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Il cavaliere di spirito/Atto II

Atto II

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Atto I Atto III
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ATTO SECONDO.

SCENA PRIMA.

Don Claudio e Gandolfo.

Claudio. Donna Florida adunque col Conte a lei vicino

Sen va da sola a solo girando in un giardino?
Gandolfo. E ben, che male ci è? Mormorazion non merta,
Se sta col Cavaliere girando all’aria aperta.
Cent’occhi che la vedono, la rendono sicura.
Claudio. Eh, dopo del giardino si passa in fra le mura.
Un tal cominciamento non è che periglioso.
Gandolfo. In verità, signore, siete assai malizioso.
Il Conte è un uom da bene, e la padrona è tale,
Ch’è un torto manifesto volendo pensar male.
Claudio. Con tutti donna Florida usa gentil maniera,
Con me sembra soltanto sofistica ed austera.

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Vuol che da lei mi parta, vantando il viver sola,

E poi con altri tratta, passeggia e si consola?
Gandolfo. Ed io da questo appunto, di cui voi vi dolete,
Giudico ch’ella v’ami più assai che non credete.
Le donne hanno per uso, sia per modestia o orgoglio,
Quando una cosa bramano, a dire: io non ne voglio.
Fan per provar talvolta, fan per esser pregate;
Non vi perdete d’animo, pregatela, e provate.
Claudio. Non vagliono le preci, non vaglion le ragioni.
Gandolfo. Avete mai provato buttarvi in ginocchioni,
Piangere, sospirare, trar fuori uno stiletto?
Fingere di volere trafiggervi nel petto?
Darvi dei pugni in viso? Dar la testa nel muro?
Stracciar un fazzoletto? Tirar qualche scongiuro?
Le donne, che son timide per lor temperamento,
Si arrendono tremanti talor per lo spavento.
Claudio. Quel che l’amor non opra, invano opra il timore.
Gandolfo. Per me penso altrimenti in genere d’amore.
Quando era giovinetto, e aveva il mio genietto,
Volea corrispondenza, per grazia o per dispetto.
Le nostre contadine, che han ruvida la scorza,
Si vincono talora coi pugni e colla forza,
E quando han superato la prima resistenza,
Ci vengono d’intorno con tutta confidenza.
Sono le cittadine assai più delicate,
Ma come l’altre femmine anch’esse son formate.
Poco più, poco meno, han dell’ostinazione,
E gioveria con esse la rustica lezione;
Non dico con i pugni, ch’è cosa troppo vile,
Ma con qualche altra cosa, che avesse del virile.
Claudio. Voi, galantuom, parlate come la villa ispira:
Le nostre cittadine non vinconsi con ira.
Son delicate tanto, son permalose a segno,
Che una disattenzione tosto le muove a sdegno.
Vogliono a lor talento esser da noi servite,

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Vonn’essere adulate, vonn’essere blandite:

Voglion veder gli amanti languenti, appassionati,
E fino i lor difetti deon essere lodati.
E quando del servire il premio aver si crede,
Abbiam d’ingratitudine la perfida mercede.
Gandolfo. Per me le compatisco le vostre cittadine;
Farebbero lo stesso ancor le contadine,
Se fossero gli amanti, che nati sono qua,
Simili nel costume a quei della città.
La donna col cavallo io metto in paragone,
La rende assai più docile chi adopera lo sprone.
Una bacchetta in mano fa che il poliedro impari,
La donna colla sferza si domina del pari.
Chi troppo la seconda, chi troppo l’accarezza,
Non speri ch’ella soffra al collo la cavezza. (parte)

SCENA II.

