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Il nostro padrone/Parte seconda/XIII

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XIII

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Parte seconda - XII Parte seconda - XIV
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XIII.

All’alba Bruno si svegliò quasi completamente ristabilito; tuttavia Predu Maria non gli permise di muoversi, e gli disse scherzando:

— Eh, c’è una visita mattutina, per te!

Marielène entrò, livida, con gli occhi cerchiati e pieni di tristezza; Bruno si commosse e le fece coraggio, ma aggiunse:

— Adesso che ti sei assicurata che son vivo, ritorna subito giù; avrai da fare.

— Scenderemo assieme, — ella disse, accarezzandolo maternamente. — Non scuoter la testa, non dire di no. Non mi muoverò di qui se tu non verrai.... per pochi giorni, per pochi giorni soltanto....

Egli protestava; ma l’idea che l’assenza di lei potesse scontentare i pensionanti, lo persuase a seguirla.

Scesero, attraverso i sentieri fioriti. Il sole sorgente indorava le cime dei boschi non ancora devastati, e fra poggio e poggio si scorgevano talvolta i monti lontani, azzurri e rosei come se la primavera li [p. 318 modifica] avesse interamente coperti di fiordalisi e di rose canine.

Bruno assicurava di sentirsi bene, ma era pallido e taciturno, con gli occhi spenti, e invano, per distrarlo, Marielène chiacchierava più del solito, raccontandogli le vicende della pensione, i suoi guadagni sempre più crescenti, le sue speranze senza limiti. Egli taceva; ella gli riferì i pettegolezzi della signora Arrita e della maestra, ed egli non si scosse. Rise soltanto quando ella raccontò le furie di Sebastiana contro il professore.

La prima persona che videro, appena arrivati, fu appunto Sebastiana. Ritta presso il muricciuolo dell’orto, tra i cespugli d’assenzio e i rosai fioriti, ella sembrava un gran fiore; e appena Bruno, dall’alto del cavallo, incontrò i grandi occhi luminosi che lo fissavano ansiosamente, provò come un senso di benessere e di gioia.

Ella gli corse dietro fino al cortiletto, domandandogli come stava.

— Ma sto bene, — egli disse, smontando. — Adesso vado subito dal Perrò...

— Tu? Tu vai subito a letto, — disse Marielène, spingendolo verso la cucina.

— Io sto bene! Sto benissimo! — egli ripeteva. Ma Sebastiana vedeva i suoi [p. 319 modifica] occhi spenti, il suo viso invecchiato, e capiva che una crisi funesta, una rovina irreparabile, era accaduta in lui.

La maestra, accorsa anche lei, tastò il polso al malato e gli osservò la lingua e le gengive.

— Secondo il mio parere tu sei debole, e null’altro, figlio mio. La purga? Bene puoi prenderla; se non fa bene non fa male. Ma tu hai bisogno di carne arrosto e di vino d’Oliena.

Anche la signora Arrita lo prese per gli omeri e lo guardò fisso.

— Ti farò io un decotto di erbe, che rinforza i legamenti del cuore....

La maestra insisteva:

— Carne arrosto e vino d’Oliena....

Infastidito, egli si liberò delle due donne e dichiarò che voleva uscire. Allora Marielène e Sebastiana lo presero ciascuna per un braccio e lo condussero nella sala da pranzo, costringendolo a sedersi sull’ottomana.

— Andrò io dal Perrò, — disse Marielène, mettendogli un cuscino dietro le spalle. — Non pensarci, tu.

Ma gli occhi di lui si accesero, e Sebastiana capì che egli non approvava l’idea di sua moglie.

— Andrò io; non agitarti, — disse la [p. 320 modifica] maestra, e uscì, seguita da Marielène che le suggeriva le frasi da dire al Perrò.

Rimasti soli, Bruno guardò Sebastiana, ed ella si piegò su lui, tremando tutta, e lo baciò.

— Senti, Sebastiana, va dal dottor Lais e digli che sto male, che forse morrò.... Era da lui che volevo andare....

Ella andò dal vecchio solitario, ed era appena entrata nella piccola anticamera buia, quando l’uscio fu spinto con violenza e un uomo pallido e ansante entrò e si lasciò cader di peso su una sedia. Sulle prime ella si ritrasse, ma poi le parve che l’uomo fosse ferito, tanto egli ansava e gemeva, e vinta da un senso di pietà gli si avvicinò.

— Antoni Maria Mò! Che hai?

— Lasciami stare! — egli gridò disperato. — Non lo vedi? Muoio.

