Arabella/Parte seconda/1

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I.


Un uomo che non ha visto nulla.


Il terzo venerdì di quaresima, il Berretta fu avvertito che don Felice Vittuone aveva urgentissimo bisogno di parlargli: passare subito in sagrestia.

Capitato per caso Ferruccio, il portinaio lo lasciò di guardia alla porta, si spazzolò le spalle, infilò una giacca, applicò tre o quattro buffetti alla cupola di un vecchio cappello di feltro, che non usava che nelle grandi occasioni, e in quattro passi fu alla chiesa.

Il prevosto lo faceva chiamare spesso per piccole commissioni di cucitura e di rammendatura; perciò il portinaio, non sospettando una trappola, entrò difilato in sagrestia come in casa sua e domandò al Bossi se c’era don Felice.

— Eccolo qui — disse il segrestano.

Lo scricchiolìo di un paio di scarpe, che risalivano la navata della chiesa, precedette il prevosto, un buon vecchietto piccolo e brutto, con molti capelli bianchi, un po’ tremolante, un sant’uomo amato dai poveri per la sua carità e per la sua tolleranza. In questa benedetta faccenda del testamento Ratta egli rappresentava la parte della conciliazione, ma capiva che la [p. 172 modifica]sapienza non basta a conciliare l’acqua col fuoco, il diavolo coll’acqua santa.

— Sei tu, Pietro? bravo, bravo... — e rivoltosi a un chiericotto dondolante su due gambe storte, che una vestaglia verdognola non riusciva a nascondere agli occhi di Dio (che scruta le reni e i cuori), gli domandò qualche cosa sottovoce.

— Ha detto che vien subito. Sta confessando una donna.

— Allora passiamo di qua, Berretta.

Il Berretta seguì il prevosto per un lungo corridoio rivestito sulle due pareti da massicci armadi, fino a un gran stanzone, detto la guardaroba, dov’è anche la penitenzieria degli uomini. Anche questa stanza era rivestita su tre pareti da alti armadi antichi a grossi intagli. La quarta parete contro la porta aprivasi in due finestre, innanzi alle quali scendevano le tende di un grosso telone giallastro, che in quella giornata semipiovosa davano all’ambiente un’aria proprio di quaresima. Tra l’una e l’altra finestra pendeva un gran crocifisso avvolto da un zendado polveroso. Il Cristo scendeva coi piedi a toccare lo schienale d’una vecchia poltrona di vacchetta presso un inginocchiatoio, dove più volte il portinaio, da buon cristiano, aveva versato il fardello de’ suoi peccati. Quel camerone è riservato agli uomini nei momenti di molto concorso. Lungo il corridoio, col capo appoggiato agli armadi, si schierano i bottegai del quartiere che credono ancora alla santità del peso e delle misure e aspettano in fila la volta di gettarsi ai piedi del vecchio Cristo, che in duecento o trecento anni che sta lì, ne ha sentite d’ogni colore e, abbassando la testa impolverata in un atteggiamento di [p. 173 modifica]stanchezza, par che dica: — Che fare? ci vuol pazienza...

Il Berretta nel rivedere il luogo e la croce risentì per una naturale associazione d’impressioni un rimescolamento che aveva nel fondo un rimorso, simile a una piccola puntura di spillo. E stava ancora coll’animo sospeso quando da una porticina di fianco sbucò un altro prete, che non aveva nulla a che fare colla nettezza e colla bonomia di don Felice. Era invece un vecchio olivastro, una faccia da contadino, rugosa come una castagna secca: era insomma don Giosuè Pianelli.

— Ci siamo! — disse in cuor suo il portinaio, che capì o credette di capire all’ingrosso il motivo di questa chiamata, e si preparò a sostenere un processo.

— Ti ho fatto chiamare, caro Pietro, per qualche schiarimento. Sedete, don Giosuè.

— Son comodo — disse il canonico, raggruppandosi più che sedendo sopra uno sgabello di legno, mentre il prevosto andava a mettersi nella poltrona di pelle, sotto la croce come il Berretta era solito vederlo due volte all’anno. Il portinaio rimase in piedi tra i due preti inquisitori, sotto la soggezione di quel gran Signore in croce.

— Io non ho bisogno di dirti che facciamo conto sulla tua sincerità, va bene, Berretta? Conosci don Giosuè?

— Eh, se mi conosce, altro che! — prese a dire il canonico, facendosi più vicino, tirando con sè lo sgabello e sedendo in modo da poter osservare il portinaio nella luce obliqua che pioveva di sotto le tende.

[p. 174 modifica]— Dunque, saprai, il mio Pietro, che don Giosuè Pianelli è stato il confessore della povera sora Ratta, che fu per i poveri di questa parrocchia un vero angelo di carità. I sussidi sono scarsi e la miseria cresce ogni dì.

— Di miseria non c’è mai miseria — aggiunge don Giosuè, seguitando con un tono irritato: — Cresce la miseria, crescono i vizi, crescono i birboni, mentre cala la religione e la carità... Sono i begli effetti del massonismo trionfante.

