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da cuernavaca a popocatepelt

il Popocatepelt e l’Icctacihualt. Giunto al sommo di queste barriere il viaggiatore non trova più veruna difficoltà per scendere nell’altipiano di Anahualt, e, prolungandosi nel nord, la via è bella fino a Messico. Attraverso lunghi viali d’olmi e di pioppi si ammirano i cipressi piantati dai re della dinastia asteca, e gli schinus, simili ai salici piangenti dell’Occidente. Qua e là i campi coltivati ed i giardini fioriti mettono in mostra le loro ricchezze, mentre meli, melegrani e ciriegi, respirano liberamente sotto quel cielo azzurro carico come appare attraverso l’aria secca e rarefatta delle alture terrestri.

I brontolii del tuono si ripetevano allora con estrema violenza nella montagna. La pioggia ed il vento, che talvolta tacevano, rendevano gli echi più sonori.

Josè bestemmiava ad ogni passo. Il luogotenente Martinez, pallido e silenzioso, gettava sguardi torvi al suo compagno, il quale gli stava dinanzi come un complice che egli avrebbe voluto far scomparire.

A un tratto un lampo illuminò l’oscurità. Il luogotenente ed il gabbiere erano sull’orlo d’un abisso.

Martinez mosse incontro a Josè. Gli pose una mano sulla spalla e quando il tuono ebbe taciuto, gli disse:

— Josè!... ho paura.

— Paura dell’uragano?

— Io non temo la tempesta del cielo, ma ho paura dell’uragano cha si scatena dentro di me.

— Ah! voi pensate ancora a don Orteva... Andiamo, luogotenente, mi fate ridere, rispose Josè, che non rideva, perchè Martinez aveva gli occhi torvi guardandolo.