Don Claudio solo

Reggere un fier leone può un uom sagace, esperto,

Anzi che il cuor di donna volubile ed incerto.
Qual arte non usai per vincer la crudele?
Di me chi più costante, di me chi più fedele?
E alfin la disumana ad ingannar sol usa,
Condanna il mio rispetto, e di viltà m’accusa.
Tento cangiar lo stile, ma spero invan mercede,
Spero conforto invano da un’alma senza fede.
Sì, senza fede, ingrata tu sei, lo scorgo adesso,
Se inganni, se deludi per fin lo sposo istesso.
Egli a sudar fra l’armi va cogli eventi incerti,
Tu con novelli oggetti ti spassi e ti diverti.
Questo pensier funesto del tuo temperamento,
Coi danni del rivale minora il mio tormento;

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Che se prepari ad esso con tue menzogne un duolo,

Son misero e dolente, ma almen non sarò solo.

SCENA III.

Don Flavio ed il suddetto.

Flavio. Amico.

Claudio.  Oh ciel! che miro! Voi qui? voi di ritorno?
Flavio. Disfatto è l’inimico, alla mia patria io torno.
Cerco in città la sposa. So che qui è ritirata.
Dov’è? dove si trova? Rendiamola avvisata.
Claudio. Infelice don Flavio! tornate vittorioso
Dal campo di battaglia per essere doglioso.
Meglio per voi che avesse durato il rio conflitto,
Anzi che rivedere colei che vi ha trafitto.
Flavio. Oimè! voi mi uccidete. Dov’è la mia diletta?
Claudio. Va col conte Roberto a passeggiar soletta.
Flavio. Roberto lo conosco. Conosco il cavaliere:
L’onesto suo costume non lasciami temere;
E il cuor di donna Florida non credo sì spietato,
Che dopo brevi giorni di me si sia scordato.
Claudio. Fidate pur di lei, del cavalier fidate,
Avrete da una donna di fè le prove usate.
Vuol l’amicizia nostra, ch’io parli franco e schietto;
Il cuor di donna Florida per voi non vi prometto.
Flavio. Amico, perdonate, se franco anch’io ragiono;
A dubitar di tutto sì facile non sono.
So che voi pure amaste colei che ora insultate,
E temo che, irritandomi, di lei vi vendichiate.
Claudio. Voi m’insultate.
Flavio.  È vero, e avete una ragione
Per chieder dell’insulto da me soddisfazione.
Eschiam da queste mura, andiamo in sulla strada;
Son pronto a soddisfarvi.
Claudio.  Nel fodero la spada.

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Finor l’insulto vostro è ancora indifferente,

Finchè non è la donna colpevole o innocente.
Prova di lei si faccia, che vaglia assicurarvi,
E allora dell’offesa dovrete ritrattarvi.
Flavio. Io ritrattar non soglio quel che il mio labbro ha detto;
L onor di donna Florida a sostener mi affretto.
Escite, e colla spada provatemi ch’è infida.
Claudio. Eh, che l’onor di donna non prova una disfida.
Potrei morir: per questo saria dalla mia morte
La fede autenticata di debole consorte?
E se innocente ha il cuore, col vostro sangue istesso
Macchiata esser dovrebbe da vergognoso eccesso?
Inutile è il cimento, quando la donna è infida;
Scoprasi ch’è innocente, e accetto la disfida.
Flavio. Or bene, a questo patto la pugna or differisco.
Scoperta la menzogna, vi assalgo ed infierisco,
Nè di sottrar pensate la vita alla mia spada.
Claudio. Son cavalier, mi avrete con voi quando vi aggrada:
Ma l’onor mio pretendo che all’onta non si esponga
Di femminile inganno. L’ira omai si deponga.
Andiamo di concerto per metterci al sicuro,
Se il cuor di donna Florida siasi macchiato o puro.
S’ella vi vede, al certo, temendo il vostro aspetto,
Arte non mancheralle per simulare affetto;
E quell’ardir che l’anima, sin che voi siete assente,
Le mancherà nel seno, mirandovi presente.
Celatevi per poco, fate che non vi veda;
Ferito in lontananza facciam ch’ella vi creda.
S’ella fedel si mostra a voi distante ancora,
L’avrò accusata a torto: ci batteremo allora.
Flavio. Piacemi il ritrovato, e allor con più ragione
Di vendicar mi accingo la sua riputazione.
Andrò in luogo remoto a lei poco lontano,
Farò le giunga un foglio segnato di mia mano;
Vedrò la sua risposta, vedrò s’ella destina

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La mia felicitade, ovver la mia rovina;

E voi che mi recaste al cuor pena sì forte,
Ne pagherete il fio col sangue e colla morte, (parte)

SCENA IV.

