Filippo (Alfieri, 1946)/Atto secondo

Atto secondo

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ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Filippo, Gomez.

Filippo Gomez, qual cosa sovra ogni altra al mondo

in pregio hai tu?
Gomez  La grazia tua.
Filippo  Qual mezzo
stimi a serbarla?...
Gomez  Il mezzo ond’io la ottenni;
obbedirti, e tacermi.
Filippo  Oggi tu dunque
far l’uno e l’altro dei.
Gomez  Novello incarco
non m’è: sai ch’io...
Filippo  Tu fosti, il so, finora
il piú fedel tra i fidi miei: ma in questo
giorno, in cui volgo un gran pensiero in mente
forse affidarti sí importante e nuova
cura dovrò, che il tuo dover mi piacque
in brevi detti or rammentarti pria.
Gomez Meglio dunque potrammi il gran Filippo
conoscer oggi.
Filippo  A te per or fia lieve
ciò ch’io t’impongo; ed a te sol fia lieve,
non ad altr’uom giammai. — Vien la regina
quí fra momenti; e favellare a lungo

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mi udrai con essa: ogni piú picciol moto

nel di lei volto osserva intanto, e nota:
affiggi in lei l’indagator tuo sguardo;
quello, per cui nel piú segreto petto
del tuo re spesso anco i voler piú ascosi
legger sapesti, e tacendo eseguirli.


SCENA SECONDA

Filippo, Isabella, Gomez.

Isab. Signor, io vengo ai cenni tuoi.

Filippo  Regina,
alta cagion vuol ch’io ti appelli.
Isab.  Oh! quale?...
Filippo Tosto la udrai. — Da te sperar poss’io?...
Ma, qual v’ha dubbio? imparzíal consiglio
chi piú di te potria sincero darmi?
Isab. Io, consigliarti?...
Filippo  Sí: piú il parer tuo
pregio che ogni altro: e se finor le cure
non dividevi del mio imperio meco,
né al poco amor del tuo consorte il dei
ascriver tu; né al diffidar tampoco
del re tu il dei: solo ai pensier di stato,
gravi al tuo sesso troppo, ognor sottrarti
io volli appieno. Ma, per mia sventura,
giunto è il giorno, in cui veggo insorger caso
ove frammista alla ragion di stato
la ragion del mio sangue anco è pur tanto,
che tu il mio primo consiglier sei fatta. —
Ma udir da te, pria di parlar, mi giova,
se piú tremendo, venerabil, sacro
di padre il nome, o quel di re, tu stimi.
Isab. Del par son sacri; e chi nol sa?...
Filippo  Tal, forse,

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tal, che saper piú ch’altri sel dovrebbe. —

Ma, dimmi inoltre, anzi che il fatto io narri,
e dimmi il ver: Carlo, il mio figlio,... l’ami?...
o l’odj tu?...
Isab.  ... Signor...
Filippo  Ben giá t’intendo.
Se del tuo cor gli affetti, e non le voci
di tua virtude ascolti, a lui tu senti
d’esser... madrigna.
Isab.  Ah! no; t’inganni: il prence...
Filippo Ti è caro dunque: in te virtude adunque
cotanta hai tu, che di Filippo sposa,
pur di Filippo il figlio ami d’amore...
materno.
Isab.  ... A’ miei pensier tu sol sei norma.
Tu l’ami,... o il credo almeno;... e in simil guisa
anch’io... l’amo.
Filippo  Poi ch’entro il tuo ben nato
gran cor non cape il madrignal talento,
né il cieco amor senti di madre, io voglio
giudice te del mio figliuol...
Isab.  Ch’io?...
Filippo  M’odi. —
Carlo d’ogni mia speme unico oggetto
molti anni fu; pria che, ritorto il piede
dal sentier di virtude, ogni alta mia
speme ei tradisse. Oh! quante volte io poscia
paterne scuse ai replicati falli
del mal docile figlio in me cercava!
Ma giá il suo ardire temerario insano
giunge oggi al sommo; e violenti mezzi
usar pur troppo ora degg’io. Delitto
cotal si aggiunge ai suoi delitti tanti;
tale, appo cui tutt’altro è nulla; tale,
ch’ogni mio dir vien manco. Oltraggio ei fammi,
che par non ha; tal, che da un figlio il padre

