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atto primo 63

Isab.  Men dura sorte avrommi,

spero, dal tempo: i mali miei non sono
da pareggiarsi a’ tuoi; dolor sí caldo
dunque non n’abbi.
Carlo  In me pietà ti offende,
quando la tua mi è vita?
Isab.  In pregio hai troppo
la mia pietà.
Carlo  Troppo? ah! che dici? E quale,
qual havvi affetto, che pareggi, o vinca
quel dolce fremer di pietá, che ogni alto
cor prova in se? che a vendicar gli oltraggi
val di fortuna; e piú nomar non lascia
infelici color, che al comun duolo
porgon sollievo di comune pianto?
Isab. Che parli?... Io, sí, pietá di te... Ma... oh cielo!...
Certo, madrigna io non ti son: se osassi
per l’innocente figlio al padre irato
parlar, vedresti...
Carlo  E chi tant’osa? E s’anco
pur tu l’osassi, a te sconviensi. Oh dura
necessitá!... d’ogni sventura mia
cagion sei tu, benché innocente, sola:
eppur, tu nulla a favor mio...
Isab.  Cagione
io delle angosce tue?
Carlo  Sí: le mie angosce
principio han tutte dal funesto giorno,
che sposa in un data mi fosti, e tolta.
Isab. De! che rimembri?... Passeggera troppo
fu quella speme.
Carlo  In me cogli anni crebbe
parte miglior di me: nudriala il padre;
quel padre sí, cui piacque romper poscia
nodi solenni...
Isab.  E che?...