— Don Giosuè non ha torto — riprese il buon vecchietto — ma di cristiani ce ne sono ancora e il nostro Berretta è uno di questi: non è vero? bravo, bravo.

Il portinaio spalancò la bocca, aprì le braccia a un movimento d’ometto meccanico e rimase lì. Avrebbe pagato un occhio del capo a non esserci. Sentiva già da lontano che i due preti andavano tirando i fili d’una rete per pigliarlo in mezzo. Ma gli mancò la forza di scappare, che in certi frangenti, come dice la lepre, è il miglior rimedio.

— La santa Pasqua è vicina, e tu sai, non è vero, Berretta? tu sai tutta l’importanza dei sacramenti. Si tratta ora di compiere un’opera di giustizia, che si riduce in fondo a un’opera di carità, sicuro! Si tratta del bene dei poveri, sicuro! Tu hai detto a qualcuno che il signor Antonio Maccagno...

— Tognino, Tognino — corresse don Giosuè, mettendo nella storpiatura del nome un suo gusto particolare.

— Tu hai detto che il signor Maccagno, tuo padrone, ha preso una carta...

— Io, io, io?... — balbettò troppo in fretta il portinaio, rispondendo prima d’essere interrogato.

[p. 175 modifica]Don Giosuè chiuse un occhio e guardò fisso coll’altro il prevosto. Quell’occhio nero e lucente, pieno di espressione, avrebbe voluto dire: — Capite?

— Aspetta, lascia finire a don Felice. Parlerai dopo, il mio galantuomo. — E don Giosuè fece sentire un’ironia che sonò male all’orecchio del povero sarto.

— Dunque, è vero o è falso che la notte prima del funerale, presente cadavere, tu hai aiutato il sor Antonino...

— Tognino! — ribadì l’altro, che preferiva avere il suo uomo storpiato.

— ... a cercare una carta nella stanza della morta?

— Io ho detto? quando ho detto questo? io, una carta? che carta? non so un bel niente, io, di carte... Io faccio il sarto...

Così disse il portinaio, con aria distratta, muovendo il capo ad ogni frase, ora a destra, ora a sinistra come un automa meccanico; ma il cuore era un martellamento d’inferno. Capì subito che se si lasciava pigliare a questa trappola egli era perduto. Divenne rosso rosso, come se il vino rubato alla vecchia Ratta gli andasse tutto in una volta alla testa.

— Non so niente io, di carte...

— Ha coraggio di spergiurare sotto gli occhi di nostro Signore questo bel galantuomo — saltò su il canonico.

— Abbiate pazienza, don Giosuè. Intellige quæ dico. Il Berretta può benissimo aver detto una cosa e la gente aver interesse a capirne un’altra: va bene?

— Sissignore, sor prevosto, che Dio lo benedica, deve essere proprio così. C’è della gente che mi manderebbe volentieri in galera, e della gente che vorrebbe [p. 176 modifica]vedermi impiccato. Che ne so io di questi pasticci? Io faccio il sarto, vedo e non vedo, sento e non sento, piglio da tutti e non m’intrigo nei pettegolezzi. Di che carte mi parlano?

— Senti, il mio bravo Pietro, noi non facciamo nessun aggravio a te. Sappiamo bene che sei un galantuomo e che anche tu devi obbedire al più forte. Lasciamo stare quel che puoi aver detto o meno: e aiutaci a depurare la verità. L’hai sorvegliata tu la morta la notte avanti al funerale? Sì? bravo, bravo. Ed eri solo in camera?

Il Berretta, coi dieci diti delle mani irrigiditi in aria, faceva ogni sforzo per poter dir di no, un bel no, che l’avrebbe salvato dal rispondere altri sì; ma non seppe sputarlo fuori. La strada del male non era la sua e il diavolo non aiuta che i suoi.

— E in quella notte non è venuto il sor Antonino?

— Vuol dire il sor Tognino — corresse per la terza volta il canonico.

— Di’ la verità, non c’è nulla di male.

— Bisogna che io mi ricordi — sillabò, alzando gli occhi alla vôlta, e portando alla bocca la punta d’una mano.

— Eh, eh, guarda il balordo — sogghignò don Giosuè, andando colle mani fin sotto il naso del suo galantuomo.

— Noi non dobbiamo far violenze alla coscienza, caro don Giosuè. Bisogna pure che il nostro Berretta si ricordi e verifichi il fatto, spiritu et veritate. Non gli vogliamo far del male, si sa; nè lui è uomo capace di far del male al prossimo, mentre ci può essere della gente interessata a far del male a lui.

[p. 177 modifica]— Lei dice bene, sor prevosto: che Dio lo benedica per i suoi morti.

— Lo conosco da un pezzo il babbuino: oggi gli giova di far l’indiano per non pagare dazio. Volete che non se ne ricordi? prova un poco ad alzare gli occhi, aperti ve’, a questo Signore in croce e torna a ripetere: — Non me ne ricordo. — Sostieni che il sor Tognino non è venuto quella notte, verso le due; di’: non è vero, Signor Gesù Cristo, che io ho fatto lume al padrone mentre egli cercava una carta... Ah! tu vorresti scappare, adesso.