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mai non l’attende; tal, che agli occhi miei

giá non piú figlio il fa... Ma che? tu stessa
pria di saperlo fremi?... Odilo, e fremi
ben altramente poi. — Giá piú d’un lustro,
dell’oceán lá sul sepolto lido,
povero stuolo, in paludosa terra,
sai che far fronte al mio poter si attenta.
A Dio non men, che al proprio re, rubelli,
fan dell’una perfidia all’altra schermo.
Sai quant’oro e sudore e sangue indarno
a questo impero omai tal guerra costi;
quindi, perder dovessi e trono e vita,
non baldanzosa, né impunita ir mai
io lascierò del suo delitto atroce
quella vil gente. Al ciel vittima giuro
immolar l’empia schiatta: e a lor ben forza
sará il morir, poiché obbedir non sanno. —
Or, chi a me il crederia? che a sí feroci
nemici felli, il proprio figlio, il solo
mio figlio, ahi lasso! aggiunger deggia...
Isab.  Il prence?...
Filippo Il prence, sí: molti intercetti fogli,
e segreti messaggi, e aperte altere
sedizíose voci sue, pur troppo!
certo men fanno. Ah! per te stessa il pensa;
di re tradito, e d’infelice padre,
qual sia lo stato; e a sí colpevol figlio
qual sorte a giusto dritto ornai si aspetti,
per me tu il di’.
Isab.  ... Misera me!... Vuoi, ch’io
del tuo figlio il destino?...
Filippo  Arbitra omai
tu, sí, ne sei; né il re temer, né il padre
dei lusingar: pronunzia.
Isab.  Altro non temo,
che di offendere il giusto. Innanzi al trono

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spesso indistinti e l’innocente e il reo...

Filippo Ma, dubitar di quanto il re ti afferma
puoi tu? Chi piú di me non reo lo brama?
Deh! pur mentisser le inaudite accuse!
Isab. Giá convinto l’hai dunque?...
Filippo  Ah! chi ’l potrebbe
convincer mai? Fero, superbo, ei sdegna,
non che ragioni, anco pretesti opporre
a chiare prove. A lui parlar non volli
di questo suo novello tradimento,
se pria temprato alquanto in cor lo sdegno
dal bollor primo io non avea: ma fredda
ragion di stato, perché taccia l’ira,
in me non tace... Oh ciel! ma voce anch’odo
di padre in me...
Isab.  Deh! tu l’ascolta: è voce,
cui nulla agguaglia. Ei forse è assai men reo;...
anzi impossibil par, che in questo il sia:
ma, qual ch’ei sia, lo ascolta oggi tu stesso:
intercessor farsi pel figlio al padre,
chi piú del figlio il può? Se altero egli era
talor con gente al ver non sempre amica,
teco ei per certo altier non fia: tu schiudi
a lui l’orecchio, e il cor disserra ai dolci
paterni affetti. A te non mai tu il chiami,
e non mai gli favelli. Ei, pieno sempre
di mista tema, a te si appressa; e in duro
fatal silenzio il diffidar si accresce,
e l’amor scema. La virtú sua prima
ridesta in lui, se pure è in lui sopita;
ch’esser non puote, in chi t’è figlio, estinta:
né altrui fidar le paterne tue cure.
Di padre a lui mostra l’aspetto, e agli altri
serba di re la maestá severa.
Che non si ottien con generosi modi
da generoso core? Ei d’alcun fallo

