Atti del parlamento italiano (1861)/7

Tornata del 14 marzo 1861

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discussione del disegno di legge pella proclamazione di vittorio emanuele ii a re d’italia.


presidente. L’ordine del giorno chiama la discussione sullo schema di legge riguardante il titolo di Re d’Italia da assumersi da Vittorio Emanuele II.

Siccome la relazione su questo disegno di legge venne comunicata ai signori deputati un po’ tardi, e probabilmente molti non hanno potuto farne lettura, sarà forse conveniente che il signor relatore ne dia comunicazione alla Camera.

Qualora egli ciò creda opportuno, io lo inviterei a voler salire alla ringhiera.

giorgini, relatore. Non ho alcuna difficoltà di aderire all’invito del signor presidente.

«Signori, la Commissione incaricata di riferire sul progetto di legge, per cui il re Vittorio Emanuele II assume il titolo di Re d’Italia, ha bisogno appena di avvertire come questa legge, tanto per il suo oggetto quanto per la sua importanza, non abbia nulla di comune con quelle sulle quali noi siamo d’ordinario chiamati a deliberare. Dal punto di vista costituzionale ella potrebbe credersi fors’anche superflua. I titoli del re Vittorio Emanuele II alla corona d’Italia sono scritti in dodici anni di prodezza, di fede, di costanza. Questi titoli furono riconosciuti da migliaia di volontari riuniti intorno al glorioso vessillo, ch’egli aveva raccolto dalla polvere di Novara per innalzarlo al sole di Palestro e di San Martino; riconosciuti dalle cento città, che sotto gli occhi stessi dei loro tremanti oppressori piantavano sulle loro torri questo glorioso vessillo; riconosciuti, validati, sanciti dal suffragio unanime della nazione. Il diritto di Vittorio Emanuele II al regno d’Italia emana dunque dal potere costituente della nazione; egli vi regna in virtù di quegli stessi plebisciti ai quali si deve la formazione del regno d’Italia.

Il voto che il Governo ci chiede non è dunque un atto nuovo destinato a produrre tale o tal altro effetto giuridico; è la ripetizione, o, per dir meglio, il riassunto finale, il compendio magnifico di tutti gli atti, mediante i quali il popolo italiano ha in tanti modi e in tante occasioni manifestata la sua volontà; è, per dirlo colle parole della relazione che precede il progetto di legge, un’affermazione solenne del diritto nazionale, un grido d’entusiasmo convertito in legge.

Ma la significazione e il valore morale del voto non dispensavano la Camera dall’obbligo di considerare le pratiche conseguenze, che per avventura avrebbero potuto derivarne.

Parve anzi alla maggioranza degli uffizi che, se questo grido di entusiasmo dovesse essere nel tempo stesso la formula ufficiale per l’intestazione degli atti, questa formula non avrebbe in tutto corrisposto all’essenza vera della monarchia rinnovellata dal suffragio universale.

Ora un tale scopo, al quale mirava la maggioranza, poteva essere conseguito sia coll’emendare la legge proposta dal Governo, sia col provvedere per mezzo d’una legge speciale e successiva.

Gli uffizi non esitarono a pronunziarsi per questo secondo partito.

Prima di tutto doveva considerarsi che la legge, nella forma sotto la quale era stata proposta, aveva già ottenuta l’approvazione del Senato. Emendata da noi, avrebbe dovuto essere di nuovo sottoposta alle deliberazioni di quell’assemblea. Sarebbe stato doloroso che un atto politico di tanta importanza, aspettato con un’impazienza così viva e così confidente dall’intera nazione, si trovasse ritardato. Il secondo partito aveva inoltre il vantaggio di separare appunto le questioni secondarie, sulle quali si possono avere opinioni diverse dal grande atto politico, la grandezza e l’efficacia del quale starebbe tutta nella prontezza e nell’unanimità dei suffragi.

Ritenuto dunque che non dovesse più a lungo differirsi, nè subordinarsi a tutti gl’incidenti d’una questione parlamentaria il primo e solenne atto col quale l’Italia vuole affermare se stessa al cospetto del mondo, la vostra Commissione non aveva che a proporvi, da una parte, l’approvazione pura e semplice della legge colla quale il re Vittorio Emanuele II assume il titolo di Re d’Italia, e assicurarsi, dall’altra, che il suo Governo ci avrebbe, senza indugio, presentata la proposta di legge, diretta a mettere negli atti pubblici l’intitolazione del Re in armonia col diritto pubblico del regno.