Don Claudio solo.

O che la donna ha il cuore in nuovi amori assorto,

E colla sua scoperta mi vendico del torto;
O se il pensier m’inganna ed il suo sposo adora,
Uno di noi perisca: se ho da morir, si mora.
Vivere in tale stato, sempre di vita incerto,
È una continua morte. Finor troppo ho sofferto.
Da lei se la mia fede un premio non aspetta,
Si tenti dell’ingrata almeno una vendetta.
Se Flavio l’abbandona, e meco si cimenta,
E sono il vincitore, farò ch’ella si penta;
E se cader io deggio sotto di un uom più forte,
La cruda un fier rimorso avrà della mia morte.
Oh quai pensier funesti mi hanno ingombrato il cuore!
Ecco le belle gioie, che trovansi in amore.
Poveri sciagurati! Il pregio non si sa,
Se non quando è perduto, di nostra libertà.
Per un piacer sì misero, che tardi o mai non viene,
Si perde quanto mai possiamo aver di bene.
La pace non si cura, la vita non si stima;
Vani riflessi e tardi: dovea pensarci in prima, (parte)

SCENA V.

Donna Florida e il Conte.

Conte. Eccoci di ritorno, ecco ch’io vi rimetto

Qui, donde vi ho levata, con umile rispetto.
Florida. Grazie, signor, vi rendo della pietosa cura,
Onde la bontà vostra me rallegrar procura.

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Conte. Farlo di cuore intendo, ma vedo apertamente,

Che per quanto si faccia, con voi non si fa niente:
Ma affè, vi compatisco, vi manca quella cosa
Che più d’ogni altro spasso fa ridere una sposa.
Florida. Credete voi ch’io sia vogliosa di marito?
Conte. Così mi par dagli occhi. Son franco, son perito
Nel conoscer le donne, che sono appassionate.
Florida. Eppure questa volta, signor, voi v’ingannate.
Conte. Di dir siete padrona quel che vi pare e piace;
Ma credo quel che voglio anch’io con vostra pace.
Don Flavio lo conosco, è un giovane brillante,
Di docili maniere, di amabile sembiante.
Saputo ha innamorarvi, se fede a lui giuraste,
E certo, nell’amarlo, lontan non lo bramaste.
Che torni a voi dappresso voi sospirate il dì:
Se no dite col labbro, dicono gli occhi sì.
Florida. Quel che ho nel cor, col labbro a dir voi mi udirete.
O gli occhi miei mentiscono, o voi non gl’intendete.
Conte. Dunque l’alfier lontano voi non amate più?
Florida. Vi lascio indovinarlo, se avete tal virtù.
Conte. Indovinar mi provo talor dai segni esterni,
Ma è il cuor delle persone sol noto agli occhi eterni.
Gli agnostici e prognostici ch’io fo di un cuore amante,
Può esser che sian fatti da medico ignorante.
Anche il fisico bravo però talor s’inganna,
E men conosce il vero, più che a studiar si affanna.
Lunga è la medic’arte, per cui la vita è breve,
Mai giunge a insegnar tanto, quanto saper si deve.
Ma l’arte di conoscere l’amor di gioventù
È peggio della medica, e incerta ancora più.
Florida. Dunque voi, che dagli occhi conoscer vi vantate,
Che non sapete niente almeno confessate.
Conte. Non so niente, il confesso; ma sono un po’ curioso
Saper, se veramente amate il vostro sposo.
Florida. Questa curiosità dee avere un fondamento.

