Il burbero di buon cuore/Atto III

Atto III

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Carlo Goldoni - Il burbero di buon cuore (1771)
Traduzione dal francese di Carlo Goldoni (1789)
Atto III
Atto II Nota storica

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ATTO TERZO.

SCENA PRIMA.

Marta, Picard. Vengono da due parti opposte.

Marta. Oh! mi consolo; siete già sortito?

Picard. (Colla canna del suo padrone) Sì, zoppico ancora un poco; ma sto molto meglio, la paura è stata maggiore del male, nè meritava certamente il danaro, che mi ha regalato il padrone.

Marta. Qualche volta un male produce un bene.

Picard. Povero padrone! È sì buono! In verità questo tratto di umanità mi ha commosso, mi ha fatto piangere; se mi avesse anche rotta la gamba, glielo avrei perdonato.

Marta. Egli ha un cuore!... E una disgrazia per lui, e per noi, ch’egli abbia qualche difetto1.

Picard. Chi è l’uomo, che non ha difetti?

Marta. Andate, andate a vederlo, non ha ancora pranzato.

Picard. E perchè? A quest’ora?

Marta. Eh! vi sono delle cose in questa casa.... dalle cose terribili.

Picard. Lo so; ho incontrato vostro nipote, e mi ha raccontato ogni cosa, e per questo sono tornato sollecitamente. Tutti questi disordini sono noti al padrone?

Marta. Credo ne sappia una buona parte.

Picard. Prevedo quanto deve essere afflitto.

Marta. Sì certamente, e la povera Angelica?

Picard. Ma il signor Valerio?...

Marta. Valerio! Valerio è sempre qui, non ha voluto allontanarsi, e dalla mia camera, ov’io l’aveva nascosto, è passato all’altro appartamento; egli incoraggisce il marito, consola la moglie, e dà delle occhiate furtive ad Angelica; l’uno piange,

[p. 268 modifica] l’altro sospira, e l’altro si dispera; è una scena veramente toccante, interessante.

Picard. Non vi eravate voi incaricata di parlare al padrone?...

Marta. Sì, gli parlerò; ma ora è troppo adirato.

Picard. Vado a vederlo, e a rendergli la sua canna.

Marta. Andate, e se vi pare che sia calmato, vedete se vi riesce di dirgli qualche cosa su lo stato deplorabile di suo nipote.

Picard. Sì, gli parlerò e vi renderò conto del risultato.

(apre piano, entra nell’appartamento di Geronte, e chiude la porta)

SCENA II.

Marta, poi Dorval.

Marta. E un buon uomo Picard, dolce, onesto, amoroso, egli è il solo che mi va a genio in questa casa; oh io non sono facile ad accomodarmi con tutti.

Dorval. (Venendo per la porta di mezzo, parlando piano e sorridendo) E bene. Marta!.... Il signor Geronte è egli tuttavia adirato?

Marta. Non sarebbe cosa estraordinaria; voi lo conoscete.

Dorval. È egli ancora sdegnato contro di me?

Marta. Contro di voi? Sdegnato contro di voi?

Dorval. Sì, fieramente, ma non durerà; scommetto, che s’io vado a vederlo, sarà egli il primo ad abbracciarmi.

Marta. Niente di più facile: egli vi ama; vi stima, voi siete l’unico amico suo... Cosa singolare per altro, egli sì furioso, e voi sì flemmatico?...

Dorval. Per questo precisamente si è sempre più consolidata la nostra amicizia.

Marta. Andate a vederlo.

Dorval. No, per ora; avrei bisogno di veder prima la signora

Angelica. Dov’è ella presentemente?

Marta. Ella deve essere nella camera di suo fratello. Vi sono note le disgrazie di suo fratello?

Dorval. Sì; ognuno ne parla.

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Marta. E che cosa ne dicono?

Dorval. Come accade ordinariamente in simili circostanze. I buoni lo compiangono, i cattivi lo beffeggiano, e gl’ingrati lo abbandonano.

Marta. Così va il mondo. E quella povera fanciulla?

Dorval. E necessario ch’io le parli.

Marta. Mi sarebbe permesso di chiedervi su qual proposito? Io m’interesso abbastanza per lei, onde poter meritare una tal compiacenza.

Dorval. Mi vien detto che un certo Valerio...

Marta. Ah! ah! Valerio?

Dorval. Lo conoscete voi?

Marta. Se lo conosco? Tutto quello che vi può essere stato detto di lui e d’Angelica, è tutto opera della mia condotta.

Dorval. Meglio. Voi mi seconderete.

Marta. Con tutto il cuore.