Don Giosuè afferrò il portinaio per un braccio e cominciò a scrollarlo, come se cercasse di svegliare uno dei sette dormienti.

— Non so niente, dico... — gridò piagnucolando il poveretto con voce più scossa e indebolita.

Come diavolo il prete aveva saputo questi particolari? eran voci corse, c’eran dei testimoni, oppure era una trappola per farlo cascare? Fra i due giudici il più pericoloso non era, come si potrebbe credere, quel che pareva il più terribile, quello cioè che gridava di più, che lo minacciava, che l’irritava colla sua voce rauca, col suo dito lungo, magro, color tabacco. La forza non è sempre nella forza. Ciò che lo avviliva maggiormente, che gli toglieva l’animo di resistere e di spergiurare, che lo disarmava in quel contrasto, era la presenza bonaria e paterna di don Felice, la voce buona, carezzevole di questo buon vecchio tremolante, che mentre accaloravasi a proteggerlo, rimescolava tutte le forze morali della resistenza.

— Senti, caro Pietro — riprese la voce paterna e insinuante del prevosto — capirai benissimo che qui [p. 178 modifica]non si tratta del nostro interesse, nè di cattive intenzioni che si abbiano contro di te, povero diavolo. Si tratta puramente e semplicemente d’un diritto di giustizia, sicuro! Si tratta del pane di molta povera gente, che si presume danneggiata non da te — povero diavolo — ma da un uomo, a cui Dio avrebbe tolto per un momento il lume della coscienza. O le voci che corrono son false e tu, il mio buon Pietro, hai il dovere di dimostrare che son false e che quello che hai potuto dire a terze persone è egualmente falso: o le voci son vere, cioè hanno fondamento nel vero, anzi tu sei stato, tuo malgrado, testimonio del vero, e allora, caro figliuolo, pensa al carico di coscienza che stai per assumere. Senza cattiva intenzione tu ti fai complice d’un ladroneccio, ti copri di una responsabilità che io, ne’ tuoi panni, non vorrei per tutto l’oro del mondo portare davanti al tribunale di Dio.

— Ma se io non posso parlare — singhiozzò l’uomo, alzando le due mani sopra la testa e tenendole così aperte nell’aria. — Se ci andasse di mezzo la vita?

— Ah, t’hanno dunque minacciato — entrò a dire don Giosuè — bene, bene, bene!...

E fregandosi le mani, fe’ una giravolta nella stanza.

— Ti hanno minacciato? e dubiti che questo Signore che ti sta sul capo sia meno forte dei prepotenti che ti minacciano? e quando pur sapessi che c’è qualche pericolo a dir la verità, puoi tu comperare la tua sicurezza a prezzo d’un tradimento? e credi che vi possa essere sicurezza nel campo della ingiustizia? e ti par bello dormire sul letto di spine [p. 179 modifica]de’ tuoi rimorsi, il mio Pietro? in balìa al genio delle tenebre, il mio Pietro?

Così batteva sul cuore del portinaio la voce amorosa e terribile.

— Io non ho rubato nulla a nessuno, per la benedetta Madonna! Sono un povero uomo che non fa male a nessuno; non ho detto niente a nessuno; non voglio andare in cellulare — provò ancora a ripetere con monotonia, annaspando colle mani in aria, buttando gli occhi in tutti i cantucci dov’era sicuro di non incontrare gli occhi de’ suoi giudici, chinando il capo per isfuggire al baglior bianco di quel Signore in croce, che riempiva delle sue braccia tutta la parete. — Non voglio andare al cellulare: prima mi ammazzo.

— Non è la strada più lunga per andare all’inferno, babbuino, l’ammazzarsi... Senti il parere di chi ti vuol bene, asino! non capisci che il tuo negare a noi non serve a nulla, perchè ne sappiamo più di te?

A ogni frase don Giosuè dava una ruvida scossa al suo uomo.

— Che cosa hai detto al Mornigani? non sai che ti hanno visto col lume in mano a far chiaro al tuo ladrone, voglio dire al tuo padrone?

Il portinaio, scosso, sospinto da queste parole e dalla mano vigorosa del prete, non sapendo dove trovare un rifugio, andò a stramazzare ginocchione sulla predella, come un uomo veramente mazzolato, strinse la testa nelle mani e ruppe in tali singhiozzi, che don Felice ne sentì una profonda compassione. Voltatosi verso don Giosuè, non volle più che seguitasse a tormentarlo.

[p. 180 modifica]— Sta bene — disse costui — badate però a non lasciarmelo scappare.

— È un buon ambrosiano incapace a far del male.

— Fategli fare una buona confessione; io intanto corro ad avvertirne l’avvocato.

Don Giosuè uscì e ritornò sui suoi passi a prendere il tricorno, che nella furia delle idee aveva dimenticato in sagrestia. Si strinse nel mantello, ritraversò la chiesa, così invasato dal suo primo trionfo, che non salutò nemmeno con una riverenza il padrone di casa. Uscì e prese la strada più corta verso Sant’Ambrogio, dove abitava l’avvocato, senza sentire l’acquerugiola fredda che veniva dal cielo.