Capitolo I

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Tre croci Capitolo II
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TRE CROCI





I.


Giulio chiamò il fratello:

— Niccolò! Déstati!

Quegli fece una specie di grugnito, bestemmiò, si tirò più giù la tesa del cappello; e richiuse gli occhi. Stava accoccolato su una sedia, con le mani in tasca dei calzoni e la testa appoggiata a uno scaffale della libreria; vicino a una cassapanca antica, che tenevano lì in mostra per i forestieri, tutta ingombra di vasi, di piatti e di pitture.

— Ohé! Non ti vergogni a dormire! È tutta la mattina! Fai rabbia!

Niccolò, allora, si sdrusciò forte le [p. 2 modifica]labbra e aprì gli occhi guardando il fratello.

— Ma che vuoi? Io, fino all’ora di mangiare, dormo!

— Volevo dirti che io devo andare alla banca! Stamani, c’è un rinnovo.

Niccolò fece una sbuffata e rispose:

— Vai! C’era bisogno di destarmi?

— Alla bottega chi ci bada?

— A quest’ora, non viene nessun imbecille a comprare i libri! Vai! Ci bado io!

Niccolò, mentre il fratello cercava il tubino, si alzò, giunse fino alla porta, come se avesse voluto mettersi a correre, prendendo lo slancio; e tornò a dietro, rincantucciandosi a sedere.

Era alto e grasso; con la barbetta brizzolata, le labbra grandi e gli occhi bigi.

Allora, perchè Giulio andava da sè alla banca, invece di mandarci lui o l’altra fratello, lo guardò e chiese con premura studiata:

— Enrico dov’è? Dobbiamo sempre fare tutto noi anche per lui? [p. 3 modifica]

— Sarà a spasso, a quest’ora! Dove vuoi che sia? Lo sai che a quest’ora, ha sempre bisogno di fare una passeggiata.

— E rimproveravi me perchè me ne sto qui a dormire?

Giulio voleva sorridere; ma si mise le lenti, guardò la firma su la cambiale e disse:

— Bada anche tu se ti pare venuta bene!

Niccolò alzò le spalle e non rispose. Giulio disse, con una specie di ammirazione sempre meno involontaria:

— M’è venuta proprio bene!

Il fratello abbassò la testa e fece un’altra sbuffata; poi si mise a battere lesto lesto la punta d’un piede; e, allora, tremava tutta la cassapanca con quel che c’era sopra.

— Smetti: farai rompere tutto.

— Non sarebbe meglio?

Giulio, grattandosi vicino alla bocca, quasi sorpreso, lo guardò:

— Con te non ci si capisce niente! [p. 4 modifica]Ormai, mio caro, anche se volessimo smettere, sarebbe tardi. Piuttosto, speriamo che troveremo i denari per pagare le cambiali!

— E se alla banca scoprono prima che tu... che noi facciamo le firme false?

Giulio era il più melanconico dei tre fratelli Gambi, ma anche il più forte e quello che sperava perciò di guadagnare tanto con la libreria da non correre più nessun pericolo. Era stato lui a proporre quell’espediente; ed era lui che aveva imparato ad imitare le firme. Ma quando il fratello gli diceva a quel modo, si perdeva d’animo e andava alla banca soltanto perchè era indispensabile a guadagnare tempo. È vero anche, però, che era doventata un’abitudine; che lo preoccupava piuttosto per la puntualità che ci voleva. Perfino lusingato che ormai da tre anni la cosa andasse bene: avevano preso più di cinquantamila lire senza destare nessun sospetto, e il cavaliere Orazio Nicchioli, che aveva fatto da vero il favore di firmare qualche cambiale, non [p. 5 modifica]indovinava ancora niente. Seguitava sempre ad essere il loro amico, e ad andare alla libreria tutte le sere; a far la chiacchierata.

Giulio era anche più alto di Niccolò; ma senza barba e più giovane, sebbene i suoi capelli fossero tutti bianchi. I baffetti erano ancora biondi; il viso roseo; e gli occhi celesti facevano pensare a qualche pietra di quel colore. Il più intelligente e il solo che avesse voglia di lavorare, stando dentro la libreria dalla mattina alla sera. Niccolò, invece, faceva anche l’antiquario; e stava quasi sempre fuori di Siena, a cercare alle fattorie antiche e nei paesi qualche cosa da comprare.

Enrico faceva il legatore, a una piccola bottega vicino alla libreria. Era basso, con i baffi più scuri, sgarbato e prepotente.

Soltanto Niccolò aveva moglie; ma vivevano tutti insieme con due giovinette orfane, loro nipoti.

Il loro padre era stato fortunato e [p. 6 modifica]anch’essi da prima stavano bene; poi, a poco a poco, la libreria aveva sempre fruttato meno.

Giulio si mise il tubino, dopo averlo spolverato con il gomito; stette un poco incerto a esaminare la cambiale aperta su lo scrittoio; si grattò vicino alla bocca, la prese e se la mise in tasca. Niccolò lo guardava, imprecando e bestemmiando.

