Un dramma nell'Oceano Pacifico/6. Il delitto del naufrago

6. Il delitto del naufrago

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5. Gli antropofaghi dell'Oceano Pacifico 7. I frangenti


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Capitolo Sesto.

Il delitto del naufrago.


L’Oceano Pacifico montava a vista d’occhio; si sarebbe detto che una forza misteriosa, irrompente dagli abissi immensi del fondo, lo sollevasse. Montagne d’acqua, poichè ora potevansi chiamare con tal nome, venivano dal sud accavallandosi le une sulle altre, coperte da un immenso lenzuolo di candidissima spuma, e venivano a rompersi con lunghi muggiti contro i fianchi del vascello, il quale si rovesciava violentemente ora sul babordo ed ora sul tribordo con mille scricchiolii, ed ora s’impennava come un cavallo vigorosamente spronato.

La tinta del mare aveva perduto il suo azzurro brillante ed era diventata cupa, quasi volesse gareggiare colla tinta nerastra dei nuvoloni che correvano disordinatamente, accumulandosi negli immensi spazii del cielo.

Il vento, che poco prima era ancora costante, pareva che fosse impazzito e balzava bruscamente dal nord al sud, dall’est all’ovest, accennando a prendere un violento moto circolare. Sibilava [p. 54 modifica] attraverso i mille cordami della Nuova Georgia, scuoteva con furore i boscelli rugosi delle manovre, faceva crepitare le vele e curvare perfino gli alberi.

Il capitano Hill, consultato il barometro, vide non senza una viva emozione, che segnava la cifra straordinaria di 705 millimetri!

— È un vero tifone quello che sta per assalirci, — disse al tenente Collin, che si era messo accanto al timoniere.

— Ma come nascono questi tifoni che si sono acquistati una così triste celebrità nei mari del Giappone, della China e del Grande Oceano? — chiese il tenente.

— Nascono generalmente dall’incontro di due o più correnti d’aria contrarie, le quali provocano un movimento rotatorio, che è pericolosissimo per le navi che si trovano nel mezzo.

— Si estendono per un largo tratto?

— Per quattrocento o cinquecento chilometri, comunemente; ma si sono osservati dei cicloni di mille chilometri, e temo che quello che sta per piombarci addosso sia così immenso, poichè la depressione barometrica è considerevolissima.

— Ordinariamente quale direzione hanno?

— Vanno dal sud-ovest al nord-est, e il loro movimento circolare, nell’incontro delle due correnti, è da destra a sinistra.

— Sicchè avremo qualche tromba marina.

— È probabile, tenente; anzi faremo bene a preparare il nostro piccolo cannone.

— Volete spezzarla colle palle?

— Basta la detonazione, il più delle volte, per romperla d’un sol colpo; la palla sarebbe inutile, poichè non farebbe che attraversare la colonna d’acqua.

— Ma è pericoloso per una nave che si trova a breve distanza. [p. 55 modifica]

— Sì, è vero, poichè la massa liquida nel precipitare sul mare solleva cavalloni enormi; ma tutto si deve tentare piuttosto di lasciarsi avviluppare da quelle furiose colonne liquide, che sono dotate di tale potenza rotatoria, da trasportare con loro i più grandi vascelli e da sollevarli. —

Un grosso lampo che fendette la massa delle nubi come se fosse una gigantesca scimitarra, seguíto poco dopo da un cupo rimbombo che si perdette nei lontani orizzonti, troncò la conversazione.

Il capitano Hill abbandonò il posto e salì sul ponte di comando col portavoce in mano, pronto a comandare la manovra, mentre il tenente Collin si portava a prua dove gli uomini si disponevano ad ammainare i flocchi e a prendere terzaruoli sulle vele basse.

L’uragano si avvicinava con rapidità straordinaria, sconvolgendo il mare e il cielo. Impetuosi colpi di vento, dopo d’aver sollevate e sferzate le onde che montavano sempre con tremendi muggiti, giungevano l’uno addosso all’altro sulla Nuova Georgia, la quale fuggiva con la rapidità d’un immenso uccello, verso il sud-ovest.