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reo ti par? (chi non erra?) allor tu solo

l’ira tua giusta a lui solo dimostra.
Dolce è l’ira di un padre; eppur, qual figlio
può non tremarne? Un sol tuo detto, un detto
di vero padre, in suo gran cor piú debbe
destar rimorsi, e men rancor lasciarvi,
che cento altrui, malignamente ad arte
aspri, oltraggiosi. Oda tua reggia intera,
ch’ami ed apprezzi il figlio tuo; che degno
di biasmo, e in un di scusa, il giovanile
suo ardir tu stimi; e udrai repente allora
la reggia intorno risuonar sue laudi.
Dal cor ti svelli il sospettar non tuo:
basso terror di tradimento infame,
a re, che merti esser tradito, il lascia.
Filippo ... Opra tua degna, e di te sola, è questa;
il far che ascolti di natura il grido
un cor paterno: ah! nol fan gli altri. Oh trista
sorte dei re! del proprio cor gli affetti,
non che seguir, né pur spiegar, ne lice.
Spiegar? che dico? né accennar: tacerli,
dissimularli, le piú volte è forza. —
Ma, vien poi tempo, che diam loro il varco
libero, intero. — Assai, piú che nol pensi,
chiara ogni cosa il tuo dir fammi... Ah! quasi
innocente ei mi par, poiché innocente
credi tu il prence. — Ei tosto, o Gomez, venga.


SCENA TERZA

Filippo, Isabella.

Filippo Or vedrai ch’io so padre anco mostrarmi;

piú che a lui mi dorria, se un dí dovessi
in maestá di offeso re mostrarmi.
Isab. Ben tel credo. Ma ei vien: soffri, che il piede

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altrove io porti.

Filippo  Anzi, rimani.
Isab.  Esporti
osava il pensier mio, perché il volevi:
a che rimango omai? testimon vano
tra il figlio e il padre una madrigna fora...
Filippo Vano? ah! t’inganni: testimon mi sei
quí necessario. Hai di madrigna il nome
soltanto; e il nome, anche obbliare il puoi. —
Gli fia grato il tuo aspetto. Eccolo: ei sappia,
che ti fai tu mallevador dell’alta
sua virtú, della fe, dell’amor suo.


SCENA QUARTA

Filippo, Isabella, Carlo, Gomez.

Filippo Prence, ti appressa. — Or, di’; quando fia il giorno

in cui del dolce nome di figliuolo
io ti possa appellare? In me vedresti
(deh tu il volessi!) ognor confusi i nomi
e di padre e di re: ma, perché almeno,
da che il padre non ami, il re non temi?
Carlo Signor; nuova m’è sempre, ancor ch’io l’abbia
udita spesso, la mortal rampogna.
Nuovo cosí non m’è il tacer; che s’io
reo pur ti appajo, al certo io reo mi sono.
Vero è, che in cor non già rimorso io sento,
ma duol profondo, che tu reo mi estimi.
Deh! potess’io cosí di mie sventure,
o, se a te piace piú, de’ falli miei,
saper la cagion vera!
Filippo  Amor,... che poco
hai per la patria tua, nulla pel padre;
e il troppo udir lusingatori astuti;...
non cercar de’ tuoi falli altra cagione.

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Carlo Piacemi almen, che a natural perversa

indole ascritto in me non l’abbi. Io dunque
far posso ancora del passato ammenda;
patria apprender cos’è; come ella s’ami;
e quanto amare io deggia un padre; e il mezzo
con cui sbandir gli adulator, che tanti
te insidian piú, quanto hai di me piú possa.
Filippo — Giovin tu sei: nel cor, negli atti, in volto,
ben ti si legge, che di te presumi
oltre al dover non poco. In te degli anni
colpa il terrei; ma, col venir degli anni,
scemare io ’l senno, anzi che accrescer, veggio.
L’error tuo d’oggi, un giovanil trascorso
io ’l nomerò, benché attempata mostri
malizia forse...
Carlo  Error!... ma quale?...
Filippo  E il chiedi? —
Or, nol sai tu, che i tuoi pensier pur anco,
non che l’opre tue incaute, i tuoi pensieri,
e i piú nascosi, io so? — Regina, il vedi;
non l’esser, no, ma il non sentirsi ei reo,
fia il peggio in lui.
Carlo  Padre, ma trammi alfine
di dubbio: or che fec’io?
Filippo  Delitti hai tanti,
ch’or tu non sai di quale io parli? — Ascolta. —
Lá dove piú sediziosa bolle
empia d’error fucina, ivi non hai
pratiche tu segrete? Entro mia reggia,...
furtivamente,... anzi che il dí sorgesse,...
all’orator dei Batavi ribelli
lunga udienza, e rea, non desti forse?
A quel malvagio, che, se ai detti credi,
viene a mercé; ma in cor, perfidia arreca,
e d’impunito tradimento speme.
Carlo Padre, e fia che a delitto in me si ascriva

