Antigone (Alfieri, 1946)/Atto quarto

Atto quarto

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Atto terzo Atto quinto

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ATTO QUARTO

SCENA PRIMA

Creonte, Antigone, Guardie.

Creon. Scegliesti?

Antig.  Ho scelto.
Creon.  Emon?
Antig.  Morte.
Creon.  L’avrai. —
Ma bada, allor che sul tuo capo in alto
penda la scure, a non cangiarti: e tardo
fora il pentirti, e vano. Il fero aspetto
di morte (ah!) forse sostener dappresso
mal saprai tu; mal sostener di Argía,
se l’ami, i pianti; che morirti al fianco
dovrá pur essa; e tu, cagion sei sola
de suo morir. — Pensaci; ancor n’hai tempo...
Ancor tel chieggio. — Or, che di’ tu?... Non parli
Fiso intrepida guardi? Avrai, superba,
avrai da me ciò che tacendo chiedi.
Doleami giá d’averti dato io scelta,
fra la tua morte e l’onta mia.
Antig.  Dicesti? —
Che tardi or piú? Taci, ed adopra.
Creon.  Pompa
fa di coraggio a senno tuo: vedrassi

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quant’è, tra poco. Abbenché il punto ancora

del tuo morir giunto non sia, ti voglio
pur compiacer nell’affrettarlo. — Vanne,
Eurimedonte; va; traggila tosto,
all’apprestato palco.


SCENA SECONDA

Emone, Antigone, Creonte, Guardie.

Emone  Al palco? Arresta...

Antig. Oh vista!... Or, guardie, or vi affrettate; a morte
strascinatemi. Emon,... lasciami;... addio.
Emone Trarla oltre piú nessun di voi si attenti.
Creon. E che? minacci, ove son io?...
Emone  Deh padre!...
Cosí tu m’ami? cosí spendi il giorno
concesso a lei?...
Creon.  Precipitar vuol ella;
negargliel posso?
Emone  Odi; oh! non sai? ben altro
a te sovrasta inaspettato danno.
D’Atene il re, Teséo, quel forte, è fama
che a Tebe in armi ei vien, degli insepolti
vendicatore. A lui ne andar le Argive
vedove sconsolate, in suon di sdegno
e di pietá piangenti. Udia lor giuste
querele il re: l’urne promesse ha loro
degli estinti mariti; e non è lieve
promettitor Teséo. — Padre, previeni
l’ire sue, l’onta nostra. A te non chieggio
che t’arrendi al timor; bensí ti stringa
pietá di Tebe tua: respira appena
l’aure di pace; ove a non giusta guerra
correr pur voglia in favor tuo, qual prode
or ne rimane a Tebe? I forti, il sai,

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giaccion, chi estinto in tomba, e chi mal vivo

in sanguinoso letto.
Creon.  A un timor vile
mi arrendo io forse? a che narrar perigli
lontani, o dubbj, o falsi? A me finora
Teséo, quel forte, non chiedea pur l’urne
de’ forti d’Argo; e non per anco io darle
negato gli ho: pria ch’ei le chiegga, io forse
suo desir preverrò. Sei pago? Tebe
riman secura; io non vo’ guerra. — Or, lascia,
che al suo destin vada costei.
Emone  Vuoi dunque
perder tuo figlio tu?... Ch’io sopravviva
a lei, né un giorno, invan lo speri. È poco
perdere il figlio; a mille danni incontro
tu vai. Giá assolta è Antigone; l’assolvi
tu col disfar tua legge. A tutti è noto
giá, che a lei sola il laccio vil tendesti.
La figlia amata de’ suoi re su infame
palco perir, Tebe vedria? di tanto
non lusingarti. Alte querele, aperte
minacce, ed armi risuonar giá s’ode;
giá dubbio...
Creon.  Or basta. — Sovra infame palco,
poiché non vuoi, Tebe perir non vegga
la figlia amata de’ suoi re. — Soldati,
la notte appena scenderá, che al campo,
lá dove giaccion gl’insepolti eroi,
costei trarrete. Omai negar la tomba
piú non dessi a persona: il gran Teséo
mel vieta: abbiala dunque, ella, che altrui
la dié; nel campo l’abbia: ivi sepolta
sia, viva...
Emone  Oh ciel! che sento? A scherno prendi
uomini e Dei cosí? Versar quí pria
tutto t’è d’uopo del tuo figlio il sangue.