Il sole era scomparso da qualche ora, e una profonda oscurità pesava sul Grande Oceano. Però al balenar dei lampi, si vedevano volteggiare, sospinti dalla forza del ciclone, i grandi albatros, con le loro piume bianche e nere, il becco grosso e tanto robusto, da spaccare il cranio ad un uomo, e con le loro ampie ali che misuravano non meno di cinque metri. Si vedevano lottare contro il vento, volteggiare disordinatamente sopra i flutti e si udivano, fra i fischi ed i muggiti della natura irritata, le loro grida rauche e discordi.

Anche gli abitatori del mare parevano inquieti, perchè si vedevano ruzzolare fra le onde numerosi squali con potenti mascelle [p. 56 modifica] fornite di triplici file di denti, e slanciarsi in aria torme di Exocæetus evolanz, strani pesci dotati di larghe pinne somiglianti ad ali, che si innalzano con un potente colpo di coda percorrendo distanze di centocinquanta a dugento metri, e che appena ricaduti tornano a riprendere il volo, riaprendo le pinne ventrali e agitandole in modo da sembrare quattro invece di due.

La Nuova Georgia, non ostante venisse assalita da ogni lato dai marosi che si slanciavano talvolta fino sul suo ponte, pure si comportava bene e teneva bravamente testa all’uragano.

Guidata dalla ferrea mano del vecchio Asthor si manteneva sulla via del sud-ovest, per rifugiarsi, in caso disperato, nelle insenature di qualche isola. Rollava disperatamente la poveretta, si copriva d’acqua da prua a poppa, tuffava nel seno delle onde spumeggianti i suoi solidi fianchi, montava sulla cresta delle montagne mobili, precipitava nel fondo degli abissi, sferzava i marosi col suo albero di bompresso, tanto s’inchinava colla prua, ma usciva sempre vittoriosa da quegli assalti furiosi che non le lasciavano tregua.

Ad un tratto però, verso il sud, quando il vento, ormai scatenato aveva perduto ogni ritegno, girando ora al sud-ovest ed ora al nord-est, provocando quegli incontri di correnti che generano i cicloni, apparve una specie di cono che pareva scendesse dalle nubi per posarsi sulla sconvolta superficie dell’Oceano.

Il capitano Hill, quantunque coraggiosissimo e pronto a tutto, impallidì.

— Si forma una tromba verso il sud, — disse rivolgendosi verso il tenente Collin che lo aveva raggiunto sul ponte di comando.

— La Nuova Georgia fugge rapidamente, signore, — rispose il tenente. — Forse noi saremo lontani, quando la tromba si sarà formata. [p. 57 modifica]

— Confidiamo in Dio! Non temo per me, ma per la mia povera Anna.

— Speriamo; signore. —

L’uragano cresceva sempre. I colpi di vento erano così impetuosi, che pareva uscissero a forza da un’immensa tromba collocata a pochi passi dalla nave. Scuotevano orribilmente gli alberi, sbrandellavano le vele, facevano volteggiare come pagliuzze i più grossi boscelli delle manovre e facevano fremere le grosse sartie e i grossi paterazzi in tal modo, da temere che si spezzassero.

Onde sopra onde si slanciavano addosso alla nave percuotendola fieramente a prua e a poppa, a babordo e a tribordo, facendo gemere i cordami ed i puntelli, spostando le imbarcazioni e aprendo delle brecce nelle murate. Pareva che si accanissero ad aprire i fianchi del legno, onde trascinarlo negli spaventosi baratri dell’Oceano Pacifico.

La notte era calata, una notte oscura come il fondo d’un barile di catrame. Non si vedevano che tenebre, le quali pareva si addensassero di momento in momento sempre più sull’oceano, quasi volessero rendere più pericolosa e più orrida la situazione della Nuova Georgia. Solamente all’orizzonte, di tratto in tratto balenava, e a quel rapido bagliore si vedevano correre sulla coperta i marinai coi capelli sciolti al vento, i volti pallidi, gli occhi smarriti e i panni inzuppati, e sul ponte di comando si vedeva spiccare l’alta statura del capitano Hill ed a prua la tetra figura del naufrago.

