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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/298

290 ATTO SECONDO

Conte. Certo, che senza causa non destasi il talento.

Florida. Prima che il ver vi scopra di quel che nutro in me,
Del vostro desiderio svelatemi il perchè.
Conte. Volentieri, è ben giusto, acciò mi si conceda
La grazia ch’io domando, che l’obbedir preceda.
Vuò saper se lo sposo piacer vi reca, o tedio,
Per offerirvi al cuore più facile il rimedio.
Florida. Figurate i due casi, se l’amo, o se non l’amo;
Saper qual sia il consiglio che mi dareste, io bramo.
Conte. Perdonate, signora, senza saper il male,
Offrono i ciarlatani farmaco universale.
Dite lo stato vostro, e allor franco mi appiglio
Offrirvi, qual io penso, e l’opera e il consiglio.
Florida. No, no, non vuò scoprirvi dove il mio male inclina,
Se prima non son certa qual sia la medicina.
Conte. Ed io non dirò mai qual sia il medicamento,
Se prima il vostro male scoprire io non vi sento.
Florida. Dunque il rimedio è inutile; scoprirmi ora non posso.
Conte. E voi restate adunque col vostro male addosso.
Florida. Che crudeltà! vedere talun addolorato,
E non voler soccorrerlo per un puntiglio ingrato.
Conte. Parmi, perdon vi chiedo, più ingrato chi pretende
Celar il proprio male a chi guarirlo intende.
Florida. Dirlo non ho coraggio; prometto non negarlo,
Se voi coll’arte vostra giungete a indovinarlo.
Conte. Mi proverò: voi siete afflitta, addolorata,
Perchè pria di concludere lo sposo vi ha lasciata.
Temete ch’ei si penta, temete ch’ei non torni,
E cresce il vostro male nel crescere dei giorni.
Ho indovinato?
Florida.  Oibò! siete lontan dal vero.
Conte. Dunque per altra strada indovinare io spero.
Siete di lui pentita. Per forza, o per impegno,
Giuraste a lui la fede, di cui vi sembra indegno.
E invece di tremare per i perigli sui,