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Don Giosuè chiuse un occhio e guardò fisso coll’altro il prevosto. Quell’occhio nero e lucente, pieno di espressione, avrebbe voluto dire: — Capite?

— Aspetta, lascia finire a don Felice. Parlerai dopo, il mio galantuomo. — E don Giosuè fece sentire un’ironia che sonò male all’orecchio del povero sarto.

— Dunque, è vero o è falso che la notte prima del funerale, presente cadavere, tu hai aiutato il sor Antonino...

— Tognino! — ribadì l’altro, che preferiva avere il suo uomo storpiato.

— ... a cercare una carta nella stanza della morta?

— Io ho detto? quando ho detto questo? io, una carta? che carta? non so un bel niente, io, di carte... Io faccio il sarto...

Così disse il portinaio, con aria distratta, muovendo il capo ad ogni frase, ora a destra, ora a sinistra come un automa meccanico; ma il cuore era un martellamento d’inferno. Capì subito che se si lasciava pigliare a questa trappola egli era perduto. Divenne rosso rosso, come se il vino rubato alla vecchia Ratta gli andasse tutto in una volta alla testa.

— Non so niente io, di carte...

— Ha coraggio di spergiurare sotto gli occhi di nostro Signore questo bel galantuomo — saltò su il canonico.

— Abbiate pazienza, don Giosuè. Intellige quæ dico. Il Berretta può benissimo aver detto una cosa e la gente aver interesse a capirne un’altra: va bene?

— Sissignore, sor prevosto, che Dio lo benedica, deve essere proprio così. C’è della gente che mi manderebbe volentieri in galera, e della gente che vor-