Dorval. È d’uopo che mi assicuri se Angelica...

Marta. E poi, se Valerio...

Dorval. Sì, cercherò di vederlo.

Marta. Andate, andate dal signor Leandro; voi farete con una pietra due colpi.

Dorval. Come?

Marta. Valerio è là...

Dorval. Valerio? E là?

Marta. Sì signore.

Dorval. Sarò ben contento di ritrovarvelo; vado subito.

Marta. Aspettate, aspettate; gli farò preceder l’avviso da un servitore.

Dorval. Oh bella! Ho io bisogno di farmi annunciare in casa di mio cognato?

Marta. Vostro cognato? Chi?

Dorval. Voi non sapete nulla?

Marta. No.

Dorval. (Dopo un momento di silenzio) E bene! Voi lo saprete un’altra volta. (entra nell’appartamento di Leandro [p. 270 modifica]

SCENA III.

Marta, poi Geronte.

Marta. Parla come un pazzo... Non si sa quel che voglia dire.

Geronte. (Con una lettera in mano, parlando verso la porta del suo appartamento da dov’è sortito) Resta lì, non vuo’ che tu sorta, farò portare la mia lettera per un altro, (si volta) Marta!

Marta. Signore.

Geronte. Va’ a cercare un servitore, che porti subito questa lettera a Dorval. (volgendosi alla porta del suo appartamento) Che stordito! Zoppica ancora, e vorrebbe sortire, (a Marta) Va’, spicciati.

Marta. Ma voi non mi date tempo di parlare... Il signor Dorval è qui.

Geronte. Dorval è qui?

Marta. Sì signore, è qui.

Geronte. Dove?

Marta. Nell’appartamtento di vostro nipote.

Geronte. (Da sé, in collera) (Dorval nel quarto di Leandro! Comprendo il mistero), (a Marta) Va’ a cercar Dorval, digli... No, non voglio che le mie genti entrino per quella porta; (a Marta) se tu ci metti il piede, ti licenzio immediatamente; chiama; fa che venga qualche uomo di là, qualche donna, qualche demonio... No, no, non voglio veder nessuno di coloro... Vacci tu stessa, che Dorval venga subito. E bene?...

Marta. Deggio andarvi, sì o no?

Geronte. Va’, non m’impazientar d’avantaggio.

Marta. (Entra nell’appartamento di Leandro.)

SCENA IV.

Geronte solo.

Così è; non vi è dubbio. Dorval ha penetrato l’abisso in cui quel disgraziato è caduto, e lo seppe prima di me, ne io lo saprei ancora se Picard non me l’avesse svelato. Ecco il
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tivo della condotta di Dorval; teme imparentarsi con un uomo disordinato; egli è là probabilmente per esaminarlo più da vicino, per assicurarsi dello stato suo; ma perchè Dorval non me ne ha parlato? Dirà egli forse, che la mia vivacità non gli ha permesso di farlo? Egli ha torto, doveva attendere, doveva trattenersi. Il mio foco si sarebbe calmato. Nipote indegno! Traditore! perfido! Tu hai sagrifìcato il tuo patrimonio, il tuo onore; io ti amo, scellerato! Ti amo ancora, ma ti scancellerò dal mio cuore, dalla mia memoria..... Sorti di questa casa, va a perire altrove, (con meno calore, e quasi intenerito) Ma dove andrà egli? No, non mi preme Non ci penso più. Angelica è la sola che m’interessa, ella è la sola che m’interessa, ella è la sola che merita le mie cure, la mia tenerezza lascierò soffrire il colpevole, e non abbandonerò mai l’innocenza.

SCENA V.

Geronte, Leandro.

Leandro. (Gettandosi a’ piedi di Geronte) Ah! mio zio, degnatevi di ascoltarmi.

Geronte. (Agitato) Che cos’è? che vuoi tu da me? Alzati.

Leandro. (Alzandosi) Compassionate in me il più confuso, il più sfortunato degli uomini; voi che avete il cuore sì tenero e generoso, mi abbandonerete voi per un fallo, che non deriva che da un eccesso d’amore; ma da un amore onesto, legittimo, e perdonabile? Ho avuto torto senza dubbio nell’allontanarmi da’ vostri consigli, e trascurare la vostra tenerezza paterna; ma sovvenitevi di quel sangue che mi diede la vita, di quel sangue che è a noi comune, piegatevi in favore di un infelice.

Geronte. (S’intenerisce, e s’asciuga gli occhi.)

Leandro. Ciò che m’affligge non è la perdita dello stato mio, ma bensì un sentimento più degno di voi e di me, che è l’onore; soffrirete voi che vostro nipote abbia a arrossire?

