Elettra (Sofocle)/Primo episodio

Primo episodio

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Sofocle - Elettra
Traduzione dal greco di Ettore Romagnoli (1926)
Primo episodio
Parodo Primo stasimo

[p. 20 modifica]Tragedie di Sofocle (Romagnoli) III-0023.png


corifea
Il mio vantaggio, il tuo vantaggio, o figlia,
venni a cercar; ma, s’io non dico bene,
trionfi il tuo parer: noi t’obbediamo.
elettra
Io mi vergogno, se vi sembra, amiche,
pei molti lai, ch’io nel dolor trasmodi;
ma son costretta a forza; e perdonatemi.
E come, infatti, una bennata donna,
vedendo i mali del paterno eccidio,
non farebbe cosi? Ché giorno e notte
hanno rigoglio i mali, e non si struggono.
E, prima, quella che mi die’ la vita,
mia madre, è la nemica a me piú fiera.
Nella mia casa, poi, debbo convivere
con gli assassini di mio padre, e gli ordini
ricevere da loro, aver da loro
e consensi e rifiuti. E quali giorni
pensi infine ch’io viva, allor ch’io veggo
seder sul trono di mio padre Egisto,
la sua veste indossar, sopra gli altari

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libare, ove l’uccise; e veggo infine
l’ultimo oltraggio loro: l’assassino
nel letto di mio padre, e accanto a lui
la svergognata madre, ove pur madre
quella debbo chiamar che seco giace.
Ma cosí temeraria ella è, che vive
del sacrilego a fianco, e niuna Erinni
teme. E, quasi di sua gesta s’allegri,
sceglie quel giorno in cui mio padre uccise
a tradimento, e danze ordina, e greggi
sgozza, mensili sacrifici ai Numi
della salvezza. Ed io che tutto vedo,
in casa piango, e mi consumo, e gemo,
misera me, la maledetta cena
che da mio padre ha nome: io, da me sola;
e neppur m’è concesso tanto piangere
quanto brama n’avrei: ché sempre questa
donna, a parole nobile, m’affronta,
mi lancia tali vituperii: «A te
soltanto, odio dei Numi, è morto il padre?
Niun altri è in lutto, fra i mortali? Possa
morir di mala morte, e da questi ululi
i Numi inferni mai non ti disciolgano».
Cosí m’ingiuria. E, quando alcuno annuncia
che giunge Oreste, come pazza allora
m’investe, e grida: «Non sei tu di ciò
la causa? Non è questa opera tua?
Tu dalle mani mie rubasti Oreste,
e lo ponesti in salvo. Ah, ma però
sappi che pagherai la giusta pena».
Cosí latra; e l’assiste, e alle minacce
l’aizza, stando a lei presso, il suo nobile
sposo, quell’uomo tutto vituperio,

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tutto vigliaccheria, che fa la guerra
col braccio delle donne. E intanto Oreste
attendo io sempre che qui giunga, e termine
a tutto ponga; e mi distruggo, misera,
ché sempre ei l’opra indugia, e le speranze
ch’io nutrivo e che nutro, in me distrugge.
Son questi i fatti, ond’io non posso, amiche,
aver prudenza né pietà. Chi vive
fra i mali, al male che s’appigli è forza.
corifea
E dimmi, Egisto è nella reggia, oppure
andato è lungi, che cosí ci parli?
elettra
Lungi: se stato fosse qui, non credere
che uscire avrei potuto. È per i campi.
corifea
E allora, se così volgon gli eventi,
di parlar teco avrei maggior coraggio.
elettra
È lungi: chiedi ciò che tu piú brami.
corifea
Sí, chiederò: del fratel mio, che dici?
Arriva, o indugia? Ben vorrei saperlo.

