Arabella/Parte seconda/2

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II.


In casa delle due “beate„


Qualche giorno dopo quest’incontro, verso sera, la Colomba, la Nunziadina e Ferruccio finivano di desinare nella scarsa luce del crepuscolo - eravamo ai primi di aprile - colle finestre aperte sulla bella pianta di castagno amaro e sui giardinetti vestiti del bel verde tenero della primavera, quando a un tratto l’uscio sbattè e venne dentro il Berretta, colla faccia stravolta, cogli occhi fuori della testa, pallido come la morte.

— Dio buono, che vi è capitato? — gridarono a una voce le due donne. — A quest’ora? che volete, che c’è di brutto?

Il vecchio portinaio venne avanti, si lasciò cadere sulla sedia, come un uomo che si sfascia, e disse:

— Sono un uomo morto.

— Che cosa dite, adesso? — gridò la Colomba già eccitata da quell’improvvisa apparizione. E muovendosi per la stanza, soggiunse: — Aspettate che accendo la lucerna.

Il Berretta con una mano tremante di paralitico fe’ segno a Ferruccio di chiudere l’uscio e le finestre. [p. 182 modifica]. Mentre il ragazzo obbediva, alla zia Colomba non riusciva d’accendere lo zolfanello sulla pietra del camino. La Nunziadina nel correre da una parte all’altra in preda alla convulsione, fece sonare nel buio le gruccette sull’ammatonato.

Finalmente la fiamma rischiarò quei quattro visi intorno al tavolo, tre dei quali si fissarono in uno come in uno specchio.

— Mi ha denunciato.

— Chi?

— Che cosa dice questo benedetto uomo? — tornò a strillare la zia Colomba, che sollevò un poco lo stoppino della lampada, come se sperasse con ciò di veder meglio le parole.

La luce livida del petrolio fece parere ancor più livido il disgraziato, che da sei o sette giorni non s’era toccata la barba.

Ferruccio gli sedette vicino e col tono d’un uomo che ragiona, chiese:

— Chi vi ha denunciato? parlate chiaro; chi vi ha denunciato?

— Ci sono state le guardie a cercarmi. O povero me! io son morto.

— Le guardie? — tornarono a domandare in coro le tre voci.

E dopo un respiro seguitarono a vicenda incalzandosi:

— Le guardie? a cercar voi? ma che guardie?

— Ci sono state le guardie alla porta. O povero me. Io mi butto nel Naviglietto, io mi annego.

— Quest’uomo a furia di bere quella schifosa acquavite non sa più quel che si dice, non sa più — soggiunse con asprezza la Colomba.

[p. 183 modifica]Ferruccio, sottovoce, con pazienza, cercò di strappare di bocca a suo padre una confessione.

— Perchè l’avevano denunciato? chi? il signor Tognino?

— Bisogna dire che n’abbiate fatta una ben grossa se quel pezzo d’onestà vi denuncia — entrò a dire la Colomba, incrociando le braccia sul petto. — Sentiamo dunque...

— Non ci sono le guardie? lì, lì sulla scala, è chiuso l’uscio?

— È chiuso — disse piagnucolando la Nunziadina, facendo cantare il catenaccio.

Ce ne volle della pazienza per tirare dalla bocca di quel mezzo inebetito una storia con un costrutto. Il vecchio Berretta non avrebbe voluto parlare in faccia al figliuolo, ma finalmente tira di qua, dàlli di là, la faccenda delle trenta bottiglie rubate alla vecchia Ratta venne fuori. Vennero in seguito le minacce che il sor Tognino aveva fatto quella tal notte, se il Berretta parlava.

— Parlar di che?

— Della carta.

— Di che carta?

— Del testamento.

— Testamento di chi?

— Della vecchia. «O Signor benedetto! il sor Tognino era venuto a cercare una carta. Nevicava. Aveva un cappello molle in testa. Faceva freddo; lui stava vicino al fuoco. Lo chiamò a fargli lume, ma lui non voleva. Cercò anche nel letto, ma lui non aveva viste carte. Se osava parlare lo denunciava. Ma i preti avevan saputo la cosa e lo tirarono sotto il Crocifisso a giurare. C’era di mezzo [p. 184 modifica]il Mornigani, il mezzo avvocato, l’Olimpia e monsignor arcivescovo. Tutti lo volevano morto, cominciando da don Giosuè Pianelli. Egli non aveva visto niente, aveva detto niente a nessuno, nemmeno ad Aquilino; ma il sor Tognino aveva saputo tutto, fece la deposizione e mandò le guardie a prenderlo per menarlo al cellulare. Aveva veduto le guardie dalla bottega della sora Palmira, verso le tre e mezzo, e non tornò più a casa. Aveva fatto il giro di tutti i bastioni; al cellulare lui non voleva andare, no, no. Prima si gettava nel Naviglietto...» Oh, oh, oh!... — urlò cacciando le mani nei pochi capelli grigi. — Mi getto nel Naviglietto!


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Mentre il Berretta raccontava a spizzico e a salti la dolorosa istoria, le donne e Ferruccio rimasero atterriti a sentire, scattando di tempo in tempo sui nervi, uscendo in parole monche di dolore, di meraviglia, di spavento, guardandosi in faccia senza voce e senza respiro.

— Voi avete aiutato quell’uomo a cercare una carta? — domandò Ferruccio, distendendo le mani sotto il viso di suo padre. — Che carta? era forse un testamento?

