Filippo (Alfieri, 1946)/Atto primo

Atto primo

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Personaggi Atto secondo

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ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Isabella.

Desio, timor, dubbia ed iniqua speme,

fuor del mio petto omai. — Consorte infida
io di Filippo, di Filippo il figlio
oso amar, io?... Ma chi ’l vede, e non l’ama?
Ardito, umano cor, nobil fierezza,
sublime ingegno, e in avvenenti spoglie
bellissim’alma; ah! perché tal ti fero
natura e il cielo?... Oimè! che dico? imprendo
cosí a strapparmi la sua dolce immago
dal cor profondo? Oh! se palese mai
fosse tal fiamma ad uom vivente! Oh! s’egli
ne sospettasse! Mesta ognor mi vede...
Mesta, è vero, ma in un dal suo cospetto
fuggir mi vede; e sa che in bando è posta
da ispana reggia ogni letizia. In core
chi legger puommi? Ah! nol sapess’io, come
altri nol sa! Cosí ingannar potessi,
sfuggir cosí me stessa, come altrui!...
Misera me! sollievo a me non resta
altro che il pianto; ed il pianto è delitto. —
Ma, riportare alle piú interne stanze

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vo’ il dolor mio; piú libera... Che veggio?

Carlo? Ah! si sfugga: ogni mio detto o sguardo
tradir potriami: oh ciel! sfuggasi.


SCENA SECONDA

Carlo, Isabella.

Carlo  Oh vista! —

Regina, e che? tu pure a me t’involi?
Sfuggi tu pure uno infelice oppresso?
Isab. Prence...
Carlo  Nemica la paterna corte
mi è tutta, il so; l’odio, il livor, la vile
e mal celata invidia, entro ogni volto
qual maraviglia fia se impressa io leggo,
io, mal gradito al mio padre e signore?
Ma tu, non usa a incrudelir; tu nata
sotto men duro cielo, e non per anche
corrotta il core infra quest’aure inique;
sotto sí dolce maestoso aspetto
crederò che nemica anima alberghi
tu di pietade?
Isab.  Il sai, qual vita io tragga,
in queste soglie: di una corte austera
gli usi, per me novelli, ancor di mente
tratto non mi hanno appien quel dolce primo
amor del suol natio, che in noi può tanto.
So le tue pene, e i non mertati oltraggi
che tu sopporti; e duolmene...
Carlo  Ten duole?
Oh gioja! Or ecco, ogni mia cura asperge
di dolce oblio tal detto. E il dolor tuo
divido io pure; e i miei tormenti io spesso
lascio in disparte; e di tua dura sorte
piango; e vorrei...

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Isab.  Men dura sorte avrommi,

spero, dal tempo: i mali miei non sono
da pareggiarsi a’ tuoi; dolor sí caldo
dunque non n’abbi.
Carlo  In me pietà ti offende,
quando la tua mi è vita?
Isab.  In pregio hai troppo
la mia pietà.
Carlo  Troppo? ah! che dici? E quale,
qual havvi affetto, che pareggi, o vinca
quel dolce fremer di pietá, che ogni alto
cor prova in se? che a vendicar gli oltraggi
val di fortuna; e piú nomar non lascia
infelici color, che al comun duolo
porgon sollievo di comune pianto?
Isab. Che parli?... Io, sí, pietá di te... Ma... oh cielo!...
Certo, madrigna io non ti son: se osassi
per l’innocente figlio al padre irato
parlar, vedresti...
Carlo  E chi tant’osa? E s’anco
pur tu l’osassi, a te sconviensi. Oh dura
necessitá!... d’ogni sventura mia
cagion sei tu, benché innocente, sola:
eppur, tu nulla a favor mio...
Isab.  Cagione
io delle angosce tue?
Carlo  Sí: le mie angosce
principio han tutte dal funesto giorno,
che sposa in un data mi fosti, e tolta.
Isab. De! che rimembri?... Passeggera troppo
fu quella speme.
Carlo  In me cogli anni crebbe
parte miglior di me: nudriala il padre;
quel padre sí, cui piacque romper poscia
nodi solenni...
Isab.  E che?...