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elettra
Lo dice; e nulla fa di ciò che dice.
corifea
Chi s’accinge a grandi opre, ama l’indugio.
elettra
Però, non con l’indugio io lo salvai.
corifea
Fa’ cuore, aiuterà gli amici: è nobile.
elettra
N’ho fiducia; e, se no, viva sarei?
corifea
Non parlare oltre: dalla casa uscire
la tua sorella vedo, Crisotèmide,
da un padre teco e da una madre nata;
e nelle mani reca offerte funebri.
Dalla reggia esce Crisotemide.
crisotemide
Che parole, o sorella, oltre la soglia
del vestibolo uscita, ancor pronunci?
Apprendere non vuoi, dopo sí lungo

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tempo, che al vano tuo furore indulgere
senza costrutto, non conviene? Anch’io
soffro, e quanto io lo so, pei casi nostri;
e ben dimostrerei, se fosse in me,
ciò ch’io penso di loro. Adesso, invece,
fra tanti mali, navigar conviene
con le vele abbassate; e non illudersi
di danneggiarli, quando in nulla poi
si danneggiano. Tale io ti vorrei.
Certo, il giusto non è quello ch’io dico,
ma ciò ch’operi tu. Pure, ai potenti
devo ubbidir, se viver voglio libera.
elettra
È triste cosa, che tu, figlia essendo
del padre onde tu sei, di lui dimentica,
badi alla madre; ché da lei provengono
gli ammonimenti che a me volgi tutti.
Pur, l’una delle due tu devi scegliere:
o l’imprudenza; o l’essere prudente,
e degli amici non curarti piú.
Dicevi or ora, che, se fosse in te,
mostrar sapresti come li odii; e quando
io di mio padre la vendetta tento,
con ogni sforzo, non m’assisti all’opera,
anzi, distogli me ch’opero. Questa
non è viltà, per giunta alla tristizia?
Questo insegnami dunque, o, meglio, apprendilo
da me, quale guadagno il mio sarebbe
se desistessi dai miei lai. Non vivo?
Male, vivo, ma pur, come a me basta.
E cruccio ad essi do, quando al defunto

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tributo onor, se pure hanno gli estinti
gioia alcuna sotterra. Invece tu,
l’aborritrice, li aborri a parole;
e a fatti, invece, stai con gli assassini
del padre tuo. Non io, se alcun m’offrisse
i doni onde or tu vai superba, a questi
vorrei chinarmi. A te la ricca mensa,
d’ogni bene il profluvio: unico cibo
sarà per me non contristarmi il cuore.
Gli onor non bramo a te resi; né tu
li brameresti, ove tu senno avessi.
Dell’ottimo fra i padri ora potendo
figlia esser detta, di tal madre chiàmati
figlia. Ed ai piú malvagia apparirai;
ché il padre tuo, gli amici tuoi tradisci.
corifea
Bando all’ira, pei Numi! Utili a entrambi
saranno i detti vostri, ove dei suoi
tu apprendessi a giovarti, ella dei tuoi.
crisotemide
Ai suoi detti assueta, amiche, sono;
né parlato le avrei, s’io non sapessi
d’un gravissimo mal che sopra lei
piombando, troncherà quei suoi grandi ululi.
elettra
Di’ questo male: se dei miei piú grave
uno me ne dirai, nulla io piú replico.

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crisotemide
Io tutto ti dirò quello che so.
Ove tu non desista dai tuoi gemiti,
ti manderanno ove piú mai del sole
non vegga il raggio; e, via da questa terra,
entro una buia sotterranea stanza,
canterai le tue pene. Adesso pensaci:
ché fra le doglie, poi, tardi non debba
me rampognare. Tempo è di far senno.
elettra
Questa mia sorte, proprio, hanno decisa?
crisotemide
Certo: come alla reggia Egisto giunga.
elettra
Deh, presto, almeno per tal fine, giunga!
crisotemide
Che mai contro te stessa imprechi, o misera?
elettra
Ch’egli qui giunga, se ciò fare medita.
crisotemide
Come vaneggia il pensier tuo? Che speri?

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elettra
Di fuggir piú ch’io possa a voi lontana.
crisotemide
E non hai della vita alcun rimpianto?
elettra
E ne stupisci? Bella è la mia vita!
crisotemide
Bella sarebbe, ove tu senno avessi.
elettra
Non esortarmi a tradire i miei cari.
crisotemide
Io no: t’esorto a cedere ai potenti.
elettra
E tu piàggiali: è altro il mio costume.
crisotemide
Bello non è, cader per imprudenza.

