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Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/327


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invincibile bisogno di chinare la testa, di chiudere gli occhi e sfuggire al proprio dolore. Il sonno stese intorno a lei, come il meriggio all’orizzonte, i suoi veli impalpabili: ella dormiva, ma ricordava d’essere seduta all’ombra del ballatoio, e di aver l’ago fra le mani, e che Bruno doveva morire; ma sentiva una misteriosa dolcezza, la speranza di morir presto anche lei e di andare in un luogo ove era permesso di amare e dove gli uomini non vivevano di calcoli e le donne di menzogne. Ma questo momento di speranza cessò presto. Ella trasalì, le parve di svegliarsi, di veder Predu Maria salire la scaletta, livido in viso, coi capelli lunghi e arruffati come quelli del vecchio dottore. Egli aveva in mano il mestolino della maestra e diceva sottovoce minaccioso:

— Ah, tu credevi di ingannarmi, maledetta creatura? Vedi, adesso? Questo è il castigo che il Signore manda a te ed al tuo amico!

Ella si svegliò più triste ed oppressa di prima, si fece il segno della croce e cominciò a pregare: ma mentre pregava continuava a pensare a Bruno, e il rimorso, il dolore, la coscienza del suo peccato, rendevano più cupa e profonda la sua passione.