Un dramma al Messico/Capitolo V. Da Cuernava a Popocatepelt

Capitolo V. Da Cuernava a Popocatepelt

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Jules Verne - Un dramma al Messico (1851)
Traduzione di Anonimo (1867)
Capitolo V. Da Cuernava a Popocatepelt
Capitolo IV. Da Tasco a Cuernavaca
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CAPITOLO V.

da cuernavaca a popocatepelt.


La temperatura era fredda e la vegetazione nulla. Quelle alture inaccessibili appartengono alle zone glaciali chiamate terre fredde. Già gli abeti delle regioni brumose mostravano i loro profili scarni fra le ultime quercie di quei climi elevati e le sorgenti erano sempre più rare in quei terreni composti in gran parte di trachiti fesse e di amigdaloidi porosi.

Da sei lunghe ore il luogotenente ed il suo compagno si trascinavano penosamente, lacerandosi le mani alle scabrosità della rupe ed i piedi contro i ciottoli aguzzi della via. Non andò molto che la stanchezza li costrinse a sedersi. Josè attese a preparare un po’ di cibo. [p. 119 modifica]

— Che idea infernale è stata quella di non pigliare la via solita! mormorava egli.

Speravano entrambi di trovare ad Aracopistla, villaggio interamente perduto nelle montagne, qualche mezzo di trasporto per terminare il loro viaggio; ma quale fu il loro dispetto non incontrandovi che il medesimo squallore, assoluta mancanza d’ogni cosa ed abitanti inospitali come a Cuernavaca! Pure bisognava arrivare.

Si rizzava allora dinanzi ad essi l’immenso cono del Popocatepelt, di tanta altezza che l’occhio si perdeva nelle nuvole, cercando la vetta della montagna. La via era d’un’aridità desolante. Da ogni parte precipizî profondi si scavavano fra i rialzi di terreno, ed i sentieri vertiginosi parevano oscillare sotto il passo dei viaggiatori. Per riconoscere la via dovettero arrampicarsi sopra una parte di questa montagna, alta cinquemila e quattrocento metri, che viene chiamata la Rupe fumante, e porta ancora le traccie di recenti espulsioni vulcaniche. Tenebrosi crepacci rigavano i suoi fianchi scoscesi. Dopo l’ultimo viaggio del gabbiere Josè, nuovi cataclismi avevano messo sottosopra queste solitudini che egli non poteva riconoscere. E però si perdeva egli in mezzo ai sentieri impraticabili, e si arrestava talvolta porgendo orecchio ai sordi rumori che correvano qua e là attraverso le fessure dell’enorme cono.

Già il sole declinava sensibilmente; grosse nuvole schiacciate contro il cielo rendevano l’atmosfera più oscura. Vi era minaccia di pioggia e di uragano, fenomeni frequenti in queste regioni in cui l’elevazione del terreno accelera l’evaporazione dell’acqua. Ogni specie di vegetazione era scomparsa su quelle rupi, la cui vetta si perde sotto le nevi eterne. [p. 120 modifica]

— Non ne posso più! disse finalmente Josè affranto dalla stanchezza.

— Camminiamo, rispose Martinez con febbrile impazienza.

Alcuni scoppî di tuono echeggiarono poco stante nei crepacci del Popocatepelt.

— Che il diavolo mi confonda se mi raccapezzo fra questi sentieri perduti! esclamò Josè.

— Rialzati e camminiamo, rispose bruscamente Martinez.

Egli costrinse Josè a rimettersi in cammino incespicando.

— E non un essere umano per guidarci! mormorava il gabbiere.

— Tanto meglio, disse il luogotenente.

— Voi non sapete dunque che ogni anno vengono commessi migliaja di omicidî a Messico, e che i dintorni non sono sicuri?

— Tanto meglio, ripetè Martinez.

Goccioloni di pioggia scintillavano sui macigni illuminati dagli ultimi bagliori del cielo.

— Una volta valicate le vette che ci circondano, che cosa vedremo noi? domandò il luogotenente.

— Messico a mano manca, Puebla a dritta, rispose Josè, se avessimo a veder qualche cosa, ma non vedremo nulla; è troppo bujo.... dinanzi a noi sorgerà la montagna di Icctacihualt e nel burrone la via buona! Ma voglio essere dannato se vi arriveremo.

— Camminiamo.