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ELETTRA
Cadrò, se occorre, a vendetta del padre.
crisotemide
Io so che indulto ci darebbe il padre.
elettra
Lodar tali sentenze, è da codardi.
crisotemide
Non ti convinci? Non consenti meco?
elettra
Cosi vacua di mente io mai non sia.
crisotemide
E dunque, andrò per dove ero diretta?
elettra
Dove? A chi rechi quelle offerte funebri?
crisotemide
Le invia la madre alla tomba del padre.

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Che dici? Al suo fierissimo nemico?
crisotemide
A quei che uccise: tu vuoi dir cosí.
ELETTRA
Qual degli amici la convinse? A che?
crisotemide
Un notturno spavento, a quanto io credo.
elettra
O Numi patrii, alfine ora assistetemi!
crisotemide
Quel suo sgomento in te coraggio infonde?
elettra
Te lo dirò quando abbia udito il sogno.
crisotemide
Ben poco è quello ch’io dire ti posso.

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elettra
Via, di’: brevi discorsi spesso bastano
ad atterrare e suscitare gli uomini.
crisotemide
È voce ch’essa il padre abbia veduto,
tornato a luce, che con lei viveva
una seconda volta. Indi, lo scettro
ch’egli un giorno impugnava, ed ora Egisto,
presso all’ara piantava. E dallo scettro,
tutto frondoso germogliava un ramo,
che di Micene il suol tutto copriva.
Questo da un tale udii, ch’era presente
quando essa al sol narrava il sogno; e piú
non so di tanto; tranne ciò: che adesso
per quel terrore essa m’invia. Ti prego,
per i Numi paterni, or dammi ascolto,
e non cadere, per la tua follia,
se mi respingi, ancor nel tuo malanno.
elettra
Nulla di quanto le tue mani, o cara,
sostengono, accostar devi alla tomba.
Non è concesso, non è pio, per te,
recare al padre libagioni e doni
d’una femmina infesta. Al vento sperdili,
oppure scava la profonda polvere,
e nascondili sí che mai non giungano
al giaciglio del padre; e sian serbati
per la tomba di lei, quando ella muoia.

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Ché, se non fosse la piú svergognata
delle femmine tutte, essa la tomba
dell’uom che uccise, non vorrebbe ornare
con infesti libami. Or tu considera
se ti sembra che i doni sul suo tumulo
possa con cuore amico il morto accogliere
da lei, per cui fu senza onore ucciso,
come nemico, fatto a brani fu;
e, a purgare lo scempio, ai suoi capelli
forbí le macchie. E questi doni, credi
che lo scempio espiar possano? Oh no!
Gittali. E poi, dai sommi crini un ricciolo
recidi, ed un dei miei, misera me,
povera offerta, e pur quanto posseggo;
ed a lui reca queste chiome squallide,
e questa zona mia priva di fregi,
e prostèrnati, e implora ch’ei medesimo,
a sostenerci, dalla tomba surga
contro i nemici, e il figlio Oreste, vivo
piombi su lor trionfatore, calchi
su loro il piede, si che un dí possiamo
con piú prodiga mano alla sua tomba
doni recare. Intendo bene, intendo,
anche il defunto pensa a ciò, se questo
infausto sogno gl’inviò. Ma pure,
per me, per te, questo soccorso reca,
o mia sorella, a lui fra tutti gli uomini
diletto, al padre che nell’Ade giace.
coro
Mi sembran pii, della fanciulla i mòniti;
e tu li seguirai, se pure hai senno.

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crisotemide
Li seguirò: diatribe non consente
Giustizia, no, ma che s’affretti l’opera.
Or, mentre io movo a tal cimento, amiche,
non turbate il silenzio, ve ne supplico.
Ché, se mia madre mai sapesse, amara
ben sarebbe per me l’ardita prova.


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