E sebbene l’impegno formale preso dal Governo del Re nella discussione di questa medesima legge che ebbe luogo in Senato bastasse ad escludere ogni dubbio a questo riguardo, tuttavia la Commissione desiderò interpellare il presidente del Consiglio, che, recatosi nel suo seno, confermò e ripetè le dichiarazioni già fatte nell’altra Camera dal suo collega il ministro della giustizia; aggiungendo di più, come il solo motivo che aveva finora trattenuto il Governo dal presentare la proposta di legge sull’intestazione degli atti pubblici, fosse stato un sentimento di rispetto verso la Camera elettiva, che non s’è anche pronunziata su questa prima legge, della quale quella seconda non sarebbe che la conseguenza ed il compimento.

Le questioni che furono sollevate negli uffizi in ordine alla intestazione degli atti pubblici sono per tal modo riservate alla discussione che avrà luogo quando ci sia presentata la legge relativa.

Il voto che oggi ci si chiede conserva dunque il carattere puramente nazionale che il Governo ha voluto dargli, e la Commissione unanime confida che sarà veramente un grido d’entusiasmo convertito in legge.

Ci sono delle oasi nei deserti della storia; ci sono nella vita delle nazioni dei momenti solenni, che potrebbero chiamarsi la poesia della storia; momenti di trionfo e d’ebrezza, nei quali l’anima, assorta nel presente, si chiude ai rammarichi del passato, come alle preoccupazioni dell’avvenire.

Noi traversiamo una di quelle oasi; noi siamo in uno di quei momenti; e come mai in tale momento si sarebbe invano fatto appello all’entusiasmo della Camera? Come mai il nostro voto non sarebbe oggi immediato ed unanime? Quale tra i sentimenti che ci animano potrebbe essere più forte di quello che ci riunisce tutti — l’amore d’Italia?

Rendiamoci una volta giustizia! quanti qui convenuti dalle varie parti d’Italia sediamo su questi scanni:


quanti sediamo sui banchi di questa Camera, tutti abbiamo diversamente lavorato per la medesima causa; tutti abbiamo portato la nostra pietra al grand’edifizio, sotto il quale riposeranno le future generazioni. Qui i volontari di Calatafimi potrebbero mostrarci sul petto le gloriose cicatrici; qui i prigionieri di Sant’Elmo, intorno ai polsi, il callo delle pesanti catene; qui colle canizie, colle rughe precoci, oratori, scrittori, apostoli di quella fede che fece i soldati ed i martiri; qui i generali che vinsero le nostre battaglie, qui gli uomini di Stato che governarono le nostre politiche; di qui parta unanime adunque quel grido di entusiasmo! qui finalmente [p. 218 modifica]l’aspettata fra le nazioni si levi, e dica: — Io sono l’Italia!» (Applausi prolungati)

presidente. Darò lettura dell’articolo unico del disegno di legge, come è proposto dal Ministero e dalla Giunta:

«Il Re Vittorio Emanuele II assume per sè e suoi successori il titolo di Re d’Italia. »

La discussione generale è aperta.

Il deputato Brofferio ha facoltà di parlare.

brofferio. (Vivi segni d’attenzione) Salute all’Italia risorta libera ed una! Onore al popolo che ritemprandosi nell’esempio degli antichi padri seppe ritornare sovrano! Gloria al Re che col valore in guerra, colla fede in pace, sostenne, difese, ordinò, ed a novella vita compose ventidue milioni di Italiani!

Dopo la caduta libertà di Roma non mai rifulse all’Italia un giorno come questo; esultiamone tutti; tutti con animo concorde, senza studio di parte, senza rivalità di opinioni dichiariamo altamente che tutti gli Italiani non retrivi e non servi, chi coll’opera, chi col consiglio, chi colla penna, chi colla spada, chi col sapiente indugiare, chi coll’ardito prorompere, tutti a questo maraviglioso risorgimento contribuirono, tutti! (Applausi) Ma nella gioia del presente dimenticherem noi la gratitudine delle antiche memorie? Per ricuperare questo raggio di cielo, che si chiama italiana indipendenza, ci vollero otto secoli di fatiche, di dolori, di lagrime, di sacrifizi, di battaglie, di carceri, di esigli, di condanne capitali. Per ottocento anni ci volle tutto il senno dei nostri pubblicisti, tutta l’ispirazione dei nostri poeti, tutta la facondia dei nostri oratori, tutto il valore dei nostri guerrieri, tutto il sangue dei nostri martiri. Ci vollero Galileo Galilei, Dante Alighieri, Francesco Petrarca, Nicolò Macchiavelli, Michel Angelo Buonarotti, Cesare Beccaria, Mario Pagano, e Filangeri, e Parini, e Carlo Botta, e Filicaia, e Leopardi, e Ugo Foscolo, e Alfieri. Ci vollero Cola di Rienzo, Arnaldo da Brescia, Giovanni da Procida, Francesco Ferruccio, e Savonarola, e Olgiati, e Caracciolo, e Santa Rosa, e Silvio Pellico, e Ciro Menotti, e Tito Speri, e i due Bandiera, e Vochieri, e Pisacane, e Rosolino Pilo, e, più fortunato e più grande di tutti, Giuseppe Garibaldi. (Vivi applausi)

