Vae Victis/Parte seconda/VIII

VIII

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[p. 138 modifica]VIII.


Eva, frattanto, salite le scale, andò a battere leggermente all’uscio dello studio, trasformato ora in un salotto per le rifugiate.

Nessuno rispose; ed ella, stette un momento incerta. Poi udì una voce che diceva tra i singhiozzi: «Mirella! Mirella!»

Era tale la disperazione in quella voce che la fanciulla con subitaneo impulso girò la maniglia e socchiuse l’uscio.

Nel cerchio di luce sotto la lampada, un quadro, quasi biblico nella sua tragica bellezza, apparve ai suoi occhi e la fermò incantata sulla soglia.

La più giovane delle profughe — la pallida bambina — stava ritta e immobile coi lunghi capelli che le cadevano lisci e lucenti come acqua aurata intorno al viso; guardava fissa dinanzi a sè, rigida come una statuetta di marmo. Prostrata [p. 139 modifica]a’ suoi piedi — e le lunghe vesti nere si spandevano come un cerchio di lutto intorno a lei — era la maggiore delle tre, il volto e le braccia levate in gesto disperato verso la figuretta immota. Era la sua voce singhiozzante quella che Eva aveva udito. E in piedi accanto a loro, tenendo alto tra le mani giunte un piccolo crocifisso d’oro, l’altra — la giovanetta che aveva sorriso — pregava: «Sainte Vierge, aidez-nous! Mère de Dieu, faites le miracle!»

Ma immobile, senza udito, senza sguardo, la bambina per cui le donne pregavano rimaneva ritta e rigida, cogli occhi spalancati fissi nel vuoto.

Eva sentì serrarsi il cuore e indietreggiò, richiudendo piano la porta.

Indi, dopo un istante d’esitazione tornò a bussare, un po’ più forte.

Quasi subito una voce tremante rispose: «Entrez.»

Ora erano in piedi tutte e tre, ma la più grande aveva ancora il volto rigato di lagrime.

«Non vorrei disturbarvi,» balbettò Eva sulla soglia. «Venivo per restare un pochino con voi.»

La seconda, quella che capiva l’inglese, si fece subito innanzi con un pallido sorriso riconoscente.

«Grazie, signorina, ne saremo felici.» Ed Eva entrò e chiuse la porta. [p. 140 modifica]

Vi fu un silenzio; poi Eva, con gesto timido e rigidetto, stese la mano alla maggiore: «Non pianga!» disse.

Ah! Come queste parole aprono il varco alle lacrime! Benchè pronunciate in una lingua a lei straniera, la dolorante donna le comprese e il fiotto di pianto risgorgò.

«Lulù! Lulù! Ne pleure pas,» scongiurò l’altra; e volgendosi ad Eva spiegò:

«E’ per la sua bambina che piange — la sua bambina che non vuole più parlarle.»

Eva si sentì stringere il cuore. «E’ proprio muta?» chiese a bassa voce, contemplando quel visino, serafico e scolorito come un pallido affresco di Frate Angelico.

«Non sappiamo. Non si riesce a capire.... E’ da più di un mese che non ha mai sorriso e non ha mai parlato.» La dolce voce della giovinetta ruppe in un singhiozzo. «Sembra che non ci oda, che non ci riconosca....» S’avvicinò alla bambina, e ne carezzò il sottile volto:

«Mireille, petite Mireille! dis bonsoir à la jolie dame!»

Ma Mirella rimase muta, tenendo fissi gli occhi in qualche cosa che nessun altro vedeva.

Allora anche Eva le si avvicinò e prese tra le sue la manina inerte della bimba. [p. 141 modifica]

«Mirella,» chiamò piano. Gli occhi azzurri parvero fluttuare, si volsero per un attimo verso Eva, ma subito lo sguardo si smarrì di nuovo, vacuo e vago, nel vuoto.

«Ma che cosa le è accaduto?» chiese Eva colla gola serrata in un singhiozzo. «Che cosa l’ha ridotta così?»

«Lo spavento,» rispose breve la giovanetta, mordendosi le labbra.

E non disse altro.

«Spavento di che?» insistè Eva colla inconscia crudeltà della giovinezza e del desiderio di consolare.

«Sono venuti... i nemici... in casa nostra,» balbettò quella che si chiamava Chérie. «Le hanno fatto paura....» E di nuovo le sue labbra tremanti si serrarono mentre una vampata di rossore le inondava il volto. Poi il colore svanì, lasciandola d’un pallore cereo con un’ombra bistrata intorno agli occhi.

«Furono crudeli con lei? Le fecero del male?» chiese palpitante Eva; e volgendo gli occhi su quella misteriosa figuretta immobile, l’animo suo, colpito, realizzò per la prima volta il significato della parola guerra.

«No, no! non le fecero male. A lei non fecero niente. Ma ebbe tanto spavento —» circondò [p. 142 modifica]con un braccio le esili spalle della bambina; e tacque.

«E allora?»

«E allora, perchè gridava, la presero.... e la legarono.... a una ringhiera.»

«La legarono a una ringhiera?! Che infamia!» esclamò Eva. «Che crudeltà!»

«Ah, sì! Erano crudeli,» mormorò la fanciulla e il memore terrore le riapparve negli occhi. Poi si volse, quasi per cercar rifugio, all’altra donna, quell’alta e nera figura silenziosa che fissava con occhi sognanti il fuoco.

«Luisa!» invocò a voce bassa. Ma quella non si mosse.

«Ma voi,» continuò Eva, appassionata di sapere di più, «avevate paura anche voi?»

«Sì. Avevo paura.»

«Allora cosa avete fatto? Siete fuggita?»

«Non so... non ricordo. Non ricordo nulla...» ansò la fanciulla. E tale era il terrore e l’angoscia in quel giovane viso che Eva non osò chiedere altro.

«Perdonatemi,» balbettò. «Forse non avrei dovuto parlare di queste cose... Mi perdonate?... Ditemi che mi perdonate... Chérie!»