Antigone (Alfieri, 1946)/Atto quinto

Atto quinto

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Atto quarto

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ATTO QUINTO

SCENA PRIMA

Antigone tra Guardie.

Su, mi affrettate, andiam; sí lento passo

sconviensi a chi del sospirato fine
tocca la meta... Impietosir voi forse
di me potreste?... Andiam. — Ti veggo in volto,
terribil morte, eppur di te non tremo. —
D’Argía sol duolmi: il suo destin (deh! dica)
chi ’l sa di voi?... nessun?... Misera Argía!...
Sol di te piango... Vadasi.


SCENA SECONDA

Antigone, Argia tra Guardie.

Argia  Di Tebe

dunque son io scacciata?... Io porto, è vero,
meco quest’urna, d’ogni mio desire
principio, e fin;... ma, alla fedel compagna
neppur l’ultimo addio!...
Antig.  Qual odo io voce
di pianto?...
Argia  Oh ciel! chi veggio?
Antig.  Argía!
Argia  Sorella...

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Oh me felice! oh dolce incontro! — Ahi vista!

Carche hai le man di ferro?...
Antig.  Ove sei tratta?
Deh! tosto dimmi.
Argia  A forza in Argo, al padre.
Antig. Respiro.
Argia  A vil tanto mi tien Creonte,
che me vuol salva: ma, di te...
Antig.  — Se in voi,
guardie, pur l’ombra è di pietá, concessi
brevi momenti al favellar ne sieno. —
Vieni, sorella, abbracciami; al mio petto
che non ti posso io stringere? d’infami
aspre ritorte orribilmente avvinta,
m’è tolto... Ah! vieni, e al tuo petto me stringi.
Ma che veggo? qual pegno al sen con tanta
gelosa cura serri? un’urna?... Oh cielo!
Cener del mio fratello, amato pegno,
prezioso e funesto;... ah! tu sei desso. —
Quell’urna sacra alle mie labbra accosta. —
Delle calde mie lagrime bagnarti
concesso m’è, pria di morire!... Io tanto
non sperava, o fratello;... ecco l’estremo
mio pianto; a te ben io il dovea. — O Argía,
gran dono è questo: assai ti fu benigno
Creonte in ciò: paga esser dei. Deh! torna
in Argo ratta; al desolato padre
reca quest’urna... Ah! vivi; al figlio vivi,
e a lacrimar sovr’essa; e, fra... i tuoi... pianti...
anco rimembra... Antigone...
Argia  Mi strappi
il cor... Mie voci... tronche... dai... sospiri...
Ch’io viva,... mentre... a morte?...
Antig.  A orribil morte
io vado. Il campo, ove la scorsa notte
pietose fummo alla grand’opra, or debbe

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essermi tomba; ivi sepolta viva

mi vuol Creonte.
Argia  Ahi scellerato!...
Antig.  Ei sceglie
la notte a ciò, perch’ei del popol trema. —
Deh! frena il pianto: va; lasciami; avranno
cosí lor fine in me di Edippo i figli.
Io non men dolgo; ad espíare i tanti
orribili delitti di mia stirpe,
bastasse pur mia lunga morte!...
Argia  Ah! teco
divider voglio il rio supplizio; il tuo
coraggio addoppia il mio; tua pena in parte
fia scema forse...
Antig.  Oh! che di’ tu? Più grave
mille volte saria.
Argia  Morendo insieme,
potremmo almen di Polinice il nome
profferire; esortarci, e pianger...
Antig.  Taci...
Deh! non mi far ripiangere... La prova
ultima or fo di mia costanza. — Il pianto
piú omai non freno...
Argia  Ahi lassa me! non posso
salvarti? oh ciel! né morir teco?...
Antig.  Ah! vivi.
Di Edippo tu figlia non sei; non ardi
di biasmevole amore in cor, com’io;
dell’uccisore e sperditor de’ tuoi
non ami il figlio. Ecco il mio fallo; il deggio
espíar sola. — Emone, ah! tutto io sento,
tutto l’amor, che a te portava: io sento
il dolor tutto, a cui ti lascio. — A morte
Vadasi tosto. — Addio, sorella,... addio.

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SCENA TERZA

Creonte, Antigone, Argia, Guardie.

Creon. Che più s’indugia? ancor di morte al campo

costei non giunse? Oh! che mai veggo? Argía
seco è? che fu? chi le accoppiò? — Di voi
qual mi tradisce?
Antig.  I tuoi, di te men crudi,
concesso n’han brevi momenti. A caso
qui c’incontrammo: io corro al campo, a morte;
non t’irritar, Creonte. Opra pietosa,
giust’opra fai, serbando in vita Argía.
Argia Creonte, deh! seco mi lascia...
Antig.  Ah! fuggi,
pria che in lui cessi la pietá.
Creon.  Si tragga
Argía primiera al suo destino...
Argia  Ahi crudi!
Svellermi voi?...
Antig.  L’ultimo amplesso dammi.
Creon. Stacchisi a forza; si strappi, strascinisi:
tosto, obbedite, io ’l voglio. Itene.
Argia  Oh cielo!
Non ti vedrò più mai?...
Antig.  Per sempre,... addio...


SCENA QUARTA

Creonte, Antigone, Guardie.

Creon. Or, per quest’altra parte, al campo scenda

costei... Ma no. — Donde partissi, or tosto
si riconduca: entrate. — Odimi, Ipséo.1

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SCENA QUINTA

Creonte.