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Carlo  Suddito, e figlio

di assoluto signor, soffersi, tacqui,
piansi, ma in core; al mio voler fu legge
il suo volere: ei ti fu sposo: e quanto
io del tacer, dell’obbedir fremessi,
chi ’l può saper, com’io? Di tal virtude
(e virtude era, e piú che umano sforzo)
altero in cor men giva, e tristo a un tempo.
Innanzi agli occhi ogni dover mio grave
stavami sempre; e s’io, pur del pensiero,
fossi reo, sallo il ciel, che tutti vede
i piú interni pensieri. In pianto i giorni,
le lunghe notti in pianto io trapassava:
che pro? L’odio di me nel cor del padre,
quanto il dolore entro al mio cor, crescea.
Isab. L’odio non cape in cor di padre, il credi;
ma il sospetto bensí. L’aulica turba,
che t’odia, e del tuo spregio piú si adira
quanto piú il merta, entro al paterno seno
forse versò il sospetto...
Carlo  Ah! tu non sai,
qual padre io m’abbia: e voglia il ciel, che sempre
lo ignori tu! gli avvolgimenti infami
d’empia corte non sai; né dritto cuore
creder li può, non che pensarli. Crudo,
piú d’ogni crudo che dintorno egli abbia,
Filippo è quei che m’odia; egli dá norma
alla servil sua turba; ei d’esser padre,
se pure il sa, si adira. Io d’esser figlio
giá non oblio perciò; ma, se obliarlo
un dí potessi, ed allentare il freno
ai repressi lamenti; ei non mi udrebbe
doler, no mai, né dei rapiti onori,
né della offesa fama, e non del suo
snaturato inaudito odio paterno;
d’altro maggior mio danno io mi dorrei...

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Tutto ei mi ha tolto il dí, che te mi tolse.

Isab. Prence, ch’ei t’è padre e signor rammenti
sí poco?...
Carlo  Ah! scusa involontario sfogo
di un cor ripieno troppo: intera aprirti
l’alma pria d’or, mai nol potea...
Isab.  Né aprirla
tu mai dovevi a me; né udir...
Carlo  T’arresta;
deh! se del mio dolore udito hai parte,
odilo tutto. A dir mi sforza...
Isab.  Ah! taci;
lasciami.
Carlo  Ahi lasso! Io tacerò; ma, oh quanto
a dir mi resta! Ultima speme...
Isab.  E quale
speme ha, che in te non sia delitto?
Carlo  ... Speme,...
che tu non m’odj.
Isab.  Odiarti deggio, e il sai,...
se amarmi ardisci.
Carlo  Odiami dunque; innanzi
al tuo consorte accusami tu stessa...
Isab. Io profferire innanzi al re il tuo nome?
Carlo Sí reo m’hai tu?
Isab.  Sei reo tu solo?
Carlo  In core
dunque tu pure?...
Isab.  Ahi! che diss’io?... Me lassa!.
O troppo io dissi, o tu intendesti troppo.
Pensa, deh! chi son io; pensa, chi sei.
L’ira del re mertiamo; io, se ti ascolto;
tu, se prosiegui.
Carlo  Ah! se in tuo cor tu ardessi,
com’ardo e mi struggo io; se ad altri in braccio
ben mille volte il dí l’amato oggetto

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tu rimirassi: ah! lieve error diresti

lo andar seguendo il suo perduto bene;
e sbramar gli occhi; e desiar talvolta,
qual io mi fo, di pochi accenti un breve
sfogo innocente all’affannato core.
Isab. Sfuggimi, deh!... Queste fatali soglie,
finch’io respiro, anco abbandona; e fia
per poco...
Carlo  Oh cielo! E al genitor sottrarmi
potrei cosí? Fallo novel mi fora
la mal tentata fuga: e assai giá falli
mi appone il padre. Il solo, ond’io son reo,
noi sa.
Isab.  Nol sapess’io!
Carlo  Se in ciò ti offesi,
ne avrai vendetta, e tosto. In queste soglie
lasciami: a morte se il duol non mi tragge,
l’odio, il rancor mi vi trarrá del padre,
che ha in se giurato, entro al suo cor di sangue,
il mio morire. In questa orribil reggia,
pur cara a me poiché ti alberga, ah! soffri,
che l’alma io spiri a te dappresso...
Isab.  Ahi vista!...
Finché quí stai, per te pur troppo io tremo.
Presaga in cor del tristo tuo destino
una voce mi suona... — Odi; la prima,
e in un di amor l’ultima prova è questa,
ch’io ti chieggio, se m’ami; al crudo padre
sottratti.
Carlo  Oh donna!... ell’è impossibil cosa.
Isab. Sfuggi me dunque, or piú di pria. Deh! serba
mia fama intatta, e serba in un la tua.
Scolpati, sí, delle mentite colpe,
onde ti accusa invida rabbia: vivi,
io tel comando, vivi. Illesa resti
la mia virtú con me: teco i pensieri,

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teco il mio core, e l’alma mia, mal grado

di me, sian teco; ma de’ passi miei
perdi la traccia; e fa, ch’io piú non t’oda,
mai piú. Del fallo è testimon finora
soltanto il ciel; si asconda al mondo intero;
a noi si asconda: e dal tuo cor ne svelli
fin da radice il sovvenir,... se il puoi.
Carlo Piú non mi udrai? mai piú?...1.