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Conte. Certo, che senza causa non destasi il talento.

Florida. Prima che il ver vi scopra di quel che nutro in me,
Del vostro desiderio svelatemi il perchè.
Conte. Volentieri, è ben giusto, acciò mi si conceda
La grazia ch’io domando, che l’obbedir preceda.
Vuò saper se lo sposo piacer vi reca, o tedio,
Per offerirvi al cuore più facile il rimedio.
Florida. Figurate i due casi, se l’amo, o se non l’amo;
Saper qual sia il consiglio che mi dareste, io bramo.
Conte. Perdonate, signora, senza saper il male,
Offrono i ciarlatani farmaco universale.
Dite lo stato vostro, e allor franco mi appiglio
Offrirvi, qual io penso, e l’opera e il consiglio.
Florida. No, no, non vuò scoprirvi dove il mio male inclina,
Se prima non son certa qual sia la medicina.
Conte. Ed io non dirò mai qual sia il medicamento,
Se prima il vostro male scoprire io non vi sento.
Florida. Dunque il rimedio è inutile; scoprirmi ora non posso.
Conte. E voi restate adunque col vostro male addosso.
Florida. Che crudeltà! vedere talun addolorato,
E non voler soccorrerlo per un puntiglio ingrato.
Conte. Parmi, perdon vi chiedo, più ingrato chi pretende
Celar il proprio male a chi guarirlo intende.
Florida. Dirlo non ho coraggio; prometto non negarlo,
Se voi coll’arte vostra giungete a indovinarlo.
Conte. Mi proverò: voi siete afflitta, addolorata,
Perchè pria di concludere lo sposo vi ha lasciata.
Temete ch’ei si penta, temete ch’ei non torni,
E cresce il vostro male nel crescere dei giorni.
Ho indovinato?
Florida.  Oibò! siete lontan dal vero.
Conte. Dunque per altra strada indovinare io spero.
Siete di lui pentita. Per forza, o per impegno,
Giuraste a lui la fede, di cui vi sembra indegno.
E invece di tremare per i perigli sui,

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Sperate che la guerra vi liberi da lui.

È egli vero?
Florida.  Nemmeno. Crudel tanto non sono.
Finor voi non avete d’indovinare il dono.
Conte. Potreste la sua vita bramar per onestà,
Ma ch’egli vi lasciasse per altro in libertà.
Florida. Libertà di qual sorte?
Conte.  Principio a indovinar.
La libertà che mirasi nel mondo a praticar.
Florida. Trattar con mille oggetti parmi una noia, un duolo.
Conte. Dunque la libertade di frequentar un solo.
Florida. Questi chi esser dovrebbe?
Conte.  Piano, signora mia,
Principio a insuperbirmi di buona astrologia.
Trovata la ragione che vi martella il petto,
Può esser che indovini ancor qual sia l’oggetto.
Veduto ho qui d’intorno certo don Claudio.
Florida.  È vero.
Conte. Sarebbe egli l’amico?
Florida.  No, nemmen per pensiero.
Conte. Dir convien, che lasciato l’abbiate alla città,
A villeggiar venuta per zelo d’onestà.
Florida. Alla città non evvi quel tal che vi credete.
Conte. Essere vi dee certo. Signora, ove l’avete?
Florida. S’io spiegarvi dovessi il nome del soggetto,
Sareste, signor Conte, astrologo imperfetto.
Conte. Scoprir una passione poss’io, ma mi confondo
A indovinar un nome fra tanti nomi al mondo.
Ditemi almen la patria.
Florida.  Più di così non dico.
Conte. Vedo per questa parte difficile l’intrico.
Abbandoniamo il nome, qualunque sia l’oggetto:
Parliamo del rimedio al mal che avete in petto.
L’alfier com’è geloso?
Florida.  NoL so, non lo provai.