— Ogni pretesto cosí tolto io spero

ai malcontenti. Io ben pensai: cangiarmi
non dovea, che così;... tutto ad un tempo
salvo ho cosí. Reo mormorar di plebe
da impazíenza natural di freno
nasce; ma spesso di pietà si ammanta.
Verace, o finta, è da temersi sempre
pietá di plebe; or tanto piú, che il figlio
instigator sen fa. — Vero è, pur troppo! —
Per ingannar la sua mortal natura,
crede invano chi regna, o creder finge,
che sovrumana sia di re la possa:
sta nel voler di chi obbedisce; e in trono
trema chi fa tremar. — Ma, esperta mano
prevenir non si lascia: un colpo atterra
l’idol del volgo, e in un suo ardir, sua speme,
e la indomabil non saputa forza. —
Ma qual fragor suona intorno? Oh! d’arme
qual lampeggiar vegg’io? Che miro? Emone
d’armati cinto?... incontro a me? — Ben venga;
in tempo ei vien.


SCENA SESTA

Creote, Emone, Seguaci d’Emone.

Creon.  Figlio, che fai?

Emone  Che figlio?
Padre non ho. D’un re tiranno io vengo
l’empie leggi a disfar: ma, per te stesso
non temer tu; ch’io punitor non vengo
de’ tuoi misfatti: a’ Dei si aspetta: il brando,

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per risparmiar nuovi delitti a Tebe,

snudato in man mi sta.
Creon.  Contro al tuo padre,...
contro il tuo re, tu in armi? — Il popol trarre
a ribellar, certo, è novello il mezzo
per risparmiar delitti... Ahi cieco, ingrato
figlio!... mal grado tuo, pur caro al padre! —
Ma di’: che cerchi? innanzi tempo, scettro?
Emone Regna, prolunga i giorni tuoi: del tuo
nulla vogl’io: ma chieggo, e voglio, e torre
saprommi io ben con questi miei, con questo
braccio, ed a forza, il mio. Trar di tue mani
Antigone ed Argía...
Creon.  Che parli? — Oh folle
ardire iniquo! osi impugnar la spada,
perfido, e contra il genitor tu l’osi,
per scior dai lacci chi dai lacci è sciolto? —
Libera giá, su l’orme prime, in Argo
Argía ritorna; in don la mando al padre:
e a ciò finor non mi movea, ben vedi,
il terror del tuo brando.
Emone  E qual destino
ebbe Antigone?...
Creon.  Anch’ella or or fu tratta
dallo squallor del suo carcere orrendo.
Emone Ov’è? vederla voglio.
Creon.  Altro non brami?
Emone Ciò sta in me solo: a che tel chieggo? In questa
reggia (benché non mia) per brevi istanti
posso, e voglio, dar legge. Andiamo, o prodi
guerrieri, andiam: d’empio poter si tragga
regal donzella, a cui tutt’altro in Tebe
si dee, che pena.
Creon.  I tuoi guerrier son vani;
basti a tanto tu solo: a te chi fia
ch’osi il passo vietare? Entra, va, tranne

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chi vuoi; ti aspetto, io vilipeso padre,

quí fra tuoi forti umíle, infin che il prode
liberator n’esca, e trionfi.
Emone  A scherno
tu parli forse; ma davvero io parlo.
Mira, ben mira, s’io pur basto a tanto.
Creon. Va, va:2 Creonte ad atterrir non basti.
Emone Che veggio?... Oh cielo!... Antigone... svenata! —
Tiranno infame,... a me tal colpo?
Creon.  Atterro
cosí l’orgoglio: io fo così mie leggi
servar; cosí, fo ravvedersi un figlio!
Emone Ravvedermi? Ah! pur troppo a te son figlio!
Cosí nol fossi! in te mio brando.3 — Io... moro...
Creon. Figlio, che fai? t’arresta. —
Emone  Or, di me senti
tarda pietá?... Portala, crudo, altrove...
Lasciami, deh! non funestar mia morte...
Ecco, a te rendo il sangue tuo; meglio era
non darmel mai.
Creon.  Figlio!... ah! ne attesto il cielo...
mai non credei, che un folle amor ti avria
contro a te stesso...
Emone  Va,... cessa; non farmi
fra disperate imprecazioni orrende
finir miei giorni... Io... ti fui figlio in vita...
tu, padre a me,... mai non lo fosti...
Creon.  Oh figlio!...
Emone Te nel dolore, e fra i rimorsi io lascio. —
Amici, ultimo ufficio,... il moribondo
mio corpo... esangue,... di Antigone... al fianco
traggasi;... lá, voglio esalar l’estremo

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vital... mio... spirto...

Creon.  Oh figlio... amato troppo!...
E abbandonar ti deggio? orbo per sempre
rimanermi?
Emone  Creonte, o in sen m’immergi
un’altra volta il ferro,... o a lei dappresso
trar... mi... lascia,... e morire...4
Creon.  Oh figlio!... Oh colpo
inaspettato!5


SCENA SETTIMA

Creonte.

  — O del celeste sdegno

Prima tremenda giustizia di sangue,...
pur giungi, al fine... Io ti ravviso. — Io tremo.


  1. Gli favella alcune parole all’orecchio
  2. S’apre la scena, e si vede il corpo di Antigone.
  3. Si avventa al padre col brando, ma istantaneamente lo ritorce in se stesso, e cade trafitto.
  4. Viene lentamente strascinato da’ suoi seguaci verso il corpo di Antigone.
  5. Si copre il volto, e rimane immobile, finché Emone sia quasi affatto fuori della vista degli spettatori.