Commosso come io sono, come voi siete, in qual modo potrò io chiamare a freddo esame la legge che ci è presentata? Pure io deggio farlo; trascorrerò di volo.

Vuolsi oggi dar base alla ormai compiuta opera dell’unità nazionale.

Rallegriamoci, o signori, che il regno d’Italia sia stato serbato non ad un re per potenza invidiato, per accorgimenti temuto, non ad un re vendicatore, ma ad un re galantuomo. Così la più bella delle corone sarà premio della più bella delle virtù. (Vivi applausi)

Per tal modo si fa degna risposta a quei rimpiangitori del passato, che nelle assemblee di Spagna, di Francia, d’Inghilterra, sorgono iracondi contro di noi. I Normanby, i Larochejaquelein, i Collantes, i Dupanloup, i Donnet, e tutti quei vescovi, arcivescovi e cardinali (Ilarità), che in nome del vangelo, che è codice di libertà, sorgono avvocati del servaggio contro l’italica indipendenza, ci veggano, nella tranquillità del nostro diritto, sorridere al furore dei loro assalti. Colla creazione di un vasto e libero regno risponde alle straniere imprecazioni il Parlamento italiano. (Vivi segni di approvazione)

Duolmi tuttavolta che questo grande atto che doveva compiersi dal popolo italiano abbia avuto improvvido iniziamento dal Ministero.

Ben so che al re, come capo della nazione, si addice colledue Camere l’iniziamento politico e legislativo per mezzo de’ suoi ministri; ma, quando è in causa la persona stessa del re, l’iniziamento s’addice al popolo.

Il presidente del Consiglio ebbe altrove a rispondere che egli in sostanza altro non fece che raccogliere dal popolo i voti da lui pronunciati, e portarli in qualche modo nelle tavole legislative.

Questa risposta non mi persuade. Il primo a proclamare Vittorio Emanuele Re d’Italia, se ne dia merito a cui tocca, il primo a proclamare Vittorio Emanuele Re d’Italia fu, in mezzo allo strepito della vittoria e sui frantumi del borbonico trono, il grande dittatore delle Due Sicilie. (Applausi)

Questa proclamazione di battaglia in battaglia, di trionfo in trionfo portava Garibaldi da Palermo a Milazzo, da Milazzo a Napoli, da Napoli a Caserta; e se avverse influenze lo avessero acconsentito non si sarebbe arrestato che in Campidoglio. (Oh! oh!)

Se una sanzione legale fosse bastata tal era quella di Garibaldi; gli atti del suo Governo diedero fondamento quanto alle Due Sicilie a tutti gli atti del Governo del Re; ne faccia per tutti testimonianza il solenne plebiscito, che divenne il diritto pubblico della annessione dei due grandi reami dell’Italia.

Pure si desiderò, si volle, e con ragione, la acclamazione del Parlamento e specialmente di questa Assemblea, acciocchè la iniziativa presa dal dittatore in campo, dal popolo in piazza, avesse continuazione e complemento dal popolo in nazionale consesso; e per opera del Ministero, mi duole il dirlo, il popolo fu chiamato non già ad offrire una corona, ma ad approvare un’offerta del Ministero.

Vittorio Emanuele assume il titolo di Re d’Italia, dice la legge: alte considerazioni m’impongono di non porre in evidenza tutto ciò che havvi di men grato in queste parole; dirò soltanto che al Re era serbato un grande mandato accettando dal popolo la corona dell’Italia; che il popolo avea un altro grande mandato da compiere offrendola, e che i due mandati del Re e del popolo ebbero per colpa del Ministero una imperfetta esecuzione.