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Conte. Un militar per solito geloso non è mai.

Ridicolo sarebbe voler usar invano
Presente quel rigore che usar non può lontano.
Ma il pover galantuomo, che per l’onor si espone,
Affida alla consorte la sua riputazione.
Considerar conviene, signora, che i soldati
Ove d’onor si tratta, son molto delicati.
Concedono alle spose la lor conversazione;
Ma guai qualor s’avvedono, che prendono passione.
Ecco al mal che vi affligge, il buon medicamento;
Troncate la passione nel suo cominciamento.
Fate che a voi tornando, continui amore e stima,
Trovandovi fedele e amante come prima.
Florida. Ma s’ei perisse al campo, ove comanda il fato?
Conte. Ah ah! capisco adesso, che prima ho indovinato,
Quando pensai che foste afflitta dallo sdegno
D’aver data la fede per forza o per impegno.
Se questo è ver, signora, ecco il rimedio vostro,
Che franco qual io sono, per obbligo vi mostro.
Quando la fede è data, non si ritratta più,
E dove amor non regna, supplisce la virtù.
In libertà di sceglier, un cuor non si violenta,
Ma quando si è legato, è vano che si penta.
Amara è la bevanda, lo so, vi compatisco;
Son medico sincero, vi curo, e non tradisco.
Entrato a medicarvi col più costante impegno,
A costo lo vuò fare ancor del vostro sdegno.
Florida. Anzichè a sdegno prendere labbro che parla audace,
Chi parlami sincero mi offende, e pur mi piace;
Ma il caso è figurato, e non accordo ancora
Che sia, qual vi credete, il mal che mi addolora.
Ditemi, se disciolto fosse il mio cuor dal nodo,
Ritrovereste voi di consolarmi il modo?
Conte. Allor procurerei di darvi un testimonio
Di stima, proponendovi qualch’altro matrimonio.

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Florida. Chi mi proponereste?

Conte.  Oh oh! non tanta fretta.
Non nascono i mariti tra i fiori e tra l’erbetta.
Se fosse necessario di darvelo sì presto,
Potrei difficilmente rendervi paga in questo.
Florida. Se in città non volessi cercar lo sposo mio?
Conte. Altri qui non vi sono fuor che don Claudio, ed io.
Florida. Un di voi due non basta?
Conte.  Don Claudio può bastarvi.
Florida. Voi non sareste al caso?
Conte.  Non so di meritarvi.
Florida. Lasciam le cerimonie; s’io fossi fuor d’impegno,
Il cuor di donna Florida di voi sarebbe indegno?
Conte. Nè voi siete nel caso di farmi la proposta,
Nè io mi trovo in grado di darvi una risposta.
Florida. Voi mi sprezzate adunque.
Conte.  Son uom che dice il vero;
Quando non vi stimassi, vi parlerei sincero.
Florida. Se di me stima avete, perchè negarmi un sì?
Conte. È ver che dirlo è vano, prima che giunga il dì.
Florida. E se quel giorno arriva, che par lontano ancora,
Ricuserete il laccio?
Conte.  Risponderovvi allora.
Florida. Questo è il rimedio adunque, che medico pietoso
Offriste al male interno, ch’io vi teneva ascoso?
Conte. Ora che il mal conosco, e la cagion ne sento,
Godo che giovar possavi un mio medicamento:
Ma quando l’ammalato ha imbarazzato il seno,
Il balsamo talvolta convertesi in veleno.
Fino che sposo avete vivo, robusto e sano,
Straniera medicina sperar potete invano.
Lasciate che col tempo l’impegno e la ragione
Aiuti la prudenza a far la digestione.
Non vuò che una lusinga faciliti l’accesso
D’un male, ch’è pur troppo comune al vostro sesso;

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E per calmar lo spirito, onde agitata or siete,

Ch’io parta, ch’io vi lasci, madama, permettete.
(parte)

SCENA VI.