— Io no, io ho fatto lume, perchè ha voluto lui. Ho giurato e non ho visto niente.

— Ma le bottiglie le avete prese.

— Le ho prese perchè la Ratta non mi pagava mai. Sono stato malato; è la Giuditta che ha parlato, o me pover’uomo.

[p. 185 modifica]— È venuto da voi il sor Tognino?

— Ieri sera e mi ha detto: — So che hai parlato coi preti. Ti ho denunciato, brutta faccia di ladro. Sono venute anche le guardie, e io sono scappato sui bastioni. Io non mangio più, non bevo più, non parlo più. Io mi annego nel Naviglietto...

— Zia Colomba — proruppe Ferruccio con una intonazione, quasi con un grido di pianto. — Questo è brutto, questo è orribile. O quest’uomo non sa quel che dice, o noi siamo una gente disgraziata e disonorata.

E il ragazzo si prese la testa nelle mani, come se con quel gesto cercasse di tenerla ferma sulle spalle.

Ora capisco quel che diceva l’Angiolina d’un testamento rubato. È di là il ladro — declamò la zia Colomba, agitando un pugno in aria. — Ma il ladro ha paura di avere in questo pover’uomo un terribile testimonio e lo fa arrestare. È così?

— Ma noi non possiamo permettere che le guardie lo menino via. È mio padre, zia Colomba, oh che vergogna, pensate!

E il giovane, non potendo più resistere alla violenza della sua emozione, cominciò a singhiozzare e a contrastare coi suoi singhiozzi.

La zia Nunziadina, non sapendo più stare a quella scena, scappò via saltellando e andò a nascondersi nello stanzino.

— Le guardie intanto non sanno ch’egli è qui — riprese la Colomba — e qui non morirà di fame. Tu potrai vedere domattina il padrone e sentirai com’è questa faccenda delle bottiglie, se pure si tratta di bottiglie. Ma mi par di vedere in uno specchio [p. 186 modifica]che c’è qualche altra ragione e che il ladro è di là, e un ladro grosso, di quelli che non si possono pigliare.

— Sicuro che è una cosa orribile e spaventosa! — riprese a dire Ferruccio, rimettendosi a passeggiare in fretta attraverso la cucina, come se recitasse una parte sul palcoscenico. — È il disonore questo, capite, zia? ma voi, voi... — e così dicendo correva verso quel pover’uomo mezzo stordito dalla paura e dall’acquavite — voi non avete offerto di pagare? non avete detto ch’io avrei pagato? dovessi vendere anche le scarpe, dovessi vivere a pane e acqua tutta la vita, ma bisogna ch’io salvi quest’uomo dal disonore. O me poveretto, o la mia povera mamma, se guarda in terra! o zia, che vergogna!...

E nel nervoso parossismo il ragazzo si buttò sulla sedia, appoggiò i gomiti sulla tavola, strinse le tempie nei pugni, e stette coll’occhio infocato a guardare fisso, mentre il Berretta, movendo il capo ora a destra ora a manca, pareva diventato scemo dallo spavento.

La Colomba, soffocata anche lei dalla passione, cominciò col baciare la testa a Ferruccio, poi lo scosse, lo tirò a sè, inghiottendo con fatica quel gruppo di dolori che aveva in gola, gli disse a scatti, col fare d’una donna pratica di mondo:

— Bisogna che tu veda il sor Tognino, subito: cercalo per mare e per terra, finchè l’hai trovato, e digli che le bottiglie le paghiamo noi: ora ti darò quei pochi denari... Se non trovi lui cerca la sora Arabella.

La Colomba abbassò gli occhi, ma, sentendo che Ferruccio cominciava a tremare come una foglia, lo [p. 187 modifica]prese più forte per le due spalle e, scrollandolo, soggiunse con tono quasi di rimprovero:

— Ciò che importa è che quest’uomo non vada in prigione. Sarà forse più la paura che il male; ma coi lupi non si scherza e il sor Tognino è un lupo. Se è vera la storia di questa carta, se è vero che il tuo padrone ha sporca la coscienza, sai che son gli stracci che vanno all’aria. Cercalo subito, parlagli chiaro: adesso ti dò i denari... O cara Madonna benedetta, anche questa mi era riservato di vedere.

E dopo aver smosse alcune robe per sbarazzare la strada andò in camera. La Nunziadina aveva acceso due lumini innanzi alla Madonna della Salette.

— Piglio il libro della Cassa di risparmio.

— Lo arresteranno?

— Che arrestare? Si fa presto a dir certe cose... Lo faremo arrestar lui quel... quel... quel...

Le parole stentavano a uscir dalla bocca della povera donna, come stenta uscir l’acqua da una bottiglia capovolta. Tornò in cucina, cacciò il libretto nella tasca di Ferruccio, abbottonò la giacca, mise in testa al figliuolo il cappello e accompagnandolo fin sulla scala al buio, seguitò a dirgli:

— Va da lei, di’ che sei nipote della Colomba, che serviva in casa dei Grissini. Avete fatto la prima comunione insieme. Contale la storia delle bottiglie, della carta, delle guardie e falle vedere che non si deve disonorare un povero giovane per un poco di vino. Torna subito. Non dire che tuo padre è qui. Recita un’avemaria alla Madonna e che la tua povera mamma, se può, interceda per te.