Chi l'ha detto?/Parte prima/60

Parte prima - § 60. Prudenza, senno

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§ 60.

Prudenza, senno



L’uomo prudente sa tenersi lontano dai cattivi passi, e, malauguratamente c’incappi, uscirne abilmente, perciò:

1326.   Assai più giova,
Che i fervidi consigli
Una lenta prudenza ai gran perigli.

(Metastasio, Antigono, a. III, sc. 3).
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Infatti la prudenza comincia dal consigliare di tenersi lontani dalle occasioni del pericolo, raccomandando che

1327.   Non si commetta al mar chi teme il vento.

(Metastasio, Siroe, a. I, sc. 17).).

E sullo stesso argomento abbiamo anche queste due preziose sentenze:

1328.   Qui amat periculum in ilio peribit.1

(Ecclesiastico, cap. III, v. 27).

1329.              Litus ama....
               Altum alii teneant.2

(Virgilio, Eneide, lib. V, v. 163-164).

Poi, se questo non basta, vuolsi ai mali nascenti provvedere appena sorge il dubbio del pericolo:

1330.   Principiis obsta: sero medicina paratur
Quum mala per longas convaluere moras.

(Ovidio, Remedium Amoris, v. 91-92).

ovvero, come dice Persio Satira III, v. 64:

1331.   Venienti occurrite morbo.3

Prudente è l’uomo che prevede i pericoli, prepara i rimedi e provvede a’ suoi casi. Aiutati che Dio t’aiuta, ossia per dirla con le parole di Oliviero Cromwell ai soldati la mattina della battaglia di Dunbar (3 settembre 1650), mentre dovevano traversare un fiume:

1332.   Put your trust in God, my boys, and keep your powder dry.4

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Può essere usato in significato di prudente vigilanza la frase biblica, del Cantico dei Cantici (cap. V. v. 2):

1333.   Ego dormio, et cor meum vigilat.5

La prudenza suggerisce anche di non lasciarsi trarre in inganno da apparenze ingannevoli, che simulano la calma e la quiete mentre il fuoco cova sotto la cenere:

1334.    .... Incedis per ignes
Suppositos cineri doloso.6

(Orazio. Carmina, lib. II. od. I. v. 7-8).

Prova di prudenza e di accortezza è anche di non seguire ciecamente il consiglio dei più:

1335.   Multitudo non est sequenda.7

Si dice che è di S. Agostino e trovo anche citato il luogo: Enarratio in Ps. XXXIX. Ma queste parole precise non ci si trovano: nel § 6, commentando il versetto Videbunt justi et timebunt, S. Agostino dice: «Angustam viam vident hac, latam viam vident iliac: hac vident paucos. iliac multos» e soggiunge: «Noli ergo numerare turbas hominum incedentes latas vias:.... Noli ergo illos adtendere, multi sunt, et quis numerat? Pauci autem per viam angustam» (ed. Maurina di Parigi, 1681, to. IV, col. 330). Le parole non sono quelle, ma il concetto c’è. Si tratti anche in caso di una delle solite frasi riassuntive? Ma prima di S. Agostino un antico aveva detto: Per publicam viam ne ambules; il vangelo di S. Matteo (cap. VIII, v. 13): Intrate per angustam portam, quia lata porta et spatiosa via est, quae ducit ad perditionem, et multi sunt qui intrant per eam; e un grande poeta italiano:

1336.   Seguite i pochi, e non la volgar gente

(Petrarca, Sonetto in vita di M. Laura,

num. LXVII secondo il Marsand. comin.:
Poi che voi ed io più volte abbiam provato;

son. LXXIII dcll’ed. Mestica).
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Però torto anche maggiore sarebbe di chiudere ostinatamente le orecchie ai consigli e alle ammonizioni altrui:

1337.   Qui habet aures audiendi, audiat.8

(Evang. di S. Matteo, cap. XI. v. 15).

e un savio consiglio si accetta da tutti, anche dal nemico:

1338.   Fas est et ab hoste doceri.9

(Ovidio, Metamorfosi, lib. IV, v. 428).

Ma se è stoltezza di non ascoltare l’avvertimento del savio, quale stoltezza maggiore del rifiutare credenza agli avvertimenti del cielo? E tali sarebbero, secondo le Sacre Carte, anche le profezie:

1339.   Prophetias nolite spernere.10

(Prima lettera di S. Paolo ai Tessalonicesi. cap. V. v. 20).

e noi non le disprezzeremo, a patto, però, che chi fa il mestiere del profeta, non faccia come quell’astrologo della favola, che speculando sulle stelle non vide una buca e ci cadde dentro, altrimenti sarebbe meritata l’apostrofe di Saul al Gran Sacerdote:

1340.                                           .... Profeta
De’ danni miei, tu pur de’ tuoi noi fosti.