Donna Florida sola.

Già lo sapea di certo, che il debole costume

Avrebbemi offuscato della ragione il lume.
Ma è sì gentile il Conte, sì generoso e umano,
Sì poco visse meco lo sposo ancor lontano,
E tanto mi diletta la dolce compagnia,
Che parmi con ragione sgridar la sorte mia.
Saggio risponde il Conte al mio parlare ardito,
Ma libera proposi cercar nuovo marito.
Alfin non ho sposato l’alfier che mi pretende:
L’evento della pugna incerto ancor si attende.
Se vive, se ritorna, sarò di lui contenta;
Ma darsi può ch’ei mora, può darsi ch’ei si penta.
Il militar costume non vuolmi assicurata,
Ed io dovrò con esso per sempre esser legata?
O torni a me repente, e il dubbio al cor mi tolga;
O in libertà mi lasci, e il laccio si disciolga.

SCENA VII.

Gandolfo e detta.

Gandolfo. Signora, ecco una lettera che a lei viene diretta,

E quel che l’ha recata, ch’ella risponda aspetta.
Florida. Donde vien? Chi la manda?
Gandolfo.  Che l’apra, e lo saprà.
Ciascun ha per le lettere simil curiosità.
Florida. (Apre e legge in fondo alla lettera.)
Oh ciel, mi trema il cuore. Don Flavio è che mi scrive.
(a Gandolfo)

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Gandolfo. Mi rallegro con lei; è segno che ancor vive.

Florida. Sentiam che cosa dice.
Gandolfo.  Me n’anderò.
Florida.  Restate.
Ho piacer de’ suoi detti che testimon voi siate.
Sposa mia dilettissima.
Gandolfo.  Mi piace il complimento.
Florida. Disfatto è l’inimico.
Gandolfo.  Oh davver ne ho contento.
Florida. Dopo una lunga pugna, sia detto a nostra gloria.
Con perdita di pochi avemmo la vittoria
.
Gandolfo. Bravo. Verrà fra poco a consolar la sposa.
Florida. Venga. Sarò contenta. Mi troverà amorosa.
D’un mio sinistro evento vuò rendervi avvisata:
La faccia dello sposo vedrete difformala.
Un colpo di moschetto in mezzo una foresta
Mi ha tratto per destino un occhio dalla testa
.
Gandolfo. Oh povero signore!
Florida.  Don Flavio sventurato!
Ho per metade il volto reciso e lacerato.
Più non conoscerete in me l’effigie istessa,
Che vi ha nel cuor pietoso la bella fiamma impressa.
Perchè l’aspetto mio non giungavi improvviso,
Vi anticipo, mia cara, il doloroso avviso.
Non merto l’amor vostro, se il volto mio si vede;
Ma spero non vorrete per ciò mancar di fede.
Che se dalle ferite ho il mio sembiante oppresso,
Il cuor di chi vi adora sarà sempre lo stesso
.
Misera me!
Gandolfo.  Che dite dei frutti della guerra?
Florida. Ah, questa nuova infausta mi lacera, mi atterra.
Gandolfo. Oh povera padrona! certo lo sposo vostro,
Per quello che si sente, è divenuto un mostro.
Florida. Lo soffrirò da presso? Avrò cuor di mirarlo?
Stelle! benchè difforme, potrei abbandonarlo?

[p. 296 modifica]

Gandolfo. Fate almen che dinanzi vi venga mascherato:

Mettetegli una fascia, parerà il Dio bendato.
Florida. Mille pensieri ho in cuore. Risolvere non so.
Fate aspettare il messo. Oh dei! risponderò. (parte)
Gandolfo. E pur fra le disgrazie può consolarsi almeno,
Che con un occhio solo vedrà tanto di meno.

Fine dell’Atto Secondo.

Note