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ogni mia menom’opra? È ver, che a lungo

all’orator parlai; compiansi, è vero,
seco di que’ tuoi sudditi il destino;
e ciò ardirei pur fare a te davanti:
né forse dal compiangerli tu stesso
lunge saresti, ove a te noto appieno
fosse il ferreo regnar, per cui tanti anni
gemono oppressi da ministri crudi,
superbi, avari, timidi, inesperti,
ed impuniti. In cor pietade io sento
de’ lor mali; nol niego: e tu, vorresti
ch’io, di Filippo figlio, alma volgare
avessi, o cruda, o vile? In me la speme
di riaprirti alla pietade il core,
col dirti intero il ver, forse oggi troppo
ardita fu: ma come offendo io ’l padre,
nel reputarlo di pietá capace?
Se del rettor del cielo immagin vera
in terra sei, che ti pareggia ad esso,
se non è la pietá? — Ma pur, s’io reo
in ciò ti appajo, o sono, arbitro sei
del mio gastigo. Altro da te non chieggo,
che di non esser traditor nomato.
Filippo ... Nobil fierezza ogni tuo detto spira...
Ma del tuo re mal penetrar puoi l’alte
ragioni tu, né il dei. Nel giovin petto
quindi frenar quel tuo bollor t’è d’uopo,
e quella audace impaziente brama
di, non richiesto, consigliar; di esporre,
quasi gran senno, il pensier tuo. Se il mondo
veder ti debbe, e venerarti un giorno
sovra il maggior di quanti ha seggi Europa,
ad esser cauto apprendi. Ora in te piace
quella baldanza, onde trarresti allora
biasmo non lieve. Omai, ben parmi, è tempo
di cangiar stile. — In me pietá cercasti,

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e pietá trovi; ma di te: non tutti

degni ne son: dell’opre mie me solo
giudice lascia. — A favor tuo parlommi
or dianzi a lungo, e non parlommi indarno,
la regina: te degno ancor cred’ella
del mio non men, che del suo amore... A lei,
piú che a me, devi il mio perdono;... a lei.
Sperar frattanto d’oggi in poi mi giova,
che tu saprai meglio stimare, e meglio
meritar la mia grazia. — Or vedi, o donna,
che a te mi arrendo; e che da te ne imparo,
non che a scusare, a ben amar mio figlio.
Isab. ... Signor...
Filippo  Tel deggio, ed a te sola io ’l deggio.
Per te il mio sdegno oggi ho represso, e in suono
dolce di padre, ho il mio figliuol garrito.
Purch’io pentir mai non men debba! — O figlio,
a non tradir sua speme, a vie piú sempre
grato a lei farti, pensa. E tu, regina,
perché piú ognor di bene in meglio ei vada,
piú spesso il vedi,... e a lui favella,... e il guida. —
E tu, la udrai, senza sfuggirla. — Io ’l voglio.
Carlo Oh quanto il nome di perdon mi è duro!
Ma, se accettarlo pur dal padre or debbo,
e tu per me, donna, ottenerlo, ah! voglia
il mio destin (ch’è il sol mio fallo) a tale
vergogna piú non mi far scender mai.
Filippo Non di ottenerlo, abbi miglior vergogna
di mertar tu dal genitor perdono.
Ma basti omai: va; del mio dir fa senno. —
Riedi, o regina, alle tue stanze intanto;
me rivedrai colá fra breve: or deggio
dar pochi istanti ad altre cure gravi.

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SCENA QUINTA

Filippo, Gomez.

Filippo Udisti?

Gomez  Udii.
Filippo  Vedesti?
Gomez  Io vidi.
Filippo  Oh rabbia!
Dunque il sospetto?...
Gomez  ...È omai certezza...
Filippo  E inulto
Filippo è ancor?
Gomez  Pensa...
Filippo  Pensai. — Mi segui.