I pescatori di trepang/13. I pirati della Papuasia

13. I pirati della Papuasia

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CAPO XIII.

I Pirati della Papuasia



Lo stretto di Torres, che separa la grande isola di Nuova Guinea o Papuasia e l’estrema punta del continente australiano chiamata Terra di Torres o di Carpentaria, è uno dei passi più pericolosi e più difficili che esistano.

Scoperto dagli spagnoli Ortiz de Rez e Bernardo della Torre nel 1545, per molti anni fu quasi dimenticato in causa dei gravi ostacoli che presentava e anche oggidì è assai poco frequentato, quantunque si posseggano delle ottime carte topografiche, eseguite per cura del governo inglese e delle colonie australiane.

È lungo solamente trentaquattro leghe, ma quante fatiche costa la sua traversata! È una successione continua di [p. 132 modifica] bassifondi che cambiano troppo spesso di posto in causa delle correnti; una selva di scogliere madreporiche che gli zoofiti sempre più allargano e che spingono gradatamente a fior d’acqua; un caos d’isolotti e d’isole che intralciano la navigazione non solo ai velieri, ma bensì anche ai piroscafi. Oltre a ciò, gli abitanti di quelle terre godono una fama tristissima e non temono d’assalire le navi che si arenano o che si fracassano su quei banchi e su quelle scogliere e disgraziati i marinai che naufragano vivi!... Uno spiedo o un pentolone li attendono!

Molti sono gli equipaggi che caddero sotto i denti di quegli antropofaghi e si ricordano ancora quelli delle due navi il Chesterfied e l’Hormuzier, che nel 1793 furono divorati dagli isolani di Mua e di Warmwasc.

Quelle isole sono quasi tutte piccole, ma assai popolate. Formano un arcipelago conosciuto sotto il nome di Principe di Galles e le principali terre sono: Mua o Murray che è la più grande, Rennell, Warmwasc, Bristan, Dalrymple, Retam, Cornwallis, Talberet e Delinance.

Gli abitanti, che pare appartengano ad un incrocio di papuasi e di polinesiani, sono in generale di statura alta, ben fatti, colla fronte larga, il naso regolare, la capigliatura cresputa che amano tingersi di rosso, la pelle assai oscura e sono assai bellicosi.

Usano portare al collo delle mezzelune di madreperla a monili di ossa ed agli orecchi scagliette di tartaruga incastrate nei lobi, i quali sono tagliati in due.

Valenti marinai al pari dei papuasi della costa e dei polinesiani, posseggono delle barche lunghe oltre venti piedi, con vele di vimini o di foglie intrecciate, e scorrazzano lo stretto assalendo ora le tribù della costa australiana o quelle della Nuova Guinea, per procurarsi dei prigionieri che poi divorano.

Udendo il capitano a gridare: Lo stretto di Torres!... il vecchio marinaio, Cornelio e Hans erano balzati in piedi.

— Di già! esclamò Cornelio. Abbiamo filato colla rapidità d’un veliero!... Ma dov’è la costa australiana?

— Vedo laggiù, alla nostra destra, una specie di nebbia disse Wan-Stael. Deve essere la Terra di Carpentaria.

— E quei monti che si ergono dinanzi a noi? [p. 133 modifica]

— Appartengono alla Nuova Guinea.

— Ha dei monti molto alti, quella grande isola?

— Ha delle catene colossali, Cornelio, e delle montagne immense, che sono coperte di neve per la maggior parte dell’anno. Si dice che alcune misurino perfino 6000 metri d’altezza ed anche 6500.

— Siamo lontani da quell’isola?

— Forse quaranta miglia.

— Non la raggiungeremo?

— Le coste meridionali sono poco note, Cornelio, ed i loro abitanti sono quasi tutti pirati. Cercheremo invece di raggiungere le isole Arrù, che si trovano all’entrata del mar delle Molucche e dove spero di trovare dei pescatori di trepang olandesi.

— Ohe!... Ohe!... esclamò in quell’istante Wan-Horn. Noi chiacchieriamo mentre un brutto uccello da preda, anzi due, stanno per darci la caccia.

— Cosa vuoi dire, vecchio Horn? chiese il capitano.

— Che fra poco saremo costretti, a far tuonare i fucili, se non troviamo un rifugio. Non vedete a poppa due barche che eseguiscono una manovra sospetta, signor Wan-Stael?

Il capitano si volse verso il sud e fece un gesto di stizza. [p. 134 modifica]

— Ecco cos’erano i fanali che abbiamo scorti! esclamò. Altro che navi!... Sono due uccelli da preda e forse assai pericolosi.

Infatti a sette od otto miglia verso il sud, si scorgevano non già due uccelli, ma due imbarcazioni, le quali procedevano di conserva, seguendo la stessa rotta della scialuppa.

Non ci voleva molto a riconoscerle per due imbarcazioni d’isolani, essendo ben diverse da quelle che usano gli uomini bianchi. Ognuna era formata da due grandi piroghe scavate in tronchi d’albero, lunghe oltre dodici metri, riunite con una specie di ponte e munite, ai lati, di due bilancieri di bambù per impedire alle onde di rovesciarle.