— Fai presto a morire! Che hai?

— Non lo so, non lo so! Il dottore dice che ho le febbri di malaria; io credo che m’abbiano fatto qualche malìa!

— Predichedda infatti mi disse che avevi le febbri: non sapevo però che tu stessi così male.

— E male, figlia mia! Male di morte è questo! E tuo marito? E tu perchè sei qui?

Ella sedette accanto a lui; cominciarono [p. 321 modifica] a chiacchierare, ed egli le raccontò che dopo l’incendio della tanca e la persecuzione spietata delle cugine non era stato più bene.

— Io sono un uomo rovinato! E tutto questo per voler sempre fare il bene agli altri, credilo pure, Bustianè! Oh, se io, come tanti altri, avessi pensato sola a me, a quest’ora non sarei qui come un pezzente, divorato dalle febbri e da malanni che rodono peggio delle febbri. Ah, ma se non morrò imparerò, te lo giuro! Vedi questa croce santa (egli incrociò le braccia su petto e col piede fece un segno di croce per terra) se qualcuno verrà a chiedermi aiuto gli dirò: va alla forca! E sarò freddo e calcolatore come mossiù Perrò e come il suo capo‐macchia. Sì, quelli son uomini! Essi solamente possono esser felici!

Sebastiana pensò a Bruno, buttato sull’ottomana come un mucchio di stracci, e disse con amaro sarcasmo:

— Sì, sì, farai bene! Tu sei un uomo furbo!

Intanto l’uscio del dottore era stato socchiuso; ma Sebastiana era incerta se entrare prima o dopo di Antonio Maria, per timore che egli sentisse il suo segreto. [p. 322 modifica]

— Passa tu, — gli disse. — Io posso aspettare: sono venuta per un affare.

Antonio Maria si alzò ed entrò senza chiudere l’uscio, ed ella lo sentì ripetere le stesse cose dette poc’anzi, e addurre l’esempio del Perrò, di Bruno e di altri che, secondo lui, erano fortunati e onorati perchè egoisti.

Quando ella entrò il vecchio stava curvo a scrivere sui suoi registri. Ella si avanzò in punta di piedi, curiosa e paurosa: aveva sentito parlare tanto di quell’uomo savio e sapiente che conosceva le leggi degli uomini e quelle della natura, ma non lo aveva mai veduto, e adesso egli le sembrava una specie di fattucchiere circondato di strumenti misteriosi e di libri che dovevano contenere pagine arcane. Ma quando il vecchio sollevò la testa arruffata, mentre ella, confusa, spiegava lo scopo della sua visita, e la guardò, dapprima con sorpresa, come abbagliato dalla bellezza di lei, poi con evidente piacere, e infine con avidità, ella si convinse che egli era un uomo come tutti gli altri.

— Sei parente del malato? — le domandò.

— No: sono sua vicina di casa....

— Che ha fatto egli durante questo tempo? [p. 323 modifica]

— È stato sul Monte a lavorare.

— Sempre così! Volete i consigli e non li seguite. Voi andate dal medico come dal confessore, col proposito di continuare a peccare!

Ella si mise a ridere; e vedendola ridere per così poco egli la credette tanto indifferente verso Bruno da poterle dire la verità.

— Sentimi, egli è gravemente ammalato. Se non si cura e non rimane in riposo, può morire da un momento all’altro.

Sebastiana impallidì e si piegò in avanti come se qualcuno le avesse dato un pugno sulle spalle.

— Son morta! — gridò con disperazione.

Allora il vecchio si alzò e l’afferrò per le braccia, scuotendola e guardandola con desiderio e con ironia.

— Sentimi, bella mia, vedo che sei una buona vicina. Cerca dunque di convincere il malato a non strapazzarsi, e digli che venga da me appena può uscire di casa.

Ella singhiozzava, senza cercare di nascondere il suo dolore: ma siccome il vecchio tentava di stringerla un po’ troppo a sè, ripetendole:

— Tu sei una buona vicina di casa, — ella si scosse e lo respinse mettendogli le [p. 324 modifica] mani sul petto, e corse via affannata. Un pensiero angoscioso la incalzava.

— Egli morrà!

Le pareva impossibile che un uomo come Bruno potesse morire da un momento all’altro, così come muore un fiore, come muore un insetto; ma pensava che anche lei, anche lei dunque, nonostante la sua giovinezza, la sua forza, la sua passione, poteva ammalarsi e morire; sparire da un momento all’altro, come le roselline del suo orto quando soffiava il vento. Per la prima volta in vita sua aveva l’intuizione precisa, nitida, della vanità di ogni cosa e dell’impotenza nostra di fronte al destino.