(V. Alfieri, Saul, a. iv, sc. 4).

Pur troppo molte savie parole vanno gettate al vento e sono un seme caduto in terra infeconda, poichè:

1341.   On donne des conseils, mais on ne donne pas la sagesse d’en profiter.

(Maximes de La Rochefoucauld).

così nelle prime edizioni, meglio che nella definitiva del 1678 dove è detto (§ CCCLXXVIII): «On donne des conseils, mais on n’inspire point de conduite.» [p. 453 modifica] L’uomo assennato sa pure distinguere ragionevolmente ogni volta che deve giudicare o deliberare e non procedere su idee fatte, su pregiudizi accademici o volgari: sa insomma seguire il precetto scolastico Distingue frequenter, e la sentenza dantesca:

1342.    Quegli è fra gli stolti bene abbasso,
Che sanza distinzion afferma e nega,
Nell’un così come nell’altro passo.

(Dante, Paradiso, c. XIII, v. 115-117).
Dal medesimo Dante trarremo la frase seguente a indicare persona che gode di sufficiente senno da non aver bisogno dell’altrui consiglio:

1343.   Se’ savio, intendi me’ ch’io non ragiono.

(Inferno, c. II, v. 36).
e quest’altra che può inversamente servire come risposta di chi si sente malamente giudicato e sa di aver senno più che altri non creda:

1344.   Tu non pensavi ch’io loico fossi.

e finalmente a chi ha ormai raggiunto l’età da poter curare da sè le cose sue e sfuggire facilmente agli altrui inganni, diremo con Dante medesimo:

1345.   Te sopra te corono e mitrio.

ovvero col Petrarca:

1346.   E già di là dal rio passato è ’l merlo.

(Canzone in vita di M. Laura, num. IX se-

condo il Marsand: com.: Mai non vo’ più
cantar com’ io soleva, v. 21; canzone XI,

secondo il Mestica).
frase che si applica benissimo anche a persona scaltrita negli inganni o sulle menzogne di alcun altro.

Ma a colui che giunto a questa cui della saviezza, mentre potrebbe e dovrebbe consigliare altrui, ha invece bisogno di chi lo sorvegli e lo guidi, si potrà dire il notissimo: [p. 454 modifica]

1347.   Quis custodit custodes?11

che più esattamente dovrebbe citarsi coi versi di Giovenale (Sat. VI, v. 348-349):

               .... Sed quis custodiet ipsos
          Custodes?

Volendo cercare la fonte più antica di questa frase, potremmo trovarla forse in un passo del trattato De republica di Platone (lib. III, cap. XIII) dove è detto che i custodi dello Stato devono guardarsi dalla ubriachezza, per non avere essi stessi bisogno di custodia: «Nempe ridiculum esset, custode indigere custodem» (Γελοῖον γάρ, ἦ δ´ὅς, τόν γε φύλακα φύλακος δεῖσθαι).

Corre voce che la saviezza e la prudenza male si concilino col genio: vari sono i pareri su questo argomento, e qui ripeterò soltanto, senza discuterlo, quello di Kean, il grande artista teatrale inglese, cui Dumas fece dire:

1348.   Et le génie, qu’est-ce qu’il deviendra pendant que j’aurai de l’ordre? 12

(Alex. Dumas père, Kean, a. IV. sc. 2).
  1. 1328.   Chi ama il pericolo, vi perirà.
  2. 1329.   Tienti vicino al lido;... altri vadano in alto mare.
  3. 1331.   Provvedete al male che si avanza.
  4. 1332.   Abbiate fede in Dio, ragazzi miei, e tenete le vostre polveri asciutte.
  5. 1333.   Io dormo e il mio cuore veglia.
  6. 1334.   Cammini sui carboni accesi nascosti dalla cenere ingannatrice.
  7. 1335.   Non seguite la moltitudine.
  8. 1337.   Chi ha orecchie da intendere, intenda.
  9. 1338.   È bene imparare anche dal nemico.
  10. 1339.   Non disprezzate le profezie.
  11. 1347.   Chi custodisce i custodi?
  12. 1348.   E il mio genio, che cosa sarà del mio genio mentre io procurerò di avere dell’ordine?