Apri il menu principale

Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/296

288 ATTO SECONDO

La mia felicitade, ovver la mia rovina;

E voi che mi recaste al cuor pena sì forte,
Ne pagherete il fio col sangue e colla morte, (parte)

SCENA IV.

Don Claudio solo.

O che la donna ha il cuore in nuovi amori assorto,

E colla sua scoperta mi vendico del torto;
O se il pensier m’inganna ed il suo sposo adora,
Uno di noi perisca: se ho da morir, si mora.
Vivere in tale stato, sempre di vita incerto,
È una continua morte. Finor troppo ho sofferto.
Da lei se la mia fede un premio non aspetta,
Si tenti dell’ingrata almeno una vendetta.
Se Flavio l’abbandona, e meco si cimenta,
E sono il vincitore, farò ch’ella si penta;
E se cader io deggio sotto di un uom più forte,
La cruda un fier rimorso avrà della mia morte.
Oh quai pensier funesti mi hanno ingombrato il cuore!
Ecco le belle gioie, che trovansi in amore.
Poveri sciagurati! Il pregio non si sa,
Se non quando è perduto, di nostra libertà.
Per un piacer sì misero, che tardi o mai non viene,
Si perde quanto mai possiamo aver di bene.
La pace non si cura, la vita non si stima;
Vani riflessi e tardi: dovea pensarci in prima, (parte)

SCENA V.

Donna Florida e il Conte.

Conte. Eccoci di ritorno, ecco ch’io vi rimetto

Qui, donde vi ho levata, con umile rispetto.
Florida. Grazie, signor, vi rendo della pietosa cura,
Onde la bontà vostra me rallegrar procura.