Ma non più di questo, e procedasi ad altra non men grave considerazione. Un Re ed un regno d’Italia non sono cose nei patrii fasti straordinarie, e se al regno ed al Re d’Italia che oggi si creano non si attribuisce una speciale significazione, noi, o signori, non potremmo ad altro aspirare che al titolo di spolveratori di vecchie pergamene. (Bisbiglio)

Re d’Italia intitolaronsi gli Ostrogoti ed i Visigoti; ve lo attestano in Roma Odoacre e Teodorico; re d’Italia si chiamarono i Goti, lo attesta Vitige in Ravenna; re d’Italia si proclamarono i Longobardi e ne faceva testimonianza la ferrea corona nella cattedrale di Monza, che con mano ladra ci rapirono gli Austriaci (Movimenti di approvazione); re d’Italia si chiamava l’imperatore Napoleone I, che facevasi rappresentare da Eugenio Beauharnais nella capitale lombarda; regno anche quello di straniera dominazione. Non sapremo noi dunque far nulla di meglio con un re italiano che ripetere ciò che fecero Goti, Ostrogoti, Visigoti, Franchi e Longobardi? No, o signori, noi non saremo continuatori nè di barbare memorie, nè di feudali tradizioni. Il nostro regno avrà questo di nuovo, che si stenderà non già sopra una parziale aggregazione di provincie, ma abbraccierà tutto il suolo d’Italia dal Monviso all’Etna, dall’Alpi all’Adriatico; il nostro Re avrà questo di grande, che, invece di emanare dalla forza, sarà l’espressione del diritto che emana dalla sovranità nazionale. (Bene! Bravo!)

Proponevasi nel Senato del regno un’aggiunta alla legge [p. 219 modifica]ministeriale; si voleva che si dicesse: «Vittorio Emanuele II per divina Providenza, per voto della nazione Re d’Italia.»

Io non sono di quelli che per giusta indegnazione contro le simonie sacerdotali hanno a schifo il sentimento religioso e rigettano la parola che discende dal cielo, ma non sono neppure di quelli che vogliono assegnare alla divina Provvidenza una parte obbligata nelle umane vicissitudini. (Ilarità)

Chi non sa che nel bene e nel male, nei fausti e nei contrari eventi è sempre quaggiù il dito di Dio? Qual necessità dunque di dichiarare che il risorgimento italiano venne coronato dal volere della divina Provvidenza? Non facciamo pleonasmi! Dio manda la rugiada a consolare i campi ed i tuoni e le procelle a sconvolgere i mari; non proferiamo il nome di Dio invano: inchiniamoci e taciamo. (Bravo!)

Non dimentichiamo del resto che sopra alcune frasi di questo genere si pretese di fondare il diritto divino, argomento di tanta assurdità, pretesto di tante oppressioni; i re per grazia di Dio furono quasi sempre re per disgrazia del popolo. (Risa e applausi) Non lo dimentichiamo.

Ma se consiglio volontieri il silenzio sopra la divina Provvidenza, che senza di noi regola il mondo, tanto più volontieri domando che nel dar base al regno italiano si debba a un tempo fondare il diritto costituente il regno stesso, dichiarando che il Re d’Italia e il regno italiano derivano dalla sovranità nazionale.

Quale legittimità in fatti più gloriosa, più nobile, più grande di quella che deriva dalla volontà del popolo? Forse quella della conquista? Ma essa non è altro che la consacrazione della forza, troppo spesso brutale e scellerata. Forse la legittimità della nascita? Ma essa non è che l’idolatria del caso, la più cieca e la più stupida divinità che esista sopra la terra. Forse la legittimità che deriva dai trattati? Ma, allorchè i potenti si raccolgono in assemblea per regolare il destino delle nazioni, mi corre troppo spesso alla mente il congresso dei lupi per regolare il destino degli agnelli; e quale destino! quello di essere munti, poi tosati, poi divorati. (Viva ilarità)

A questo punto si affaccia una seconda questione, che è naturale conseguenza della prima; essa potrebbe a primo aspetto sembrare questione di parole; ma, considerata maturatamente, si vedrà che è quistione di principio.

La Dinastia Sabauda, per molte virtù acclamata, rifulse principalmente come dinastia conquistatrice.

L’Italia esalta il Re galantuomo, non il re conquistatore; quindi Vittorio Emanuele, colla denominazione di secondo, parrebbe rappresentare una domestica tradizione di conquista, non il principio del voto nazionale.

A questa considerazione altre si oppongono di non minor peso.

Vittorio Emanuele chiamavasi già Vittorio Emanuele II quando, dall’alto del suo soglio, consolava i dolori dell’Italia e stendeva la regal destra per difenderla; era Vittorio Emanuele II che correva a Palestro e sgominava le austriache falangi; era Vittorio Emanuele II che scagliavasi cinque volte all’assalto a San Martino, e decideva le sorti di una battaglia che consacravano la vittoria della libertà italiana. (Applausi) E come potrebbe ora spogliarsi di un nome così glorioso?

