Chi l'ha detto?/Parte prima/56

Parte prima - § 56. Piacere, dolore

../55 ../57 IncludiIntestazione 29 gennaio 2022 75% Da definire

Parte prima - 55 Parte prima - 57
[p. 426 modifica]







§ 56.



Piacere, dolore





Ad esprimere la letizia sincera e generale, non potrebbe trovarsi di meglio che il verso:

1256   Tutto è gioia, tutto è festa.

ch’è il primo del melodramma di Felice Romani, La Sonnambula, musicato dal Bellini; ed è pure ripetuto in un coro del Rigoletto, parole del Piave, musica del Verdi (a. I, sc. 5). Ma forse il Romani adattò al suo melodramma un verso di una canzone, popolarissima a Napoli sul principio del secolo, intitolata La bella Sorrentina, e attribuita a certo I. Capecelatro:

Io ti vidi a Piedigrotta,
Tutta gioia, tutta festa, ecc.

Amilcare Lauria crede che l’ispirazione della Sorrentina dovette necessariamente venire dal bellissimo duetto del Rossini, La remigata veneziana.
[p. 427 modifica]

1257   I’ benedico il loco e ’l tempo e l’ora.

(Son. in vita di M. Laura, num. X. secondo il Marsand, com.: Quando fra l’altre donne ad ora ad ora; nell’ed. Mestica, son. XII).
scriveva il Petrarca, parlando dell’ora del suo innamoramento: ma egli pure non era giunto, a quanto sembra, al colmo de’ suoi voti. Che non avrebbe egli detto se avesse potuto ottenere dalla bella De Sade

1258   Un’ora dell’ebbrezza che ogni ebbrezza scolora.

Fors’anche non avrebbe detto nulla, perchè l’amante felice deve saper essere discreto, e poi anche perchè:

1259   La gioia verace
     Per farsi palese
     D’un labbro loquace
     Bisogno non ha.

(Metastasio, Giuseppe riconosciuto, parte II: ediz. di Parigi. 1780, to. VII. pag. 297).
senza contare che il mistero rende più acuto il sapore dei piaceri:

1260   Aquæ furtivæ dulciores sunt, et panis absconditus suavis.1

(Proverbi di Salomone, cap. IX, v. 17).

voltiamo la medaglia e vediamo un poco quel che dicono del dolore i nostri autori favoriti. Dante pensa che i dolori si sopportano più facilmente se preveduti:

1261   [Chè] Saetta previsa vien più lenta.

(Paradiso, c. XVII, v. 27).

e intendasi per più lenta, che dà minor dolore. La sentenza dantesca s’ispira nell’immagine e nel concetto a un penta[p. 428 modifica]metro notissimo, variamente citato ma la cui vera lezione è la seguente:

Nam provisa (sic) minus tela nocere solent

che è stato quasi sempre attribuito ad Ovidio, dove sarebbe inutile cercarlo, ma è invece un verso della favola esopiana di Gualtiero Inglese, De hirundine et avibus che nella raccolta dell’Hervieux, Les fabulistes latins, sta a pag. 393 del vol. II. Si vedano due interessanti comunicazioni del prof. Vincenzo Crescini, Saetta previsa, negli Atti del R. Istituto Veneto di scienze, lettere ed arti, to. LXXVI, 1916-17, pag. 1207-1220 e L’origine di un pentametro attribuito a Ovidio, nel Giornale storico della Letteratura Italiana, vol. LXXII, 1918, pag. 194-195. Il Metastasio vuole smentire il volgare dettato: Mal comune, mezzo gaudio, sostenendo che

1262   Non è ver che sia contento
     Il veder nel suo tormento
     Più d’un ciglio lagrimar:
Chè l’ esempio del dolore
     È uno stimolo maggiore
     Che richiama a sospirar.

(Artaserse, a. III, sc. 6).

Il Giusti poi incoraggia a sopportare virilmente il dolore, poichè:

1263   Liberamente il forte
Apre al dolor le porte
Del cor, come all’amico.

Peccato ch’egli non mettesse costantemente in pratica i suoi propri consigli!

1264   Infandum, regina, iubes renovare dolorem.2

(Virgilio, Eneide, c. II, v. 3).
[p. 429 modifica]è detto da Enea a Didone, che lo invita a narrarle la distruzione di Troia. Molto opportunamente lo usò il P. Faure, cappuccino, che fu poi vescovo di Amiens nel 1653; predicando un giorno sulla passione di Cristo a St. Germain-l’Auxerrois, entrò la regina mentre la predica era già cominciata: allora il Faure rivolgendosi a lei, s’inchinò, recitò il verso virgiliano e ricominciò da capo.

Una classica reminiscenza di Virgilio sono i famosi versi danteschi:

1265        .... Tu vuoi ch’io rinnovelli
Disperato dolor che il cor mi preme
Già pur pensando, pria ch’i’ ne favelli.

(Dante, Inferno, c. XXXIII, v. 4-6).

L’Alighieri nella pittura del dolore tocca veramente il sublime, ed ecco altri versi di lui, tutti ugualmente noti, ed ugualmente tolti al terribile racconto del Conte Ugolino, che esprimono la manifestazione del dolore:

1266   Io non piangeva; sì dentro impietrai.

(Inferno, c. XXXIII, v. 4).

1267   Ambo le mani per dolor mi morsi.

(Inferno, c. XXXIII, v. 58).

1268   Ahi, dura terra! perchè non t’apristi?

(Inferno, c. XXXIII, v. 66).

Le altre parole di Dante:

1269   Io non morii, e non rimasi vivo;
     Pensa omai per te, s’hai fior d’ingegno,
     Qual io divenni, d’uno e d’altro privo.

(Inferno, c. XXXIV, v. 25-27).
sono veramente da lui dette, non a proposito di alcun dolore, ma per il grande spavento provato a vedere Lucifero, tuttavia si applicano ugualnmente bene ad esprimere sì uno che l’altro sentimento.
Però la manifestazione più comune e più visibile del dolore è il pianto che porta anche un certo sollievo a chi può dargli libero corso, per cui dice benissimo Ovidio: [p. 430 modifica]

1270   Est quædam flere voluptas.3

(Tristia, lib. IV. el. 3, v. 32).

Anche per il pianto ho alcune frasi dantesche, quali le due seguenti:

1271   Farò come colui che piange e dice.

(Dante, Inferno, c. V, v. 126).

1272   Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli
     Pensando ciò ch’il mio cor s’annunziava;
     E se non piangi, di che pianger suoli?

(Inferno, c. XXXIII, v. 40-42).

Ecco finalmente un’ultima citazione lacrimosa tolta dal libretto di una vecchia e notissima produzione teatrale:

1273   Una furtiva lacrima
     Negli occhi suoi spuntò.

(L’Elisir d’Amore, opera comica di Felice Romani, musica di Donizetti, a. II, sc. 8).

Note

  1. 1260.   Le acque furtive sono più dolci, e il pane che tiensi ascoso è più gradito.
  2. 1264.   Tu mi comandi, o regina, di rinnovare un inenarrabile dolore.
  3. 1270.   Anche il pianto ha una certa voluttà.