SCENA TERZA

Carlo.

  — Me lasso!... Oh giorno!...

Cosí mi lascia?... Oh barbara mia sorte!
Felice io sono, e misero, in un punto...


SCENA QUARTA

Carlo, Perez.

Perez Su l’orme tue, signor... Ma, oh ciel! turbato

donde sei tanto? oh! che mai fia? Sei quasi
fuor di te stesso... Ah! parla; al dolor tuo
mi avrai compagno. — Ma, tu taci? Al fianco
non ti crebb’io da’ tuoi piú teneri anni?
Amico ognor non mi nomasti?...
Carlo  Ed osi
in questa reggia profferir tal nome?
Nome ognor dalle corti empie proscritto,
bench’ei spesso vi s’oda. A te funesta,
a me non util, fora ornai tua fede.
Cedi, cedi al torrente; e tu pur segui
la mobil turba; e all’idolo sovrano

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porgi con essa utili incensi e voti.

Perez Deh! no, cosí non mi avvilir: me scevra
dalla fallace turba: io... Ma che vale
giurar qui fe? quí, dove ogni uom la giura,
e la tradisce ogni uomo. Il cor, la mano
poni a piú certa prova. Or di’; qual debbo
per te affrontar periglio? ov’è il nemico
che piú ti offende? parla.
Carlo  Altro nemico
non ho, che il padre; che onorar di un tanto
nome i suoi vili or non vogl’io, né il deggio.
Silenzio al padre, agli altri sprezzo oppongo.
Perez Ma, non sa il vero il re: non giusto sdegno
contro a te quindi in lui si accende; e ad arte
altri vel desta. In alto suono, io primo,
io gliel dirò per te...
Carlo  Perez, che parli?
Piú che non credi, il re sa il ver; lo abborre
piú ch’ei nol sa: né in mio favore egli ode
voce nessuna...
Perez  Ah! di natura è forza,
ch’ei l’oda.
Carlo  Chiuso, inaccessibil core
di ferro egli ha. Le mie difese lascia
alla innocenza; al ciel, che pur talvolta
degnarla suol di alcun benigno sguardo.
Intercessor, s’io fossi reo, te solo
non sdegnerei: qual di amistade prova
darti maggior poss’io?
Perez  Del tuo destino
(e sia qual vuoisi) entrar deh! fammi a parte;
tant’io chieggo, e non piú: qual altro resta
illustre incarco in cosí orribil reggia?
Carlo Ma il mio destin (qual ch’egli sia) nol sai,
ch’esser non può mai lieto?
Perez  Amico tuo,

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non di ventura, io sono. Ah! s’è pur vero,

che il duol diviso scemi, avrai compagno
inseparabil me d’ogni tuo pianto.
Carlo Duol, che a morir mi mena, in cor rinserro;
alto dolor, che pur mi è caro. Ahi lasso!...
Che non tel posso io dire?... Ah! no, non cerco,
né v’ha di te piú generoso amico:
e darti pur di amistá vera un pegno,
coll’aprirti il mio core, oh ciel! nol posso.
Or va; di tanta, e sí mal posta fede,
che ne trarresti? Io non la merto: ancora
tel ridico, mi lascia. Atroce fallo
non sai, ch’è il serbar fede ad uom, cui serba
odio il suo re?
Perez  Ma, tu non sai, qual sia
gloria, a dispetto d’ogni re, il serbarla.
Ben mi trafiggi, ma non cangi il core,
col dubitar di me. Tu dentro al petto
mortal dolor, che non puoi dirmi, ascondi?
Saper nol vo’. Ma s’io ti chieggio, e bramo,
che a morir teco il tuo dolor mi tragga,
duramente negarmelo potresti?
Carlo Tu il vuoi, tu dunque? ecco mia destra; infausto
pegno a te dono di amistade infausta.
Te compiango; ma omai del mio destino
piú non mi dolgo: e non del ciel, che largo
m’è di sí raro amico. Oh quanto io sono,
quanto infelice io men di te, Filippo!
Tu, di pietá piú che d’invidia degno,
tra pompe vane e adulazion mendace,
santa amistá non conoscesti mai.

  1. Volendola seguire; ella assolutamente glie lo vieta.