Queste due considerazioni, o signori, io le ravviso egualmente gravi, egualmente rispettabili; quindi avrò l’onore di sottomettervi una proposta, a nome anche della parte politica di questa Camera, a cui appartengo, che, a parer mio, concilierà i diritti ed i desiderii di tutti.

Ma, non disconoscendo l’importanza di queste questioni, e disapprovando anche il modo con cui venne proposta questa legge, il chiaro relatore della Commissione vorrebbe persuaderci a temporeggiare, esortandoci ad aver fede nelle promesse ministeriali e negli ordini del giorno presentati nel Senato del regno; anzi soggiunge avere il conte Di Cavour solennemente promesso che senza ulteriori indugi presenterebbe una legge per la intestazione degli atti pubblici, in cui a tutte queste cose si avrebbe opportuno riguardo.

Signori, per quanto io voglia aver fede nelle promesse dei ministri, non posso pienamente acquietarmi. Le concessioni di testimoniali, gli ordini del giorno che vengono da quella parte (Indica il banco dei ministri), i deputati che già seggono da dodici anni in questa Camera sanno quanto valgono (Ilarità); un atto importante che voi potete far oggi, credetemi, signori deputati, non aspettate a farlo domani. (A sinistra: Bene!)

Del resto, quand’anche fossi ben certo che la parola venisse mantenuta, ogni dilazione mi parrebbe perniciosa.

Non con leggi subalterne, non con secondari provvedimenti devesi fondare il diritto politico della monarchia; ciò non sarebbe nè dignitoso, nè grave; la doppia sovranità del re e del popolo vuol essere fondata con un solo atto, con un solo voto, con una sola promulgazione. (Bene! a sinistra)

Ora è tempo che io ponga sotto gli occhi vostri la proposta che venne formulata da questa parte della Camera che mi diede l’onorato incarico di presentarvela.

Nel dettare questo articolo di legge ponemmo mente a tre cose:

A conciliare nel nome del Re i suoi riguardi di famiglia coi diritti della nazione;

A stabilire in chiare note la legittimità della monarchia procedente dalla sovranità del popolo;

A togliere l’iniziativa al Ministero per restituirla al Parlamento.

Queste tre condizioni ci parvero compendiate nell’articolo seguente:

«Vittorio Emmanuele II è proclamato dal popolo italiano, per sè e i suoi successori, primo Re d’Italia.» (Sensazioni diverse)

Accettate, o signori deputati, accettate questa proposta che onora il Re ed il popolo, che reca forza e gloria o potenza alla corona dal seno della nazione forte, libera e potente.

Io confido che vorrete accettarla; tuttavia ho incarico di dichiararvi che, in qualunque evento, noi siamo disposti a deporre un voto favorevole nell’urna, perchè, ove si tratta della costituzione dell’Italia, tutti gli Italiani debbono essere concordi! (Applausi)

Mentre proclamiamo il regno della libera Italia, svegliansi altri oppressi popoli omai stanchi delle mal portate catene.

Noi udiamo con gioia le trepidazioni dell’Ungheria, i palpiti della Grecia, le ansietà della Moldavia e della Valachia, e ci gode l’animo principalmente mirando l’eroica Polonia correre di nuovo alle armi, e chiamare Dio e gli uomini in testimonio della giusta sua causa.

Nei tempi della comune sventura la Polonia chiamavasi sorella dell’Italia. Oh! voglia Iddio che questa antica compagna nell’infortunio ci sia presto compagna nella prosperità. (Bene! Bravo!)

Io diceva da principio che giammai il sole d’Italia si circondava di più fulgido raggio; eppure, o signori, un altro più fausto giorno ci è ancora serbato: quello in cui potremo stringere la destra in questo recinto ai deputati di Roma e di Venezia. Deh! non sia lontano quel giorno! Abbiasi il novello Re da noi raccomandata l’antica regina dell’Adria che, [p. 220 modifica]portava vittoriosa la bandiera dell’italica libertà sopra tutti i mari; e mi sia conceduto, terminando, di rivolgere a questo glorioso Monarca le parole che a Cola di Rienzo mandava Francesco Petrarca:

(Applausi prolungati dalla Camera e dalle gallerie)

pepoli g. Domanderei la parola per una mozione d’ordine, in nome della Commissione.

presidente. Ha facoltà di parlare.

pepoli g.. Ho chiesto la parola non per combattere gli argomenti svolti dall’onorevole preopinante, ma per insistere vivamente in nome della Commissione sull’opportunità di votare questa legge, quasi direi per acclamazione.