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Viva in campo sepolta? Iniquo;... innanzi

estinto io quí; ridotto in cener io...
Antig. Emon, dell’amor mio vuoi farti indegno?
Qual ch’egli sia, t’è padre. A fera morte
giá, fin dal nascer mio, dannata m’ebbe
il mio destino: or, che rileva il loco,
il tempo, il modo, ond’io morrò?...
Creon.  Ti opponi
indarno; ah! cessa: lei salvar non puoi,
né a te giovare... Un infelice padre
di me farai; null’altro puoi...
Emone  Mi giova
farti infelice, e il merti, e il sarai; spero.
Il trono iniquo por ti fa in non cale
di re, di padre, d’uomo, ogni piú sacro
dovere omai: ma, piú tu il credi immoto,
piú crolla il trono sotto al rio tuo piede.
Tebe appien scerne da Creonte Emone...
V’ha chi d’un cenno il mal rapito scettro
può torti: — regna; io nol darò; ma, trema,
se a lei...
Antig.  Creonte, or sí t’imploro; ah! ratto
mandami a morte. Oh di destino avverso
fatai possanza! a mie tante sventure
ciò sol mancava, ed al mio nascer reo,
che instigatrice all’ira atroce io fossi
del figlio contro al padre!...
Emone  Or me si ascolti,
me sol, Creonte: e non di Atene il ferro,
né il re ti mova; e non di donne preghi,
né di volgo lamenti: al duro tuo
core discenda or la terribil voce
di un diperato figlio, a cui tu stesso
togli ogni fren; cui meglio era la vita
non dar tu mai; ma, che pentir può farti
di un tal don, oggi.

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Creon.  Non è voce al mondo,

che basti a impor legge a Creonte.
Emone  Al mondo
brando v’ha dunque, che le inique leggi
può troncar di Creonte.
Creon.  Ed è?
Emone  Il mio brando.
Creon. Perfido. — Insidia i dí paterni; trammi
di vita, trammi; osa; rapisci, turba
il regno a posta tua... Son sempre io padre
di tal, che omai figlio non mi è. Punirti
non so, né posso: altro non so, che amarti,
e compianger tuo fallo... Or di’; che imprendo,
che non torni a tuo pro? Ma, sordo, ingrato
pur troppo tu, preporre ardisci un folle,
e sconsigliato, e non gradito amore,
alla ragione alta di stato, ai dritti
sacrosanti del sangue...
Emone  Oh! di quai dritti
favelli tu? Tutto sei re: tuo figlio
non puoi tu amare: a tirannia sostegno
cerchi, non altro. Io, di te nato, deggio
dritto alcuno di sangue aver per sacro?
A me tu norma, in crudeltá maestro
tu sol mi sei; te seguo; ove mi sforzi,
avanzerotti; io ’l giuro. — Havvi di stato
ragion, che imprenda iniquitade aperta,
qual tu disegni? Bada; amor, che mostri
a me cosí, ch’io a te cosí nol renda...
Delitti, il primo costa; al primo, mille
ne tengon dietro, e crescon sempre; — e il sai.
Antig. Io t’odio giá, s’oltre prosiegui. Ah! pria
d’essermi amante, eri a Creonte figlio:
forte, infrangibil, sacro, e il primo sempre
d’ogni legame. Pensa, Emon, deh! pensa,
che di un tal nodo io vittima pur cado.

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Sa il ciel, s’io t’amo; eppur tua man rifiuto,

sol perché meco non si adirin l’ombre
inulte ancor de’ miei. La morte io scelgo,
la morte io vo’, perché il padre infelice
dura per lui non sopportabil nuova
di me non oda. — Ossequíoso figlio
vivi tu dunque a scellerato padre.
Creon. Il suo furor meglio soffrir poss’io,
che non la tua pietá. — Di quí si tolga. —
Vanne una volta, vanne. Il sol tuo aspetto
fa traviare il figliuol mio. — Nell’ora
ch’io t’ho prefissa, Eurimedonte, in campo
traggasi; e v’abbia, anzi che morte, tomba.


SCENA TERZA

Creonte, Emone, Guardie.

Emone — Pria dell’ora prefissa, in campo udrassi

di me novella.
Creon.  Emon fia in se tornato,
pria di quell’ora assai. — Le tue minacce
antivenir potrei: — ma, del mio amore
darti vo’ piú gran pegno; in te, nel tuo
gran cor fidarmi, e in tua virtú primiera,
ch’io spenta in te non credo.
Emone  Or va, fia degno
quant’io farò, di mia virtú primiera.


SCENA QUARTA

Creonte, Guardie.

Creon. — L’indole sua ben so: piú che ogni laccio,

sensi d’onor lo affrenano: gran parte
del suo furor la mia fidanza inceppa...