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Non vi dimando niente per me, basta ch’io possa satisfar nobilmente i miei creditori. Vi prometto per mia moglie, e per me, che la miseria non farà impressione alcuna ne’ nostri cuori, qualora in mezzo alle disavventure ci resti la consolazione di conservare una probità senza macchia, e possedere il vostro amore, la vostra stima, e la vostra sensibilità.

Geronte. (Intenerito) Disgraziato! Tu meriteresti (da sè) Io sono un imbecille, uno sciocco; perchè lo ascolto? Ma questa specie di fanatismo del sangue mi parla in favor di un ingrato. Sì, indegno! Pagherò i tuoi debiti, e la mia bontà ti metterà in grado, può essere, di contrattarne degli altri2

Leandro. (Con tuono di commozione) No, mio zio, non temete, spero che la mia condotta meriterà la vostra approvazione, ed il vostro compatimento.

Geronte. Qual condotta, povero scimunito? Quella di un marito infatuato, che si lascia dirigere da una moglie vana, audace, ambiziosa?

Leandro. (Vivamente) Ah, mio zio, v’ingannate; mia moglie non ha avuto parte alcuna ne’ miei disordini. Voi non la conoscete.

Geronte. (Ancor più vivamente) Perfido! Tu la difendi? Mentisci in faccia mia! Bada bene. Vi vuol poco, che a cagion di tua moglie non ritratti la promessa, che mi hai carpita.... Sì, sì, la ritratterò...3 Tua moglie? Il nome suo mi fa orrore.

Leandro. Voi mi lacerate il cuore.

SCENA VI.

Costanza, Geronte, Leandro.

Costanza. Ah! signore, se voi mi credete la cagione della rovina di vostro nipote, è giusto ch’io sola ne soffra la pena; l’ignoranza degli affari domestici nella quale ho finora vissuto


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non basterà forse a giustificarmi; giovine senza esperienza mi sono lasciata condurre da un marito che amo; le sue compiacenze mi hanno incantata, le società mi hanno incoraggiata, l’esempio mi ha sedotta; mi trovava contenta, e mi credea fortunata. Ma comparisco agli occhi4 vostri colpevole, e ciò basta per umiliarmi; purché mio marito sia degno delle vostre beneficenze5 mi sottometto al vostro decreto. Mi staccherò 6 della sue braccia, andrò a chiudermi in un ritiro, nè vi domando che una grazia sola: moderate l’odio vostro verso di me, compatite il mio sesso, la mia età, compatite la debolezza di un marito, che tutto ha sagrificato all’amore.

Geronte. (Sforzandosi di non cedere alla tenerezza) Pensate voi di sedurmi? D’intenerirmi?

Costanza. Oh cielo! Non vi è pietà, non vi è rimedio per me. Tutto è perduto. Leandro mio! Ah! non resisto... Mi manca il respiro. (cade svenuta sopra una sedia)

Leandro. (La soccorre.)

Geronte. (Commosso, intenerito chiama) Olà qualcuno. Marta.

SCENA VII.

I suddetti. Marta.

Marta. Eccomi, eccomi.

Geronte. (Confuso) Vedete.... lì.... animo, andate vedete soccorretela.

Marta. (A Costanza) Signora, signora, che cosa avete?

Geronte. (Dà a Marta una boccetta d’acqua spiritosa) Spero che questo spirito la farà rinvenire, (a Leandro, con passione) E così? come va?

Leandro. Non saprei cosa dirvi.

Geronte. (S’approssima a Costanza, e le dice bruscamente) Come va? Come vi trovate?


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Costanza. (Alzandosi con fatica e con voce debole) Voi siete troppo buono, signore, ad interessarvi per me, non abbadate alla mia debolezza, spero ricuperar le mie forze, partirò, e soffrirò pazientemente la mie disavventure.

Geronte. (Si mostra incenerito senza dir parola.)

Leandro. Ah! mio zio, soffrirete voi...

Geronte. (Bruscamente a Leandro) Taci, (a Costanza) Restate qui con vostro marito.

Costanza. (Con trasporto di gioia) Ah! signore...

Leandro. Mio amorosissimo zio...

Geronte. (Serio, ma senza trasporti, prendendo l’una e l’altro per la mano) Ascoltatemi. I miei risparmi non dovevano servire per me, voi gli avreste ritrovati un giorno, voi li avete consunti, la sorgente è inaridita; siate cauti per l’avvenire, e se non siete penetrati della riconoscenza, fate che l’onore v’impegni.

Costanza. La vostra bontà...