Se negli uffizi si manifestarono opinioni differenti sulla forma, nella sostanza fummo tutti d’accordo. Quindi parve alla Commissione unanime che le modificazioni potessero essere svolte e dibattute allorquando sarebbe presentata al Parlamento la legge per l’intestazione degli atti del Governo. L’opportunità politica di votare questa legge prontamente mi pare ora evidente.

Essa esprime un sentimento intimo della coscienza, essa risponde al desiderio delle provincie di cui noi qui siamo rappresentanti, ed al desiderio affannoso di quelle che aspettano che con questa legge affermiamo il diritto che il nuovo regno ha sovr’esse.

Se fosse rimasta in alcuni dubbiezza, le parole che ieri suonarono, che oggi forse suoneranno nel corpo legislativo francese, ci fanno un dovere d’inviare a quegli oratori, che negarono la nostra concordia, pronta e solenne risposta. (Bravo! Bene!)

Combattendo la politica del magnanimo nostro alleato, negando la simpatia che la Francia prova per la nostra causa, essi osano parlare all’Italia di confederazione, osano contestare il senno civile e la concordia che ha presieduto al nostro rinnovamento, osano negare quell’affezione che ci lega con nodi indissolubili al nostro Re ed alla sua gloriosa dinastia. (Vivi segni di approvazione)

Signori, a che dunque più indugiare? La legge che ci si propone corona nella persona del Re l’intera nazione, essa apre una nuova era per la patria, apre un nuovo diritto pubblico europeo, lacera i trattati del 1815, inizia una serie di avvenimenti che mostrano di voler cangiare l’antica Europa, l’Europa del diritto divino organizzata dal dispotismo in Vienna, colla nuova Europa, l’Europa delle nazionalità, organizzata dal libero suffragio dei popoli, dal libero voto dei Parlamenti. (Applausi)

ranieri. Chiedo di parlare per una mozione d’ordine.

presidente. Sarà breve?

ranieri. Brevissimo.

presidente. Ha facoltà di parlare.

ranieri. Dalla lettura della relazione della nostra esimia Commissione si deduce essere stata mente della maggioranza degli uffizi e di essa medesima Commissione: 1° che il diritto di Vittorio Emanuele II al regno d’Italia viene dal potere costituente della nazione e dei vari plebisciti; 2° che la formola della legge che oggi votiamo non corrisponde all’essenza vera della monarchia rinnovellata dal suffragio universale; 3° che immediatamente sarà presentata la legge sulla intestazione degli atti, la quale corrisponderà a quella essenza, e sarà il compimento della legge presente; 4° che tutte le questioni correlative alla medesima sono, per dichiarazione espressa del Ministero, riservate alla discussione diquella legge di compimento; 5° che questo giorno è un’oasis nel deserto della storia, una poesia di essa storia, una dimenticanza del passato, un sottrarsi alle preoccupazioni dell’avvenire; 6° che la legge che ora votiamo altro non è che un grido di entusiasmo che dice: Io sono l’Italia.

Poste le cose così, io sento sciolta la mia coscienza da tutti i legami che la costringevano, e voto la legge per entusiasmo.

mandoi-albanese. Chiedo di parlare per motivare il mio voto.

presidente. Scusi, se le concedo di parlare finirà per interrompersi l’ordine della discussione. (Ai voti!)

Converrebbe che qualche deputato proponesse che si voti senz’altro: se non si fa questa proposta, io debbo concedere la parola agli oratori inscritti.

sanguinetti. Io propongo che si voti la chiusura della discussione.

di cavour c., presidente del Consiglio. Chiederei di dire alcune parole appunto sull’ordine della discussione (Vivi segni di attenzione), augurandomi che queste osservazioni possano avere tanta efficacia da indurre l’onorevole oratore che esordì in questa discussione a rimandare ad occasione più opportuna l’esame degli argomenti che ci svolse con tanta eloquenza.

Non entrerò nella questione di merito sollevata dall’onorevole deputato Brofferio, non esaminerò se la formola da lui proposta in sostituzione di quella ch’è sottoposta alla vostra approvazione sia migliore, se esprima più ampiamente il sentimento della nazione in questa circostanza. Mi limiterò a rispondere a ciò che nel suo discorso può considerarsi come questione estranea al merito della legge, e che in nulla pregiudica le deliberazioni della Camera sopra la questione da lui sollevata.