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Pur, potrebb’egli, ebro d’amor fors’oggi,

alla forza?... Ma è lieve a me i suoi passi
spiar, deluder, rompere: di vita
tolta Antigone prima, il tutto poscia,
Teséo placar, silenzio imporre al volgo,
riguadagnarmi il figlio, il tutto è nulla. —
Ma, che farò di Argía? — Guardie, a me tosto
Argía si tragga. — Util non m’è sua morte;
l’ira d’Adrasto anzi placar mi giova;
troppi ho nemici giá. Mandarla io voglio
in Argo al padre: inaspettato il dono,
gli arrecherá piú gioja; e a me non poco
cosí la taccia di crudel fia scema.


SCENA QUINTA

Creonte, Argia, Guardie.

Creon. Vieni, e mi ascolta, Argía. — Dolor verace,

amor di sposa, e pio desir, condotta
ebberti in Tebe, ove il divieto mio
romper tu sola osato non avresti...
Argia T’inganni; io sola...
Creon.  Ebben, rotto lo avresti,
ma per pietà, non per dispetto, a scherno
del mio sovran poter; non per tumulti
destare: io scemo la pietà, l’amore,
dall’interesse che di lor si vela.
Crudo non son, qual pensi; abbine in prova
salvezza e libertà. Di notte l’ombre
scorta al venir ti furo; al sol cadente,
ti rimenino al padre in Argo l’ombre.
Argia Eterno ad Argo giá diedi l’addio:
del morto sposo le reliquie estreme
giacciono in Tebe; in Tebe, o viva, o morta,
io rimanervi vo’.

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Creon.  La patria, il padre,

il pargoletto tuo, veder non brami?
Argia D’amato sposo abbandonar non posso
il cener sacro.
Creon.  E compiacer pur voglio
in ciò tue brame: ad ottenere di furto
l’urna sua ne venivi; apertamente
abbila, e il dolce incarco in Argo arreca.
Vanne; all’amato sposo, ivi fra’ tuoi,
degna del tuo dolore ergi la tomba.
Argia E fia pur ver? tanta clemenza, or donde,
come, perché? Da quel di pria diverso
esser puoi tanto, e non t’infinger?...
Creon.  Visto
mi hai tu poc’anzi in fuoco d’ira acceso;
ma, l’ira ognor me non governa; il tempo,
la ragion la rintuzza.
Argia  Il ciel benigno
conceda a te lungo e felice impero!
Tornato sei dunque più mite? oh quanta
gioja al tuo popol, quanta al figliuol tuo
di ciò verrá! Tu pur pietá sentisti
del caso nostro; e la pietade in noi
tu cessi al fine di appellar delitto;
e l’opra, a cui tu ne spingevi a forza,
a noi perdoni...
Creon.  A te perdono.
Argia  Oh! salva
Antigone non fia?
Creon.  L’altrui fallire
non confondo col tuo.
Argia  Che sento? Oh cielo!
Ancor fra lacci geme?...
Creon.  E dei tant’oltre
cercar? Ti appresta al partir tuo.
Argia  Ch’io parta?

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Che nel periglio la sorella io lasci?

Invan lo speri. A me potea il perdono
giovar, dov’ella a parte pur ne entrasse;
ma in ceppi sta? pena crudel fors’anco
a lei si appresta? io voglio ceppi; io voglio
più cruda ancor la pena...
Creon.  In Tebe, io voglio;
non altri; e al mio voler cede ciascuno. —
Mia legge hai rotta; e sí pur io ti assolvo:
funereo rogo incendere al marito
volevi; e il festi: il cener suo portarti
in Argo; ed io tel dono. — Or, che più brami?
che ardisci più? Dell’oprar mio vuoi conto
da me, tu?
Argia  Prego; almen grazia concedi,
ch’io la rivegga ancora.
Creon.  In lei novello
ardir cercar, che in te non hai, vuoi forse? —
Di Tebe uscir, tosto che annotti, dei:
Irne libera in Argo ove non vogli,
a forza andrai.
Argia  Più d’ogni morte è duro
il tuo perdon: morte, ch’a ogni altri dai,
perché a me solo nieghi? Orror, che t’abbi
di sparger sangue, già non ti rattiene.
D’Antigone son io meno innocente,
ch’io pur non merti il tuo furore?...
Creon.  O pena
reputa, o grazia, il tuo patir, nol curo;
purché tu sgombri. — Guardie, a voi l’affido:
su l’imbrunire, alla Emolóida porta
scenda, e al confin d’Argo si tragga: ov’ella
andar negasse, a forza si trascini. —
Torni intanto al suo carcere.
Argia  Mi ascolta...
Abbi pietade...
Creon.  Esci. —

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SCENA SESTA

Creonte.

  Trovar degg’io

al mio comando, o sia pietoso, o crudo,
ribelli tutti? — E obbediran pur tutti.