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prio una gara tra gli artisti. Lei figurava di non accorgersi.... Sembrava fiera di quella sua bruttezza. Gli occhi, sì, sì; e anche il sorriso, talvolta.... Non era giovanissima. Beati quei tempi!

Efisio Ronchi alzò le spalle. Per non ricordare quelli che il commendatore aveva chiamati bei tempi, egli più non andava al Caffè Greco.

Si sentiva stanco, invecchiato, quantunque avesse appena cinquantatrè anni; stanco, invecchiato più di animo che non di corpo, poichè lavorava accanitamente per vincere la disdetta che continuava a perseguitarlo; lavorava col cuore avvelenato, a busti, a ritratti di morti da cavar da fotografie che, fatte in diverse epoche, sembravano di persone diverse.

Ci voleva uno sforzo straordinario d’interpretazione, di pazienza per contentare i parenti del morto. Così gli mancava il tempo di lavorare liberamente a qualche soggetto ardito o elevato di suo gusto.

Quella «Sirena», di cui aveva parlato il commendatore Pinotti, era una mirabile figura, che pareva uscita dalle mani del più puro artefice greco. L’aveva modellata in poco tempo, febbrilmente, anche per la sodisfazione di vederla posta come ornamento di una pubblica fontana del suo paese nativo; ma i signori del Municipio non avevano creduto opportuno, come avevano detto, di deturpare la nuova piazza con una figura di donna nuda, procace, che avrebbe dovuto contorcere nella vasca la sua orribile coda di pesce!

Era stato un gravissimo colpo per Efisio Ronchi. Aveva passato una settimana di torpore, incapace di lavorare; soltanto la coscienza di aver fatto una vera squisita opera d’arte gli aveva impedito di prendere un martello e di fare in pezzi il gesso posto sul cavalletto in un angolo dello studio. Poi l’aveva