua no gh’avè da vegnir. Queste no xe le vostre camere.

Beatrice. Via, via, non gli gridate. Poverino! Guardatelo com’è venuto smorto. Subito che gli si dice una parola torta, va in accidente.

Pantalone. Oh che caro fantolin! vustu el buzzolà, vita mia?

Beatrice. Già lo so, che non gli volete bene; non lo potete vedere. Quello è le vostre viscere; quello è il vostro caro, il figlio della prima sposa. Il primo frutto de’ suoi teneri amori. [p. 125 modifica]

Pantalone. A monte, a monte. Via, siori, andeve a vestir; andè fora de casa col sior maestro.

Lelio. La signora madre non vuole che Florindo venga con me.

Beatrice. Signor no, non voglio. Non siete buono da altro, che da dargli mali esempi.

Lelio. Oh, la signora madre gli dà dei buoni consigli.

Beatrice. Sentite che temerario!

Lelio. La verità partorisce odio.

Pantalone. Vustu taser?

Lelio. Ho il gozzo pieno; mi sento crepare.

Pantalone. Se no ti tasi, te dago una man in tei muso. Va via de qua.

Lelio. (Oh, se fosse viva mia madre, non anderebbe così). (da sè, parte)

Pantalone. Via, sior, andè anca vu. Vestive, ch’el maestro ve aspetta. (a Florindo)

Beatrice. Ma se non voglio che vada con Lelio...

Pantalone. Vu impazzevene in te le scuffie, e a mi me tocca a regolar i mi floi. Anemo, destrigheve. (a Florindo)

Florindo. Io altro non desidero che obbedir il signor padre.

Pantalone. Sior si, sior sì, ghel diremo.

Florindo. Mi preme unicamente il vostro amore.

Beatrice. Sentitelo se non innamora con quelle parole.

Pantalone. Belle, belle, ma i vol esser fatti.

Beatrice. Che fatti? Cosa volete ch’egli faccia?

Pantalone. Studiar e far onor a la casa.

Beatrice. Oh per studiare, studia anche troppo.

Pantalone. Anca troppo? E lo disè in fazza soa? Sentistu cossa dise to mare? che ti studi troppo. Ma mi, che son to pare, te digo che se no ti studierà, no ti magnerà. Che se no ti me obbedirà, saverò la maniera de castigarte. Animo, va dal sior maestro, obbedissilo; e fa quel ch’el te dise.

Florindo. (Sarà facile ch’io l’obbedisca, mentr’è un maestro fatto apposta per uno scolaro di buon gusto, come son io). (da sè, parte) [p. 126 modifica]
SCENA XVI.
Pantalone e Beatrice.

Pantalone. Cossa diavolo diseu? Dove gh’aveu la testa? sul so viso disè a vostro fio ch’el studia anca troppo? Xela questa la bona regola de arlevar i fioi? Darghe boniman, perchè no i studia? Me maravegio dei fatti vostri. No gh’avè giudizio.

Beatrice. Confesso il vero, che ho detto male; non lo dirò più. Ma voi compatitemi, siete troppo austero; non date mai loro una buona parola; li tenete in troppa soggezione.

Pantalone. El pare no l’ha mai da dar confidenza ai so fioi. No digo miga ch’el li abbia sempre da trattar con severità, ma el li ha da tegnir in timor. La troppa confidenza dei fioi degenera in insolenza; avezzandose a burlar col pare, no i sa respettarlo, e crescendo co l’età l’ardir e la petulanza, i fioi mal arlevai i arriva a segno de desprezzar, de maltrattar, e fursi fursi de bastonar anca el pare.

Beatrice. Mio figlio non è capace di queste cose. È un giovine d’indole buona, e non potrebbe far male ancor se volesse.

Pantalone. Come? Nol poderia far mal anca s’el volesse? Sentimento da donna ignorante, che merita correzion. Felice quello che nasse de bon temperamento, ma più felice chi ha fortuna de aver una bona educazion. Un albero nato in bon terren, piantà in bona luna, prodotto da una perfetta semenza, se nol se coltiva, se no se ghe leva per tempo i cattivi rami, el se rende selvadego, el fa pessimi frutti, el deventa un legno inutile e da brusar. Cussì i fioi, per ben che i nassa, per bon temperamento che i gh’abbia, co no i se arleva ben, co no se ghe dà boni esempi, co no se ghe leva presto i difetti, i deventa pessimi, dolorosi; i deventa zente inutile, zente trista, scorno de le famegie e scandalo de le città.