Portavano entrambe una vela triangolare, di grandi dimensioni, fabbricata con vimini strettamente intrecciati e sul ponte si vedevano parecchi uomini semi-nudi, colla pelle assai nera.

— Sono papuasi, se non m’inganno disse il capitano. Brutti compagni, amici miei.

— Che siano pirati? chiese Wan-Horn.

— Lo temo, vecchio mio e mi pare che cerchino di raggiungerci.

— Che siano molti quegli uomini? chiese Cornelio.

— Una quarantina per lo meno, disse il capitano.

— Posseggono armi da fuoco i papuasi?

— No, ma hanno delle frecce avvelenate col succo dell’upas e che lanciano colle cerbottane, delle zagaglie e certe sciabole pesanti chiamate parangs, che con un sol colpo decapitano una persona.

— Non c’è da scherzare con quei selvaggi.

— C’è da temere, Cornelio, e faremo bene a fuggire.

— Ma dove? Ci raggiungeranno, signor Stael, disse Wan-Horn. Con quelle grandi vele devono filare più di noi.

— Ci getteremo verso la costa.

— Su quella delle isole dello stretto?

— Sei pazzo, vecchio mio!... Quegli abitanti sono peggiori dei papuasi e ci daranno subito addosso.

— Allora su quella della Nuova Guinea?

— Sì, Horn, e cerchiamo di non perdere tempo. Mi pare che quelle scialuppe guadagnino su di noi e se non ci affrettiamo, fra un paio d’ore saranno qui. [p. 135 modifica]

— Cosa dobbiamo fare? chiesero Hans e Cornelio.

— Spiegare più tela che possiamo. Alzeremo un remo a prua ed un altro a poppa e spiegheremo la tela cerata ed una delle nostre coperte. Affrettiamoci, ragazzi miei.

Il chinese, Hans e Cornelio, aiutati dal vecchio marinaio, si misero tosto all’opera. Avendo portato con loro delle funi, alzarono a prua e a poppa della scialuppa due remi che legarono saldamente alle banchine, ne spezzarono un terzo onde servisse da pennoni e spiegarono la tela cerata ed una coperta, legando i due angoli inferiori ai bordi della scialuppa.

Il vento che soffiava dal sud e molto fresco, ben presto fece raddoppiare la corsa dell’imbarcazione, la quale scendeva e saliva le larghe ondate dello stretto di Torres.

Parve che i selvaggi s’accorgessero di ciò, poichè in lontananza s’udirono delle grida e poco dopo sulle due scialuppe accoppiate, si videro spiegare altre due piccole vele triangolari e si videro dei remi che battevano febbrilmente le acque.

— Ve lo dicevo io, che quei furfanti si preparavano a darci la caccia!... esclamò Wan-Horn. Se non avessero delle cattive intenzioni, non cercherebbero di affrettare la loro corsa.

— Speriamo di giungere sulle coste della Nuova Guinea prima che ci siano addosso, disse il capitano. Se il vento non cede, fra quattro ore noi saremo a terra.

— Ma perderemo la scialuppa disse Cornelio.

— Troveremo qualche fiume, nipote mio e lo saliremo.

— Ma anche quei pirati lo saliranno.

— Ma nascosti in mezzo ai boschi, ci sarà facile respingerli a colpi di fucile.

— E non troveremo qualche tribù ostile, a terra?

— La Nuova Guinea è grande, Cornelio, e la sua popolazione è scarsa e quindi le tribù non si trovano dappertutto. Guadagnano, Horn?

— Non mi pare, rispose il marinaio, che non perdeva di vista le piroghe. Arrancano disperatamente, ma la distanza non scema, per ora.

— Attenti alle vele, voi, e lasciate a me la cura di dirigere la scialuppa. [p. 136 modifica]

I papuasi, che miravano a raggiungere i fuggiaschi per farli prigionieri o forse per saccheggiarli, facevano sforzi disperati per guadagnar via. Si vedevano i remi agitarsi rapidamente per aiutare le vele, e far spruzzare l’acqua assai alta, ma non s’avvicinavano che assai lentamente, filando la scialuppa otto e forse nove nodi all’ora.

Di tratto in tratto si udivano le loro grida, che il vento portava agli orecchi dei naufraghi e parevano intimazioni di arrestarsi, ma pel momento nessuno si occupava delle loro minaccie.

I monti della grande isola diventavano di minuto in minuto più distinti e anche la costa cominciava a delinearsi confusamente verso il nord, estendendosi dall’est all’ovest.

Alle nove del mattino la scialuppa non era che a venticinque miglia, ma il vento, che fino allora s’era mantenuto molto fresco, accennava a scemare.

Il capitano e Wan-Horn cominciavano a diventare inquieti, perchè se il vento veniva a mancare, non potevano gareggiare colle piroghe, che avevano un equipaggio quattro volte più numeroso ed abituato fino dall’infanzia alla manovra del remo.

Una piroga era già assai innanzi e non distava che quattro miglia. L’altra invece, che doveva essere una cattiva veliera, era rimasta molto più indietro, ma continuava vigorosamente la caccia.