Ritornò verso casa camminando a testa bassa, curva come una vecchia. Era lontano il tempo in cui ella procedeva a testa alta, dondolandosi come una puledra incalzata da instinti selvaggi! Adesso l’amore, il dolore, il pensiero della morte la piegavano, appunto come il vento caldo di giugno piegava i fiori appassiti dell’orto.

Non ritornò subito da Bruno, per paura che egli le leggesse negli occhi la sua condanna; ma a un tratto, mentre ella si disponeva ad uscire, egli apparve dietro il cancello come un fantasma. [p. 325 modifica]

— Bruno! Tu?...

Egli si appoggiò al cancello e la fissò, con gli occhi pieni d’una profonda tristezza.

— Che ti disse il vecchio?

— Dice che il tuo male non è grave.... e che devi curarti.... stare in riposo.

— Impossibile.

— Come, impossibile? Ah, tu lo farai, Bruno! Te ne prego io!

— Ma io sto bene, Sebastiana!

— Tanto meglio, allora, — ella disse, quasi piangendo. — Guarirai più presto. Tu devi contentarmi, Bruno. O non conto nulla per te?

— Tu sei tutto.... oramai, — egli le disse sottovoce.

Egli se ne ritornò verso casa sua, ed ella risalì nella sua camera; ed entrambi camminavano a testa bassa, vinti dal peso dello stesso pensiero. Egli provava un cupo senso di attesa, come se qualcuno dovesse sopraggiungere e colpirlo alle spalle, e diceva a sè stesso:

— Dovrò morire! Ma che ella non lo sappia.

Ed ella pensava:

— Dovrà morire. Ma che egli non lo sappia.

La maestra le domandò con insistenza dov’era stata, ed ella le disse in parte la [p. 326 modifica] verità, rimproverandole di non commuoversi abbastanza per la disgrazia di Bruno.

— Dacchè egli è nostro vicino di casa, voi non avete fatto altro che invidiarlo e augurargli del male. Ed ecco i vostri auguri si sono avverati....

— Parla bene, ragazza! — esclamò allora la maestra, sollevando un mestolino. — Vedi questo? Te lo rompo sulla testa, se osi parlare ancora così a tua madre. Io non ho mai augurato male a nessuno, nè invidiato nessuno. Ho solo invidiato le madri che non hanno dato la vita a creature sfacciate come te.

Sebastiana fu per replicare, ma all’improvviso si sentì nuovamente oppressa da una fosca tristezza.

— Perchè irritarsi? — pensò, — tutto è inutile.

E se ne andò sul ballatoio, con un ricamo in mano, e stette lunghe ore seduta, con gli occhi fissi sulla tela e l’anima immersa in una disperazione infinita. Intorno era un silenzio come di montagna: s’udiva appena qualche strido di rondine, qualche lontano roteare di carro; il cielo, all’orizzonte, era coperto di vapori cinerei, e le rose che appassivano nell’orto si piegavano sullo stelo come vinte da un sonno profondo. A un tratto anche lei provò un [p. 327 modifica] invincibile bisogno di chinare la testa, di chiudere gli occhi e sfuggire al proprio dolore. Il sonno stese intorno a lei, come il meriggio all’orizzonte, i suoi veli impalpabili: ella dormiva, ma ricordava d’essere seduta all’ombra del ballatoio, e di aver l’ago fra le mani, e che Bruno doveva morire; ma sentiva una misteriosa dolcezza, la speranza di morir presto anche lei e di andare in un luogo ove era permesso di amare e dove gli uomini non vivevano di calcoli e le donne di menzogne. Ma questo momento di speranza cessò presto. Ella trasalì, le parve di svegliarsi, di veder Predu Maria salire la scaletta, livido in viso, coi capelli lunghi e arruffati come quelli del vecchio dottore. Egli aveva in mano il mestolino della maestra e diceva sottovoce minaccioso:

— Ah, tu credevi di ingannarmi, maledetta creatura? Vedi, adesso? Questo è il castigo che il Signore manda a te ed al tuo amico!

Ella si svegliò più triste ed oppressa di prima, si fece il segno della croce e cominciò a pregare: ma mentre pregava continuava a pensare a Bruno, e il rimorso, il dolore, la coscienza del suo peccato, rendevano più cupa e profonda la sua passione.