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[p. 127 modifica]
SCENA XVIII.
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Rosaura. Sorella carissima, non sapete cosa sia matrimonio.

Eleonora. Certo che io non lo so. E voi lo sapete?

Rosaura. Se lo so? troppo lo so! Il ciel me ne liberi.

Eleonora. Ma che gran male è il matrimonio?

Rosaura. Vi par poco per una donna esser soggetta all’arbitrio d’un uomo? Non sapete quanti spasimi costino i figli; quanto sudor l’allevarli; quanto tormento il perderli?

Eleonora. Cappari, signora sorella, voi ne sapete molto più di me. Chi vi ha fatte queste belle lezioni? La signora zia o il signor Ottavio?

Rosaura. Ne l’una, ne l’altro. Per non stare in ozio, si leggono de’ buoni libri, e da quelli s’impara qualche cosa, per saper vivere.

Eleonora. Io non leggo tanti libri; io non imparo tante belle cose. Vivo onestamente, obbedisco mio padre; e se egli mi vorrà maritare, non cercherò niente di più.

SCENA XIX.
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Ottavio. Signora Rosaura, che cosa avete letto di bello?

Rosaura. Tiratevi un poco più in là.

Ottavio. Perchè? Io non vi tocco.

Rosaura. Non voglio sentir dell’uomo nemmeno il fiato. Tiratevi in là.

Ottavio. Eh, signor Florindo, tiratevi in qua. Badate bene che la signora Eleonora non senta il fiato.

Eleonora. Il fiato non fa male, ma le parole e gli sguardi.

Rosaura. Cosa son questi sguardi? Eh mondo! mondo! Tiratevi in là. [p. 128 modifica]

Eleonora. Per me, se volete che me ne vada, me ne vado; non me n’importa niente. (si alza)

Rosaura. No, no, restate, ma con modestia. Via, signor Ottavio, fateci qualche lezione.

Ottavio. Volentieri. Questa è un’operetta graziosa, uscita nuovamente alla luce. Capitolo terzo, della necessità del matrimonio per la conservazione della specie umana.

Eleonora. (Bel capitolo). (a Florindo)

Florindo. (Vi piace?). (o Eleonora)

Eleonora. (Non mi dispiace). (a Florindo)

Ottavio. (Che ne dite di questo beli’argomento?) (piano a Rosaura)

Rosaura. (La proposizione non può esser più vera). (a Ottavio)

Ottavio. (Dunque non sareste lontana dal maritarvi?) (a Rosaura)

Rosaura. (Tirate avanti la vostra lezione). (ad Ottavio)

Ottavio. Amore è quello che genera tutte le cose....

Rosaura. (Amore?) (ad Ottavio)

Ottavio. (Sì, amore). Amore opera colla sua virtù.

Florindo. (Che bella parola è questo amore!) (piano ad Eleonora)

Eleonora. (Non è brutta, non è brutta). (piano a Florindo)

Ottavio. E tutte le creature lodano e benedicono amore.

Rosaura. (Evviva l’onesto amore). (piano ad Ottavio)

Ottavio. (Evviva voi). (a Rosaura)

Rosaura. (Voi, voi). (ad Ottavio)

Ottavio. (Ah furbetta). (a Rosaura)

Rosaura. Via, seguitate a leggere.

Ottavio. Or ora non ci vedo più.

Florindo. (Amore fa diventar orbo il maestro). (ad Eleonora)

Eleonora. (E lo scolaro come sta?) (a Florindo)

Florindo. (Starei bene, se fossi in grazia vostra). (ad Eleonora)

Eleonora. (Avete intesa la lezione? Amore opera colla sua virtù). (a Florindo)

Florindo. (Brava scolara, brava). (ad Eleonora)

Rosaura. Eh! Cosa sono quei discorsi segreti? (forte ad Eleonora e a Florindo)

Florindo. Frutti della lezione. [p. 129 modifica]

Ottavio. Ho perduto il segno. Non trovo il capitolo; non so dove mi sia.

Rosaura. Oh, me ne dispiace davvero.

Ottavio. Vi piaceva dunque la lezione del matrimonio?

Rosaura. È una bella moralità.

Ottavio. La troverò.

Florindo. (Eh signora, io vi farei delle belle lezioni senza libro). (ad Eleonora)

Ottavio. Eccola, eccola. Se Amore unisce due cuori, felici quelli che destinati sono a tanta fortuna....

Rosaura. Bravo, bravo.

Eleonora. Sorella, vi scaldate molto in far applauso a questi concetti.