— È inutile bestemmiare.

— Che devo dire, allora?

— Niente. Rassegnarsi.

— Ma io in galera non ci voglio andare!

Aveva la voce forte e robusta, e quando gridava a quel modo non si sapeva se faceva sul serio o per canzonatura. Allora anche a Giulio era impossibile sentirsi afflitto e umiliato. E rispose, con la sua pacatezza di uomo educato:

— Ci metteranno me in galera! Sei contento?

Ma Niccolò gridò:

— Torna presto, perchè io qui dentro non voglio che mi ci venga un accidente!

Giulio, tenendo la mano in tasca [p. 7 modifica]dov’era la cambiale, perchè aveva paura che potesse escirgli fuori, andò alla banca; cercando di camminare a testa alta e di farsi vedere senza preoccupazioni; sicuro di quel che faceva.

Niccolò restò su la sua sedia; e si mise a biascicare un sigaro, sputando i pezzetti sotto lo scrittoio; allungando le gambe fin nel mezzo della bottega. Quando entrò un signore, che conosceva perchè una volta erano andati a caccia insieme, Niccolò non si mosse nè meno.

Quegli chiese:

— Come sta?

— Io, bene. E lei?

— Un poco di raffreddore.

Niccolò sorrise, dicendogli con una serietà finta di cui nessuno alla prima si accorgeva:

— Si abbia riguardo!

Il signor Riccardo Valentini, allora, guardò qualche libro, e Niccolò richiuse gli occhi come se non ci fosse stato nè meno. Tutti quelli che lo conoscevano, non si rivolgevano mai a lui per [p. 8 modifica]comprare; ma a Giulio, magari aspettando che tornasse, se non c’era.

Il Valentini gli disse:

— Bella vita, sempre a sedere!

— Lo so! Me la invidia anche lei?

— Io? No, da vero. Anzi, ci ho piacere.

— E io campo da signore per dispetto a quelli che mi vorrebbero vedere mendicare. Non faccio bene? Devono tutti mangiarsi il fegato dalla rabbia!

Il signor Valentini fece una risata.

— Oggi, a pranzo, tordi e quaglie, E mi son fatto mandare da una delle migliori tenute del Chianti un vino che, se lo bevesse lei, resterebbe stupito. Dio! Come mi voglio godere! Per me, nella vita, non c’è altro! Sono nato un signore, io; più di lei!

— Più di me? Ah, lo credo! Lei non ha quelle preoccupazioni di cui io non posso fare a meno. Anche stamani son dovuto venire a Siena, perchè il fattore mi s’è ammalato. Come si fa a rimandare al giorno dopo gli affari, con una tenuta di trenta poderi come io ho su le mie [p. 9 modifica]spalle! Senza mentovare, poi, anche le mercature.

Niccolò si sollazzava a quelle confidenze; e, fregatesi le mani, disse:

— Vino e ponci! Ma i ponci li faccio da me. Mezzo litro di rumme per volta! Ah, io sto bene!

Nella sua voce c’era una gioia rabbiosa e violenta. Ed egli, ridendo a quel modo, restava simpatico a tutti.

— Ora, quando torna Giulio, che è andato a un appuntamento con una bella signora, si chiude questa paretaia; e si va a mangiare. Che mangiata! Vorrei avere due ventri! Uno non mi basta! Ho fatto comprare, dalla nostra serva, un chilo di parmigiano e certe pere che passano una libra l’una! Scommetto che le viene voglia di desinare con me!

Il signor Valentini rise e gli battè una mano su la spalla. Poi, chiese:

— Che Madonna è quella, lì nel mezzo alla cassapanca? Quella lì ritta?

Niccolò doventò serio.

— Non me lo vuol dire? [p. 10 modifica]

— Anzi! A lei dirò la verità: è una Madonna che ho trovato in casa d’un contadino. Non me la volevano vendere a nessun costo. L’ho pagata cento lire sole!

Si alzò, e con la voce che doventava acuta, ripetè gongolando:

— Cento lire! Cento lire! Me l’ha regalata! Ci voleva un idiota come quello!

— E lei quante ce ne prenderà?

La voce di Niccolò si fece tonante:

— Io?

Poi, con sprezzo:

— Ieri, un inglese mi dava quattromila lire, quattromila lire!

— E non l’ha data?

La voce parve calmarsi, farsi esatta:

— Ce ne prenderò seimila.

E siccome s’era rimesso a sedere, si alzò di scatto, battendo i piedi e ricominciando a gridare:

— Cento lire! Quell’idiota! Ci voleva un idiota come lui, per darmela!

E finse di ridere tanto, come fosse sul punto di soffocare.

Giulio, con il cappello su gli occhi, [p. 11 modifica]come senza avvedersene si metteva sempre tornando dalla banca, entrò serio:

— Di che ti esalti?

Niccolò smise istantaneamente; e s’avventò alla porta, come se fuggisse perchè non valeva la pena di rispondergli.