Leandro. La vostra generosità...

Geronte. Basta così.

Marta. Signore, poiché siete in una sì bella disposizione di far del bene, non farete voi qualche cosa per la signora Angelica?

Geronte. Ah!... ov’è Angelica?

Marta. Non è lontana.

Geronte. (Piano a Marta) E lo sposo è egli con lei?

Marta. (Piano) Lo sposo?

Geronte. Sì, vi è egli ancora? o è partito?

Marta. (Da sé) (Bellissima), (a Geronte) Vi è, non è partito.

Geronte. Che venghino qui.

Marta. Angelica? e...

Geronte. Sì, tutti due.

Marta. Subito, (avvicinandosi alla scena) Venite, venite, figliuoli, non temete, il signor Geronte vi invita.

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SCENA VIII ed ultima.

Angelica, Valerio, Dorval ed i suddetti, poi Picard.

Geronte. ( Vedendo Dorval e Valerio, che devono essere un poco indietro, uno presso l’altro) Che! chi è quell’altro? Che cosa vuole?

Marta. (Ridendo) Signore, uno è lo sposo, e l’altr’è... il testimonio.

Geronte. (Ad Angelica) Avvicinatevi.

Angelica. (S’avvicina tremando.)

Geronte. (A Dorval) Venite qui, signor sposo. E bene! non venite? Siete ancora in collera meco?

Dorval. Parlate con me?

Geronte. Con voi.

Dorval. Scusatemi; io non sono che il testimonio.

Geronte. Il testimonio?

Dorval. Sì; ecco il mistero. Se voi m’aveste lasciato parlare....

Geronte. (Riscaldandosi) Mistero? (ad Angelica) Vi è del mistero?

Dorval. (Con tuono serio e fermo) Ascoltatemi, amico. Voi conoscete Valerio, egli intese i tristi avvenimenti di questa casa, egli è venuto ad offrire la sua borsa a Leandro, e la sua mano ad Angelica; Valerio l’ama, la desidera, ed ha formato il progetto di domandarla in isposa offrendosi di prenderla senza dote, e di farle una contradote di dodici mila7 lire di rendita. Vi conosco; so quanto amate le azioni nobili e generose. Son io che lo ha fatto qui trattenere per aver il piacere di presentarvelo.

Geronte. (Vivamente ad Angelica) Voi non avevate inclinazione veruna! Mi avete ingannato; no, non lo voglio, quest’è una superchieria, che non posso e non devo soffrire.

Angelica. (Piangendo) Ah! mio zio...

Valerio. (Supplichevole) Ah! signore...

Costanza. Voi siete sì generoso.

Marta. Il mio caro padrone!...

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Leandro. La povera mia sorella!

Geronte. (Da sé, commosso) (Ma che carattere è il mio! Non posso far durar la mia collera; due parole dolci, due lagrime, eccomi avvilito; ho ira contro di me medesimo, mi schiaffeggierei da me stesso).

(Tutti lo circondano, e ripetono tutti in una volta le loro preghiere colle stesse parole di sopra nominate.)

Geronte. Tacete; non mi stordite; non ne posso più. (forte) Che la sposi.

Marta. Che la sposi? senza dote?

Geronte. (A Marta con collera) Come! senza dote? Maritar mia nipote senza darle la dote! Conosco Valerio; l’azion generosa che si era proposta, merita anzi una ricompensa. Si avrà la dote, e le centomila lire di più, che le avea destinate.

Valerio. Quali grazie!

Angelica. Che bontà!

Costanza. Qual cuore!

Leandro. Qual esempio!

Marta. Viva il mio padrone.

Dorval. Viva il mio buon amico.

Geronte. (Grida forte) Zitti, basta, tacete, (chiama) Picard.

Picard. Signore.

Geronte. Che vi sia questa sera una cena per tutti. Tutti ceneranno con me. Dorval, intanto una partita agli scacchi.

Fine della Commedia.


  1. Testo; diffetto.
  2. Testo: degl’altri..
  3. Nel testo è stampato: Sì, sì la ritratterò tua Moglie? Il nome suo ecc. — Nella trad. del Candoni qui si legge: Sì, sì la ritratterò... Tu non avrai nulla del mio. Tua moglie!... Io non posso soffrirla, non voglio vederla. E in quella di Elisabetta Caminer: Sì, sì, la rivocherò; tu non avrai niente da me. Tua moglie! tua moglie! Non posso soffrirla; non la voglio vedere.
  4. Testo: agl’occhi
  5. Testo: benefficenze.
  6. Testo: stacherò.
  7. Testo: milla.