Rosaura. Io mi scaldo, ma voi non siete fredda. Non vorrei... Basta, per non far un giudizio temerario, mi tirerò più da lontano. (si scosta)

Ottavio. Anch’io, per non peccare di curiosità. (s’accosta a Rosaura)

Eleonora. Oh, se non volete ch’io senta a leggere, non m’importa. (si scosta)

Florindo. lo non ascolto, perdonatemi, i fatti altrui. (s’accosta ad Eleonora)

Rosaura. (Siete troppo in qua). (ad Ottavio)

Ottavio. (Leggeremo meglio). (a Rosaura)

Florindo. (Quando volete che io torni a darvi lezione?) (ad Eleonora)

Eleonora. (Non so che dire, ci penserò). (a Florindo)

SCENA XX.
· · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

Ottavio. Se vuol ch’io parta, parto.

Dottore. Ella mi farà grazia.

Florindo. Ancor io devo partire?

Dottore. Crederei di sì.

Ottavio. Vussignoria ha una figliuola molto prudente! [p. 130 modifica]

Dottore. Tutto effetto della sua bontà.

Florindo. Vossignoria è felice nella sua prole.

Dottore. Ella mi confonde colle sue cortesi parole.

Ottavio. Gran figlia esemplare è la signora Rosaura!

Florindo. Gran buona ragazza è la signora Eleonora!

Ottavio. Io la miro con istupore.

Florindo. Io la osservo per meraviglia.

Dottore. Via, signori, basta così. Favoriscano lasciarmi nella mia libertà.

Ottavio. (Signora Rosaura, arricordatevi della lezione). (piano a Rosaura)

Rosaura. (Eh, non me la scordo).

Ottavio. (Sì, sì, quelle lezioni che trattano di matrimonio, s’imprimono facilmente nel core d’una fanciulla). (da sè e si parte)

Dottore. Vussignoria quando parte? (a Florindo)

Florindo. Subito. (Signora Eleonora, arricordatevi del capitolo). (piano ad Eleonora)

Eleonora. (Sì, l’ho a memoria).

Florindo. (Credo anch’io, non se lo scorderà, in questa sorta di cose le donne e gli uomini diventano in breve tempo maestri). (parte)

SCENA XXI.
Il Dottore, Rosaura ed Eleonora.

Rosaura. Lasciate, signor padre, ch’io vi baci la mano.

Dottore. Perchè causa mi volete baciar la mano?

Rosaura. Perchè devo licenziarmi e portarmi al mio camerino.

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Rosaura. Queste sono cose da dirsi alle bambine, alle serve, non alle donne di spirito e di condizione.

Dottore. Udite la bacchettoncina come sa ben rispondere. Ella è una donna di spirito? Me ne rallegro, ma io comando ed ella deve obbedire. [p. 131 modifica]

Rosaura. La legge vuole che si obbedisca il padre nelle cose buone e non nelle cattive.

Dottore. Vi comando io forse qualche cosa di male?

Rosaura. M’impedite di profittare colle buone lezioni.

Dottore. Scioccarella! Anzi impedisco l’uso di qualche lezione cattiva.

Rosaura. Io cattive lezioni? Io cattive lezioni? Io che son una giovine esemplare, che ha edificate tutte le donne del vicinato? Io farò dunque delle cattive lezioni? Bravo, signor padre, bravo. Non mi aspettava da voi un simile complimento. Ma viva la bontà del cielo, si sa chi sono, è pubblica la mia modestia; e malgrado de’ vostri falsi sospetti, si sa che io non ho mai dato un cattivo esempio, e che... Devo dirlo a gloria della verità, che sono una savia e virtuosa fanciulla. Signor padre, la bontà del cielo sia sempre con voi. (gli bacia la mano e parte)

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Fine dell’Atto Primo.


Note dell'autore
  1. Adopro maggior dolcezza.
  2. Rodimenti.
  3. Toglievansi il titolo quietamente.
  4. Si gonfia.
  5. Ingannarmi.
  6. Le ho sulle dita, le so tutte.
  7. Dieci soldi si becca lo spenditore nella compera del cappone.
  8. Prendere affetto.
  9. E pur dietro. E segui pure..
  10. Proverbio che significa, che bisogna misurare i giorni con la salsiccia, e ricordarsi che più sono i giorni della roba.
  11. Quel che si ruba.
Note dell'editore
  1. Causidici, che frequentavano per il loro ministero gli uffici di Giustizia in Palazzo Ducale: v. Boerio, appendice al Voc.
[p. 132 modifica]