L’onorevole deputato Brofferio avrebbe desiderato che questa legge fosse sorta dall’iniziativa parlamentare, e, per tradurre in atto questo desiderio, egli fa la proposta di una nuova legge.

Potrei opporgli la questione pregiudiziale, perocchè non è lecito ad un deputato d’improvvisare una proposta di legge; può bensì proporre un emendamento, anche amplissimo, sopra un disegno di legge, ma non può negare il diritto della Corona all’iniziativa parlamentare. Laonde, se la Camera sancisse questo principio, farebbe atto molto pericoloso. La Camera ha stabilito col suo regolamento le norme, giusta le quali i deputati debbono esercitare la propria iniziativa, e fra queste norme vi è quella che la proposta debba essere presentata prima agli uffizi, che la lettura ne venga autorizzata dalla Camera, e che quindi la proposta venga in pubblica seduta discussa.

Ciò stante, io non posso riconoscere all’onorevole deputato Brofferio la facoltà di respingere un progetto di legge e di proporne un nuovo. Se egli vuole esercitare il diritto di emendamento, lo può con grande larghezza; non sarà mai il Ministero che cercherà di restringerlo in angusti limiti; ma io ritengo che la Camera non si associerà alle censure che l’onorevole Brofferio faceva al Ministero, per aver preso l’iniziativa in questa solenne circostanza.

Signori, io mi unisco pienamente alle eloquenti parole del relatore della Commissione, quando egli proclama la parte che tutti gli Italiani hanno avuto nel gran dramma del nostro risorgimento; ma mi sia pur lecito il dirlo, e proclamarlo con profonda convinzione: negli ultimi avvenimenti l’iniziativa fu presa dal Governo del Re. (Segni generali di approvazione) Io risponderò all’onorevole Brofferio che fu il [p. 221 modifica]Governo che prese l’iniziativa della campagna di Crimea; fu il Governo del Re che prese l’iniziativa di proclamare il diritto d’Italia nel Congresso di Parigi (Bene! Applausi); fu il Governo del Re che prese l’iniziativa dei grandi atti del 1859, in virtù dei quali l’Italia si è costituita. (Applausi prolungati)

Il Governo crede che nelle attuali circostanze sia suo dovere di prendere l’iniziativa delle grandi imprese, di informarsi al sentimento della nazione, di penetrarsi de’ suoi desiderii, de’ suoi voti, de’ suoi diritti, ed essere il primo a proclamarli al cospetto dell’Italia, al cospetto dell’Europa. (Applausi)

Questa è la politica che noi crediamo convenire all’Italia: noi riteniamo che a questa politica è in gran parte dovuto quanto si è già compiuto, e che a questa politica si dovrà quanto rimane a compiersi. (Bene!) Penso quindi, o signori, che il Governo ha fatto atto altamente savio e opportuno assumendo l’iniziativa in questa circostanza.

Ma vi ha di più. Vi era una considerazione speciale che induceva il Governo a prendere l’iniziativa: la proclamazione del regno d’Italia sarà accolta in tutta la penisola con grida di gioia e d’entusiasmo, e non troverà che pochi oppositori; giacchè io ho abbastanza fede nella nobiltà del cuore umano per ritenere che anche fra coloro che appartengono a quella minoranza che in Italia professa pensieri contrarii ve ne ha molti nel di cui cuore le fibre italiane risuoneranno involontariamente quando sarà fatta questa proclamazione! (Bravo! bravo!)

Ma, o signori, credete voi che questo grand’atto sarà accolto con tanto favore da tutto il resto dell’Europa? Non sapete voi che il fatto che state per compiere è uno dei più grandi che ricordi la storia di tutti i tempi? Credete voi che un popolo, che un gran popolo che sorge quasi istantaneo, che sorge quando pochi anni prima si metteva in dubbio la sua esistenza; ma che dico in dubbio? quando la si negava recisamente dai veterani della diplomazia europea, credete voi che sia un fatto che tutto il mondo accolga con favore ed applausi? Se aveste dubbio, o signori, sulle mie osservazioni, le discussioni che hanno avuto luogo nelle assemblee più illustri di Europa dovrebbero toglierlo. Laonde, o signori, importa assai che questo voto si compia con tutta la solennità, con tutta la maturità possibile.