Senza dubbio quegli astuti selvaggi si erano accorti delle intenzioni dei naufraghi e si sforzavano di raggiungerli prima che toccassero le spiagge della grande isola.

— Ah! esclamò il capitano. Se avessi ancora la spingarda, non si avvicinerebbero di certo, quei birboni!... Ma non disperiamo e teniamoci pronti a far tuonare i fucili.

Alle dieci la costa era ancora lontana dodici o tredici miglia, continuando il vento a scemare. Si scorgevano già gli alberi che la coprivano, e verso l’est una profonda baia ma che poteva anche essere la foce d’un fiume.

La prima piroga era assai vicina e continuava a guadagnare, essendo spinta innanzi da venti remi vigorosamente manovrati. Ormai la si scorgeva perfettamente, senza bisogno di cannocchiali.

Quantunque quel piccolo veliero fosse stato costruito da [p. 137 modifica] selvaggi malamente provvisti d’armi taglienti, era veramente ammirabile.

Come si disse, consisteva in due scialuppe accoppiate, formate da due grandi tronchi di cedro scavati con molta cura, lunghi dieci metri, armati a prua d’una specie di sperone pazientemente scolpito e colla poppa assai alta, che si prolungava come una specie di scala, simile ad un affusto degli antichi pezzi d’artiglieria.

Una specie di ponte li riuniva, coperto da una piccola tettoia di foglie sostenuta da una leggera armatura ed a prua ed a poppa si rizzavano due bizzarri alberi formati ognuno da tre bambù uniti alla cima ed allargati alla base, ma senza antenne, senza sartie, senza paterazzi, sprovviste insomma di qualunque corda.

Non erano del resto necessarie, poichè le vele dei marinai papuasi, non si spiegano dall’alto in basso, ma dal basso in alto e per eseguire questa manovra facile, basta una sola corda passata sulla cima dell’albero.

Quelle vele sono costruite con nervature di foglie intrecciate con una specie di lanuggine che si raccoglie sugli alberi sagù e misurano sei metri in lunghezza e due in larghezza ordinariamente, ma sono usate anche quelle di forma triangolare. Se il vento manca, si tengono arrotolate ai piedi degli alberi, se soffia si issano fino alla metà o fino alla cima, a seconda della violenza delle raffiche.

Un lungo remo che serve da timone ed un bilanciere formato da una tavola larga che poggia sull’acqua, trattenuta da bambù e che si mette a babordo od a tribordo, completano quei piccoli velieri.

Sul ponte della piroga più vicina si distinguevano alcuni uomini occupati nella manovra delle due vele e parecchi altri seduti nelle due imbarcazioni, i quali arrancavano con sovrumana energia.

Di quando in quando si udiva una voce che gridava: miro!... miro!... ma il capitano si guardava bene dal prestarvi fede. Quelle parole di “pace!... pace!...„ suonavano troppo male in bocca a quei selvaggi, i quali parevano pronti a piombare addosso alla scialuppa colle armi in mano.

Invece di fermarsi, il capitano, Cornelio, Horn ed il chinese avevano afferrati i remi ed arrancavano furiosamente. Hans si era messo alla barra del timone. [p. 138 modifica]

Alle undici tre sole miglia separavano i naufraghi dalle coste della Nuova Guinea, ma la prima piroga non distava che ottocento metri e la seconda millecinquecento.

— Vedo un fiume! esclamò Hans.

— Dinanzi a noi? chiese il capitano, che non poteva scorgerlo, volgendo le spalle alla costa.

— Sì, zio, proprio dinanzi a noi.

— Guida la scialuppa in quel corso d’acqua. È largo?

— Una cinquantina di metri.

— Lo saliremo e sbarcheremo nei boschi. Non perdiamo un colpo di remo, amici miei; i papuasi si sono accorti delle nostre intenzioni.

— Zio, disse Cornelio. Non sono che a quattrocento metri da noi.

— Cosa vuoi dire?

— Che posso mandare una palla a quei pirati.

— Lo farai più tardi; animo, arrancate!...

La scialuppa, sotto la spinta di quei quattro remi vigorosamente manovrati, fendeva impetuosamente le onde, anzi volava, ma anche il veliero dei papuasi s’avanzava rapidamente e guadagnava sempre.

Fortunatamente la costa non era che a poche centinaia di metri. Si distinguevano nettamente gli alberi di cocco, le arenghe saccarifere, le palme, i fichi, le felci arborescenti, le sensitive giganti, gli artocarpi, ecc. che coprivano le sponde, formando delle foreste quasi impenetrabili.

— Uno sforzo ancora, gridò Hans.

La scialuppa, spinta innanzi da quell’ultimo e supremo sforzo, superò la distanza, attraversò un banco di sabbia e si cacciò nella foce del fiume, arenandosi presso un isolotto coperto d’un ammasso gigantesco di paletuvieri, le così dette piante della febbre.

I naufraghi, abbandonati i remi, afferrarono i fucili, mentre la prima piroga virava di bordo dinanzi al banco di sabbia.