Josè diceva il vero. L’altipiano del Messico è chiuso in uno immenso quadrato di montagne. È un vasto bacino ovale, lungo diciotto leghe, largo dodici e di sessanta leghe di circuito, circondato da alture, fra le quali si distinguono, al sud-ovest, [p. 121 modifica]il Popocatepelt e l’Icctacihualt. Giunto al sommo di queste barriere il viaggiatore non trova più veruna difficoltà per scendere nell’altipiano di Anahualt, e, prolungandosi nel nord, la via è bella fino a Messico. Attraverso lunghi viali d’olmi e di pioppi si ammirano i cipressi piantati dai re della dinastia asteca, e gli schinus, simili ai salici piangenti dell’Occidente. Qua e là i campi coltivati ed i giardini fioriti mettono in mostra le loro ricchezze, mentre meli, melegrani e ciriegi, respirano liberamente sotto quel cielo azzurro carico come appare attraverso l’aria secca e rarefatta delle alture terrestri.

I brontolii del tuono si ripetevano allora con estrema violenza nella montagna. La pioggia ed il vento, che talvolta tacevano, rendevano gli echi più sonori.

Josè bestemmiava ad ogni passo. Il luogotenente Martinez, pallido e silenzioso, gettava sguardi torvi al suo compagno, il quale gli stava dinanzi come un complice che egli avrebbe voluto far scomparire.

A un tratto un lampo illuminò l’oscurità. Il luogotenente ed il gabbiere erano sull’orlo d’un abisso.

Martinez mosse incontro a Josè. Gli pose una mano sulla spalla e quando il tuono ebbe taciuto, gli disse:

— Josè!... ho paura.

— Paura dell’uragano?

— Io non temo la tempesta del cielo, ma ho paura dell’uragano cha si scatena dentro di me.

— Ah! voi pensate ancora a don Orteva... Andiamo, luogotenente, mi fate ridere, rispose Josè, che non rideva, perchè Martinez aveva gli occhi torvi guardandolo. [p. 122 modifica]

Si udì uno scoppio formidabile di tuono.

— Taci, taci, Josè! gridò Martinez, che non sembrava più padrone di sè stesso.

— La notte è scelta bene per farmi il sermoncino, ripigliò a dire il gabbiere, se avete paura, luogotenente, chiudete gli occhi e turatevi le orecchie.

— Mi pare di vedere il capitano... don Orteva... colla testa sfracellata... là... là...

Un’ombra nera, illuminata da un lampo, si drizzava a venti passi del luogotenente e dal suo compagno.

Al medesimo istante Josè vide al suo fianco Martinez, pallidissimo in volto, col braccio armato d’un pugnale.

— Che cosa è stato? esclamò egli.

Un lampo gli avvolse tutti e due.

— Ajuto! gridò Josè.

Non vi era più che un cadavere in quel luogo. Nuovo Caino, Martinez fuggiva attraverso l’uragano, brandendo la sua arma insanguinata.

Alcuni istanti dopo, due uomini si curvavano sul cadavere del gabbiere, dicendo:

— E uno!

Martinez vagava come un pazzo in quelle tenebrose solitudini, correndo a capo ignudo sotto la pioggia che diluviava.

— Ajuto! ajuto! urlava egli incespicando sulle rupi sdrucciolevoli.

A un tratto si udì un gorgoglio profondo.

Martinez guardò ed intese il frastuono d’un torrente.

Era il piccolo fiume di Ixtolucca che si precipitava in un abisso di cinquecento piedi.

A pochi passi sul torrente medesimo, era gettato un ponte di corde di agave, trattenuto alle [p. 123 modifica]due sponde da alcuni piuoli conficcati nella rupe; questo ponte oscillava al vento come un filo teso nello spazio.

Martinez, aggrappandosi alle liane, si avanzò carponi sul ponte. A forza d’energia giunse alla riva opposta...

Colà un’ombra si rizzò dinanzi a lui.

Martinez die’ indietro senza dir parola, avvicinandosi alla sponda che aveva lasciato.

Ma quivi pure gli apparve una forma umana.

Martinez tornò carponi nel mezzo del ponte colle mani contratte dalla disperazione.

Una voce disse:

— Martinez, io sono Pablo.

— Martinez, io sono Jacopo, disse un’altra voce.

— Tu hai tradito!... devi morire.

— Tu hai ucciso... e morrai.

Si udirono due colpi secchi: i piuoli che trattenevano le due estremità del ponte caddero sotto l’accetta.

Un orribile ruggito, poi Martinez, colle braccia protese, precipitò nell’abisso.

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Una lega al disotto l’aspirante ed il terzo uffiziale si raggiungevano, dopo aver passato a guado il fiume di Ixtolucca.

— Io ho vendicato don Orteva, disse Jacopo.

— Ed io ho vendicato la Spagna.

Così nacque la marina della Confederazione messicana. Le due navi spagnuole, cedute dai traditori, rimasero alla nuova repubblica e divennero il nocciuolo della piccola flotta che disputava, non è molto, il Teyas e la California ai vascelli degli Stati Uniti d’America.


FINE.