In mezzo agli urli della tempesta, ai sibili del vento e ai ruggiti delle onde si udivano a un tratto irrompere, dalle nere profondità della stiva, i potenti gridi delle dodici tigri, le quali, atterrite da quei fragori e da quelle scosse orribili, si dibattevano furiosamente dentro le gabbie. [p. 58 modifica]

Verso la mezzanotte una raffica più impetuosa delle altre si rovesciò sulla nave con tale violenza, da farle immergere tutta intera la prua.

Il capitano Hill temendo che la Nuova Georgia si rovesciasse sui fianchi per non più rialzarsi, comandò di imbrogliare le vele di parrocchetto e di mezzana contentandosi di tenere spiegate le vele basse.

Alcuni marinai si slanciarono sulle griselle, ma le scosse che risentiva la nave e i colpi di mare che giungevano tanto alti sopra le murate, lo impedivano; onde furono costretti a ridiscendere in coperta per non essere portati via e precipitati nei flutti muggenti. Due uomini, dopo aver corso mille pericoli, erano riusciti a raggiungere la vela di mezzana e ad imbrogliarla.

Quella di parrocchetto però, violentemente investita dalle raffiche, dava tali colpi da compromettere la sicurezza del naviglio e dell’albero di trinchetto. Era necessario di chiuderla o per lo meno di sventrarla con un buon colpo di coltello.

Il tenente Collin, giovane ardimentoso e che sfidava intrepidamente il pericolo, vedendo riuscire vani gli sforzi dei marinai, si slanciò a prua, e afferratosi fortemente alle griselle si elevò nelle tenebre. Un altro uomo si era contemporaneamente mosso: era il naufrago.

Senza essere stato veduto, fra quella profonda oscurità e quei colpi di mare che spazzavano senza interruzione il ponte della nave, sbattendo i marinai addosso alle murate, s’aggrappò allo straglio di maestra, e coll’agilità d’una scimmia si inerpicò a forza di braccia, giungendo nell’istesso momento del tenente, sul pennone di parrocchetto.

— Tu qui, Bill? — chiese il tenente nel vederselo vicino. [p. 59 modifica]

— Sì, signor tenente, — rispose il naufrago con strano accento. — Vi sorprende?

— Da qual parte sei salito?

— Dallo straglio.

— Aiutami adunque. —

Il tenente si mise a cavalcioni del pennone tenendosi avvinghiato alla sbarra di ferro che corre sopra, e appoggiando i piedi [p. 60 modifica] sulla corda che corre sotto, cercò di raccogliere i bracci di manovra per imbrogliare la vela. D’improvviso si sentì stringere alla gola da due mani nervose e con tale forza, da non esser capace di emettere il più lieve grido. Facendo uno sforzo disperato, girò il capo e vide sopra di sè la tetra figura del naufrago, sulle cui labbra errava un satanico sorriso. Abbandonò con una mano la sbarra tentando di respingerlo; ma il naufrago era robusto e pareva che in quel momento avesse triplicato le forze.

Il vascello sospinto dalle onde barcollava furiosamente ed il vento ruggiva tremendo fra l’alberatura e faceva scuotere i due uomini, ma la lotta continuava senza che si scambiassero una parola. Il povero tenente che non poteva abbandonare il pennone per non sfracellarsi sul ponte della nave, non opponeva ormai che una debole resistenza, e si sentì rapidamente strangolare.

Quella lotta fra cielo e mare, in mezzo a quelle tenebre e la burrasca che ruggiva, durò un solo minuto. Il signor Collin si sentì quindi trascinare verso l’estremità del pennone, e smarrì i sensi.

Il naufrago attese che la nave s’inclinasse sul tribordo, poi tenendosi stretto al pennone colle sole gambe, con una spinta precipitò nello sconvolto oceano la vittima, la quale scomparve negli abissi.

— Ecco uno che non parlerà più, — mormorò il naufrago con voce sorda. — Andrai a chiedere ai pesci se io vengo o no dall’isola dei forzati. —

Girò gli occhi intorno per vedere se nessuno lo aveva veduto, e ridiscese silenziosamente in coperta, confondendosi fra l’equipaggio.