E per raggiungere questo scopo io ritengo che non era inopportuno che la iniziativa ne fosse presa dal potere, che questo voto non potesse dirsi essere il prodotto di un entusiasmo momentaneo, essere in certo modo il risultato di uno sfogo delle passioni popolari; ma essere bensì un atto maturo, proposto da chi è in certo modo il custode dei grandi principii governativi, emanato ed applaudito in prima da quel Corpo che rappresenta più specialmente i principii conservatori; e poscia proclamato e consacrato definitivamente dall’Assemblea popolare che rappresenta fedelmente il concetto dell’entusiasmo popolare, dello slancio patriottico. Quindi, ripeto, io sono fermamente convinto essere stata cosa utile ed opportuna che l’iniziativa di questa legge venisse da chi ha l’onore di rappresentare la Corona davanti a voi.

Nessuno tra voi, o signori, potrà credere che la Corona od il Governo fossero spinti da puerile vanità a prendere questa iniziativa. La condotta tenuta dalla Corona e dal Governo in tutti gli ultimi avvenimenti, li pongono, ne son certo, al riparo da questa imputazione.

Io quindi, o signori, non dubito di affermare che, sia rispetto alla considerazione della politica interna, sia rispetto alla considerazione della politica estera, fu savio consiglio ilprendere poi l’iniziativa in questo voto, e che la Camera fuor di ragione ne farebbe rimprovero al Governo.

Dimostrata l’inopportunità di modificare la forma della legge, a motivo dell’iniziativa assunta dal potere esecutivo, io non esaminerò la nuova formola proposta dall’onorevole Brofferio. Io ripeto alla Camera quanto ebbi l’onore di esporre alla Commissione, cioè che le quistioni da lui sollevate sono tutte riservate; che fra pochi giorni voi avrete l’opportunità di discuterle in tutta la loro pienezza e, dirò di più, avrete l’opportunità di discuterle con maggiore libertà; e con ciò io credo fare la parte agevole al signor Brofferio, giacchè egli avrà il campo più libero, più sciolto, poichè potrà sostenere la sua proposta, senzachè, la sua accettazione venga combattuta da coloro che sarebbero disposti a sacrificare una redazione da loro riputata migliore al pericolo di non riunire l’unanimità in questa circostanza. E stimo con ciò di far prova di essere avversario leale, per non dir generoso.

Egli è evidente che, se ora il Ministero si opponesse ricisamente a tutte le proposte dell’onorevole Brofferio, forse sull’animo di molti deputati potrebbe assai il pericolo di dividere le opinioni, quindi la Camera non sarebbe così pienamente libera, come lo diverrà quando la grave questione della promulgazione del regno d’Italia sarà sciolta definitivamente.

Io quindi mi rivolgo con fiducia all’onorevole oratore, e non solo in nome della concordia universale, non solo per le considerazioni poste innanzi dall’onorevole membro della Commissione, che parlava testè, ma nell’interesse stesso della discussione gravissima da lui sollevata lo prego di volerla rimandare al giorno in cui la legge sull’intestazione degli atti venga presentata al Parlamento.

E non tema che questo si protragga a tempo indefinito e lontano, giacchè a nome del mio onorevole collega guardasigilli posso assicurare la Camera che nei primi giorni della ventura settimana questa legge le sarà sottoposta.

Io quindi mi associo alla proposta, o, dirò meglio, alla preghiera che il signor marchese Pepoli rivolse al signor Brofferio perchè acconsenta che un voto di entusiasmo chiuda questa discussione, che sia la più eloquente delle risposte alle accuse ed alle insidie dei nostri nemici al di là dall’Alpi. (Applausi generali)

brofferio. Signori, sono avvezzo da antico a replicare alle faconde orazioni del signor Di Cavour, nè mi sarebbe difficile anche quest’oggi di ribattere una parte delle cose da lui dette sulle iniziative del Governo. Ma una ardente lotta in questo giorno potrebbe giudicarsi inopportuna ed improvvida (Bravo! Bene!); quindi in omaggio alla patria concordia mi interdico spontaneamente qualunque risposta. (Vivi applausi) Dichiaro inoltre che per assentimento della maggioranza di questa parte della Camera io ritiro la mia proposta, con riserva di sostenere il principio della sovranità nazionale quando il signor ministro ci porterà la legge da lui promessa. (Nuovi applausi)

Molte voci. Ai voti! ai voti!

presidente. Darò lettura dell’articolo unico del progetto di legge.

bixio. Domando la parola.

Molte voci. Ai voti! ai voti!

ranieri. Proporrei che si votasse per acclamazione.

Voci. Ai voti! ai voti!

presidente. Non si può votare per acclamazione. Metto ai voti l’articolo unico della legge:

«Il Re Vittorio Emanuele II assume per sè e suoi successori il titolo di Re d’Italia.»

(I deputati si alzano per votare.)